Archivio per 20 gennaio 2013

Firenze, 25 Gennaio 2013 Presentazione del libro “Trasformare il potere” di Alessandra Pauncz

Venerdì 25 presenzieró alla presentazione in Palazzo Vecchio del libro "Trasformare il potere" di Alessandra Pauncz

Mario De Maglie ospite di Mattino 5 su Canale 5

Martedì 22 Gennaio sono stato ospite della trasmissione di Canale 5 Mattino 5 per parlare del lavoro del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze.

Di seguito il link che riporta alla puntata, sono visibile intorno al 57esimo minuto:

 

http://www.video.mediaset.it/video/mattino_5/full/368916/martedi-22-gennaio.html

Uomini autori di comportamenti violenti. Quattro posizionamenti possibili rispetto al maltrattamento

I lavori clinici sui “maltrattanti” hanno reso evidente come non sia possibile arrivare ad un profilo specifico dell’uomo “violento”. La violenza è un fenomeno trasversale nelle classi sociali e culturali e non possiamo considerarla una malattia, ma una scelta di cui, chi la compie, deve assumersi la responsabilità. Siamo tutti a rischio di agire e di subire dei comportamenti prevaricanti e aggressivi. Operare una classificazione non è mai stato possibile e su questo, dopo tre anni di lavoro al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze (C.A.M.), primo Centro in Italia che si occupa della presa in carico dell’utenza in questione, concordo pienamente. All’interno dell’ Associazione, mi sono occupato principalmente dell’accoglienza degli uomini, offrendo loro una serie di colloqui individuali per poter valutare la consapevolezza del maltrattamento agito e la motivazione al cambiamento implicante, in primis, una interruzione dell’agito violento stesso. Ho lavorato con avvocati, operai, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine, agricoltori, impiegati, pensionati e con tanti altri delle più disparate fasce lavorative. Non ho riscontrato un “maltrattante tipico”, ma , in base alla consistenza dell’esperienza maturata, ho trovato possibile operare una suddivisione degli uomini rispetto alla modalità con la quale arrivano a formulare la richiesta di aiuto e quindi a presentarsi al C.A.M.

All’interno di questo ciclo di valutazione, viene effettuato il contatto partner che ha lo scopo di informare la donna del percorso intrapreso dal compagno e di ricevere un suo feedback rispetto al maltrattamento subito. Se l’uomo è motivato e disponibile viene introdotto al lavoro di gruppo con altri uomini e due facilitatori di differente sesso. Questo, in breve, il servizio offerto.

Prima di passare alla suddivisione, da me formulata, mi preme fare una considerazione che è sempre stata alla base del mio lavoro e che ho necessità di esporre per rispetto mio e dell’ utenza. In questo articolo non parlerò mai di “maltrattanti” o “violenti”, se non virgolettando le parole e questo ha una motivazione non banale. Considero l’utilizzo del termine “maltrattante” una etichetta che limita ed impoverisce l’aiuto che posso dare ad un uomo. Non mi interessa dare un giudizio sulla persona, quello che condanno è il comportamento violento, non chi lo agisce. La differenza può apparire sottile, ma è sostanziale. Parlo e parlerò sempre di uomini autori comportamenti violenti per porre l’accento sulla differenza tra ciò che si è e come ci si è comportati. Sebbene faccia parte di un Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, specifico che la questione terminologica è una posizione personale che è rappresentativa solo del mio punto di vista.

Torniamo alla “classificazione”. Essa non vuole essere rigida, ma dare delle indicazioni che ritengo possano essere di qualche utilità. Non necessariamente un uomo appartiene ad una sola delle categorie che vado a presentare o ne possiede tutte le caratteristiche, ma in base all’esperienza, ho individuato delle tendenze abbastanza comuni. L’invito è a prendere la suddivisione proposta comunque in modo flessibile.

Dopo aver ripercorso, tramite le schede cliniche tre anni di lavoro, e quindi con alle spalle una settantina di uomini e circa trecento colloqui, ho individuato quattro categorie di uomini:

 

  • Gli uomini “Io non sono un violento”

  • Gli uomini “Io sono un violento e sto male”

  • Gli uomini “Va tutto bene”

  • Gli uomini “Aiutami a capire”

 

 

Gli uomini “Io non sono un violento” sono coloro che non ammettono di essere considerati dei “violenti” o dei “maltrattanti”. Gli episodi per i quali si sono presentati sono stati occasionali, fraintesi, esagerati e non intenzionali. Si ritengono innocenti rispetto alle accuse che gli sono state mosse e lo chiariscono subito. Durante il colloquio, possono assumere un’aria innocente e sorpresa, se si cerca di concentrarsi sugli agiti violenti, oppure possono mostrarsi arrabbiati e indignati. Sono molto bravi a presentare la loro partner come una donna problematica, affermando o lasciando intendere che è lei il vero elemento violento della coppia, bisogna imputarle il motivo della loro insofferenza e di alcune reazioni aggressive. Mettono in atto una deresponsabilizzazione del maltrattamento agito e innescano facilmente polemiche sulle donne e la violenza femminile non riconosciuta. Immaginano una qualche sorta di macchinazione contro di loro, messa in atto dalla compagna, per screditarli e apparire una povera vittima. Non sono in grado di empatizzare con la donna e non arrivano a comprenderne le paure.

La definizione di violenza che danno e si danno è strumentale ad una “normalizzazione” del loro comportamento e la descrizione degli episodi violenti è vaga e minimale. Parlano poco del passato nella loro famiglia di origine e, se ne parlano, lo fanno come di un passato privo di qualsiasi forma di violenza.

Possono avere l’illusione di controllarsi durante l’espressione della loro rabbia, anche quando agita con aggressività. La loro idea è che, se si sono controllati, non possono essere stati violenti, il “violento” non si controlla.

Sono uomini che, di solito, arrivano al C.A.M. dietro spinte esterne che vivono come obblighi (invio da assistenti sociali, processi in corso, relazione di coppia in crisi, figli allontanati). Tale condizione non porta a una chiara ammissione di responsabilità, di conseguenza molte volte essi non proseguono il percorso. Può accadere che siano loro ad abbandonare il servizio oppure è la valutazione degli operatori che porta a una conclusione dello stesso. Questi uomini non riescono a mettersi in discussione perché, se esiste un problema nella coppia, non sono loro a doversene far carico.

Durante il colloquio, può essere utile affrontare la violenza in modo diretto e centrato, se non in prima battuta, a causa di forti resistenze, sicuramente in una seconda fase. E’ particolarmente importante con loro chiarire verbalmente la distinzione tra il non sentirsi un “violento” (legittimo) ed il comportamento agito (violento e condannabile).

La posizione che essi assumono nei confronti dell’operatore è spesso di sfida, opposizione, polemica o seduttiva manipolazione. Sono colloqui molto impegnativi e carichi di energia, le contraddizioni vengono scavalcate con semplicità disarmante, confrontare l’uomo con l’evidenza è tutt’altro che scontato.

 

Gli uomini “ Io sono un violento e sto male” sono coloro che si presentano consapevoli di aver avuto un comportamento violento e non faticano a considerarlo e chiamarlo tale, la richiesta di aiuto è semplice e diretta. Vivono con malessere il maltrattamento agito e se ne sentono responsabili in modo abbastanza limpido e non manipolativo. Vogliono essere aiutati a prevenire nuove violenze che si sentono a rischio di compiere, hanno paura di non riuscire a controllarsi e che, prima o poi, possa succedere il peggio. Vogliono essere fermati. Possono sentirsi addosso la paura della donna e viverla come un dramma, essendone loro la causa. Riescono a soffermarsi con più facilità nella descrizione degli episodi violenti. L’evidenziare delle criticità della donna è possibile, ma meno centrale, chiedono un aiuto indipendentemente da questo.

Possono aver subito delle violenze nella famiglia di origine, ma, rispetto ad altri uomini che possono avere una storia di violenza alle spalle, loro ne hanno, per qualche motivo, una consapevolezza maggiore.

I colloqui sono molto belli ed intensi. Il lavoro preliminare che l’operatore fa per tentare di ridurre i meccanismi difensivi dell’utente salta, cedendo il posto a maggiori elementi di terapia, riflessione e cura delle proprie ferite. Sono uomini che mostrano una sensibilità ed una emotività che li motiva ad andare avanti nel percorso perché capiscono l’utilità e l’inevitabilità di un lavoro su stessi per poter stare meglio, accedono facilmente al gruppo. Cercano di contrastare un senso di solitudine e di fallimento con il quale si sono dovuti confrontare ogni volta che hanno agito un maltrattamento.

 

 

Gli uomini “Va tutto bene” sono coloro che arrivano ad ammettere un singolo (o poco più) atto violento riferito al passato, ma, in breve tempo, affermano di aver risolto la crisi con la compagna e di essere ormai in grado di controllarsi.

Possono essersi molto spaventati in seguito ad un episodio in cui hanno agito violenza ed è questo che li rende maggiormente disponibili ad un confronto. Attivano velocemente un processo di interpretazione e razionalizzazione dell’episodio il cui scopo è renderlo comprensibile e giustificabile, circostanziandolo e contestualizzandolo. La loro responsabilità è fortemente mitigata da una corresponsabilità della donna. Affermano di aver imparato la lezione e, ad ogni colloquio, esplicitano che la relazione con la partner è migliorata, non ci sono più stati momenti di tensione sfociati in violenza oppure sono stati ben gestiti grazie al time-out* e ricordando la paura provata durante l’episodio in cui hanno corso il rischio di farle del male. Possono affermare di ricorrere ad un atteggiamento di indifferenza ogni volta che si sentono provocati e questa li tutela dalla rabbia esplosiva provata in passato.

La violenza è stata un incidente di percorso, da una parte ne sono responsabili, ma dall’altro, se incidente è stato, come tale va considerato. L’incidente non è premeditato, è casuale e deresponsabilizza. Un episodio circostanziato e quindi giustificabile a causa di eventi eccezionali.

La descrizione dell’episodio è molto vaga.

I “Va tutto bene”possono essere contenti del contatto partner perché questo può dimostrare, alla donna, il loro “cambiamento” ed il loro fare “penitenza” venendo al Centro. Tendono ad interpretare le parole dell’operatore per rafforzare le loro teorie ed è importante che quest’ultimo sia chiaro e mai ambiguo nell’esprimersi. Possono essere molto concentrati sui loro bisogni e poco propensi a mettersi in discussione.

L’aspetto maggiormente critico e problematico riscontrato nel lavorare con questa tipologia di utenza consiste nel provare a soffermarsi sui possibili momenti di tensione perché questi sembrano essere scomparsi o sotto controllo. Il passato familiare è okay e non parlano di criticità particolari. Riportano sempre le stesse argomentazioni e, poiché va tutto bene nelle nuove dinamiche di coppia, possono produrre un senso di noia nell’operatore perché ripetitivi e monotoni. Questi colloqui sono i più noiosi e demotivanti.

Nei confronti della paura della donna, da loro causata, sono ambivalenti, la avvertono e ne dubitano contemporaneamente. La donna è descritta come una provocatrice e quindi, se provoca, può davvero avere paura? Non di rado affermano che la donna è stata vittima di violenze passate e quindi è possibile che ora sia così sensibilizzata in proposito che ingigantisce alcune sue preoccupazioni.

Pur ammettendo di aver avuto un problema, sono convinti che il loro errore è stato negarlo finché non è esploso con la violenza. Il semplice esplicitare, ora, di aver avuto un problema lo risolve automaticamente. Un primo passo viene ad essere considerato come l’intero percorso.

Poiché le criticità sono diminuite o scomparse gli uomini, appena possibile, interrompono il percorso, è inutile continuare se non avvertono di dover cambiare qualcosa. E’ possibile che alcuni di loro stiano realmente attraversando un momento positivo, all’interno della relazione di coppia, e credano che l’emergenza sia passata. I colloqui effettuati li vivono come più che sufficienti per sentirsi al sicuro dal reiterare nuovi comportamenti maltrattanti.

La chiusura del percorso è rischiosa, pochi incontri non risolvono la situazione. L’operatore deve sempre dare una restituzione che tenga conto della reale possibilità che l’uomo si trovi al punto di partenza, cercando di motivarlo al consolidamento del periodo positivo. Non facile, fondamentalmente la motivazione è scarsa.

Paradossalmente i “Va tutto bene” arrivano con una certa motivazione, ma nel ciclo di valutazione, nonostante gli sforzi dell’operatore questa, invece di consolidarsi o aumentare, diminuisce.

 

Gli uomini “Aiutami a capire” sono coloro che si presentano molto confusi, non si considerano violenti, ma constatano che hanno realmente fatto del male alla loro compagna o che comunque lei può avere paura di loro. Dubitano sulla natura del loro comportamento, non sono in grado di decifrare gli agiti. Vivono una dissonanza, la parola violenza è una parola che non hanno mai associato a loro e quindi sono scioccati dal verificarsi di episodi in cui riconoscono un loro maltrattamento attivo. Si sentono responsabili, ma non sanno bene di cosa. Possono descrivere uno o due episodi in cui hanno “esagerato”, normalizzandone altri che sembrano comunque prevaricanti,ma che considerano di scarso rilievo.

Necessitano di un confronto iniziale su cosa sia un maltrattamento e di un feedback sui comportamenti messi in atto. Se questo avviene in modo chiaro ed accogliente, mostrano un maggiore interesse a mettersi in discussione e accettano volentieri di continuare il percorso.

Gli “Aiutami a capire” possono avere subito delle “lievi violenze” in famiglia, ma non le riconoscono come tali. Schiaffi e sculaccioni, se ci sono stati, sono stati inevitabili e con intento educativo.

Riescono a sviluppare facilmente empatia verso la loro compagna ed è proprio questa la chiave per agganciarli e motivarli, vengono gradualmente responsabilizzati.

All’interno di questa classificazione, potrebbero rientrare o avere un posto completamente loro, altre due tipologie di utenza che, per ora, causa necessità di maggiore esperienza in proposito nomino, ma lascio in disparte e sono:

 

  • Gli stalker
  • Gli uomini dietro invio obbligato

 

La presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti, in Italia, è una realtà molto giovane e noi del C.A.M, per primi, ci siamo dovuti confrontare con la mancanza di operatori più esperti sul territorio nazionale. La nostra formazione è avvenuta, principalmente, lavorando a stretto contatto con l’utenza, della teoria iniziale, ma soprattutto tanta pratica. Quello che ho scritto vuole essere un mio personale contributo alla tematica ed un aiuto concreto per i nuovi operatori che si approcciano a questo lavoro e che quindi hanno bisogno di maggiori riferimenti. Forse la lettura può essere utile anche ad alcuni uomini che possono riconoscersi in degli atteggiamenti di cui ho parlato e farne stimolo per ulteriori riflessioni.

Un uomo, durante un primo colloquio mi disse: “Ho un lupo in gabbia e questo lupo ne ha le chiavi”. Fu una frase che mi colpì. Il mio obiettivo è permettere al lupo di uscire dalla gabbia senza che sbrani nessuno o forse dovrei dire più realisticamente che non credo nell’esistenza di lupi o mostri, ma solo di essere umani che hanno bisogno di essere ascoltati e non giudicati per quello che sono. Giudicare una persona è il miglior modo per vincolarla a quel giudizio e non permetterle di cambiare. Se motivato, un uomo può interrompere la violenza. L’operatore può agevolare, in lui, dei processi di presa di consapevolezza, per farlo deve familiarizzare con quello che gli uomini portano con sé. Questa è la mia esperienza.

 

*il time-out consiste nell’allontanarsi dalla situazione di conflitto con la propria compagna, quando si sente il rischio di non riuscire a controllarsi e di agire un comportamento violento. E’ una soluzione solo temporanea, ma che consente, nell’immediato, di non recare un danno fisico alla donna e di solito evita all’uomo i sensi di colpa e il malessere che scaturiscono dopo un episodio di maltrattamento di cui si rende responsabile. E’ necessario che il time-out sia concordato con la partner ossia che la donna sappia che, se l’uomo va via improvvisamente, durante un momento di tensione, non è per mancanza di rispetto, ma per tutelarla da gesti violenti.

 

di Mario De Maglie

Psicologo, Psicoterapeuta, Coordinatore Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti

www.centrouominimaltrattanti.org

www.aiutopsicologicofirenze.it

Per contattarmi direttamente:

madek5@hotmail.com

 

da:

 

http://www.forumlousalome.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=208%3Auomini-autori-di-comportamenti-violenti-quattro-posizionamenti-possibili-rispetto-al-maltrattamento&catid=73%3Aviolenza-di-genere&Itemid=95

Peccato che il suicida non possa essere intervistato

In Italia, nel 2012 106 persone (fonte reperita su internet, se non è esatta è comunque una buona approssimazione) si sono tolte la vita per motivi economici.

La morte costituisce, da sempre, una delle maggiori paure dell’uomo, per trovare un senso alla vita bisogna necessariamente confrontarsi con il tentativo di trovare un senso alla morte. Far parte degli esseri dotati di un intelletto evoluto crea delle domande, ma non dà sempre delle risposte. Vivere una vita così come viene, come fanno il resto degli esseri viventi, seguendo istinto, bisogni primari, voglia di sopravvivere, continuando semplicemente la specie, non può soddisfare l’uomo. Per avere l’impressione di “dominare la natura” bisogna pagare questo prezzo. Nessuno sa cosa venga dopo la morte, nessuno sa se viene qualcosa, si può credere, ma credere non è sapere.

Pirandello nella commedia “La Patente” dice:”L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sé una certezza su quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo”.

Epicuro affermava di non temere la morte perché “quando ci sono io non c’è la morte, quando c’è la morte non ci sono io”. La logica non batte ciglio al riguardo, ma dubito che il ragionamento possa rasserenare l’animo dei più. L’unica cosa certa che abbiamo, una volta nati,ossia il morire, è anche la più enigmatica. Diciamocelo: se ne farebbe volentieri a meno, almeno quando le condizioni di vita sono tali da permettere un minimo di equilibrio e serenità. Nella civiltà occidentale, dove l’avere ormai è sempre più avvezzo a far violenza dell’essere, invecchiare e poi morire è diventato ancor meno sopportabile di quanto potesse essere in passato. L’anziano, tanto per dirne una, ha sempre avuto un valore, all’interno della famiglia, prima che la società moderna lo relegasse ad un ruolo più marginale.

Tra tutte le morti c’è ne è una che la persona può arrivare a guardare in modo diverso, che arriva a desiderare ed è la morte per propria mano: il suicidio. Visto dai tanti come un gesto estremo, per i pochi che lo scelgono è solo l’ultimo gesto, la “soluzione”. Se vivere mi toglie senso, allora tolgo senso al vivere. Arrivare a pensare di non avere niente da perdere, scegliere l’ignoto quando l’uomo, di fronte ad esso, ha sempre innalzato le sue più potenti difese non fa parte del “normale sentire”, ne è una deviazione.

Pensare di togliersi la vita, in momenti di disagio emotivo non è raro, ma tra il rifletterci ed il farlo c’è un abisso ed è proprio quello che l’aspirante suicida risale per dare vita al suo ultimo atto, di solito non chiede aiuto, non parla dei suoi pensieri, agisce. Chi vuole veramente farlo lo fa.

I suicidi della lista traggono origine da un’unica parola:crisi. Da qualche anno questo termine, viene ripetuto quotidianamente e, anche nel 2013, tutto lascia intuire che sarà molto quotato. La crisi , una entità astratta che sta causando sofferenze e ristrettezze e che, per la sua impersonalità, sembra quasi sfuggire, a livello immaginativo collettivo, a qualsiasi responsabilità. Troppo grande, troppo vaga , fatta di troppi termini economici sconosciuti. A livello razionale si può ben intuire che delle responsabilità devono esserci, ma chi ci governa ha anche un buon accesso alle nostre parti più irrazionali ed infantili. D’altronde quanti continueranno a votare i vari schieramenti che sono gli stessi che ci hanno portato dove siamo?

In Occidente siamo soliti pensare al concetto di crisi in modo sostanzialmente negativo. L’ideogramma cinese Wej.ji rappresenta bene quello che invece dovrebbe essere lo spirito del termine in quanto racchiude in sé due parole: pericolo ed opportunità. Pensare alla crisi come ad un momento di pericolo in cui possono svilupparsi delle opportunità è sicuramente un modo costruttivo di affrontare le avversità. Non è solo un modo di pensare positivo, è un dato di realtà che un momento di crisi implica la necessità di un cambiamento e questo dovrebbe essere direzionato alla crescita di potenzialità.

La crisi economica è oggi quella maggiormente sbandierata dai media, ma è anche politica ed esistenziale.

La crisi della politica è talmente vasta che ormai ci si indigna, ma non ci si fa più realmente caso, ne siamo assuefatti e quindi molti di noi si accontentano di lamentarsene su facebook e social network vari in modo sterile, ma che dà l’impressione del fare e ci sazia la coscienza.

La politica, secondo un’antica definizione scolastica, sarebbe l’arte di governare la città, ma accostare la parola arte all’operato della nostra classe politica è un’azione quantomeno temeraria. Chi ci ha governato è stato ben lontano dall’agire per il bene comune, visto che quest’ultimo mai sembra essere stato così distante come ora. Sono decenni che la politica italiana è in crisi, mancano veri politici, c’è per lo più gente che ne assume il nome, ma la forma è sterile senza la sostanza.

La crisi è esistenziale perché basta guardarci attorno e dentro per capire che le cose così non vanno. Molti di noi vivono una vita precaria e senza garanzie che non può non minare l’animo e anche qui l’assuefazione e l’abitudine stanno facendo il loro lavoro. Sindromi ansiose,depressive,attacchi di panico e nevrosi varie hanno trovato terreno fertile nella società attuale, prima della rivoluzione industriale erano malesseri che raramente trovavano appiglio nelle persone perché la società era strutturata in modo molto diverso, certo più umano, nonostante i “comfort” ai quali siamo abituati non ci fossero. I suicidi vanno correlati anche a questo aspetto: mancanza di rapporti umani solidi in favore di rapporti sempre più fluidi ( leggi gli interessantissimi libri di Zygmunt Baumann sulla società liquida).

Pensare alla crisi attuale come ad un momento di opportunità è sicuramente dura, in quanto il concetto di transitorietà che è facilmente associato al periodo di crisi sembra qui non trovare luogo. Se la crisi diventa stabile non è più un momento straordinario, ma ordinario ed è in questa direzione che tutto sembra muoversi, familiarizzare con le condizioni di crisi per farle rientrare nella quotidianità. L’opportunità allora deve assume contorni proporzionali alla crisi in atto: cambiare radicalmente il sistema di sviluppo.

La notizia che 106 persone si siano tolte la vita sarebbe dovuta apparire in primo piano nei nostri media, invece è stata relegata, quando è stata data, dopo le solite ed inutili dichiarazioni dei politici. Facce vecchie con slogan nuovi imperversano togliendo spazio a questi “sconosciuti” che, con il loro suicidio, ci danno lo slogan migliore e più efficace per cambiare: il duro confronto con la realtà. Nei primi mesi del 2012 le notizie dei suicidi avevano iniziato ad attirare l’attenzione, ma in seguito, almeno io, non ne ho più ritrovate tanto facilmente, eppure i suicidi non sono cessati. E’ un vero peccato che il suicida non possa essere intervistato,frotte di giornalisti ambirebbero all’esclusiva e magari si troverebbe quello spazio che queste drastiche scelte dovrebbero avere nella società, considerando che è essa stessa ad avere le sue pesanti responsabilità in proposito.

 

di Mario De Maglie

Questioni di genere e imprese italiane

Da Novembre 2012 il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (C.A.M.) di Firenze, di cui sono coordinatore, ha iniziato una collaborazione con Fabrizia Paloscia per una attività di formazione e sensibilizzazione nelle aziende italiane sulle tematiche di genere e sulla violenza domestica. E’ la prima esperienza in Italia.

Fabrizia Paloscia, autrice del libro “Fabrica Ethica, un’utopia applicata, costruire in modo olistico la responsabilità sociale delle imprese”, si propone come prima olomanager per le imprese. 

Una olomanager, ci spiega,  è un manager in grado di avere una visione lucida della complessità e dei moltissimi elementi copresenti nella realtà quotidiana. E’ in grado di intersecare le varie letture con l’attivazione di progetti cantierabili tempestivamente per risolvere  i problemi che opprimono l’umanità,  da troppo tempo, per gli effetti dell’esclusione di questi temi dalle priorità politiche globali.

Dalla storia delle sue competenze, riguardante la responsabilità sociale delle imprese, quasi 10 anni di lavoro, condotto per la Regione Toscana, con le imprese e tutti gli attori sociali ed economici, nasce anche questa idea. Tutta questa esperienza ha nutrito e rafforzato il convincimento che se c’è un fenomeno, come ad esempio quello del femminicidio, le imprese possono avere  un ruolo fondamentale poiché sono centrali di aggregazione umana, ma anche luoghi che, se non sono governati nella direzione del benessere organizzativo e, quindi, se non riescono a far vivere un clima aziendale autentico e costruttivo, diventano terreno dove disagio, insicurezza e malessere creano un cocktail lesivo manifestabile in azienda e  ovunque.

C’è sempre maggiore bisogno di mettere in campo una qualità olistica dello sviluppo per creare le condizioni di una cittadinanza globale che possa esprimere appieno la sua capacità di costruzione pacifica  e in questo è di aiuto una olomanager. La visione è proprio quella di abbracciare più aspetti possibili per risolvere quanto rimane disatteso nell’agenda nazionale e globale, senza mai trovare i dispositivi che sciolgano i nodi di un malessere diffuso, e non si tratta solamente di scelte politiche, ma di elevare le capacità progettuali di tutti.
Affrontare il femminicidio significa affrontare un tema che ha le sue radici in una profondità strutturale che, se non viene disinnescata, porterà a sempre maggiori criticità. E’ già da tempo  in onda un’acutizzazione di una guerra mondiale diffusa, per assurdo, tra un sesso che non sopporta l’autonomia dell’altro. Non c’è tempo da perdere per dare vita a un processo di comunicazione funzionale.

L’esperienza nelle aziende è stata, finora, veramente ricchissima, gli sguardi si illuminano, l’interesse sale ogni volta di più, gli uomini vogliono parlare, apprezzano i toni pacati, avvertono come utili gli strumenti per comunicare in modo non violento.

Un’impresa sicura e  responsabile è un’impresa che affronta qualsiasi fenomeno sociale, perchè ha gli strumenti culturali per poter sviluppare soluzioni e trarre rafforzamento e competitività imprenditoriale  proprio dalla volontà di creare esperienza su ogni fronte individuato.

di Mario De Maglie

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/17/questioni-di-genere-e-imprese-italiane/448117/

Madame Bovary e la condizione della donna

Ho appena concluso la lettura del famoso romanzo di Gustave FlaubertMadame Bovary” e ho voluto annotare alcune sensazioni e considerazioni trasformandole in parole scritte.

La protagonista è Emma, una bella ragazza di campagna che accetta di sposare Charles Bovary, ufficiale sanitario. La donna crede di poter intraprendere con lui una vita che avrebbe potuto soddisfare i suoi bisogni e saziare i suoi desideri, imbevuti da anni di letture di romanzi e fantasie, ma scopre, alla fine, tutta la monotonia del suo matrimonio e la mediocre semplicità del suo compagno, che pur amandola sinceramente, non è minimamente in grado di colmare i vuoti di lei che si trasformano, pian piano, in voragini in cui tradimenti, malesseri ed estasi religiose la porteranno ad un tragico finale. Il racconto si svolge in Francia tra il 1827 e il 1846.

“Madame Bovary” è stato il primo e più clamoroso caso di censura operata su un’opera moderna, che una donna potesse fare quella vita e che se ne potesse scrivere è stato considerato un oltraggio alla morale pubblica. Nessuno scandalo per “l’immoralità” dei protagonisti uomini ed il loro modo di agire.

La figura sulla quale voglio soffermarmi non è tanto Emma, quanto Berthe, la figlia che nasce dal matrimonio con Charles. La bambina, una volta nata, è spesso presente nel racconto, ma sempre sullo sfondo, non una parola sui suoi sentimenti  e su ciò che prova anche se si avverte come, per la madre, sia solo un capriccio da tenere o allontanare. Madame Bovary non prende mai in considerazione i  bisogni della figlia, non è dato sapere neanche quanti anni abbia la bambina quando il racconto si conclude.

In poche righe, la vita di Berthe viene liquidata sul finale, rimane sola e mandata a lavorare in una filanda di cotone. L’ho considerata la figura più tragica del romanzo, un’assenza presenza  forte.

Emma avrebbe voluto un maschio per poter riscattare il desiderio di emancipazione che, alle donne, a quel tempo, non veniva minimamente concessa. Un maschio sarebbe stata la sua affermazione e, quando invece nasce una femmina, “un’altra lei”, il dolore è grande. La figlia non meriterà l’affetto che la madre avrebbe voluto dare al figlio solo per via del suo sesso. Berthe non può emancipare Emma, in quanto donna.  Il padre le vuol bene, ma la madre la usa solo per riempire i suoi vuoti, quando altre soluzioni si sono rivelate fallimentari.

Mi ha commosso ed intenerito il destino di questa immaginaria bambina e la sua innocenza, condannata dalla madre, quindi dal suo stesso sesso, ad essere un ripiego, un sogno infranto. Il pensiero va  a tutte quelle donne che, come Madame Bovary, hanno dovuto vivere la condizione femminile come una gabbia tanto da vedere nell’uomo non solo il problema, ma anche la soluzione. Per Emma solo generare un uomo poteva essere un riscatto proprio dalla condizione in cui gli uomini l’hanno culturalmente e socialmente imprigionata, rifiuta il suo essere donna e rifiuta il suo essere madre di una donna.

Certo non siamo più nell’ Ottocento, anche se tanto ancora rimane da fare, ma romanzi come Madame Bovary ci aiutano ad entrare in quel mondo in cui l’altra metà del cielo è stata per tanto tempo relegata senza che la sua volontà di affermazione trovasse mai ascolto.

 

« Ma una donna ha continui impedimenti. A un tempo inerte e cedevole, ha contro di sé le debolezze della carne e la sottomissione alle leggi. La sua volontà, come il velo del suo cappello tenuto da un cordoncino, palpita a tutti i venti, c’è sempre un desiderio che trascina, e una convenienza che trattiene»

(Madame Bovary)

da:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/07/madame-bovary-e-condizione-della-donna/462609/

Tavola Rotonda, Siena 26 Gennaio 2013