“Le immagini che non vorremmo vedere, le storie che non vorremmo sentirci raccontare”

Sono reduce dal Convegno sulla Violenza di Genere che si è tenuto ieri 9 Dicembre a Carrara.

Il convegno è stato ben organizzato, molta la gente presente e soprattutto significativa la percentuale di uomini in sala, cosa da non sottovalutare, in quanto purtroppo la tematica è notoriamente meno sentita dal genere maschile.

Fatto questo preambolo, mi preme subito parlare di quello che ho visto e che mi ha colpito e mi riferisco all’intervento di Alganesh Fessaha Premio per la Pace contro la violenza internazionale.

Alganesch, di origine eritrea, si occupa di aiutare i profughi africani che cercano di arrivare sulle coste europee e per farlo devono attraversare territori molto pericolosi dove spesso vengono catturati da organizzazioni criminali. Le donne vengono violentate quotidianamente e gli uomini torturati in modi crudeli e feroci, finché non esalano l’ultimo respiro

Le immagini di Alganesch parlavano di queste torture in modo esplicito. Potrei dire che fossero immagini che arrivavano dritte al cuore, ma sarebbe limitativo, queste immagini il cuore lo straziavano, il cuore lo annientavano. I miei occhi più volte mi chiedevano una tregua, mi chiedevano di girare la testa qualche secondo per non vedere ciò che stavano vedendo e a volte non ho potuto dir loro di no.

Si, lo sappiamo che il mondo è quello che è, che la gente muore di fame e miserie, che le ingiustizie sono tante, ma finché non lo vediamo è un sapere che riguarda solo la testa e non scende in pancia, è un sapere che ci permette comunque di vivere le nostre giornate pensando che la vita è questa, punto e basta. Forse non è neanche ipocrisia, forse è puro e semplice adattamento, ma quando vediamo la tragedia dell’uomo qualcosa cambia repentinamente.

Una sala muta e attonita guardava immagini di uomini mutilati e con i corpi straziati, visi dai quali era stata tolta ogni fisionomia, uomini trattati come carne da macello, corpi con aperture dalle quali erano stati estratti gli organi per farne commercio, immagini per cui le parole non sono ancora state inventate, perché c’è un limite all’espressione verbale della sofferenza, superata una certa soglia si può solo sentire il suo urlo silenzioso e sperare che ci risparmi, almeno noi. Noi che vogliamo continuare a sapere senza sapere, a vivere una nostra personale sofferenza, ma lontani dalla tragedia umana.

E chi eravamo noi in sala, se non persone che guardavano delle semplici immagini? Persone che vedevano comunque l’obbrobrio dell’uomo solo attraverso un canale indiretto. Non vedevamo la realtà, ma solo una sua rappresentazione ed ecco perché mi sentivo piccolo e impotente ed ho ammirato chi quella realtà non la guarda solo attraverso le foto, ma la guarda e l’affronta in faccia, prima tra tutti questa donna straordinaria Alganesh Fessaha.

Alganesh ha parlato di donne e di uomini, ma le immagini più crude riguardavano proprio gli uomini e quando qualcuno le ha chiesto come mai non avesse inserito immagini crude anche di donne, in un convegno sulla violenza di genere, la nostra ha risposto che la violenza non ha genere.

Stamani ho vissuto uno stato di dissonanza molto forte. Il mio cane, un amabilissimo bassotto, era da due giorni che non stava bene e rientrato a Firenze ho dovuto portarlo dal veterinario. In sala d’attesa ho ascoltato la conversazione di due signore che parlavano dell' amore per gli animali e della crudeltà dell’uomo nei loro confronti e accennavano alle condizioni disumane o forse meglio dire “discanine” a cui queste povere bestie erano sottoposte in alcuni canili. Si, è vero, sottoscriverei molto di quello che hanno detto e non c’è cosa che non farei per la salute ed il benessere del mio cane, ma mi sono chiesto cosa avrebbero potuto dire queste due signore se avessero visto quello che l’uomo è in grado di fare all’uomo attraverso le foto presentate ieri da Alganesch.  Penso che, finché la razza umana non sarà in grado di rispettare sé stessa, non si potrà mai pretendere che rispetti le altre forme di vita.

Che la razza umana sia in grado di rispettarsi io lo credo, che spesso non lo faccia purtroppo lo constato. Ecco perché lavorare insieme.

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