Archivio per 28 settembre 2012

Pesaro 12 Ottobre 2012 Seminario “Con occhi di uomo-identità maschile e violenza di genere”

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Caro Massimo Fini, il mio punto di vista

Caro Massimo, ti ringrazio dell’attenzione che hai voluto dare al mio post, come ho già scritto, “la tua penna” è stata ed è tutt’ora significativa nel mio modo di approcciarmi al mondo e scriverti direttamente lo considero un fatto di un certo rilievo nella mia quotidianità.

Concordo con te che il discorso sui rapporti uomo-donna non possa essere trattato in modo esaustivo in un blog, ma spero che degli spunti di riflessione possano comunque nascere e da questa speranza continuo a scrivere qualcosa nel merito di ciò che evidenzi nella tua breve risposta.

Per quanto riguarda il dibattito della Versiliana, se da una parte penso che sia stato depotenziato perché non sono stati rispettati degli spazi che avrebbero portato delle riflessioni non banali (nello specifico i tuoi), dall’altro però penso che sia risultato indicativo delle difficoltà inerenti al poter comunicare in modo funzionale sia tra i generi sia tra persone che hanno punti di vista diversi, ma che dovrebbero comunque farsi garanti della libertà di espressione non solo propria. Abbiamo avuto modo di vedere, dal vivo, parte di quelle difficoltà di cui spesso ci occupiamo e quindi non solo di parlarne in modo astratto. Questa è esperienza diretta e può maggiormente aiutarci a capire cosa non funziona. E’ utile.

Non so come tu ti sia sentito durante il dibattito, lo posso immaginare da quello che ho osservato, ma  mi fermo alle soglie dell’immaginazione e non mi permetto di entrare nel tuo mondo emotivo. So come mi sarei sentito io ossia arrabbiato e non rispettato. So che però, calmate le acque interiori, avrei anche cercato di andare oltre quella rabbia e vedere se da questa potevo ricavarne qualcosa e soprattutto capire cosa di me avesse spinto uno dei miei interlocutori ad invadere il mio spazio legittimo e concordato. Mi sarei chiesto se anche le mie modalità comunicative potessero avere contribuito a creare la situazione nella quale mi sono venuto a trovare oppure se questa sarebbe stata inevitabile.

Riguardo al tuo esempio della signora e del fischio faccio alcune considerazioni.

Fatico a comprendere cosa tu intenda con l’aggettivo “innocente” . Dietro il fischio non si nascondeva forse un desiderio sessuale? Lo ritieni davvero senza malizia? Io non ci trovo nulla di male nel desiderio sessuale che può nascere di fronte ad una donna che si trova piacevole, ma secondo me, se lo si vuole esprimere, bisogna trovare delle modalità corrette ed è appunto sul modo di concepire il corretto  che probabilmente non ci troviamo d’accordo.

Se da una parte è vero che un fischio costituisce un apprezzamento ed ogni apprezzamento a chiunque, uomo o donna non importa, può fare piacere, dall’altro può facilmente costituire anche una invasione della propria intimità (e ho considerato nelle righe su come sentirsi invasi non è piacevole). Mi chiedo se, legittimando questo comportamento, non rischiamo che, in seguito, il passaggio dal fischio alla pacca sul sedere possa essere troppo breve. Se giustifichiamo il fischio, non ritenendolo una invasione di campo nella psiche intima della donna, non potremmo così anche giustificare la pacca sul sedere, non ritenendola una invasione di campo nel corpo della donna?

I  vissuti chiave che metto  in primo piano sono dunque apprezzamento ed invasione della propria intimità e le donne “sottoposte a fischio” immagino oscillino tra queste due dimensioni, ma solo loro, ognuna  in modo specifico e soggettivo, può dare la sua risposta. Loro, non noi, altrimenti possiamo cadere nella presunzione di sapere come gli altri si dovrebbero sentire in base a ragionamenti nostri che non colgono la varietà della dimensione emotiva dell’altro. Io posso dire che le donne con cui ho parlato, che hanno vissuto questa esperienza, mi hanno riportato il vissuto di intrusione in una sfera intima in modo prevalente rispetto ad un compiacimento, esistente a volte, ma molto più sullo sfondo. Questa è la loro esperienza e io ne prendo atto, sanno sicuramente meglio di me cosa hanno provato. Ancora nessuna mi ha fischiato in strada.

Una donna di trenta anni non ha bisogno di conferme derivanti da un fischio come magari poteva  fare più piacere a venti anni. Alcune donne mi hanno proprio detto che apprezzamenti che funzionavano a venti anni non funzionano più a trenta, non solo non ne hanno più bisogno, ma, contrariamente al passato, si sentono appunto infastidite.

Mi colpisce la tua risposta alla donna: “Rimpiangerà, signora, il giorno in cui un ragazzo non le farà un fischio di ammirazione”. Certamente ognuno, a modo suo, rimpiangerà di non avere più una età in cui si possa essere al massimo della propria forma fisica, è molto umano, ma come hai scritto tu in pagine molto belle, la vecchiaia è stata fatta diventare una condizione senza alcun posto di rilevanza nella attuale società occidentale. Il mio dubbio è se, con la tua risposta, non facciamo altro che rinforzare la forza dell’estetica e dell’immagine. Questa donna, “in un’altra età” dovrà necessariamente rimpiangere i fischi in strada o possiamo sperare che potrà guardarsi indietro e trovare nella sua vita fonti diverse di gratificazione meno legate all’estetica? Non rischiamo di rinforzare l’importanza dell’immagine, che seppure parte dell’esistere,oggi è fin troppo sopravvalutata?

Mi auguro davvero di cuore un giorno di poterne parlare con te e non solo sulle pagine di un blog. Un caloroso saluto per ora.

di Mario De Maglie

Ricevo e pubblico la risposta di Massimo Fini al mio post ”Su Massimo Fini e altre questioni”

Caro Mario,
l’altro giorno ero in un bar dove alcuni giovani operai stavano riparando delle tubature. E’ passata una donna sulla trentina, molto vistosa. Uno dei giovani operai ha fatto un fischio che è il modo popolare 
per esprimere ammirazione. Lei si è voltata inviperita e a quel fischio, a mio parere del tutto innocente, ha risposto a male parole. Quando è passata davanti a me le ho detto: “Rimpiangerà, signora, il giorno in cui un ragazzo non le farà un fischio di ammirazione”.
Scusa se liquido la tua bella lettera in questo modo ma il discorso sui rapporti uomo-donna è troppo complesso per essere trattato in un blog e, come si è visto, anche in un dibattito che voleva essere serio come quello della Versiliana, ma che serio ha finito per non essere.
Cari saluti.
Massimo Fini
 
da:
 

Su Massimo Fini e altre questioni

E’ stato molto interessante guardare il dibattito ”Donne di Fatto: rifondare l’Italia” tenutosi alla Versiliana, durante la Festa del Fatto Quotidiano, l’8 Settembre 2012 (sono riuscito a vedere il video solo poche ore fa).

Tra gli ospiti anche Massimo Fini di cui sono un assiduo lettore ed estimatore, i suoi libri ed i suoi articoli hanno contribuito in modo determinante a formare la mia attuale visione del mondo. A mio parere, Fini va letto sempre e comunque perché in grado di allontanarsi dagli stereotipi comuni e di aprire a riflessioni non banali.

Non sono in grado, per miei limiti culturali, di entrare in discorsi più storico-antropologici come il giornalista è in grado di fare con molta bravura, ma sono in grado di fare delle osservazioni che ritengo utili.

Ciò che scrive Massimo Fini ha delle fondamenta, ma reputo che non sia esaustivo della realtà. Non voglio in questo post né difendere le donne, né difendere gli uomini, peccando di superbia, cerco di essere imparziale. E’ vero che sono un uomo, ma il lavorare attivamente con uomini autori di comportamenti violenti sulle donne mi permette di sperare di avere una visione più integrale, certamente ci provo.

Più di una volta ho sentito, durante il dibattito, qualcuna delle partecipanti presenti affermare che le donne sanno fare meglio degli uomini e quindi sono migliori degli uomini. Secondo me, affermare ciò è mettersi allo stesso livello di non comprensione di molti del mio genere. Non esiste un migliore o un peggiore per sola associazione al sesso di appartenenza, a fare la qualità della persona non è intrinsecamente il genere, ma le sue capacità.

Una donna che afferma di essere migliore di un uomo in quanto donna, legittima altri cento uomini a pensare di essere migliori di una donna in quanto uomini. Il meccanismo mentale è lo stesso e ci allontana da ciò che è il concetto di parità nei diritti e nei doveri che dovrebbe avere una società matura e civile.

Massimo Fini utilizza un linguaggio che può avere del provocatorio (basti citare il titolo dell’articolo incriminato nel video: “Donne, guaio senza soluzione“), ma espone delle problematiche e fa delle osservazioni che considero pertinenti e non inventate, solo che sono  un punto di vista fortemente maschile, colto ed intelligente, ma che fatica ad agganciarsi a quello che poi possono provare e provano molte donne nella loro vita. Indubbiamente c’è tra il sesso femminile chi se ne approfitta di determinate situazioni e chi fa poco onore al suo genere, ma questo succede anche da noi uomini. La società, così come la conosciamo, vede nell’uomo una egemonia di cui si è reso responsabile e non per merito. Troppe cose sono più difficili se sei donna.

Ritengo da precisare, rispetto al contenuto dell’articolo di Massimo Fini, che una innocente carezza sui capelli non è molestia sessuale, lo è se quella carezza non è innocente e viene preceduta o seguita da altre carezze. Chiamare due volte al telefonino una donna non è stalking, lo è se la chiami decine di volte senza che lei lo voglia, arrivando magari a minacciarla ed insultarla. Fischiare una donna in strada non è ai limiti dello stupro (semplice maleducazione), lo è se subito dopo la segui e provi a stuprarla. Per una innocente carezza su capelli, per due chiamate al telefono, per un fischio in strada nessuna donna equilibrata sporgerebbe una denuncia o si sentirebbe vittima e, se è vero che esistono donne non equilibrate, è vero che ne esistono anche di uomini, in questi casi non siamo più nel campo delle questioni di genere, ma del disagio psicologico e per tale va considerato.

Un’ ultima considerazione invece riguardo a chi diceva, sempre durante la discussione, che le quote rosa sono necessarie perché con questa classe politica è impossibile che, ad esempio, proprio in politica entri un maggiore numero di donne. Come cittadino non ho alcun vantaggio se a fare male il suo lavoro di politico invece di esserci nove uomini ed una donna ci sono cinque uomini e cinque donne. Anche qui il problema non è il genere, ma la classe politica. Sono convinto che una classe politica efficiente e degna di rispetto non avrebbe bisogno di alcuna quota rosa, ma stabilirebbe un equilibrio di genere in modo del tutto naturale e senza imposizioni.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/17/su-massimo-fini-e-altre-questioni/354982/

Storie di violenze, storie di cambiamento

“Se ho bisogno di un colpevole, mi procuro uno specchio” è con queste parole che Roberto comincia il nostro primo colloquio al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze (C.A.M.) dove svolgo il lavoro di psicologo e psicoterapeuta. In questo articolo, lascerò molto spazio proprio alle sue parole perché esprimono, molto meglio di quanto saprei fare io, il suo vissuto e ciò che lo ha portato di fronte a me.

Ogni persona, arrivando al nostro servizio, ha la sua storia da raccontare, tutte molto diverse, nessuna è meno degna di rispetto e di attenzione di un’altra, ma ho scelto di parlare di quest’uomo per la sua forte e non comune carica espressiva.

Roberto ha agito dei comportamenti violenti nei confronti della propria moglie, l’ultimo in presenza dei figli piccoli e questo è stato per lui inaccettabile, ha deciso che episodi del genere non si sarebbero più dovuti ripetere.

L’uomo parla di una infanzia molto difficile, così tanto da avere fatto tabula rasa di quasi tutti i ricordi dei suoi primi dodici anni di vita. Una madre soggetta a crisi depressive, finiti con un probabile suicidio, che utilizzava violenza fisica e psicologica nei suoi confronti ed un padre estremamente autoritario in litigio continuo con la moglie.

Roberto crede che il vuoto dei suoi primi dodici anni sia dovuto a qualche forte trauma rimosso, l’unica cosa di cui è certo è che, ogni giorno della sua vita, deve fare i conti con una rabbia fuori dal comune. Direttamente da lui alcune parole della sua esperienza e del suo vissuto:

“Ho un lupo in gabbia e questo lupo ha le chiavi della gabbia”
“Io non perdo mai il controllo, ho paura di cosa potrebbe succedere se lo perdessi”
“ Ho una reazione istintiva alla violenza psicologica perché ne sono stato vittima e riesco a reagirci solo con estrema aggressività”
 “Detesto la freddezza, preferisco il litigio, la politica del sussurra e bisbiglia non la sopporto perché era la politica della mia famiglia”
 “La mia era una famiglia anaffettiva, io invece ho un disperato bisogno di affetto”
 “Ho bisogno di parlare, altrimenti non faccio altro che caricare candelotti di dinamite”
“ Nella mia famiglia di origine sono stato una spugna che ha assorbito ogni conflitto e problema che potevano sorgere e ne sorgevano davvero tanti”
“Devo scaricare anche fisicamente tutte le mie tensioni, ho un rapporto animale con il mio corpo”

A dodici anni, mentre sua madre minacciava di picchiarlo, l’adolescente che in quel momento era, con calma e freddezza, le disse:  “ Non voglio più essere picchiato, se mi tocchi ancora solo con un dito, io ti butto fuori dalla finestra” . Il ragazzo non venne più toccato e, da quell’età, comincia ad avere i suoi primi ricordi divenendo, pian piano, l’uomo in lotta con il suo passato che è ancora oggi.

L’ultimo episodio di maltrattamento, partorito nuovamente dalla sua difficoltà a gestire la rabbia, segnando il limite, gli ha fatto capire che il comportamento violento non lo rappresenta e nuoce a coloro a cui vuole maggiormente bene. Vedere sua figlia controllare in continuazione che il padre e la madre non litighino, pronta ad addossarsi colpe non sue per mitigare la rabbia del genitore, o far sentire stupidi i suoi figli perché in preda ad una sofferenza di cui loro non sono responsabili lo destabilizza, aggiunge nuovo dolore al dolore originario. Nelle relazioni affettive si sente “come un elefante in una cristalleria”, brama delle vie di mezzo che non riesce mai a trovare, è sempre o tutto o niente.

Roberto deve affrontare le sensazioni lasciate da ricordi di cui non ha più memoria, i suoi “terrori senza nome”, senza uscirne mai vincitore, vittima dell’impotenza nel volere ricordare senza riuscirci, deve implodere internamente per non esplodere esternamente, consapevole che la propria vita è inevitabilmente anche tutto questo. Il suo disperato tentativo di dare un senso alle cose colpisce ed emoziona, è vivo e palpitante in ogni sua espressione ed in ogni suo sguardo.

Questa persona è stata in grado di capire l’importanza di chiedere un aiuto e lo ha chiesto e, ormai da diverso tempo, è in gruppo con altri uomini che, come lui, hanno pensato in passato che la violenza potesse essere una soluzione, ma che sono stati tramortiti dalle sue conseguenze  e ora vogliono cambiare.

Un uomo tra i tanti, ma non come tanti, un uomo coraggioso.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/11/storie-di-violenze-storie-di-cambiamento/348563/

Uomini e violenza, non chiamiamoli maltrattanti

No, non è una provocazione, ma è il risultato di riflessioni date dall’esperienza personale e clinica nel lavoro con uomini che hanno agito dei comportamenti violenti all’interno delle relazioni affettive e che, ad un certo punto della loro vita, sono stati in grado, a modo loro, di chiedere un aiuto per interrompere la violenza agita. Dare un’etichetta è semplice, veloce e rassicurante, ma implica un vero e proprio salto mortale del pensiero. Il termine maltrattante (o violento) non è altro che appunto una etichetta con la quale si riduce la complessità di una persona identificandola con quello che è stato il suo comportamento, ingabbiandola in esso, mentre, nel mio lavoro, ciò che mi sostiene è proprio il sapere che l’uomo può, potenzialmente, essere altro da ciò che ha esternato fino a quel momento. Sono convinto che il comportamento violento sia espressione di un malessere riconducibile, ma non riducibile a ciò che viene messo in atto ossia il pugno, lo schiaffo, il calcio o l’insulto. Parlare di uomini che agiscono comportamenti violenti è sicuramente una terminologia che io preferisco e che utilizzo, anche se inevitabilmente scomoda per la sua lunghezza, ma è più corretta, rispettosa ed aderente al reale perché si mette l’accento su ciò che è stato maltrattante ossia l’azione. Coordino dal 2009 a Firenze la prima Associazione in Italia che si occupa di uomini che agiscono violenza ed il suo nome è Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (C.A.M.) e quindi è opportuno che in questo articolo chiarisca che io qui esprimo una posizione netta che comunque è solo la mia posizione personale e non è necessariamente indicativa del pensiero del Centro di cui sono solo una delle tante anime. Il C.A.M. non ha sottovalutato l’importanza che ha avuto chiarire, sin da subito, nel nome l’utenza alla quale si rivolge, essendo un’ utenza che di suo tende a minimizzare molto gli agiti violenti e ad autogiustificarsi. Io però sono convinto che l’utilizzo del termine maltrattante o violento non sia funzionale e mi ponga dei grossi limiti nella relazione di aiuto che cerco di instaurare. Accogliendo un uomo, con il suo bagaglio di emozioni di rabbia, paura, imbarazzo e disconoscimento di ciò che ha fatto, nell’ evidenziare, sin da subito, che lui ed il suo comportamento sono cose ben distinte ho trovato il migliore alleato per dare alla persona possibilità di cambiamento. L’uomo non si sente giudicato, non si sente etichettato e si dà e mi dà più facile accesso all’ascolto. E’ così più facile che egli cessi di agire i comportamenti violenti di cui si è reso responsabile nei confronti della partner e/o dei figli. D’altronde credo che ognuno di noi possa aver avuto esperienze in cui l’essere “catalogato” abbia creato del fastidio e dell’insofferenza e siamo d’accordo che, parlando di violenza, siamo in un campo molto più complesso e carico di attenzioni obbligate, ma i principi alla base del ragionamento sono, a mio avviso, gli stessi. Deve necessariamente comunque sempre essere ben chiaro che il comportamento violento è indiscutibilmente condannato ed è un passaggio delicato perché l’uomo può credere di ricevere una qualche sorta di assoluzione. L’obiettivo non è assolvere, ma comprendere in modo che si maturi una presa di coscienza della propria responsabilità nell’aver scelto di agire violenza e di non esserne stati obbligati da forze superiori di cui non si ha il controllo e di conseguenza si può comprendere che delle alternative alla violenza ci possono essere, se davvero lo si vuole. Un comportamento violento non è rappresentativo dell’essere della persona, anche se, indubbiamente, figlio della sua storia, ma è rappresentativo della sua capacità di scegliere o meno di rompere delle catene che lo limitano e che gli danno una illusione di potere quando invece ciò che ottiene dall’altro è solo paura. Non chiamiamoli maltrattanti, non chiamiamoli violenti, chiamiamoli con parole che non mettano sbarre di ferro a prigioni di carta.

da

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/03/uomini-e-violenza-non-chiamiamoli-maltrattanti/340816/

Triste lo Stato che ha bisogno delle quote rosa

Leggendo l’articolo su Donne di Fatto riguardo all’impegno del ministro Elsa Fornero per assicurare le quote rosa nelle aziende pubbliche sono rimasto, come sempre, colpito da quella che considero una vera e propria offesa alla dignità di genere sia maschile che femminile.

Io ritengo che, per qualsiasi donna, sarebbe molto più gratificante essere assunta perché brava nel suo lavoro e non solo perché donna. La competenza, la professionalità, l’impegno e la motivazione nel proprio lavoro non hanno sesso.

L’affermazione: “l’equilibrio si considera raggiunto quando il genere meno rappresentato all’interno dell’organo amministrativo o di controllo ottiene almeno un terzo dei componenti eletti” esplicitata dal decreto legge approvato dal consiglio dei ministri è fuorviante in quanto l’equilibrio non viene raggiunto, ma imposto che è cosa ben diversa.

Certo, i dati ci dicono che per le donne è molto più difficile essere assunte o ricoprire determinati ruoli e quindi l’obbiettivo delle quote rosa sarebbe permettere a molte più donne di non subire delle discriminazioni. L’obiettivo in sé è corretto, ma le modalità non lo sono. Non si fa altro che cercare di eliminare una discriminazione nei confronti del femminile aggiungendone una nuova nei confronti del maschile. Togliere un posto di lavoro ad un uomo in quanto uomo rientra nella stessa identica logica del togliere un posto di lavoro ad una donna in quanto donna.

Con l’imposizione non si ottiene niente. Bisogna invece cercare di fare molte più campagne di sensibilizzazione sulle questioni di genere ed impegnarsi quotidianamente per abbattere gli stereotipi. Quando mi sono ritrovato come facilitatore in gruppi di uomini e di donne che si confrontavano sulle rispettive convinzioni, paure e difficoltà nei confronti del sesso opposto ho visto sciogliersi molti facili costrutti mentali. Riuscire poi a parlare di questi argomenti con bambini e soprattutto con adolescenti nelle scuole è, secondo me, una delle possibilità migliori che possiamo offrire alle nuove generazioni perché cambino ciò che non funziona nelle vecchie.

Tutto questo mi fa ritornare alla mente anche lo scalpore mediatico suscitato 4 anni fa durante le elezioni presidenziali degli Usa in cui era altamente probabile che ad essere eletto sarebbe stato o la prima donna o il primo afroamericano della storia americana. La sfida tra Hillary Clinton e Barack Obama si “riduceva” a questo, mentre ad essere eletto sarebbe dovuto semplicemente il candidato migliore e più convincente. Certo che ha la sua importanza un presidente afroamericano o un presidente donna, ma sono considerazioni che devono ruotare intorno ai contenuti e non devono sostituirsi ai contenuti. A cosa serve agli americani un presidente “alternativo” se poi le sue politiche sono fallimentari? Lo si dovrebbe eleggere perché è donna, perché è di colore o perché è una persona che dimostra di avere delle potenzialità e quindi è opportuno che le metta in campo?

Troppe volte l’ immagine mostra sempre di farla da padrona nella nostra società.

da

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/06/triste-stato-che-ha-bisogno-delle-quote-rosa/317805/

Una ventata di misoginia attraversa il nostro paese?

O forse non è una ventata, ma sono le radici della nostra terra?

Il fenomeno della violenza sulle donne è un dato di fatto e non è un dato recente, ma ha la sua storia . Con questo non si vuole affatto affermare che le donne non possano essere violente con i propri compagni o che tutti gli uomini siano violenti. Chi crede che, in questo blog, siamo convinti di queste cose si fermi nella lettura di questo articolo e cerchi altrove dove indirizzare le sue eventuali osservazioni in proposito perché qui sarebbero fuori tema.

La violenza è violenza indipendentemente dal genere, ma spesso se ne fa una questione di genere perché, ad esempio, in Italia una donna, ogni tre giorni, muore per mano del suo compagno e non mi risulta che un uomo, ogni tre giorni, muoia per mano della sua compagna. Non è la stampa a non riportare notizie di “maschilicidio”, queste notizie non si trovano perché il “maschilicidio” non esiste.

E’ recente la scoperta, riportata anche su Donne di Fatto, della clonazione di molti siti contro la violenza sulle donne nei quali si afferma, con un linguaggio piuttosto aggressivo, che i Centri Antiviolenza sono luoghi da evitare perché, all’interno di essi, si trovano pedofile, naziste e calunniatrici. Quanta rabbia contro il femminile si nasconde dietro a queste parole! Quale ferita nei confronti del femminile ci deve essere da parte del maschile, anzi di questo maschile (perché il maschile sa essere ben diverso), per affermare ciò?

Questa guerra tra i sessi è tale perché viene vissuta come una guerra, non perché necessariamente lo debba essere. In Al di là del bene e del male Nietzsche diceva che “le stesse passioni nell’uomo e nella donna hanno un tempo diverso: perciò uomo e donna non cessano di fraintendersi.

D’altronde non nascondo neanche la mia sorpresa nel vedere spesso i commenti dei lettori uomini sul nostro blog e quanta aggressività viene esplicitata. Si ha naturalmente il pieno diritto di avere una opinione diversa da quanto io e Nadia scriviamo, ma le modalità di comunicare il proprio punto di vista, a volte, sfiorano l’offensivo e, in questo modo, cade qualsiasi possibilità di un confronto costruttivo e di una riflessione che può anche eventualmente portare a riesaminare delle posizioni perché, fermo restando le nostre idee di base che hanno dato vita a questo spazio che quelle sono e quelle rimangono, non abbiamo la pretesa di avere il verbo divino.

Accantoniamo l’argomento “violenza sulle donne” e spostiamoci leggermente ai ruoli sociali e culturali che le donne rivestono e hanno rivestito. Il fatto che, in linea di massima, il sesso femminile sia meno retribuito sul lavoro, che costituisca il maggior numero di disoccupati, che quando si è incinta si possa perdere il lavoro, che tette e culi imperversino in televisione, che una donna con all’attivo molte relazioni con uomini scenda di livello sociale nell’immaginario collettivo, mentre un uomo con all’attivo molte relazioni con donne vi salga, che la grammatica sia strutturata nel preferire l’utilizzo del maschile al femminile, cos’è? Casualità?

Il processo storico-sociale della cultura occidentale è stato caratterizzato dall’imposizione di un sistema patriarcale fondato su una netta asimmetria nei rapporti sociali di genere, ponendo l’uomo come soggetto universale che ha il potere e la capacità di costruire il mondo e la realtà a partire da sé, ostacolando la possibilità della donna di trovare diverse modalità per autorappresentarsi. Il femminile ha così dovuto inevitabilmente limitare i suoi spazi di vita in relazione all’affermazione del potere maschile, venendo privato di molte delle sue potenzialità per esprimersi nel campo della sfera pubblica, della produzione della cultura, della politica.

Chi nega questo nega la storia e nega la realtà.

da

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/27/una-ventata-di-misoginia-attraversa-il-nostro-paese/307677/