Archivio per 28 marzo 2012

Della nostra vita

Secondo un rapporto dell’ Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) la seconda causa di decessi e di invalidità nel 2020 sarà la depressione, subito dopo le malattie cardiovascolari. Per molti il dato è indubbiamente legato ai legami tra industria farmaceutica e psichiatria in quanto è innegabile che, da quando gli psicofarmaci hanno fatto la loro comparsa sul mercato, il numero di disturbi mentali è andato ampliandosi.

La questione degli psicofarmaci è da tempo controversa e dibattuta, alcuni studi mostrano che dei miglioramenti nelle persone considerate affette da disturbi mentali avvengono anche con dei placebo e molte malattie mentali non esisterebbero, se non ci fossero le medicine create appositamente per curarle.

Non sono uno psichiatra, non prescrivo farmaci e non voglio entrare troppo nel merito di argomenti che non padroneggio con la mia esperienza clinica. Durante la mia formazione mi hanno insegnato che i farmaci possono essere di aiuto in determinate situazioni e lo credo, ma ho anche visto la facilità con cui, a volte, sono stati prescritti ed ho anche visto degli effetti nulli ed inutili, quando non controproducenti, sulle persone.

Ritengo comunque il dato sulla depressione allarmante. Non credo che ci sia bisogno di prolungarsi eccessivamente sul significato di depressione in quanto è un concetto molto ben presente nell’immaginario comune e tutti sappiamo cosa significhi essere tristi e giù di tono, anche se certamente la depressione è qualcosa in più, è un reale disturbo dell’umore che compromette il normale funzionamento di una persona e la sua capacità di adattarsi alla vita sociale per un periodo di tempo consistente.

Il dato, ripeto, è allarmante, ma fondamentalmente non mi lascia particolarmente stupito, preoccupato si, ma non sorpreso. D’altronde non posso non guardarmi intorno soprattutto con il lavoro che svolgo e proprio in virtù dello stesso lavoro non posso non guardare anche dentro di me.

Negli ultimi due secoli abbondanti, dopo la rivoluzione industriale, il modello di vita è radicalmente cambiato e ci hanno abituato a pensare di poter ottenere uno sviluppo infinito da un mondo finito. A rigore di logica l’inganno è semplice da smascherare, non posso pensare di ricavare da una bottiglia di 1 litro 50 litri d’acqua (in realtà non posso pensare di ricavare una sola goccia in più rispetto alla capienza massima della bottiglia), chiunque affermasse una cosa del genere sarebbe deriso e preso come pazzo. Eppure, se allarghiamo il contesto, e sostituiamo con il nostro pianeta la bottiglia sono ben pochi quelli che mostrano piena presa di consapevolezza della truffa. Non potremo mai ottenere dal nostro pianeta più risorse di quelle che esso ha a disposizione.

Molti disturbi mentali, prima della rivoluzione industriale, non esistevano, poteva esserci “il pazzo del villaggio”, ma le sintomatologie ansiose,depressive e nevrotiche che colpiscono oggi una buona fetta della popolazione non avevano ragione di essere. I ritmi non erano così frenetici come sono quelli odierni.

La modernità nella quale viviamo è- usando la famosa espressione di Zygmunt Bauman- liquida ossia: individualizzata, privatizzata, incerta, vulnerabile e flessibile.  I nostri desideri ormai sono sempre più difficili da saziare, quando non impossibili e quindi ciò che prima non costituiva un problema, ora lo è.

Come ricordo di aver letto in un articolo di Massimo Fini i nostri nonni da bambini non avevano playstation, cellulari, computers e roba elettronica, eppure il loro divertimento non era certo minore con un pallone o con i classici giochi di nascondino e acchiapparello. Ciò significa che oggi ,per divertirsi, i bambini hanno bisogno di molto di più, mentre in passato era necessario molto di meno. Ed è su questo “molto di più” che ritengo si instauri molto del disagio psicologico che viviamo.

Consumare è d’obbligo, non sono nessuno se non consumo. Consumare mi dà la felicità, ma è una felicità effimera che non entra dentro di me, ma rimane in superficie tanto è vero che ho bisogno nuovamente di consumare per sentirmi vivo quando le cose non vanno. L’uomo trasforma tutto in merce, fino all’atto ultimo, che è trasformare sè stesso in merce senza rendersene conto e senza ribellarsi (le politiche sul lavoro che si stanno instaurando in Italia e quelle che già si sono instaurate lo confermano, in quanto non mettono mai al centro l’uomo, se non come merce).

Siamo impotenti, ma forse solo perché ci hanno insegnato ad esserlo. In realtà, personalmente, ritengo che l’uomo può essere altro, ma deve volerlo e per volerlo deve conoscere la sua situazione e prenderne atto in un modo tale che ciò gli consenta di agire. Tutto è concepito in modo che le persone però non ne prendano atto, ecco perché la gente non si sveglia realmente.

Un esempio classico è facebook, social network utilizzato e probabilmente pensato per incanalare in forme rabbiose, ma completamente innocue, il disagio della gente e la sua frustrazione. Basta condividere una informazione che molti credono di aver compiuto chissà quale atto rivoluzionario e di ribellione. E’ logico che l’informazione corretta è alla base di una azione che miri ad un cambiamento costruttivo, ma il meccanismo facebook fa si che il tutto si fermi molto prima di arrivare all’azione o meglio riduce l’azione al semplice atto di condivisione, ossia ad un click sul mouse. La persona pensa di aver fatto qualcosa che contribuisce ad una maggiore presa di consapevolezza ed in teoria è così, ma nella pratica poi ci si culla nell’autosoddisfazione di un gesto così semplice “che ha dato tanto, ha informato e ha fatto vedere come la penso bene su certe questioni”. Il guaio è che spesso finisce lì. Non c’è niente che ci spinga oltre quando, senza quell’oltre, siamo condannati a questa vita precaria ed instabile.

Sembra una beffa colossale, ma è la realtà.

Io stesso non sono immune dal meccanismo, sebbene mi sforzi quanto meno di esserne consapevole. Viviamo in una prigione che abbiamo imparato ad arredare, ma sempre prigione rimane.

C’è da meravigliarsi che la gente avverta sempre più spesso un disagio ed un vuoto che la attanaglia?

E’ di oggi la notizia di un piccolo imprenditore di 58 anni che si è dato fuoco a Bologna davanti all’Agenzia delle Entrate e all’origine del gesto sembrano esserci stati problemi economici. Cosa può portare un uomo a compiere un gesto del genere? Non ha cercato di farla finita in un modo che potesse essere indolore e veloce, ma ha scelto le fiamme, la carne che brucia, per gridare il suo no al vivere in questa società, dove il denaro troppo spesso sostituisce i reali bisogni delle persone.

Si calcola che i suicidi a metà del 1600 in Europa fossero 2,5 per 100.000 abitanti, nel 1850 erano 6,9 , oggi sono 20. Anche l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione Industriale e così l’abuso di sostanze stupefacenti.

L’umanità ha fatto a meno della psicologia intesa come scienza e come pratica clinica fino a fine 800 ed una riflessione al riguardo andrebbe fatta. Significa che l’uomo stava meglio e nutriva un disagio minore nel rapportarsi al vivere fino ad allora? Non voglio dare una risposta,sicuramente ci sono molte variabili che andrebbero prese in considerazione, ognuno la pensi come crede, ma è indubbio, per quanto mi riguarda, che oggi l’uomo nutre un profondo disagio esistenziale nel rapportarsi a questo modello di società.

Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere (parte 3)

Continuo le argomentazioni sul genere soffermandomi su un aspetto cruciale delle modalità di interagire con gli altri: gli stereotipi.

Cos’è uno stereotipo?

Esso consiste nell’attribuzione di medesime caratteristiche a tutti gli individui che appartengono ad una specifica categoria, a prescindere dal possesso reale di tali caratteristiche da parte degli individui stessi.Lo stereotipo è un processo di semplificazione cognitiva condizionato dai fattori sociali ossia da come le persone interagiscono tra di loro.Gli stereotipi congelano le caratteristiche di un gruppo sociale e ne bloccano le potenzialità di sviluppo nel corso di una narrazione o di una interazione.

Gli stereotipi di genere sono quindi legati, non al singolo individuo, ma al prodotto di una precisa modalità di organizzazione dei rapporti e delle relazioni sociali e simboliche tra donne e uomini.

Aspetti considerati tipicamente maschili:

-Attività

-Assertività

-Ambizione

-Competenza

-Autodirezione

-Orientamento allo scopo

-Indipendenza

-Autonomia

-Decisione

Aspetti considerati tipicamente femminili:

-Emotività

-Gentilezza

-Cordialità

-Sensibilità alle relazioni

-Bisogno di filiazione

Ma anche:

-Passività

-Remissività

-Dipendenza

Risulta quindi che tutte le tipizzazioni positive risultano associate al maschile, mentre quelle negative o “remissive”  al femminile.

Si evidenzia un chiaro contenuto di dominanza/ potere per lo stereotipo maschile (il sesso forte) e di subordinazione/sottomissione per lo sterotipo femminile (il sesso debole).

Come noto a tutti, i mass media hanno un ruolo determinante nella creazione, nella diffusione e nel mantenimento degli stereotipi di genere.

L’uomo in genere viene rappresentato come: individuo professionalmente affermato, virile, seduttore, attivo, assertivo, volitivo, dominatore.

La donna viene in genere rappresentata come: casalinga, unica persona che cura i bambini, sposa perfetta, amante seducente, feticcio sessuale, bomba sexy.

E' chiaro che quella che è una rappresentazione della realtà non necessariamente deve corrispondere ad essa, in quanto ci troviamo di fronte ad una costruzione sociale che può distorcere consapevolmente o meno, per delle proprie finalità o meno, l'autenticità dei dati che si trova a dover interpretare.

Lo stereotipo non è un prodotto della natura e non necessariamente la rispecchia, esso è un prodotto dell'uomo e sono i suoi convincimenti personali ad esserne specchio.

Continuerò l'argomento…

Venerdì 11 maggio 2012: “Infami, pena e riabilitazione dei sexual offenders”

Ho svolto il ruolo di relatore ad Ostra Vetere, Palazzo de Pocciantibus,  nell'ambito della conversazione serale:

"Infami: pena e riablitazione dei sexual offenders"

con Eleonora Cionna (Amministrazione penitenziaria Ancona-Pesaro)

Discussant: Adriana Magnarini (Area Vasta 2 Senigallia)

Seguire i link per maggiori informazioni

 

http://sartorieculturali.wordpress.com/figlie-femmine/

 

 

http://www.lindiscreto.it/cronaca-ancona/10771-gli-infami-uomini-violenti-e-sex-offenders-a-ostra-vetere

 

 

 

L’ 8 Marzo e la Festa della Donna…cosa vi è di necessario?

Fino a pochi anni fa, come per, credo, quasi ogni uomo,  l’ 8 Marzo era per me l’occasione per fare auguri a tutte le  amiche e classica era la mimosa da regalare almeno a quelle che, in qualche modo sentivi più care e vicine.

Vedevo loro, le donne, nella stragrande maggioranza dei casi, prepararsi da giorni per uscire la sera con le amiche e andare in pizzeria e/o a qualche spettacolo di streap in seconda serata. Unica regola: essere tutte donne. Dall’altra parte, a noi uomini, questa cosa piaceva molto,era una scusa per fare delle gentilezze, per ricontattare alcune ragazze con la scusa degli auguri e la sera si usciva sapendo che le strade sarebbero state piene di ragazze vestite bene e molto carine per l’occasione. Era divertente e piacevole e credevo davvero che ciò costituisse un omaggio all’altro sesso.

Poi, circa 3 anni fa, ho cominciato a intraprendere un percorso di formazione e di lavoro sulle tematiche della violenza domestica, ho conosciuto e lavorato con molti uomini autori di violenza ed ho avuto modo anche di conoscere la realtà delle vittime e, pian piano, mi son trovato ad essere sempre più riflessivo sulle tematiche di genere. Ho conosciuto in questi anni tante valide operatrici e validi operatori che mi hanno regalato il senso del loro appartenere ad uno dei due generi in modo anticonvenzionale.

Mi sono chiesto così che significato abbia realmente questa Festa della Donna e non tanto sul giusto spirito e cause che l’hanno vista nascere, ma su come è realmente sentita nella nostra società oggi.

Nel mio lavoro vedo la sofferenza e la rabbia degli uomini e la loro incapacità di controllarsi, vedo come le donne spesso siano private da loro delle più elementari libertà, ascolto ed intuisco figli che soffrono perché il babbo e la mamma “litigano” e che imparano che è così che la vita familiare è, assicurando la tendenza a ripetere determinati atteggiamenti e comportamenti. Cosa c’è di questo nella Festa delle Donne così come la vedo vivere in molte situazioni? Niente! E’ invece questo ciò che si dovrebbe in qualche modo mettere in evidenza, è qui la reale disparità di genere esistente.

Personalmente come uomo non ritengo di necessitare di un giorno per ricordarmi dell’altra metà del cielo, per ricordarmi il rispetto che sento per qualsiasi donna in quanto tale, per ricordarmi che se sono nato è perché i primi 9 mesi della mia esistenza una donna mi ha cresciuto nel suo grembo. Non ho bisogno di ricordare ciò che so. Si ha bisogno di ricordare solo ciò che si tende a dimenticare e se si tende a dimenticare qualcosa è perché spesso non le diamo la giusta rilevanza.

Per molt* il 9 Marzo riprende da dove si era lasciato il 7 Marzo e tutto finisce in una bella serata di divertimento, in poch* mettono un po’ di 8 Marzo nel resto del mese e nel resto dell’anno. Ha senso questo? Per me no, ecco perché scelgo consapevolmente d non fare più auguri o pensieri in questa giornata o meglio non più di quanti ne farei negli altri giorni dell’anno.

Forse la domanda giusta non è tanto : “Perché esiste una festa della donna?” quanto : “ Perché non esiste una festa dell’uomo?”.

La mia  risposta è perché all’uomo non interessa, ha già tutto il resto dell’anno e dà al sesso opposto questo contentino. Ma è di un contentino che le donne hanno bisogno? No, sono troppo intelligenti, solo che loro, come noi uomini, ci lasciamo trasportare dal facile consumismo delle immagini, e delle ricorrenze perché siamo bombardati da messaggi che seguono queste direzioni.

Se si vuole raggiungere una parità di genere(esistente in natura, ma non nella società e nella cultura) è proprio dell’8 Marzo che dobbiamo liberarci, è proprio del pensare e del credere che le bella parole di questa giornata possano compensare ciò su cui mettono solo un tampone temporaneo.

Sono invece convinto che ricorrenze come il 25 Novembre “Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne” debbano sempre avere più risalto perché mettono in evidenza, con dati allarmanti, quello che realmente accade alla condizione femminile.

So che molte persone potrebbero considerare ciò che scrivo come esagerato o sentirsi in qualche modo offese, ma la mia intenzione è solo far riflettere e non dare risposte, ognuno è in grado di trovare le sue.

Sarei ipocrita però se facessi finta di vedere intorno a me in questa giornata gente che è consapevole del senso che potrebbe/dovrebbe avere, pur naturalmente conoscendo invece donne e uomini che danno il giusto significato alla loro condizione sempre e per cui l’ 8 Marzo non cambia niente al loro impegno quotidiano. Ed il loro lavoro per me vale più di qualunque ricorrenza annuale.

Sabato 31 Marzo 2012 “Il lavoro con gli uomini autori di violenza” intervento nella sede dell’ Ordine degli Psicologi della Toscana

Strutturazione dell’intervento

"Il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti: un progetto pilota di Firenze" [Alessandra
Pauncz]
Nascita e strutturazione dell'Associazione in riferimento alle linee guida europee sul
lavoro con gli uomini che agiscono violenza. La definizione operativa della violenza
domestica ed l contesto sociale e culturale nel quale si inserisce.Panoramica della
situazione attuale in Italia. Primi confronti tra il lavoro con le vittime di violenza ed il
lavoro con gli uomini autori di violenza.

"Ho un lupo in gabbia e questo lupo ne ha le chiavi: esperienze di oltre due anni di
colloqui con uomini autori di violenza". [Mario De Maglie]
Parte clinica dedicata ai meccanismi di minimizzazione e di negazione tipici degli uomini
che si presentano al Centro e alle difficoltà in cui può incorrere l'operatore nel lavorare
con loro.

"Domande e discussione con il pubblico"