Archivio per 20 ottobre 2012

Femminicidio: quante volte ancora?

E siamo a 100! Ieri, a Palermo, Carmela Petrucci è stata uccisa a coltellate dall’ennesimo uomo che non ha saputo gestire la propria rabbia e la propria sofferenza dopo la fine di una relazione ed è solo una fortuna che la sorella di Carmela, Lucia, la reale destinataria della furia iniziale dell’uomo, sia ancora in vita.

Quante volte ancora dovremo cominciare degli articoli scrivendo di un’altra vita di donna troncata dalle mani di un uomo?

Quante volte ancora una donna dovrà lanciare il suo grido di aiuto a coloro che, organi statali e forze di polizia, dovrebbero tutelarla e che invece non saranno in grado di farlo perché non avranno sviluppato orecchie per ascoltare? 

Quante volte ancora l’indignazione mediatica sarà fatta solo di belle parole?

Quante volte ancora una donna non potrà sentirsi sicura nelle propria mura domestiche?

Quante volte ancora una donna non potrà sentirsi sicura, come può esserlo un uomo, camminando di notte nelle nostre città?

Quante volte ancora le operatrici e gli operatori dei centri antiviolenza dovranno vedersi ridurre il loro budget e continuare comunque a lavorare perché non si può e non si deve gettare la spugna?

Quante volte ancora un uomo, consapevole di fare del male alla propria compagna, non potrà accedere ad un servizio che lo aiuti perché sul territorio mancano?

Quante volte ancora un uomo potrà pensare che la violenza degli uomini sulle donne è giustificata dalla violenza delle donne sugli uomini? E chi scrive, sia chiaro, non nega l’esistenza della violenza delle donne sugli uomini, ma ha ben chiaro che il fenomeno ha dimensioni e caratteristiche ben diverse e non fa tornare in vita le donne uccise e non può essere di consolazione alle donne abusate.

Quante volte ancora una donna e un uomo saranno incatenati a degli stereotipi di genere che creeranno le basi per una incomprensione reciproca?

Quante volte ancora per una donna dovrà essere ingiustamente limitante essere semplicemente donna nella famiglia, nel lavoro e nelle istituzioni?

Quante volte ancora, sentendo e vedendo la violenza intorno a noi, ci gireremo dall’altra parte perché saremo convinti che, se non capita direttamente a noi, essa non ci riguarderà?

Quante volte ancora, anche quando la violenza ci riguarderà invece direttamente, non riusciremo a chiamarla con il suo nome?

Quante volte ancora potrei pensare ad altre domande di questo genere?

La risposta che do non mi piace: troppe volte, anche quando una sola volta è già una volta di troppo.

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/20/femminicidio-quante-volte-ancora/388249/

La chiusura della libreria Edison di Firenze, schiaffo alla cultura

La  parola cultura deriva dal latino “colere” che traduciamo in “coltivare” ed il suo significato può essere talmente ampio che ben si presta a rappresentare i più disparati interessi che abbiano lo scopo di accrescere la  conoscenza. Cosa sia cultura e cosa non lo sia potrebbe avviare una riflessione interessante, ma che non si potrebbe aprire e chiudere tanto facilmente in un semplice post.

Tutti potremmo però concordare che il mezzo di diffusione culturale per eccellenza è stato ed è tutt’ora, nonostante internet e e-book vari, il libro. Niente più dell’opera scritta, credo, possa rappresentare la cultura. Il “lettore di professione” non può stare troppo tempo senza un libro nelle immediate vicinanze dei suoi occhi e quando si sta avviando a concluderne uno spesso sta già pregustando il successivo. Lo spazio temporale interposto tra la lettura di due libri non può che essere minimo, quanto basta per il respiro necessario prima di una lunga immersione.

La libreria è il posto dove si acquistano i libri, ma parlarne solo in questi termini è riduttivo. Chi va a comprare le sue letture sa bene che l’arrivo alla cassa è solo la fase finale e materiale di un processo che si avvia ben prima e che di materiale ha ben poco. Scegliere un libro per il proprio piacere può essere un lungo ed inestimabile processo mentale che può avere avuto luogo già prima di entrare in libreria oppure può avvalersi del classico ed incomparabile girovagare tra gli scaffali in cerca di non si sa bene cosa e, anche quando lo si scopre, non sempre diventa un buon motivo per rinunciare all’esplorazione. Il prendere in mano un volume e toccarne la sua consistenza dà quasi l’idea di possedere la cultura, idea innocentemente falsa, ma potentemente simbolica.

A Firenze, città nella quale ormai vivo da quindici anni, chiuderà, entro la fine dell’anno, la libreria Edison che con i suoi diciotto anni di attività (1994-2012) ha ben rappresentato un luogo dove la cultura non solo si è” venduta”, ma si è respirata a pieni polmoni. E’ la seconda libreria storica che chiude nel giro di un anno o poco più, la prima è stata la libreria Martelli, ciò dispiace, spiazza e preoccupa.

Scrivo queste righe per salutare un pezzo di Firenze che se ne va e per dare la mia solidarietà ai suoi dipendenti, che rimarranno disoccupati, e ai suoi frequentatori abituali, tra i quali mi annovero. Firenze, culla della cultura, non si dovrebbe neanche affacciare al pensiero di scrivere il capitolo conclusivo di una storia così importante, ma chi ha avuto in gestione la faccenda non sembra essersi fatto particolari problemi ad impugnare la “penna” necessaria.

La società Effe.com che fa capo a Feltrinelli ha semplicemente deciso di non rinnovare il contratto di affitto. Esiste un vincolo di destinazione d’uso sui locali che la Edison dovrà abbandonare, posto dal Comune, e tale vincolo garantisce che almeno il 70% dell’area debba essere destinata a spazi di attività culturale, ma si vocifera che invece su quei locali metterà mani la Apple. E’partita una petizione per raccogliere firme per sostenere la richiesta di evitare che il Consiglio Comunale non rispetti tale vincolo e ceda gli spazi ad attività non culturali.

Per domenica 21 alle 16:00 i dipendenti della Edison stanno organizzando in piazza della Repubblica un appuntamento per ritrovarsi e condividere il proprio rammarico e il proprio affetto provando a “elaborare il lutto”. Arrivare in piazza della Repubblica di Firenze e non trovarvi più la Edison ed i suoi libri creerà un senso di vuoto in quella piazza che qualsiasi attività non culturale che vi potrebbe nascere in sostituzione trasformerebbe in una voragine. Gli scaffali semivuoti, a causa dell’avvio degli sconti prima della chiusura, già ora ti fanno sentire un po’ come un vagabondo incapace di orientarsi laddove prima ci si sentiva come a casa .

Un libro non è solo un libro. Un libro non lo si compra, lo si vive e le librerie sono simboli di vita che non vanno soppressi.

 

da

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/20/chiusura-della-libreria-edison-di-firenze-schiaffo-alla-cultura/388148/

Studenti vs Monti: i manganelli e la forza protettiva della cultura

Su internet stanno girando, da diverse ore, le foto delle cariche di polizia che hanno ricevuto gli studenti durante le manifestazioni da loro organizzate per protestare contro il governo Monti ed il suo esecutivo.

Le immagini non lasciano spazio alla messa in dubbio di un utilizzo della forza spropositato in merito a coloro che con questa forza si sono dovuti confrontare. L’utilizzo ‘tecnico” della  violenza di questo governo non sembra così diverso da quello a cui erano ricorsi i governi precedenti in altre occasioni. Semplici studenti, dei ragazzi o poco più, identificabilissimi dal loro modo di vestire, dalle loro acconciature e da quant’altro possa richiamarsi al loro giovane mondo, vengono trattati come fossero guerriglieri urbani.

La prima cosa che ho avvertito, guardando le foto, è stata una sorta di identificazione con un mondo di cui facevo parte non tantissimo tempo fa. Pur nella diversità dei volti e delle situazioni, ho visto in loro me, i miei amici e alcuni dei miei anni migliori dedicati alla formazione.

Ho provato una sorta di indicibile silenzio interiore carico di rabbia ed indignazione. Cosa mi rende ora diverso da quei ragazzi? La differenza di età e la differenza dei luoghi non può rendermi assolutamente differente da loro nell’essenza del problema: vivere in un Paese dove l’utilizzo legalizzato della forza con chi è più debole, anche quando essa non è necessaria, è diventato possibile.

Anche se manifestare deve comunque rimanere indiscutibilmente un diritto di tutti,  io personalmente sono molto scettico sulla sua utilità in un Paese come il nostro dove, finita la manifestazione, torniamo nella nostra casetta in affitto con il nostro lavoro precario a riprendere dallo stesso punto dal quale avevamo interrotto per partecipare all’evento.

Ci si alza poi la mattina e su facebook postiamo la nostra indignazione convinti di fare qualcosa di concreto, quando in realtà siamo solo diventati estremamente professionali nell’illuderci di fare qualcosa. Il vecchio ‘cogito ergo sum’ viene sostituito dal moderno ‘posto ergo sum’.

Se postare, quando non proprio inutile, ha decisamente rischi di depotenziamento di azione concreti e se scendere in piazza, oltre ad avere prodotto finora pochi risultati, comincia a diventare anche seriamente pericoloso, quali reali alternative abbiamo per non arrenderci a questo futuro del quale ci stanno togliendo la capacità di esserne pienamente ed in coscienza responsabili?

La cultura tenderà sempre verso gli studenti e gli studenti tenderanno sempre verso la cultura, entrambe le parti non possono che esistere grazie ad una interazione reciproca e continua. Non c’è poliziotto in tenuta antisommossa che potrà fermare il libero pensiero con il manganello, esso ha dimostrato, in tutti i secoli ed in tutte le culture, di essere in grado di sopravvivere anche in condizioni estreme.

La cultura della forza punitiva innescherà la forza protettiva della cultura.

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/07/libero-pensiero-non-si-ferma-con-manganelli/375332/

“Dalla Pelle al cielo”: romanzo poetico sulla violenza

Giudicare è una delle attività più comuni tra le persone, veloce, gratuita, ci fa spesso sentire migliori di coloro sui quali esprimiamo le nostre opinioni, sembra  essere automatica e non impegna necessariamente le nostre migliori attività mentali.

Nel mio lavoro di psicoterapeuta, so bene quanto possa essere nocivo e limitante imbattersi in un giudizio e quanto le persone ne possano poi soffrire e so bene quanto questo accada spesso. Non è necessario lavorare in campo psicologico per sapere quanto i pareri altrui ci influenzino, basta vivere. Col nostro giudizio cerchiamo di allontanarci il più possibile dalle azioni di coloro che giudichiamo e in fondo vogliamo sottintendere che noi siamo “diversi”. Non di rado abbiamo un disperato bisogno di porci su un altro piano che ci consenta di guardare l’altro dall’alto in basso, abbiamo paura di scorgere qualcosa di noi dove non vorremmo che ci fosse.

Quando si parla di un uomo violento, di un uomo che picchia la propria compagna e abusa sessualmente della propria figlia adolescente giudicare diventa, per la maggior parte delle persone, un dovere dal quale non è possibile sottrarsi.

Nel romanzo “Dalla pelle al cielo” di Ilaria Drago il giudizio è stato bandito perché considerato inutile ed il suo posto è stato preso da una comprensione implicita che ci guida in territori inesplorati dove la critica non può arrivare. E’ facile etichettare un uomo e dargli del mostro identificandolo con il suo comportamento e non riuscendo a capire che sono due cose ben distinte. Siamo anche noi le sbarre che non permettono a qualcuno di cambiare.

Il romanzo è il diario di un’adolescente che scrive su queste pagine dai 12 ai 14 anni, un amico al quale confidare due anni di violenze ed abusi sessuali perpetrati dal padre. Parlare di un argomento come la violenza sessuale è difficile, ma farlo con la poesia che Ilaria Drago mette nella immaginaria penna di questa ragazza è arte.

L’autrice entra perfettamente nel mondo emotivo dei vari personaggi e niente sembra essere fuori posto per chi conosce le dinamiche che vengono spesso a crearsi in situazioni di maltrattamento. C’è una madre ignara dell’abuso sessuale perpetrato alla figlia e che riceve la sua parte di violenza fisica e psicologica, una amica di famiglia che fa le veci di un angelo in mezzo a tutto il tormento, il primo ragazzo con il quale la protagonista instaura un tenero e forte legame affettivo, una nonna iperprotettiva che minimizza i comportamenti del figlio e poi c’è proprio lui quello che tutti considererebbero il mostro, ma che Ilaria non dipinge come tale, pur mettendo a nudo la sua violenza. Il comportamento del padre è narrato in tutta la sua crudezza, ciononostante Ilaria capisce quanto poco serva giudicarlo e con poche pennellate fa intravedere il suo passato, non privo di esperienze altrettanto tragiche. Ognuno è figlio della propria storia e non siamo noi a scegliere i nostri genitori.

Nel non giudicare, ma nel comprendere  investo tutto il mio lavoro con gli uomini autori di comportamenti violenti. So bene che giudicare non mi porterà da nessuna parte, mentre comprendere potrà dare il via a dei cambiamenti significativi che  permetteranno di interrompere la violenza.

“Dalla pelle al cielo” è un libro sulla sofferenza e sulla capacità di farvi fronte. La protagonista vive tra le macerie prodotte dai comportamenti dei suoi genitori, ma è in grado di cercare una ragione là dove molti non la cercherebbero, non vuole arrendersi all’odio, vuole vivere e vuole vivere nonostante tutto.

Dal finale del diario:

 …perché io non mi arrendo al fatto che non vi sia una ragione per tutta questa furia e vendetta e rancore. Non mi arrendo al fatto che non vi sia una ragione che assolva mio padre. Una ragione che assolva mia madre. Una ragione che assolva me. Ci deve essere! Perché questo odio non lo voglio. Perché se sopravvivo, non voglio diventare come questa montagna di ferite. Perché c’è e ci deve essere il modo che questa vita sia un paradiso. Che non sia solo un groviglio d’esistenze pronte alla carneficina. Perché non accetto più che si deleghi ad altri la propria salvezza, la propria felicità. (grassetto mio)

Per ordinare il libro scrivere a

info@ilariadrago.it

http://www.ilariadrago.it/