Archivio per 27 dicembre 2011

Il Bhutan e la Felicità Interna Lorda (FIL)

Il  Regno del Bhutan è un piccolo stato montuoso dell’Asia nella catena himalayana. La sua attuale forma di governo è una monarchia costituzionale ed il reggente è Jigme Khesar Namgyel Wangchuck.

Questo regno negli anni 70, grazie all’allora monarca Jigme Singye Wangchuck, cominciò a far sviluppare la propria economia in relazione non più al Prodotto Interno Lordo (PIL), ma bensì alla Felicità Interna Lorda (FIL). Il PIL non è altro che la produzione complessiva annua di prodotti finiti e servizi all’interno di una economia quantificata in termini monetari.

Nel FIL vi è incluso il benessere spirituale e la preservazione dei valori culturali e dell’ambiente fisico. Per il re il PIL non prendeva assolutamente in considerazione variabili che invece dovevano essere prese in considerazione in quanto il benessere non può essere costituito intrinsecamente da una mera crescita economica, bensì dalla felicità.

Il FIL pone la persona al centro dello sviluppo, riconoscendo che l’individuo ha bisogni non solo di natura materiale, ma anche spirituale ed emozionale. Esso infatti si basa su 5 parametri:

 

– lo sviluppo umano

– la governance

– lo sviluppo equilibrato ed equo

– il patrimonio culturale

– l’ambiente e la sua conservazione

 

Solo rispettando questi parametri per il Bhutan è possibile garantire : indipendenza, sovranità e sicurezza.

Il Dalai Lama è un convinto sostenitore della FIL. A questo proposito ha dichiarato: «Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso ad una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità».

Il benessere quindi è più importante dei consumi. La felicità è da intendersi, non tanto come sentimento in sé, quanto come percezione di un equilibrio globale. E’ un dato di fatto che il PIL invece non ci dica niente al riguardo del vero benessere di una persona e niente riguardo alle relazioni umane che è in grado di instaurare. Se una persona consuma ciò non è affatto indice del fatto che stia bene, anzi solitamente è proprio quando si nutre un disagio che si consuma di più, quasi come tentativo di colmare un vuoto (il cosidetto “shopping terapeutico” che di terapeutico però ha ben poco).

Il PIL promuove un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata cosa che in natura non è possibile perché le risorse a disposizione sono limitate e sostiene che il benessere si poggi sul denaro.

“Sono ricco” non equivale a “sono felice”. La  ricchezza è facilmente misurabile, la felicità (intesa come equilibrio biopiscosociale) non lo è, ma non per questo è cosa impossibile (l’esperienza del Bhutan ce lo insegna) e di certo è più utile è aderente alla realtà.

In un periodo dell’anno come questo dove il consumismo esplode, forse fermarsi a riflettere su cosa ci rende realmente sereni( se l’eventuale dono ricevuto/offerto o la persona e la relazione che sta dietro a quel dono) può avere ancora maggiore senso.

Il reportage di Novaradio sul Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti.

Qui di seguito riporto il link di una intervista del 7 Dicembre 2010 fatta da Novaradio sul Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (C.A.M.)

Intervistati:

Alessandra Pauncz, psicologa, presidente C.A.M.

Mario De Maglie, psicologo, psicoterapeuta, coordinatore C.A.M.

 

http://podcast.novaradio.info/?p=1762

“A MIA MADRE” poesia di Ilaria Drago contenuta in “Dalla Pelle al Cielo”

Madre!

Madre mia, ceppo di legno riarso

incenerita a forza di insulti e bestemmie

grembo covo di paglia e mani di latte…

 

Fammi come il sole

quando gronda giù a cascate di luce

si riverbera nell'armonia ondosa delle colline

le infiora!

 

Madre!

Madre mia, sacrificata e santa

come Dio a mettere giù figli e come Dio

a vederli morire autunnali e spogli…

 

Fammi come l'acqua

quando dai fiumi spinge a mare la memoria

di quelli che l'hanno bevuta, di chi non l'ha avuta

delle bestie che l'hanno attraversata

a guado lento!

 

Madre!

Madre mia, d'ossa battenti convulse di ricordi

radice di carne curvata nella terra

occhi nella bocca a masticare promesse…

 

Fammi come la vita tutta

quando dissoda dal pianto la semenza del risveglio

perchè non sia genuflessa scordata

ma innesto d'Amore imène sconfitto

nella polpa futura della Storia!

“Da persona ad individuo oltrepassando il concetto di paziente e cliente”

Nella sua attività clinica, lo psicologo si trova a dover dare, a colui che usufruisce della sua prestazione, un termine generico con il quale indicarlo.

In principio il termine fu mutuato dalla pratica medica e si considerò normale e ovvio utilizzare la definizione di paziente. La parola deriva dal latino patiens, participio presente del verbo deponente pati e significa “sofferente” o “che sopporta”.  Colui che arriva dallo psicologo è sofferente/sopporta e logica vuole che, se arriva a chiedere un aiuto professionale, è realmente portatore di un disagio consapevolizzato. Il termine paziente ha comunque implicitamente una valenza passiva e nel linguaggio italiano corrente la pazienza può riguardare appunto una sopportazione in cui si controlla la propria emotività, considerando ciò quasi una qualità. Non necessariamente però chi usufruisce di un aiuto psicologico deve “pazientare”  ossia non necessariamente deve controllare la sua emotività o sopportare una sofferenza per rendersi virtuoso, anzi sappiamo bene che spesso si lavora in una direzione contraria a questo.

Il primo a criticare apertamente l’utilizzo della parola paziente è stato Carl Rogers che ha preferito sostituirla con la parola cliente. Rogers ha avuto il merito di evidenziare i limiti impliciti nel termine paziente con la conseguenza diretta di bandirlo completamente dal suo approccio perché non congruente con la sua visione della relazione terapeutica. Il termine cliente ha una accezione sicuramente più attiva e più di assunzione di responsabilità da parte di chi richiede un aiuto professionale per un disagio mentale. Non sono “succube di un trattamento su cui non ho alcun controllo”, ma partecipo attivamente al trattamento di cui ho sentito la necessità. Indiscutibile il merito di Rogers di aver criticato la visione dominante della terminologia classica. Il termine cliente è però un termine che non mi ha mai soddisfatto completamente e sono andato a guardarne l’etimologia.

Cliente deriva da cliens participio presente di cluere che significa “obbedire” “prendere ordini”. Nell'antica Roma i clienti erano persone che, rinunciando ai propri diritti, si sottomettevano ad un patrono per averne la protezione. Se poi vogliamo mettere momentaneamente da parte l’etimologia e vogliamo concentrarci sul significato attuale della parola cliente ho trovato su www.dizionario-italiano.it:

  • chi , con regolarità, compra da uno stesso negoziante o si vale dell’opera di un professionista;
  • nell’antica Roma, chi si poneva al servizio di un cittadino potente detto patrono;
  • (in senso figurato) chi, per interesse o altro motivo, si pone al servizio di qualcuno.

Quindi possiamo notare che, oltre al significato originario di “sottomissione”, è in primo piano un significato commerciale del termine e del resto non credo che ci sia bisogno di andare a fare ricerche specifiche perché la parola cliente non evochi nel nostro immaginario: economia, marketing, profitto, vendita  e altro  che sappiamo benissimo spesso essere guidato da logiche che fanno degli interessi non necessariamente diretti al benessere degli uomini (non di tutti almeno).

Né l’uno, né l’altro significato sono, a mio parere, utili a definire le logiche che guidano il mio lavoro nei confronti di chi mi richiede una prestazione psicologica.

Esaminiamo il termine persona. In ambito filosofico una persona è un essere che ha coscienza di sé ed è in possesso di una propria identità. Detto così il termine comincia a diventare convincente, ma andiamo avanti. Il termine persona deriva dal latino persona  parola utilizzata per indicare la maschera che gli attori utilizzavano durante le rappresentazioni teatrali dell’antica Roma e questa aveva un collegamento diretto con il ruolo recitato dall’attore. E’ possibile pensare a colui che richiede un aiuto psicologico come ad una persona con una maschera/ruolo che contribuisce al suo malessere?

Proprio secondo Rogers per appagare il bisogno di considerazione positiva da parte degli altri e quindi per essere amato, il bambino percepisce come bene non più quello che giudica lui come bene, ma quello che i suoi genitori giudicano come tale e pensa che ciò che invece sente sia "cattivo" perché  lo allontana dall'approvazione e dall'amore dei suoi. Vengono così introiettati come propri giudizi che invece vengono dall'ambiente esterno e si rinuncia al proprio spontaneo metro di giudizio, alla saggezza del proprio organismo. Si crea una incongruenza tra i propri valori e i nuovi valori introiettati e questa incongruenza può  essere fonte di disagio psicologico. Possiamo pensare al malessere dell’uomo come alla maschera che ha dovuto indossare per far fronte alla vita e per sopravvivere?

Supponiamo allora che colui che arriva dallo psicologo vi arrivi come persona ossia come essere cosciente in possesso di una identità, ma che non abbia un accesso diretto a sé stesso in quanto portatore di una maschera/ruolo che gli causa malessere.

Esaminiamo ora il termine individuo. Esso deriva dal latino individuum che possiamo tradurre con “particella indivisibile” o “cosa unica”, quindi indica ciò che non può essere diviso senza perdere le sue particolari caratteristiche. Ogni individuo possiede qualità che lo portano verso la sua unicità intesa anche a livello relazionale. Specifico che il termine individuo può riferirsi anche a qualsiasi ente costituente una collettività, ad esempio un animale, ma limitiamoci volontariamente alla donna/uomo.

In biologia l’individuo è originale, ossia non esistono due individui identici ed è solidale, ossia tutte le sue parti sono interdipendenti e cooperano per la vita dell’insieme.

In I and Thou ("L'io e il tu")], Martin Buber presenta l'individuo come qualcosa che cambia al variare delle circostanze con il quale esso si relaziona con il mondo esterno; ciò può avvenire in due modi. Nel rapporto "io-esso", l'individuo si relaziona con il mondo esterno in termini di oggetti che sono da lui separati (un "lui" che guarda un "esso"). Nel rapporto "io-tu" l'individuo ha invece un legame personale con l'esterno, e si sente quasi una parte di ciò con cui è relazionato; la dicotomia soggetto-oggetto scompare.

Nella concezione buddista l’individuo è una serie di processi interconnessi che, lavorando insieme, danno l’impressione di essere un tutto singolo e separato. Il termine non indica un indivisibile sé, ma un essere interrelazionato di un impermalente universo in continua evoluzione.

Per Sartre l’individuo è importante in virtù della sua autenticità, della sua responsabilità e del suo libero arbitrio. L’individuo (e questo è valido anche per Nietzsche) crea da solo i propri valori non tenendo conto di codici esterni ed imposizioni sociali.

Quindi se l’individuo è un ente in grado di autodeterminarsi sfruttando a pieno le proprie potenzialità/caratteristiche intrinseche potrebbe essere la sua realizzazione lo scopo della terapia? Possiamo dire che il nostro utente arriva da noi come persona e il nostro obbiettivo è quello di trasformarlo in un individuo?

Di certo questi due termini ci coinvolgono in una dimensione più umana rispetto all’utilizzo di  paziente/cliente.

Limiti o stereotipi

Partecipando ad un incontro all’ Ordine degli Psicologi della Toscana sul corretto utilizzo della pubblicità per la promozione della propria professione, ho avuto modo di riflettere su di un tema che, secondo me, ha una sua peculiare importanza.

Il tutto prende il via dalla richiesta, fatta ai partecipanti dell’incontro, di pensare ad una convinzione limitante nella promozione del proprio lavoro e ad una convinzione invece potenziante.

Mi voglio concentrare su ciò che mi è venuto in mente come mia personale  convinzione limitante: dare un sostegno psicologico ad una persona bisognosa dietro la richiesta di un compenso economico può far nascere una sensazione poco piacevole  di “lucrare” sul malessere altrui, anche se ciò si sa benissimo non corrispondere alla realtà.

Sto parlando naturalmente di una mia possibile sensazione che ho definito limitante e quindi intrinsecamente poggiata su delle difficoltà che potrebbero essere di ostacolo allo sviluppo delle mie potenzialità lavorative. Ci voglio comunque fare delle osservazioni e delle precisazioni.

Sono assolutamente convinto che una prestazione in una qualsiasi relazione di aiuto  è una prestazione lavorativa che deve essere retribuita adeguatamente. Non credo neanche possano nascere difficoltà particolari nel farsi retribuire in modo congruo  quando chi usufruisce della prestazione è una persona che può permetterselo. Pensare che però non possa nascere un minimo di disagio nel professionista nel chiedere un compenso a chi è in una difficoltà economica, che magari si sa anche contribuire al suo malessere, può essere forse illusorio. Certamente bisogna essere pagati e certamente si possono anche adeguare i prezzi valutando la situazione economica di ogni singola persona, ma quello su cui voglio riflettere è che, proprio in virtù della particolarità del lavorare con le relazioni di aiuto, questo può essere un momento delicato nel vissuto del l’operatore.

Mi si obbietterà: “In ogni altro tipo di lavoro la professionalità viene pagata ed in genere i professionisti  dei vari settori non si fanno troppe remore se i costi del loro servizio sono molto elevati. Un medico ha la sua parcella e quella è, noi non siamo da meno degli altri, se chiediamo meno ci sottostimiamo, facciamo male alla professione. E’ dequalificante per lo psicologo non esigere ciò che le altre categorie di professionisti richiedono senza difficoltà. Significa allora che lo psicologo è meno professionista? Assolutamente non bisogna dare questa immagine! “ Vige inoltra la regola : più pago migliore è il servizio al quale accedo. Se questo psicologo si fa pagare 100 offrirà sicuramente un servizio migliore di quest’altro che invece chiede 50 **

Sono tutti argomenti condivisibili, ma quello che mi chiedo e chiedo a tutti coloro che possono essere stati o sono impegnati in relazioni di aiuto, non a titolo di volontariato: “Siamo sicuri che un professionista, formato per lavorare valorizzando le relazioni umane e che conosce da vicino il disagio psicologico, non ponga, per forza di cose, alla base dei propri interventi un’ attenzione a tutte quelle che possono essere le difficoltà della persona, nessuna di esse esclusa, e quindi non possa nascere una dissonanza sapendo che il proprio onorario può contribuire ad un disagio reale della persona?

Non è pensabile operare gratuitamente, non ho in mente soluzioni diverse da come in linea di massima si è soliti comportarsi, quello che però mi colpisce e che mi trova in disaccordo è come, quando si parla di questo argomento, le reazioni dei “più esperti” sono del tipo: “Devi imparare a valorizzarti di più” come se il problema fosse un problema di autostima dell’operatore. Sembra quasi che dire semplicemente:” E’ una cosa che mi risulta difficile, anche se non nutro dubbi sulla sua inevitabilità” sia una eresia, se lo affermi allora non sei abbastanza professionale o hai una sorta di complesso di inferiorità. Non credo che esplicitare una difficoltà, che, a mio modesto parere, non deve essere poi così rara, porti poi come conseguenza il non saperla gestire.

Lo psicologo non è “più essere umano” del resto del mondo, ma sicuramente ha una capacità di ascolto e di empatia più matura e spontanea ed è naturale che queste vengano comunque sempre fuori in tutte quelle che possono essere le dinamiche con l’utente.

Faccio il mio lavoro per passione perché credo fermamente in quella che Carl Rogers chiama tendenza attualizzante dell’individuo ed è mio reale interesse che chi assisto possa trarre un vantaggio da quello che insieme costruiamo. Ciò non toglie che la vita ha un costo e che il mio lavoro mi deve permettere di fare fronte a questo costo. Ciò non toglie però anche che ci siano situazioni particolari in cui non è facile lavorare con un disagio dietro un compenso economico, ma nel consapevolizzarlo e nel parlarne non ho una mancanza di stima o di valorizzazione nei confronti di me stesso come professionista, sono semplicemente umano e voglio essere libero di sentirmi un essere umano senza per questo credere di essere in difetto.

 

 

** Questo può essere sicuramente valido in molti casi, ma è anche una regola basata su un costrutto mentale perché non necessariamente può trovare oggettivamente riscontro. Credo che ognuno di noi, nel corso della propria vita, possa aver usufruito di ottimi servizi a basso costo e di pessimi servizi ad alto costo. Stiamo attenti a non essere troppo rigidi cullandoci negli stereotipi. La positività di un intervento e/o di una prestazione devono avere come primo parametro di efficacia il risultato ottenuto e non il prezzo pagato per quel risultato.

“Il cacciatore di anime” di Virginia Spada

Il cacciatore di anime è un altro libro su cui voglio spendere alcune parole per invogliare ad avvicinarsi a questo romanzo. L’ autrice, Virginia Spada, ci parla di una storia di violenza.

Una donna, dopo un brutto incidente che la debilita temporaneamente, incontra un uomo che sembra darle la forza per riappropriarsi della sua vita. All’inizio tutto sembra andare bene, poi con il passare del tempo la violenza prende possesso della scena. Non si trattava del principe azzurro.

La storia chi vorrà potrà leggerla, ciò che mi interessa sottolineare sono sempre le capacità degli autori di raccontare e di far vivere. Questa è una storia che nelle sue linee generali può essere stata vissuta da tante donne: il sogno che si tramuta in incubo, un vortice in cui le certezze vengono implacabilmente  distrutte, la solitudine e l’incomprensione degli altri, i sensi di colpa perché ci si sente responsabili per come si comporta lui. Una menzione tutta sua merita la maternità, in quanto costituisce spesso un serbatoio inesauribile di energia, anche quando non sempre si è in grado di gestirla nel modo più funzionale.

L' atteggiamento dell’uomo di questo romanzo è quello tipico di tanti uomini che non si rendono conto del dolore che provocano, sono troppo concentrati sul loro io per fare spazio all’altro. Quando la donna reagisce veramente ed alza la testa possono arrabbiarsi ancora di più o diventare agnellini imploranti in un ciclo che mai vedrà probabilmente la fine, se uno dei due non sarà in grado di chiedere un aiuto concreto e di uscirne.

Il voler bene ad una persona non finisce di punto in bianco.La donna ama l’uomo, ha fiducia che le cose cambieranno se sarà lei a cambiare ed è la peggiore delle trappole. L’ uomo può anche  realmente volere bene alla donna, ma non ha strumenti che gli consentano di uscire fuori dalla sua paranoia, dalla sua mancanza di empatia, dalla sua incapacità di esprimere i suoi sentimenti in modo non distruttivo.

Facile dire: “Come si fa ad amare una persona che ci fa del male, che ci lascia lividi nel corpo e nella mente?” Facile dire: “ A me non succederebbe mai”. Virginia ci aiuta a capire che di facile non c’è niente, se non la capacità di dare giudizi frettolosi. Lentamente ed inesorabilmente le cose cambiano ed in quel lentamente va ricercato il motivo per cui non ci si rende conto dei mutamenti critici nella relazione, mentre in quell’inesorabilmente va ricercato il motivo per cui non è possibile sottrarvisi, almeno inizialmente.

La protagonista vivrà la sua storia per quella che è, ne pagherà il prezzo senza alcuno sconto ed è quello che non di rado accade. Non possiamo che esserle vicini mentre esce da un tunnel la cui fine sembra sempre così vicina, ma per cui l’ultimo passo sembra non arrivare mai.

Ah, sapete perché la storia sembra davvero così reale? Lo è!

 

Dal libro:

 

“Potete pensare che le prigioni siano fatte di pareti spesse e di sbarre alle finestre, di lunghi veli neri che nascondono anche il battito dei cuori, però a volte sono fatte solo di pensieri e di silenzio. Non conoscete queste prigioni? Non mi credete? Venite allora, vi presento la mia.”

L’aiuto al familiare maltrattante: esperienze e percorsi metodologici

Sono stato presente a Genova il 12 Dicembre nell'ambito del convegno "L'aiuto al familiare maltrattante: esperienze e percorsi metodologici" con l'intervento " Ho un lupo in gabbia e questo lupo ha le chiavi: esperienze di due anni di colloqui con uomini che agiscono violenza.

Ecco la brochure del seminario:

http://www.omceoge.org/home3/dmdocuments/brochure%20maltrattamento%20ott_nov.pdf

“Le immagini che non vorremmo vedere, le storie che non vorremmo sentirci raccontare”

Sono reduce dal Convegno sulla Violenza di Genere che si è tenuto ieri 9 Dicembre a Carrara.

Il convegno è stato ben organizzato, molta la gente presente e soprattutto significativa la percentuale di uomini in sala, cosa da non sottovalutare, in quanto purtroppo la tematica è notoriamente meno sentita dal genere maschile.

Fatto questo preambolo, mi preme subito parlare di quello che ho visto e che mi ha colpito e mi riferisco all’intervento di Alganesh Fessaha Premio per la Pace contro la violenza internazionale.

Alganesch, di origine eritrea, si occupa di aiutare i profughi africani che cercano di arrivare sulle coste europee e per farlo devono attraversare territori molto pericolosi dove spesso vengono catturati da organizzazioni criminali. Le donne vengono violentate quotidianamente e gli uomini torturati in modi crudeli e feroci, finché non esalano l’ultimo respiro

Le immagini di Alganesch parlavano di queste torture in modo esplicito. Potrei dire che fossero immagini che arrivavano dritte al cuore, ma sarebbe limitativo, queste immagini il cuore lo straziavano, il cuore lo annientavano. I miei occhi più volte mi chiedevano una tregua, mi chiedevano di girare la testa qualche secondo per non vedere ciò che stavano vedendo e a volte non ho potuto dir loro di no.

Si, lo sappiamo che il mondo è quello che è, che la gente muore di fame e miserie, che le ingiustizie sono tante, ma finché non lo vediamo è un sapere che riguarda solo la testa e non scende in pancia, è un sapere che ci permette comunque di vivere le nostre giornate pensando che la vita è questa, punto e basta. Forse non è neanche ipocrisia, forse è puro e semplice adattamento, ma quando vediamo la tragedia dell’uomo qualcosa cambia repentinamente.

Una sala muta e attonita guardava immagini di uomini mutilati e con i corpi straziati, visi dai quali era stata tolta ogni fisionomia, uomini trattati come carne da macello, corpi con aperture dalle quali erano stati estratti gli organi per farne commercio, immagini per cui le parole non sono ancora state inventate, perché c’è un limite all’espressione verbale della sofferenza, superata una certa soglia si può solo sentire il suo urlo silenzioso e sperare che ci risparmi, almeno noi. Noi che vogliamo continuare a sapere senza sapere, a vivere una nostra personale sofferenza, ma lontani dalla tragedia umana.

E chi eravamo noi in sala, se non persone che guardavano delle semplici immagini? Persone che vedevano comunque l’obbrobrio dell’uomo solo attraverso un canale indiretto. Non vedevamo la realtà, ma solo una sua rappresentazione ed ecco perché mi sentivo piccolo e impotente ed ho ammirato chi quella realtà non la guarda solo attraverso le foto, ma la guarda e l’affronta in faccia, prima tra tutti questa donna straordinaria Alganesh Fessaha.

Alganesh ha parlato di donne e di uomini, ma le immagini più crude riguardavano proprio gli uomini e quando qualcuno le ha chiesto come mai non avesse inserito immagini crude anche di donne, in un convegno sulla violenza di genere, la nostra ha risposto che la violenza non ha genere.

Stamani ho vissuto uno stato di dissonanza molto forte. Il mio cane, un amabilissimo bassotto, era da due giorni che non stava bene e rientrato a Firenze ho dovuto portarlo dal veterinario. In sala d’attesa ho ascoltato la conversazione di due signore che parlavano dell' amore per gli animali e della crudeltà dell’uomo nei loro confronti e accennavano alle condizioni disumane o forse meglio dire “discanine” a cui queste povere bestie erano sottoposte in alcuni canili. Si, è vero, sottoscriverei molto di quello che hanno detto e non c’è cosa che non farei per la salute ed il benessere del mio cane, ma mi sono chiesto cosa avrebbero potuto dire queste due signore se avessero visto quello che l’uomo è in grado di fare all’uomo attraverso le foto presentate ieri da Alganesch.  Penso che, finché la razza umana non sarà in grado di rispettare sé stessa, non si potrà mai pretendere che rispetti le altre forme di vita.

Che la razza umana sia in grado di rispettarsi io lo credo, che spesso non lo faccia purtroppo lo constato. Ecco perché lavorare insieme.

“Dalla pelle al cielo” di Ilaria Drago

In questo post voglio parlare di un libro che ha qualcosa da dire e qualcosa da insegnare: “Dalla pelle al cielo” di Ilaria Drago”.

Un romanzo che narra la storia di un’ adolescente, dai 12 ai 14 anni, attraverso la voce della stessa ragazza, usando l’espediente del diario. Il diario di un’adolescente ha i toni, le emozioni  ed i pensieri che competono a questa età che tutti ben conosciamo per esserci quantomeno passati.

La ragazza è vittima di un abuso sessuale perpetrato dal padre ed il diario è il racconto, non solo della violenza, ma anche di tutto quello che essa comporta nella vita della protagonista e dei suoi affetti più cari: una madre inizialmente ignara dell’abuso sessuale e che subisce essa stessa violenza fisica, una amica di famiglia che diventa l’angelo custode della ragazza, una nonna iperprotettiva  e minimizzante nei confronti del figlio abusante, il primo ragazzo con cui nasce un’intesa ed un tenero affetto.

La storia, per come è e per come si sviluppa e si conclude, la lascio a chi vorrà leggere il libro, quello su cui vorrei invece soffermarmi è la capacità dell’autrice di cogliere, in modo convincente e profondo, il mondo emotivo dei vari personaggi e quindi di riuscire a dare una idea reale di cosa la violenza significhi per chi nel corso della vita si trova a dovervi fare fronte. Il dolore fisico ed emotivo di una moglie che subisce violenza e il dolore di una figlia che vede trasformarsi in incubo colui che dovrebbe garantirle protezione e sicurezza e come queste due realtà interagiscono tra di loro sono parte viva e pulsante del diario. Chi ha confidenza con storie di violenza non può che constatare la verosimiglianza del tutto, unita ad una capacità di espressione di cui non tutt* sono in grado.

Ilaria Drago non si limita soltanto a narrarci di una storia cruda e difficile da digerire con maestria, ma lo fa anche con poesia. Si, il romanzo è una poesia continua della sofferenza e della capacità di farvi fronte, è un inno a “non lasciarsi andare,nonostante tutto”. La protagonista vede la sua vita annientata dalle scelte dei suoi genitori, ma continua a vivere e sperare che ci sia una ragione, perché non vuole arrendersi all’odio, lei che ne avrebbe tutti i motivi per lasciare campo libero a questo sentimento.

E lui? L’uomo, il carnefice, il pedofilo? L’ho tenuto per ultimo appositamente. Ilaria, con poche pennellate, riesce ad indagare anche sulla psicologia di questo “padre snaturato” e a farci capire che è solo un anello di una catena e che è figlio della sua storia. Non ci sono giudizi su quest’uomo perché il giudizio sarebbe inutile, ci allontanerebbe dalla comprensione e la comprensione è forse l’unica cosa che può mitigare il dolore o forse, più modestamente, dargli un minimo di senso. Per me, che lavoro con uomini autori di violenza, è stata un’attenzione al personaggio molto apprezzata. Nel momento in cui giudico mi allontano dalle esigenze della persona e se mi allontano dalle sue esigenze essa non ha motivo per cambiare( mi riprometto di parlarne meglio prossimamente sulle possibilità di cambiamento degli uomini autori di violenza)

Mi diletterò prossimamente a lasciare sul blog alcune delle poesie che Ilaria Drago ha donato alla penna della sua protagonista perché possano invogliare a conoscere meglio un libro che dovrebbe essere nelle librerie di tutt* gli operator* che si occupano di violenza domestica. Spesso solo le forme artistiche riescono a rendere delle idee con la chiarezza che nel quotidiano può avere difficoltà a trovare il suo spazio e la scrittura di questo romanzo, a mio parere, è semplice arte.

Chiudo il post con una parte finale del libro, è la protagonista che scrive:

 

…perché io non mi arrendo al fatto che non vi sia una ragione per tutta questa furia e vendetta e rancore. Non mi arrendo al fatto che non vi sia una ragione che assolva mio padre. Una ragione che assolva mia madre. Una ragione che assolva me. Ci deve essere! Perché questo odio non lo voglio. Perché se sopravvivo, non voglio diventare come questa montagna di ferite. Perché c’è e ci deve essere il modo che questa vita sia un paradiso. Che non sia solo un groviglio d’esistenze pronte alla carneficina. Perché non accetto più che si deleghi ad altri la propria salvezza, la propria felicità. (grassetto mio)

 

Buona lettura

P.S. Il libro non si trova facilmente in libreria(ed è un peccato).Contattarmi se qualcuno vuole comprarlo ed io contatterò a mia volta l’autrice per sapere delle modalità di ricezione del romanzo.

Siamo lontani da una “Economia Centrata sulla Persona”

Una "Economia Centrata sulla Persona" è davvero possibile? Quello di cui mi propongo di parlare in questo post è un'argomento che viene più volte ripreso da una schiera di nicchia di giornalisti che, seppure non sempre conosciuti al grande pubblico, hanno sicuramente colto nel segno i mali del nostro tempo. Ne cito uno su tutti, Massimo Fini alla cui lettura dei saggi rimando per approfondire tematiche che qui, nel mio piccolo, potrò affrontare in modo meno professionale perchè non sono nè un giornalista nè un saggista, ma solo una persona pensante. Per professione invece mi occupo degli aspetti sociali e psicologici delle persone, in modo individuale, attraverso i colloqui clinici, ed in modo collettivo, attraverso riflessioni che proprio dai colloqui nel loro insieme nascono, oltre che dalla pura e semplice osservazione della realtà attuale.

Cosa intendo per una "Economia Centrata sulla Persona"?

Nell'ambito delle scienze sociali l'economia – dal greco οἱκονομία composto da οἶκος (oikos), "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος (nomos), "norma" o "legge" e quindi "regole della casa" ma anche, più estensivamente, "gestione del patrimonio", "amministrazione"– è la scienza che analizza la produzione, lo scambio, la distribuzione ed il consumo di beni e servizi. (tratto da wikipedia)

Rifletto sulla prima definizione "regole della casa" in quanto la casa è il primo luogo dove l'individuo dovrebbe sentirsi più a suo agio, esprimendo al massimo la sua intimità e sarebbe  quindi necessario che queste regole lo permettano sempre e comunque. Allo stato attuale però le regole che gestiscono l'economia non permettono all'individuo di stare comodo in questa casa e spesso, oserei dire, anche quando si ha l'impressione di stare comodi ,questa impressione nasce da un'adeguamento passivo a modelli di vita che sono stati imposti attraverso i media, le campagne pubblicitarie, l'utilizzo distorto e opportunistico della tecnologia. Un lavoro lungo e datato che ha portato i suoi frutti velenosi.

Potrei fare molti esempi su "come si stava meglio, quando si stava peggio", ma ne riporterò due in particolare, entrambi ci toccano da vicino.

Il primo è la casa. Nei tempi passati, prima della rivoluzione industriale tutti, anche i servi possedevano delle mura di loro proprietà o comunque concesse loro per la durata della loro vita. Anche senza andare troppo indietro nei tempi, i nostri genitori hanno quasi tutti una casa di proprietà. Oggi trovare persone al di sotto dei 40 anni che abbiano una casa di proprietà diventa sempre cosa più rara. La casa non è più un diritto, ma un lusso.

Il secondo è il disagio mentale. Il disagio mentale non era cosa sconosciuta nei tempi passati, ma era un qualcosa che si collocava principalmente nell'ambito di una qualche disfunzione biologica, c'era il ritardo mentale o altre forme di malattia che riguardavano un malfunzionamento da ricercare all'interno del cervello della persona. C'era quello che con una espressione colorita, ma poco simpatica era definito "lo scemo del villaggio".  Tutta la sintomatologia ansiosa e depressiva che caratterizza l'epoca in cui viviamo era, prima della rivoluzione industriale, ai più sconosciuta. Questo significa che le difese psicologiche della persona sono state pesantemente attaccate ed il disagio è un qualcosa che può più facilmente colpire dall'esterno, dal modo di vivere la vita, un interno sano ossia un individuo normodotato. Se si sta psicologicamente peggio se ne deduce che la direzione presa ha in sè qualcosa che non funziona. Abbiamo vissuto secoli senza che le persone dovessero ricorrere all'utilizzo di psicofarmaci e si viveva comunque una vita che solitamente viene ritenuta più dura e con meno comfort; oggi l'abuso di psicofarmaci è un dato di fatto.

Viene venduta, come primo prodotto, la certezza che più si ha e meglio si sta e, nonostante potremmo accorgerci noi per primi, sulla nostra pelle, che le cose non stanno in questo modo, la maggiorparte delle persone non lo fa perchè non gli è stato mai insegnato a farlo o peggio ancora gli sono state scientemente tolte le potenzialità per farlo. Il prodotto che ci vendono non è un classico "soddistatti o rimborsati", ma un più subdolo "soddisfatti sempre e comunque", ma è un prodotto appunto, un qualcosa di costruito che in natura non esiste.

La persona "acquista" valore per il sistema semplicemente in virtù del suo potere di acquisto e della sua aderenza al paradigma: "produci, consuma, crepa".

Sia chiaro che di questo sistema io per primo me ne dichiaro vittima e non sempre sono in grado di operare scelte all'altezza delle mie riflessioni, ma è un lavoro che spero di migliorare con il tempo.

Tornando alla domanda iniziale una economia centrata sulla persona è una economia che mira a soddisfare i bisogni reali della persona e non quelli creati ad arte, è una economia dove il denaro viene visto come quello che dovrebbe essere ossia un modo per agevolare gli scambi e quindi non un icentivo all'accumulo di esso per un desiderio fine a se stesso.  Il dono e lo scambio, in epoche passate, si sono rivelati strumenti assai più efficaci del denaro. In una economia centrata sulla persona i beni basilari devono essere garantiti a tutti e per beni basilari intendo anche semplicemente il tempo che va restituito alle persone perchè possano coltivare i loro affetti ed i loro interessi. Se tutto questo sarà possibile, lo sarà solo nella misura in cui ne prenderemo consapevolezza e agiremo di proposito.

Ripeto che tutto questo è spiegato molto meglio di quanto lo possa fare io da molti autori, ma questo post vuole essere solo un personale tributo alla tematica.

"Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada" da Il discorso tipico dello schiavo di Silvano Agosti di cui sotto metto il link:

 

http://www.youtube.com/watch?v=5YANjIKfNEo