Archivio per 20 maggio 2012

Riflessioni libere sull’abbandono (corsia preferenziale verso lo stalking)

“La paura di essere abbandonati”  è un timore dal quale nessuno può sentirsi esonerato, è collettivo, chiunque mi stia leggendo padroneggia l’argomento al pari mio.

Da cosa ci viene questa paura?  Essa ci deriva, in primis, dalla nostra stessa esperienza, più si va avanti con l’età più è difficile non aver provato l’interruzione di qualche legame affettivo significativo, un dolore più o meno grande che si cicatrizza col tempo, ma che è sempre pronto a far fuoriuscire ancora qualche goccia di sangue anche solo con il semplice ricordo.

L’essere abbandonati implica, per chi è stato abbandonato, un “non essere stato all’altezza di” e mina direttamente la nostra autostima e non importa quanto queste considerazioni siano realmente  oggettive, potremo valutarlo solo più in là con il tempo. Il nostro oggetto di amore/desiderio non ci ritiene più in grado di soddisfare quelle che sono le sue esigenze e in modo repentino o graduale ci toglie la possibilità di riparare e di rimetterci alla prova. Si è rotto qualcosa e non si può tornare indietro, ogni sforzo è inutile e può  sfociare nel patetico.

L’essere abbandonati implica la paura/possibilità di rimanere soli e la solitudine è un’animale dalle molte facce, alcune delle quali perfettamente in grado di mordere. In un primo momento idealizziamo chi ci ha abbandonato, le passate tensioni vengono sminuite finché, in un secondo momento, la rabbia prende un facile sopravvento. Si passa da “Era la donna/uomo della mia vita”- “Non troverò un altro/a come lui/lei” a “ Si è comportato/a malissimo con me”- “Non merito questo dopo tutto quello che abbiamo passato insieme” . Si passa dal “sono io che non valgo” a “è lei/lui a non meritarmi” con molta facilità e inevitabile amaro senso del ridicolo.

Il dato di fatto è che sia la paura di essere abbandonati sia l’esserlo realmente in determinate situazioni ci tolgono la lucidità che sarebbe poi invece necessaria per gestire l’inevitabile dolore e  rabbia che si attivano di conseguenza. Ed è così che la persona può diventare uno stalker.

Lo stalking, parola molto accattivante e pienamente english che veste di novità comportamenti che di accattivante e nuovo hanno ben poco.

Lo stalker è colui che con una serie di atteggiamenti e comportamenti affligge un’altra persone arrivando a perseguitarla, generando così in lei stati di ansia e paura che compromettono la quotidianità e le abitudini di vita di quest’ultima. Stalker può essere chiunque, ognuno di noi mette in atto tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti tesi a modificare o a “riplasmare” i nuovi convincimenti dell’altro che non riconosciamo più. Molti di noi riescono a gestire il loro momento di scarsa lucidità dentro se stessi o rigettandolo, per quanto possibile, sulle altre relazioni più vicine. Altri non ce la fanno a contenere ciò che hanno dentro e lo devono riversare su colui/colei che è colpevole fondamentalmente di non comandare a bacchetta le proprie emozioni, ma semplicemente di seguirle con ciò che ne consegue, per quanto non sia mai facile affrontare la chiusura di una storia anche da parte di chi ne decreta la fine (anche se logicamente ha tempi e modalità di ripresa molto diversi e meno debilitanti).

Lo stalker è incapace di rassegnarsi all’abbandono e non è in grado di accettarlo e di solito non riesce neanche a comprendere la gravità dei suoi atti che partono come atti normali, ma vengono portati all’estremo.  Chi non ha mai mandato più di qualche messaggio ad un proprio ex specialmente durante la fase iniziale di separazione? Chi non è mai passato vicino casa del suo ex partner, casualmente o meno, ma sperando di vederlo? Diverso però è mandare decine e decine di messaggi al giorno che vanno dal chiedere perdono a minacce di varia specie e diverso è appostarsi intenzionalmente e frequentemente sotto casa.  Lo stalker parte con le nostre stesse modalità di reazione alla fine non voluta di una storia, ma non è in grado di fermarsi.

La differenza tra i nostri comportamenti di reazione all’abbandono e/o alla possibilità reale o meno che esso si verifichi e quelli degli stalker è minima. Ognuno è potenzialmente uno stalker e allora la domanda è: cosa trasforma la potenzialità in atto? Cosa permette comunque alla maggior parte di noi di fermarsi?

Forse una dose di amor proprio che non si è disposti a sacrificare, forse una maggiore capacità di ritrovare nuove e funzionali relazioni affettive in tempi relativamente brevi , forse le differenti reazioni di chi sta dall’altra parte e non è tollerante alle nostre insistenze, forse avere avuto in passato situazioni di abbandono/separazioni meno traumatiche,  forse il non sentire come un giudizio universale il giudizio di una singola persona, per quanto possa essere stata importante per noi…forse.

Venerdì 18 Maggio 2012 : Guardare nel vaso di Pandora: ripensare le esperienze contro la violenza di genere per nuovi progetti

All'Ospedale di Careggi sono stato presente nell'ambito del seguente convegno per presentare l'esperienza del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti

 

Firenze  Venerdì  18 Maggio 2012

Guardare nel vaso di Pandora:  ripensare le esperienze contro la violenza di genere per nuovi progetti

sotto il link della brochure

 

http://www.aou-careggi.toscana.it/internet/docs/file/eventi%20scientifici/12_Pandora.pdf

 

 

I sessione                                               

8.15 Registrazione partecipanti

8.30 Introduzione alla giornata

(Prof. G. Gensini, Dott. V. Del Ministro, rappresentante CUG, Dott. F. Ferri, Prof. G. Scarselli)

mod. S. Bucciantini, S. Grifoni

9.15 Ripensare la formazione sul tema violenza di genere: ricadute di un corso per infermieri addetti all’accoglienza urgenza

(M. Dei, partecipante al corso AOUC)

9.45 Modelli operativi di accoglienza in urgenza in Toscana

(V. Doretti)

Discussione

10.30 L’interfaccia tra le strutture

pubbliche e i Centri Antiviolenza

(T. Bruno)

11.00 Il punto di vista delle forze investigative

(A. Di Martino)

11.30 L’esperienza del Centro di Ascolto per Uomini maltrattanti

(A. Cicogni, M. De Maglie)

12.00 Adolescenti e "dating violence": strategie di intervento

(L. Beltramini)

Discussione e break

 

 

II sessione

mod. G. Antico, R. Leonetti

14.00 Punti di discussione nella valutazione di abuso sessuale su minore

(V. Bruni)

14.30 Quando l’ascolto e l’osservazione diventano diagnosi

(M.C. Stefanini)

15.00 Bambini spettatori di violenza: quali ricadute, quali consapevolezze

(S. Losi, C. Teodori)

Discussione

15.30 Sintomi dolorosi e violenza familiare (A. Citernesi)

16.00 Violenza e gravidanza: dalla consapevolezza alle proposte operative

(V. Dubini)

16.30 "Impigliati nella rete": il punto di vista dei pediatri di famiglia e dei medici di medicina generale

( M. Pierattelli, L. Caldini, P. Rafanelli )

17.30 Conclusioni

 

La violenza è semplice, le alternativa alla violenza sono complesse

Mi chiedo come si possa riuscire a scrivere qualcosa sulla violenza di   genere  che sia originale e che valga la pena di essere letta in quanto, in rete e sui mezzi di informazione tradizionali, questa parola periodicamente viene analizzata e dibattuta in tutte le sue sfaccettature, a volte in modo molto intelligente, altre volte meno. Ci provo.

Nutro innanzitutto un profondo disagio rispetto al rischio di spettacolarizzazione che si può fare sull’argomento, fin troppo spesso la sensibilizzazione sul tema della violenza rivolta nei confronti della gente è si necessaria, ma non di rado fine a sé stessa o ad un momento di interesse giornalistico/televisivo che cavalca semplicemente l’emotività della gente in modo non necessariamente legato ad una reale presa di consapevolezza del problema. Se ne può parlare quanto se ne vuole, ci si può indignare quanto si vuole, ma se poi i centri antiviolenza, primi sul campo nel far fronte all’emergenza, chiudono per mancanza di fondi cosa abbiamo ottenuto realmente? Abbiamo riempito semplicemente qualche salotto o qualche piazza. Non basta e la realtà con i suoi numeri è pronta a farsi beffe di noi.

Devo comunque darmi atto di godere, parlando di violenza,  di una posizione privilegiata come coordinatore ed operatore del primo Centro in Italia (ed attualmente ancora tra i pochi) che si occupa della presa in carico degli uomini autori di violenza: Il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze( C.A.M.). Ne parlo con cognizione di causa perché io i cosidetti “violenti” “maltrattanti” “mostri” “non veri uomini” li accolgo nella nostra Associazione e li accolgo nel senso più ampio ed umano del termine cercando, per quanto possibile, di non farmi vincolare da stereotipi e pregiudizi facili e offro loro uno spazio di ascolto.

La violenza non la vedo direttamente nel mio lavoro, ma la ascolto dalle parole di coloro che direttamente la agiscono  e , all’interno del colloquio, può  trapelare qualcosa di essa attraverso le loro insicurezze e la loro titubanza nell’assumersi le proprie responsabilità e mettersi in discussione.

Il presupposto dal quale nasce la possibilità che ritengo di poter dare per ascoltare le loro storie ed i loro vissuti è la capacità di riuscire a separare nettamente quella che è la persona da quello che poi è il suo comportamento. Accetto in modo positivo ed incondizionato l’uomo, condanno senza mezze misure il comportamento violento.

E’ sufficiente? La mia esperienza mi dice che per un numero significativo di uomini (parlo naturalmente solo degli uomini che si presentano al C.A.M.) questo basta per dare avvio ad un processo di cambiamento riguardo alla capacità di agire un comportamento non violento nelle inevitabili situazioni di potenziale conflittualità all’interno delle coppie. Per altri i blocchi e le ferite sono molto più profondi e difficili da gestire.

Un post è troppo poco e forse sarebbe troppo didattico e di interesse più che altro clinico se mi soffermassi eccessivamente sul lavoro appunto più clinico, cerco quindi di andare avanti sulle considerazioni che mi premono.

La violenza è evitabile? Io personalmente giustifico un comportamento violento solo in tre diverse situazioni:

  • Legittima difesa.
  • Eventuale possibilità/necessità di difesa di una o più persone in stato di debolezza di fronte ad un comportamento violento che sta subendo o sta per subire e a cui mi trovo ad assistere.
  • Rivolte sociali e popolari, quando un popolo o una comunità vessata e martoriata ha esaurito i metodi non-violenti per farsi ascoltare.

 

La violenza su di sé  fatta nel pieno delle proprie facoltà mentali (il suicidio) meriterebbe uno spazio su che qui non affronterò, ma sarebbe sicuramente un’analisi interessante.

Non credo che, in qualsiasi situazione diversa dalle tre esplicitate,  un comportamento violento possa trovare un qualche tipo di legittimazione. La violenza può trovare forse (amaramente) comprensione o “simpatia”, ma non legittimazione.

Penso a quello che è successo negli ultimi giorni in cui un allenatore di calcio ha colpito con violenza un giocatore della sua squadra ricevendo critiche, ma anche plausi e solidarietà di fronte ad immagini molto forti che non lasciano dubbi sulla aggressività incontrollata del gesto. Non difendo il giocatore che ha provocato, ma mi chiedo quanto poi si è distanziato eticamente e moralmente il suo allenatore (e rimarco allenatore ossia colui che dovrebbe comunque essere selezionato per avere delle qualità che lo rendano più padrone e super partes delle situazioni e delle dinamiche rispetto a coloro che allena).Il suo ruolo non richiedeva forse un autocontrollo in più rispetto al giocatore? Nonostante la condanna ufficiale, la difesa popolare che se ne è fatta in certi contesti mi ha ricordato la difesa che si fa di alcuni uomini (quando non sono loro stessi a farsela da soli) rispetto al fatto che di fronte ad una provocazione pesante hanno sbagliato, ma non si poteva reagire diversamente.” Ho sbagliato, ma” dove quel ma è la premessa ad una assoluzione interiore piena in cambio di una ammissione di responsabilità di facciata.  Se non si poteva quindi evitare di sbagliare, lo sbaglio (in questo caso la violenza) viene inesorabilmente giustificato e legittimato. Mi viene da pensare al padre che picchia il figlio perché si comporta in un modo che lo fa arrabbiare ed esasperare ( almeno il genitore questo percepisce). Come se l’emozione giustificasse il comportamento quando in realtà l’emozione giustifica pienamente solo l’emozione stessa e non altro, l’altro è una nostra scelta. Certo estremizzo, sono situazioni e dinamiche diverse quelle tra l’allenatore ed il suo giocatore e quelle tra un padre ed il figlio, ma io personalmente un fondo comune di presupposti lo avverto.

Cinquantasei donne dall’inizio del 2012 sono state uccise da uomini i cui ragionamenti probabilmente non distanziavano molto da quelli appena esposti  ed un numero enormemente più grande vive tra le mura domestiche sulla propria pelle i limiti di questo modo di ragionare e per loro non sono ragionamenti astratti come i miei  su questo post, sono lividi sul corpo e nell’anima. Rendiamocene conto.

La nostra società si trova in una fase storica di passaggio, siamo fortemente in crisi partendo dal dato economico fino ad arrivare al livello più intimo e personale e la violenza in molte situazioni può essere vista come un inevitabile approdo. Ma è quell’inevitabile che dobbiamo analizzare e scomporre in tutte le sue parti perché di inevitabile ci potrebbe essere solo la tendenza a giustificare i nostri comportamenti quando non siamo stati in grado di gestire le nostre emozioni in modo funzionale.

Come si può evitare la violenza? Innanzitutto conoscendola e nominandola solo così possiamo avere un parametro con cui valutare i nostri comportamenti. E’ la mancanza di parametri soggettivi che poi ci blocca nello stabilire parametri oggettivi. Quanti uomini non arriveranno mai ad ammettere di avere un comportamento violento solo perché non hanno la minima consapevolezza che uno schiaffo non è “solo uno schiaffo”, è violenza. Anche se fossero pochi (e non lo sono se consideriamo le statistiche) saranno sempre troppi.

Per usare una felice espressione di Friedrich Hacker , psicologo austriaco :”La violenza è semplice, le alternative alla violenza sono complesse”