Archivio per 21 febbraio 2012

Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere (parte 2)

La biologia  fissa le precondizioni della sessualità umana, ma non ha ruolo nel determinare i modelli della vita sessuale e i modelli della differenza, questo ruolo è di competenza della cultura e della società in cui la persona vive. Alla luce di quanto esposto ora e nel primo post possiamo affermare che ciò che gli uomini e le donne sono e le relazioni che si instaurano tra di loro non risultano semplici dati biologici, ma principalmente il risultato di precisi e specifici processi sociali. Il genere equivale alla struttura dell’agire sociale ossia al modo in cui sono ordinate specifiche prassi sociali all’interno di un sistema di relazioni ben definite, ossia le relazioni tra i sessi. Ora acquista un senso la frase:

 “Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere

La realtà sociale inoltre risulta contraddistinta dal potere, cioè dalla capacità di strutturare, dominare e guidare i meccanismi e i campi fondamentali per la gestione simbolica e materiale dell’organizzazione sociale secondo molteplici strategie, visibili e non.

Il processo storico-sociale della cultura occidentale è stato caratterizzato dall’imposizione di un sistema patriarcale fondato su una netta asimmetria nei rapporti sociali di genere, ponendo il maschio come soggetto universale che ha il potere e la capacità di costruire il mondo e la realtà a partire da sé, ostacolando la possibilità del femminile di trovare differenti categorie per autorappresentarsi.

Il femminile ha così dovuto limitare i suoi spazi di vita in relazione all’affermazione del potere maschile, venendo privato di molte delle sue potenzialità nel campo della sfera pubblica, della produzione del sapere, della politica etc…

Il maschile invece si è autoimposto un ruolo di dominio e di mantenimento di questo dominio che ha avuto anche esso i suoi costi ( “il dover essere un vero uomo/maschio” di cui parlerò ).

Sappiamo bene che ciò che in una determinata società si configura come prevalente, appropriato, “normale” potrebbe non esserlo o non esserlo stato in altri tipi di società e lo stesso vale riguardo alle categorizzazioni di genere.

“Normale” non è altro che un dato statistico, si considera “normale" ciò che pensa o che fa la maggior parte della gente, ma ciò non implica la correttezza e la naturalezza dei pensieri e dei comportamenti di coloro che costituiscono una maggioranza a scapito di coloro che costituiscono una minoranza.

Non è possibile utilizzare categorie universali e immutabili o criteri validi in tutte le culture riguardo alla mascolinità e alla femminilità.

L’idea di maschile/femminile non è valida allo stesso modo in ogni tempo ed in ogni luogo.

Anche oggi mi fermo qui per non appesantire troppo il post, ma continuerò l'argomento.

Il dubbio che l’essere nata femmina in qualche modo mi avesse azzoppata

Una delle tante frasi che ieri sera mi hanno lasciato qualcosa dentro, qualcosa da potermi portare via per farne materia di riflessione, esercizio di intelletto ed esercizio di emozioni.

Parlo del concerto poetico di Ilaria Drago su Simone Weil che si è tenuto ieri sera a Firenze all’ Exfila.

Simone Weil (1909-1943) è stata una attivista, filosofa e mistica francese, sorella del matematico Andrè Weil, collaboratore di Einstein (il genio era dote familiare). Il suo pensiero, ma soprattutto la sua vita hanno testimoniato il suo amore verso gli altri e principalmente verso gli oppressi. Nonostante un fisico debilitato sin dalla nascita, Simone fece esperienza diretta, per scelta, della vita operaia lavorando nelle fabbriche metallurgiche di Parigi nell’inverno 1934/1935. Non voleva parlare delle condizioni degli operai, di cui si occupò nei suoi scritti e nelle sue teorizzazioni, senza conoscerle realmente.

Nel 1936 Simone andò in Spagna dove si unì agli anti-franchisti nella guerra civile spagnola. In seguito si recò  anche nella Germania nazista, nonostante fosse ebrea, per capire come Hitler avesse potuto prendere il potere. Si dovette poi rifuggiare a Londra e morì nel sanatorio di Ashford, a soli 34 anni, a causa di un fisico che non poteva stare al pari del suo pensiero e del suo attivismo. Sempre pronta a schierarsi dalla parte del popolo, fece sua la sofferenza dei più deboli non solo in modo spirituale, ma carnalmente materiale

Estrema la sua concezione religiosa, di lei hanno detto che ha fatto diventare cattolici molti non cattolici e molti non cattolici cattolici. Tanto profondo era il suo amore verso Dio, quanto profonda era la sua avversione verso la chiesa, istituzione umana priva di ogni reale contatto con il divino.

Una donna straordinaria, una donna assoluta di cui fino a ieri conoscevo poco o nulla

Non meno straordinaria e assoluta Ilaria Drago che è riuscita a regalare al pubblico momenti supremi di arte poetica e di teatro in un' ora piena di emozioni. La mimica dell’artista accompagnata da un sapiente uso delle luci e la forza dei suoi testi, liberamente ispirati alla vita e alle opere della Weil, toccavano delle corde che continuano a vibrare a distanza di parecchie ore dallo spettacolo.

Non è la prima volta che apprezzo il talento di Ilaria Drago (vedi recensione “Dalla Pelle al cielo”). Sul palco Ilaria sa trovare i vuoti in ognuno di noi e riempirli con la forza della sua abilità teatrale e della sua passione. Le sue parole danzano nell’aria, si incontrano e formano poesie che puntano dritto al cuore e qui mettono radici, non è più possibile fare come se non si fossero mai incontrate. Ilaria mette in moto un confronto con sè stessi e le proprie concezioni, mette luce a quanto c'è di umano nella vita, ma anche a quanto c'è di disumano.

E’ di poche ore fa la morte di una grande artista della musica Whitney Houston, una donna che deve molto del suo successo alle sue qualità vocali che però sono state indipendenti dalla sua volontà. Dopo aver conosciuto ieri qualcosa di Simone Weil che deve invece tutto alla sua forza di volontà e che ha deciso lei che direzione dovesse prendere la sua vita, non evitando dolori e sofferenze che avrebbe potuto evitare, il paragone mi tuona in testa e beh mi spiace, ma, pur nel rispetto che ogni morte di una persona comporta, io preferisco stare nel ricordo di Simone,nonostante la sua morte sia avvenuta ormai 69 anni fa. Una donna che ha dimostrato come il suo essere donna non sia stato un limite, che ha fugato con i fatti i dubbi della condizione femminile intesa come una barriera verso il mondo.

Un augurio ad Ilaria che possa portare sempre più spesso in giro per l’ Italia  ed anche oltre il suo talento. A perderci altrimenti saremo noi.

La parola STUPRO

Pochi giorni fa la Corte di Cassazione ha stabilito che non esiste più l’obbligatorietà della custodia cautelare in carcere per gli imputati di stupro di gruppo. L’obbiettivo è stato quello di ristabilire il principio di uguaglianza tra imputati, sancito dall’articolo 3 della Costituzione. La decisione di custodia cautelare nel reato di stupro deve essere considerata allo stesso modo di qualsiasi altro reato e lo stupro di gruppo non viene più considerato un’ aggravante per stabilire la custodia cautelare.

A ben considerare e leggere il tutto non verrebbe da battere ciglio semplicemente perché anche nel campo delle violenze sessuali deve valere la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. C’è un processo per stabilire se c’è stato il reato sessuale oppure no e non possiamo permetterci di dare per scontata la colpevolezza di nessuno fino a che questa non sia provata indiscutibilmente.

Esprimo idee semplici, quasi banali, eppure su facebook i post che commentavano la sentenza come un oltraggio alla dignità delle donne e delle vittime sono stati innumerevoli. Io per primo mi sono lasciato trasportare dal tutto e, nonostante in genere cerchi di essere molto attento a ciò che pubblico, leggendo i più diversi articoli per farmi un’idea mia, questa volta ho affrettato i passi e mi sono schierato a favore di chi criticava questa sentenza.

In un secondo momento ho riletto le cose con più calma ed ho visionato articoli più esaustivi sull’argomento, capendo che avevo assunto una posizione erronea e che era doveroso ammetterlo e fare dietrofront, ma anche svilupparci un minimo di riflessione.

Ho cercato di capire come mai mi fossi schierato acriticamente contro questa sentenza, non dando conto a degli elementi che pure c’erano e che mi avrebbero dovuto far essere quanto meno più cauto  prima di esprimermi in proposito.

La risposta sta in una semplice parola: “stupro” (accompagnata da altre due: “di gruppo”).

La violazione di un corpo umano senza il consenso di chi in quel corpo ci vive è una delle peggiori esperienze che si possano vivere. La persona viene privata di un qualcosa che potrebbe non recuperare mai più.

Non è mia intenzione trovare delle parole che descrivano il vissuto ed il dolore dello stupro, ma invitare chi mi legge a lavorare con le immagini e le sensazioni che questa parola evoca. Esse sono molto più esaustive di qualsiasi parola. Pronunciate stupro! Cosa vi viene in mente? Cosa avviene nel vostro petto, nelle vostre articolazioni?

Io non so cosa avviene dentro di voi, ma so cosa avviene dentro di me e qui sta la motivazione per la quale non sono riuscito a fare una analisi corretta della sentenza della Corte di Cassazione. L’emotività che la parola stupro mi ha liberato non mi ha consentito di essere oggettivo. Ho inconsapevolmente preferito agganciarmi a chi si indignava a difesa delle vittime, pur non essendoci una corrispondenza con la realtà dei fatti.

Il costrutto mentale che mi ha guidato è stato: “Chiunque affermi di difendere le vittime di stupro le difende realmente” come se appunto “bastasse dirlo” in barba ai fatti oggettivi che possono essere analizzati con una calma ed una riflessione che almeno in me non ci sono stati (se non in questo momento).

Sin da ragazzo, tutte le volte che mi sono “imbattuto nello stupro” leggendo romanzi, saggi e storie vere  oppure  guardando scene di stupro o di tentato stupro nei film mi si accapponava la pelle, il sangue mi ribolliva, la mente mi si offuscava. Quello che questa parola porta con sé è indicibile.

Chiarisco che non è mia intenzione giustificare una mia analisi poco attenta, ho peccato di superficialità. Sto solo cercando di capire a cosa sia dovuta questa superficialità in modo da imparare qualcosa in più su di me e sull’argomento di cui per professione mi occupo e vorrei occuparmi in futuro per capire i miei punti deboli e consapevolizzarli.

Ritengo comunque  importante non fare passare sotto traccia il fatto che viviamo in un paese in cui solo nel 2011 sono state uccise 97 donne da uomini a loro sentimentalmente vicini e che la svalorizzazione della donna è un fenomeno tutt’altro che raro nella nostra esperienza quotidiana. Anche questo non giustifica una superficialità nell’avere approcciato la notizia che ha dato vita a questo post, ma ci aiuta a comprendere come possa essere stato facile farsi deviare in modo disfunzionale.

La retorica che è seguita a questa vicenda su quanto facebook possa servire anche a “linciare” e “disinformare” mi interessa in modo relativo nel senso che dovrebbe essere una cosa ovvia, a prescindere da questo episodio. Bisogna essere coscienti che l’unico modo per farsi una idea propria è leggere i dati in modo oggettivo ed in seguito tenere conto di tutte le opinioni per capire da sé quale è la più vicina al proprio modo di vedere il mondo. Ma questo non riguarda facebook, ma la capacità delle persone di pensare in autonomia. Facebook è uno strumento, e quindi vive di chi lo utilizza. Lo stesso coltello con cui si taglia il pane può servire a far male ad una persona, non lo decide però il coltello, ma la mano che lo afferra.

Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere (parte 1)

“Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere” , imbattutomi in questa frase, durante la stesura di un lavoro sulle differenze di genere, l’ho trovata estremamente esplicativa ed esaustiva per affrontare un argomento nel quale siamo tutt* coinvolt* per appartenere “inesorabilmente”, sin dalla nascita, ad una categorizzazione da cui non si sfugge (femmine/maschi e donne/uomini). La prima “etichetta” con la quale ci viene chiesto di confrontarci è appunto il genere.

L’argomento è ampio per un singolo post, quindi mi riprometto, per ora, di cominciare soltanto e lo faccio chiarendo alcuni punti essenziali.

Cosa significa esattamente” genere”? A chi è abituato a pensare al genere come un qualcosa di scontato e quasi banale nella sua semplice duale categorizzazione (uomo/donna) la frase con cui ho aperto questo articolo può apparire forse bizzarra.

Innanzitutto definiamo che parlare di sesso e parlare di genere sono due cose differenti. A mio avviso, vi viene data poca attenzione. Il sesso è il corredo genetico ossia l’insieme di caratteri biologici, fisici ed anatomici che producono il binarismo maschio/femmina. Il genere invece è la costruzione culturale ossia la rappresentazione, definizione ed incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo biologico e danno vita al binarismo uomo/donna.

In matematica diremmo sesso: natura = genere: cultura.

Il genere quindi va oltre il mero dato biologico ampliandosi a tutta una serie di aspetti in relazione alla cultura e alla società di appartenenza.

Riguardo al tema della differenziazione sessuale sono nati due approcci: l’approccio biologico e l’approccio socioculturale.

Il primo è convinto che sia possibile analizzare le differenze tra maschile e femminile in virtù esclusiva del dato biologico, quindi esse sono naturali e perciò non modificabili. Ciò che devia dallo standard è quindi “anormale” e “patologico” (l’omosessualità è patologica, mentre la rigida divisione dei ruoli tra uomini e donne in cui l’uomo assume una posizione dominante e di potere è naturale). Un vero e proprio salto mortale del pensiero che riduce fenomeni sociali complessi a semplici processi biologici.

L’approccio socioculturale è invece convinto che analizzare le differenze tra il maschile ed il femminile non può ridursi al mero dato biologico, ma deve necessariamente prendere in considerazione gli specifici processi socio-culturali, storici e politico-ideologici. L’essere uomo o donna non può prescindere dal ruolo sociale e dall’interazione sociale e dallo spazio simbolico di costruzione e ricostruzione di significato mediante il quale interpretare la realtà. E’ a livello sociale che si stabiliscono i significati da assegnare alle differenze fisiche. La biologia fissa le precondizioni della sessualità umana, ma non ha ruolo nel determinare i modelli della vita sessuale e i modelli della differenza, questo ruolo è di competenza della cultura e della società in cui la persona vive.

L’approccio socio-culturale è dinamico, non rigido e riduttivo come l’approccio biologico.

Con questa necessaria esplicazione di alcuni termini e concetti concludo questo post per continuarlo, a breve, con ulteriori ed importanti passaggi che mi consentiranno di ampliare l’argomento. Per ora è importante aver chiaro che, se utilizziamo i termini femmina e donna come sinonimi ed altrettanto facciamo con maschio e uomo, cadiamo in errore.