Archivio per 15 aprile 2012

Ciascuno di noi crea quotidianamente il genere (parte 4)

La famiglia è il primo e più importante agente di trasmissioni di credenze e stereotipi sul maschile ed il femminile.

Dalla conformazione dei suoi organi genitali l’individuo viene, sin dalla nascita, assegnato ad una precisa categoria sessuale (maschio/femmina) con la conseguente scelta del nome, dell’abbigliamento e dei tipi di comportamento che da lui, crescendo, ci si aspetta.

Il bambino/a viene inserito nelle pratiche educative collegate al suo sesso/genere di appartenenza e quindi i genitori trattano il proprio figlio fortemente condizionati dal sesso di quest’ultimo, da come ci si aspetta che debba essere un maschio o una femmina.

Gli adulti assumono comportamenti diversi a seconda del sesso/genere di appartenenza dei bambini principalmente nelle seguenti aree:

  •  scelta dei giocattoli. Per i maschi: armi, soldatini, camion, automobiline, congegni elettronici, palloni e costruzioni. Per le femmine: bambole, peluche, giochi di cucina e di gestione della casa, trucchi, nastri, articoli per bellezza ed in generale tutto quanto attiene alla dimensione della cura.
  • Emozioni. C’è maggiore disponibilità a parlare di sentimenti con le femmine, meno con i maschi.
  • Stile di gioco. I maschi sono incoraggiati e le femmine dissuase ad impegnarsi in giochi attivi ed energetici.
  • Aggressività. Viene dato maggiore risalto ed incoraggiamento all’aggressività e all’affermazione del maschio.
  • Controllo. Le proibizioni verbali e fisiche sono maggiori per i maschi che per le femmine.
  • Assegnazione di compiti. I maschi svolgono compiti da maschi, mentre le femmine compiti stereotipicamente considerati da femmine.

I bambini quindi, anche attraverso l’osservazione del comportamento di genere proprio dei singoli genitori (padre/madre uomo/donna) arrivano alla conclusione che il sesso/genere è qualcosa di stabile, permanente, costante e rigido e non una dimensione aperta e mutevole.

Il linguaggio è un elemento fondamentale attraverso il quale si strutturano le relazioni tra gli individui. Esso riproduce la realtà veicolando quindi norme, leggi e credenze che organizzano il sistema socioculturale. Determinate rappresentazioni si cristallizzano in forme linguistiche dal significato pregnante e di immediata presa.

Il linguaggio non è neutro, non trasporta le idee, ma le forgia. Il linguaggio parlato e scritto rispecchia le relazioni di potere vigenti.

Parliamo di “Uomo”, di “Umanità”, di “Umano”, non parliamo di “Donna”, di “Donnità”, di “Donnesco”, la grammatica stessa è concepita per dare valore al genere maschile che si fa onnicomprensivo del genere femminile. Lo troviamo normale, ma lo abbiamo fatto diventare normale.

 L’assuefazione e l’abitudine a questo modo di utilizzare le parole sono tali che ogni proposta di riflessione può generare sgomento e non solo da parte degli uomini. Questo lo constato personalmente a volte parlando con ragazze e donne poco sensibilizzate sugli argomenti di genere. Proporre delle riflessioni, a vantaggio del genere a cui appartengono,  può essere percepito come strano o esagerato. Il loro costrutto mentale al riguardo credo che si avvicini ad un qualcosa tipo: “In fondo così è sempre stato e così sempre sarà, non credo che poi sia realmente importante. Mi va bene così”. Sono anche loro troppo dentro al modello culturale imperante e spiegare che l’obbiettivo non è tanto quello di cambiare la terminologia, quanto quella di analizzarla per riflettere sui reali rapporti di potere tra i generi non sempre porta scrollare una certa indifferenza.