Archivio per 22 luglio 2012

Denver, violenza che nasce da dove e perché?

A Denver in Colorado James Holmes, studente di medicina ventiquattrenne, è entrato in un cinema che stava proiettando l’ultimo film della serie di Batman e vestito come Bane, il personaggio cattivo contrapposto all’eroe, ha prima gettato un lacrimogeno e dopo ha cominciato a sparare all’impazzata uccidendo 12 persone e ferendone oltre 50, tra cui più di qualche bambino. Un gesto che non avrebbe bisogno delle riflessioni e delle costernazioni delle ultime ore o comunque non soltanto di queste, ma avrebbe bisogno di azioni concrete di prevenzione perché atti del genere rimangano confinati sullo schermo.

Tutti addolorati, ma domani come oggi, il porto d’armi di privati cittadini negli Stati Uniti sarà sempre legale e la “democrazia” sarà sempre portata ad altri popoli con l’utilizzo della forza.

Mi chiedo cosa possa essere andato in tilt nella testa di questo ragazzo perché potesse attuare una violenza di questa portata e soprattutto se c’è stata, e quale eventualmente è stata, la violenza che lui ha sentito di subire tanto da dovervi reagire in quel modo. Anche la follia ha le sue motivazioni ed ha una sua storia, niente nasce dal niente.

Mi chiedo che legame ci sia stato tra il gesto violento e la sua realizzazione attraverso il travestimento del personaggio cattivo del film. Non conoscevo Bane e sono andato a cercarne qualche notizia su internet ed ho letto nella sua biografia immaginaria che è stato condannato, sin dalla nascita, a scontare una pena in un carcere di massima sicurezza a causa delle colpe di suo padre che era un rivoluzionario. In carcere (un innocente) ha subito torture tali da diventare uno psicopatico prima di riuscire ad evadere. Un uomo la cui violenza è nata da altra violenza. Se Holmes ha scelto di travestirsi da Bane è probabile che fosse a conoscenza di tutto questo.

Mi chiedo se la tragedia di Denver poteva essere evitata e non ho certezze naturalmente, ma credo che molte delle violenze che viviamo sarebbero evitabili con un migliore addestramento alle emozioni e alla loro espressione. Non che in natura avremmo bisogno di essere addestrati ad utilizzare ciò che essa ci ha fornito, ma viviamo anche in una società che, sebbene nasca dalla natura, sa essere molto diversa da essa.

Innocenti pagano perché ci insegnano che è meglio reprimere che esprimere o che se si è più forti questo dà diritto di utilizzare la forza su chi è più debole.

Non funziona così, capiamolo o Denver si ripeterà in altre mille storie che, per quanto diverse tra loro, saranno sempre collegate dall’ essere sottoposti alla violenza di dovere fuggire da una realtà che non si è più in grado di affrontare.

 

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/21/denver-violenza-che-nasce-da-dove-e-perche/300725/

 

Il maschilismo che fa comodo

L’impressione che, ad indicare la luna con il dito, l’attenzione sia tutta rivolta al dito e non alla luna c’è ed è forte. Mi riferisco alla polemica nata dopo quello che Beppe Grillo ha scritto sul suo blog in merito alla legittimità delle coppie omosessuali di potere essere una coppia garantita e tutelata dalla legge al pari delle coppie eterosessuali.

Grillo, oltre ad esplicitare il suo pensiero, che inevitabilmente diventa anche espressione politica del Movimento 5 Stelle, ha, come suo solito, utilizzato un linguaggio forte e ha ironizzato sulla vita sentimentale di Rosy Bindi: “La Bindi, che problemi di convivenza con il vero amore non ne ha probabilmente mai avuti, ha negato persino la presentazione di un documento sull’unione civile tra gay”. Bersani si è affrettato a rispondereLe parole di Grillo nei confronti di Rosy Bindi sono indecenti: sono il segno di un maschilismo e di una volgarità di cui pensavamo avesse dato miglior prova Berlusconi, ma evidentemente al peggio non c’è limite”

Sul linguaggio di Beppe Grillo ognuno può avere la sua opinione, ma questa non deve andare a scapito del contenuto di quello che dice e comunque bisogna operare una distinzione tra le due cose. Non credo che se al posto della Bindi ci fosse stato un suo collega uomo qualcosa nel linguaggio del comico genovese sarebbe cambiato. Non mi risulta che egli abbia un modo diverso di esprimere le sue opinioni a seconda del sesso del suo “bersaglio”.

L’intento di Grillo non penso sia stato assolutamente quello di offendere il femminile, ma semplicemente quello di colpire una classe politica che, ancora una volta, si dimostra poco efficace nel garantire a tutti uomini e donne, etero e non, pari dignità e pari diritti.

Grillo nel suo post non esprime alcun atteggiamento culturale e sociale che lo porta ad avanzare una pretesa superiorità dell’uomo sulla donna (atteggiamento appunto maschilista). Ironizza in modo evidente sulla vita sentimentale della Bindi, ma non lo fa perché vuole attaccare la donna Bindi, vuole attaccare il politico Bindi. E il politico, o chi per lui, non deve utilizzare la questione femminile come facile fortino se la problematica non è questa, il politico deve rispondere con le armi della politica e quindi con le sue idee e l’operato che da esse deriva.

Parlare di volgarità nelle affermazioni del comico può anche essere possibile a seconda delle sensibilità di ognuno, ma parlare di maschilismo è fuorviante perché si innesca una polemica su un astio verso le donne in quanto categoria che nel post non vedo, mettendo invece da parte un’indisponibilità del nostro Parlamento a definire e approvare una legislazione per le unioni di fatto che invece è sotto gli occhi di gli occhi li vuole usare.

Non c’è maschilismo nell’ essere a favore delle unioni di fatto e se polemica deve essere che almeno sia sui contenuti (dichiararsi pro o contro e spiegarne le motivazioni) e non su forzature facili che rimandano di comodo alle questioni di genere perché si sa che si accendono facilmente gli animi.

Non abbiamo bisogno di polemiche create su misura, abbiamo bisogno di una legislazione che garantisca tutti indipendentemente dal genere e dall’orientamento sessuale.

 

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/17/pd-il-maschilismo-che-fa-comodo/296030/

Le questioni di genere sono solo per donne?

Le questioni di genere riguardano solo le donne? Non necessariamente. Le questioni di genere sono state ieri e lo sono ancora oggi questioni di donne per il semplice ed evidente fatto che sono state e sono principalmente le donne ad occuparsi di questo argomento in gran parte trascurato dagli uomini.

Negli ultimi tre anni ho un po’ girato l’Italia invitato a svariati convegni sulla violenza maschile e/o sulle questioni di genere ed ho constatato che ad organizzare e promuovere questi eventi sono state sostanzialmente donne e anche il pubblico è stato sostanzialmente femminile. Scrivo su uno spazio web che si occupa di questioni di genere e di violenza che si chiama “Donne di Fatto” e in cui le autrici degli articoli sono soprattutto donne.

Ma noi uomini dove siamo?

Se mi chiedo come mai la maggior parte degli esponenti del mio stesso genere non abbiano interesse a confrontarsi con le questioni che riguardano i rapporti tra i due sessi , la risposta che mi do è che probabilmente non ne sentono il bisogno. E se mi chiedo come mai non ne sentano il bisogno mi rispondo che ciò è dovuto al fatto che non percepiscono vantaggio alcuno nel mettere in discussione un ruolo di dominio che da tempo ormai sono abituati ad avere e che ritengono più o meno consapevolmente un qualcosa di scontato, quando non hanno proprio una difficoltà o pura resistenza a riconoscerlo.

Per le donne invece affrontare le questioni di genere significa rivendicare quello che è per loro legittimo e che per tutti dovrebbe essere naturale ossia una vita che abbia gli stessi diritti e opportunità di quella degli uomini e quindi pongono con forza l’accento sulle disparità esistenti. Chiunque voglia negare un’Eva perennemente soggetta alla costola di Adamo è libero di farlo, ma ciò non cambierà di una virgola il dato di fatto ossia che l’uomo ha limitato e continua a limitare troppe volte le potenzialità delle donne. Per i più scettici consiglio di accendere semplicemente la televisione e/o di guardarsi qualche pubblicità (e potrei continuare).

So bene che ci sono molte situazioni in cui i ruoli sono molto più paritari e meno rigidi o anche dove è la donna ad abusare del potere che ha, ma facendo un discorso generale è innegabile che la nostra società ha nel maschile la sua massima espressione relegando il femminile a un ruolo subalterno.

Ma siamo sicuri che gli uomini non abbiano da guadagnarci dall’affrontare le questioni di genere? Siamo sicuri che il potere che rivestono all’interno della nostra cultura e della nostra società non abbia per loro un costo?

Il dovere essere il sesso forte cosa implica? Implica che non ci si possa sentire liberi di esprimersi al di là dei parametri prestabiliti e ciò è riduttivo e dequalificante per ogni essere umano. Imponendo alla donna un ruolo determinato culturalmente siamo costretti ad assumerne anche uno noi uomini, non meno rigido e limitante del primo.

Mi viene in mente come sia spesso difficile per un uomo piangere e mostrare i propri sentimenti rispetto a una donna. Immaginiamo un padre che si trovi di fronte alla propria figlia che di 5-7 anni che piange, la sua probabile reazione sarà quella di coccolarla e curarla “permettendole” di piangere. Immaginiamo lo stesso padre con un figlio di 5-7 anni, la sua probabile reazione sarà di fare smettere subito il bambino di piangere magari dicendogli che deve fare l’ometto “non permettendogli di piangere”. Non sono certo regole assolute di comportamento genitoriale, ma sono sicuramente delle tendenze. Ciò che si impara da bambini (posso/non posso piangere, posso/non posso esprimere quello che sento) influenzerà le nostre modalità di comportamento da adulti.

La capacità di esprimere le proprie emozioni, qualsiasi esse siano, è sana e funzionale se questa espressione viene gestita in modo corretto e non lesivo per gli altri.

Il maschile, al pari del femminile, è ben altro che stereotipi e dobbiamo trovare la forza di metterlo in discussione, in primis noi uomini che ne facciamo parte.

Una interessante azione di riflessione in proposito è l’associazione Maschile plurale. Cito dal loro sito

L’associazione nazionale Maschile plurale è stata costituita a Roma nel maggio del 2007 e rappresenta una realtà di uomini con età, storie, percorsi politici e culturali e orientamenti sessuali diversi, radicati in una rete di gruppi locali di uomini più ampia e preesistente. I componenti dell’Associazione sono impegnati da anni in riflessioni e pratiche di ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne.

Ricordiamoci sempre che la differenza è una risorsa, non un motivo di supremazia e se ci spaventa e perché tutto quello che non conosciamo ci incute timore, ma se è così una buona soluzione consiste nell’imparare a conoscerlo.

Lo psicologo americano Carl Rogers asseriva: “ Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere è la paura del cambiamento, se veramente mi permetto di capire un’altra persona posso essere cambiato da quanto comprendo. Tutti abbiamo paura di cambiare”

 

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/11/questioni-di-genere-questioni-di-donne/290524/

Uomini maltrattanti, in 98 hanno già chiesto aiuto al Centro di ascolto

Il primo post è come un biglietto da visita, chi lo riceve deve essere in grado di sapere l’essenziale ed è quindi all’essenziale che darò spazio in queste righe.

Perché sono a scrivere qualcosa di quello che penso all’interno dello spazio web di una testata importante come Ilfattoquotidiano.it? Perché io? Perché mi viene data l’opportunità di gestire un blog sulle questioni di genere assieme alla stimata collega Nadia Somma? La risposta è tutta nel ruolo che rivesto in qualità di socio fondatore, operatore e coordinatore della prima Associazione in Italia che si occupa della presa in carico degli uomini che agiscono comportamenti violenti all’interno delle relazioni affettive: il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze (C.A.M.). Una sfida in Italia dove, prima di noi nati nel 2009, non c’era nulla del genere.

Come si può solo pensare che i “violenti”, i “maltrattanti”, i “mostri” della società, “gli uomini che odiano le donne” possano minimamente pensare di chiedere un aiuto per evitare di reiterare nuovamente comportamenti lesivi della fisicità e della dignità delle loro compagne e/o dei loro bambini?

Pensabile o meno è quello che comunque accade, mentre il C.A.M. si appresta a raggiungere il terzo anno di vita sono 98 gli uomini che fino ad oggi hanno chiamato il nostro sevizio per chiedere un aiuto professionale e vanno aumentando. Molti di loro sono stati in grado di affrontare il disagio che li induceva ad utilizzare delle modalità di comportamento violente, altri li abbiamo purtroppo persi per una scarsa motivazione al cambiamento, altri ancora non hanno potuto accedere al servizio perché residenti fuori Toscana (il nostro Centro non è più l’unica realtà presente in Italia, ma siamo ben lontani dal coprire in modo minimamente sufficiente il territorio nazionale).

Posso tranquillamente asserire che la quasi totalità degli uomini che ci hanno contattato lo ha fatto senza costrizioni legali più o meno vincolanti, ha chiamato di sua spontanea iniziativa. Spesso sono uomini in preda ad una crisi perché l’ultimo episodio di violenza si è rivelato di una gravità inaccettabile anche per loro, la donna è finita al pronto soccorso oppure sono intervenute le forze dell’ordine. Altre volte sono uomini la cui partner è riuscita a dire basta e a mettersi in protezione a casa di parenti o in case rifugio gestite da centri antiviolenza e quindi sono stati costretti ad affrontare un abbandono reale. Ma anche (e non pochi) uomini che si sono messi in discussione come genitori ed hanno capito che i loro figli stavano raccogliendo i frutti malati della loro rabbia male espressa.

Il C.A.M. nasce da una costola di Artemisia, il centro antiviolenza di Firenze e prende spunto da altre esperienze internazionali. E’ ospite di una struttura della Asl 10 di Firenze ed è vivo e continua a vivere grazie alla forza di volontà dei suoi operatori e delle sue operatrici che svolgono il proprio lavoro senza finanziamenti adeguati e grazie agli uomini che a noi si rivolgono facendoci capire l’importanza di quello che facciamo.

E’ grazie al C.A.M che mi viene data questa opportunità perché a buon diritto posso parlare di violenza conoscendola attraverso le parole di chi quella violenza la ha agita (e a volte subita in altri tempi), a buon diritto posso parlare di questioni di genere perché ascolto i pregiudizi e le paure di molti uomini nei confronti delle donne ed io per primo sono un uomo con le sue paure e le sue fragilità nei confronti dell’altra metà del cielo.

Questo è il mio biglietto da visita, chi è interessato ora ha i miei dati essenziali puoi venire a trovarmi anche sul mio sito

 

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/09/uomini-maltrattanti-in-98-hanno-gia-chiesto-aiuto-al-centro-di-ascolto/288053/