Archivio per 13 aprile 2013

“Dall’abuso sui minori alla violenza sulle donne. Combattiamo il silenzio”Sabato 20 Aprile a Manfredonia

Sono stato presente nell'ambito del Convegno "Dall'abuso sui minori alla violenza sulle donne.Combattiamo il silenzio" il 20 Aprile a Manfredonia organizzato da INTERNATIONAL ASSOCIATION OF LIONS CLUBS

Maltrattamento e violenza riguardano gli altri, non noi

Violenza e maltrattamento. Quanto ci vogliamo tenere lontani da questi termini! Quanto è importante mantenere una distanza tra noi e loro: gli uomini che picchiano, che utilizzano la forza per fare male!

“No, io sono diverso, non sono come quegli uomini che ogni due o tre giorni uccidono una donna. Certo capita di litigare con la mia compagna, anche perché lei è brava a provocare, è una donna problematica, ha un passato difficile e io posso capirla per questo. E’ vero, qualche volta è successo che uno schiaffo o uno spintone da parte mia ci siano stati, non lo nascondo, ho sbagliato. D’altronde lei non è che sia sempre e solo vittima, reagisce, anzi non è raro che sia lei ad iniziare ad aggredirmi fisicamente e io mi devo pur difendere. Altre volte me le toglie dalle mani, ma non sono violento.”

In modo molto semplificato, questo è quello che ascolto da alcuni uomini che si rivolgono al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze.

Le statistiche ci dicono che tre donne su dieci subiscono una qualche forma di violenza da parte di uomini e, grosso modo, ci saranno tre uomini che questa violenza la agiranno. Le statistiche non tengono conto del sommerso, di tutto quello che succede all’interno delle mura domestiche e che da lì non è mai uscito e mai uscirà ed è facilmente ipotizzabile che i dati non conosciuti siano molto consistenti.

Pensare a tre decimi della popolazione maschile violenta non è facile, figurarsi immaginarne la metà o anche di più. Le resistenze ci sono e sono, a mio avviso, ben comprensibili. Come già scritto nel mio articolo “La violenza delle donne”, al quale rimando per un chiarimento più ampio sulle mie posizioni, parlare della violenza maschile non vuole negare l’esistenza della violenza femminile e quindi non voglio qui escluderla da alcune delle considerazioni che faccio.

D’altronde il maltrattamento è ben lungi da essere una malattia così come ben lungi dall’essere sbagliati sono i sentimenti alla base del suo nascere, è la cattiva gestione di questi ultimi che provoca un comportamento inaccettabile e lesivo.

Dopo oltre tre anni di lavoro al CAM  la tematica della violenza continua ad avere per me aspetti sempre più coinvolgenti e di ampio respiro, mi rendo conto di quanto essa pervada la società e di come tutti, uomini e donne, siamo a rischio di agire e subire comportamenti maltrattanti, nonostante chi legga queste righe possa sentirsene totalmente esente, questo perché non siamo abituati a chiamare la violenza con il suo nome, questa parola ci evoca immaginari in cui fatichiamo a riconoscerci, è carica di negatività, ma purtroppo anche di atteggiamenti e comportamenti più comuni di quanto si sia disposti ad accettare senza battere ciglio.

Se, per ipotesi, entrassi in una stanza occupata da svariati genitori e chiedessi loro, dando per certa la buona fede e la veridicità delle risposte, se sono presenti delle persone violente non so quanti alzerebbero la mano, ipotizzo pochi, forse nessuno, ma se, subito dopo, chiedessi se qualcuno ha mai tirato uno schiaffo al proprio figlio ritengo probabile che si alzerebbero molte più mani.

Dare uno schiaffo al proprio figlio non è violenza? Si, lo è senza ombra di dubbio, ma i meccanismi di giustificazione sono così ben rodati al riguardo che il gesto non viene considerato per ciò che è realmente. Si pensa: lo fanno in molti, è una cosa abbastanza comune, magari non piacevole, ma, a volte, non se ne può fare a meno, un paio di ceffoni non hanno danneggiato mai nessun bambino (bisognerebbe chiedere al bambino prima che diventi adulto magari). Nel peggiore dei casi si può sostenere che l’utilizzo della forza ha uno scopo educativo, quando le parole falliscono o si ha troppa fretta o poca pazienza per cercarle, quindi pienamente giustificato. Magari anche i nostri genitori lo hanno fatto e noi siamo “cresciuti bene” tutto sommato, sarà lo stesso per i nostri figli che poi trasmetteranno lo stesso modello genitoriale ai loro.

La violenza intesa con intento educativo è un concetto che considero aberrante, ma che è fin troppo comune e “normalizzato”.

Finché riteniamo violento e quindi degno del nostro biasimo e della nostra esplicita condanna solo l’atto estremo ed eclatante o che ha, in modo evidente ed innegabile, danneggiato una persona, è facile giustificare lo schiaffo o lo spintone o quant’altro che ha recato “un danno contenuto” o invisibile alla propria immediata percezione (nell’ambito della violenza psicologica poi il tutto diventa ancora più complicato naturalmente).

Privare della vita un uomo o una donna è probabilmente il gesto violento più estremo, questo però non ci deve spingere a sottovalutare tutto quello che c’è stato prima dell’uccisione e tutto quello che ci può essere senza che si arrivi all’uccisione. Non c’è solo la deprivazione fisica della vita, dalla quale purtroppo non si può tornare indietro, nelle violenze domestiche molte donne cessano di vivere ben prima di esalare l’ultimo respiro vuoi per mano sua, vuoi per morte naturale. Una vita sotto minacce, paure e percosse non è vita.

Nello stesso tempo è pericoloso immaginare una sorta di divisione tra una violenza di serie A e una violenza di serie B, tra una violenza che non possiamo tollerare e una che invece possiamo tollerare ed edulcolorare.

L’aggressività fa parte della natura umana e continuerà a farne parte, dire che siamo tutti violenti sarebbe fuorviante ma sicuramente, ripeto, siamo tutti a rischio di agire e subire dei comportamenti maltrattanti. Solo il prenderne consapevolezza può aiutarci ad esprimere i nostri bisogni senza calpestare quelli altrui.

 

da:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/08/violenza-e-maltrattamento-riguardano-altri-non-noi/555761/

 

La violenza delle donne

Una delle osservazioni che sono solite comparire nel dibattito sulla violenza di genere, e molto spesso in questo blog, è che si parla troppo della violenza degli uomini sulle donne e quasi mai della violenza delle donne sugli uomini.  I commentatori possono essere ostili e balza agli occhi che, in uno spazio del Fatto Quotidiano chiamato Donne di Fatto, essi siano per lo più uomini.

Personalmente, quando non sono interessato ad un autore, non condividendone le idee, semplicemente non lo leggo, quindi mi ha sempre molto colpito la vivacità delle discussioni che nascono e da questo presumo che qualcosa attiva fortemente alcuni uomini. Cosa esattamente? La violenza delle donne considerata argomento tabù e l’attacco al maschio in quanto tale che sarebbero temi dominanti di chi qui scrive agli occhi di chi commenta (e sottolineo commenta, non di chi legge).

In un mio precedente post “La violenza non si cura” nel quale ho parlato della necessità di non equiparare la violenza ad una malattia sono stato molto attento a non ricondurre il discorso esclusivamente agli uomini, ne ho parlato in termini generali includendo le persone senza distinzione di genere, eppure molti commentatori uomini si sono sentiti ugualmente attaccati. Spetta a loro capire perché visto che nel post non facevo una distinzione tra uomini e donne, cosa che fortunatamente qualcuno ha intelligentemente notato. Il dato che ne risulta è che appena si parla di violenza questa parola viene molto più facilmente associata al maschile che al femminile ed il maschile non ci sta.

Specifico che io, per professione, ho scelto di lavorare nel campo della violenza maschile e questa è una scelta di vita che riguarda solo me, non vuol dire che non penso esista una violenza femminile, ma solo che, almeno attualmente, non me ne occupo. Chiunque è libero di costituire Centri di Ascolto per Donne Maltrattanti e Centri Antiviolenza per uomini vittime come qualcuno, a volte, ha suggerito di fare, questo semplicemente esula dalle mie competenze.

Non metto in discussione che ci siano delle donne che possano essere violente con i loro compagni e/o con i loro figli. Il fenomeno esiste ma è importante, secondo me, operare alcune distinzioni rispetto alla violenza maschile che, pur non essendo esaustive, vogliono porre le basi per delle riflessioni. Ad esempio, per una questione puramente di forza fisica, la violenza delle donne potrebbe risultare prevalentemente psicologica.

Un uomo che riceve violenza, nel caso in cui volesse chiedere un aiuto, potrebbe incontrare una sorta di derisione sociale, non è un argomento facile da trattare a causa di stereotipi e di superficialità. Per una donna  arrivare a consapevolizzare e ad ammettere di ricevere delle violenze è un percorso lungo e spesso mette in atto tutta una serie di minimizzazioni per salvare la relazione e l’immagine che ha di sé. Ammettere di subire un maltrattamento per un uomo sarebbe difficile anche in quanto può vedere minata la sua virilità nel parlare di soprusi messi in atto dalla partner. Il costrutto mentale di “l’uomo che non deve chiedere mai” può essere un deterrente per denunciare un maltrattamento subito.

Statisticamente il fenomeno della violenza delle donne sugli uomini è più contenuto (almeno parlando di violenza fisica e di omicidio). E’ vero che esso non viene investito della stessa attenzione della violenza degli uomini, anche se i fatti di cronaca riportano molte più donne vittime di aggressioni che uomini non per una precisa scelta giornalistica, ma perché riportano quello che succede (spero che almeno si possa concordare su alcune considerazioni base come, ad esempio, che di sera un uomo ha meno possibilità di essere aggredito rispetto ad una donna). Di certo maggiori ricerche e discussioni serie  sulla violenza femminile sarebbero auspicabili perché ci muoviamo, che io sappia, in una carenza di informazioni affidabili in cui ognuno dice la sua.

A livello sociale la questione assume contorni  più concreti e meno contestabili. Essere donna implica degli svantaggi in una cultura come la nostra, altrimenti non si spiegherebbero le minori percentuali di donne impegnate nei vari settori pubblici, politici e lavorativi. Pubblicità e mass-media tendono spesso a rappresentare l’uomo come un individuo professionalmente affermato, virile, seduttore, attivo, assertivo, volitivo, dominatore, mentre la donna viene in genere rappresentata come: casalinga, unica persona che cura i bambini, sposa perfetta, amante seducente, feticcio sessuale, bomba sexy. Gli stereotipi sono limitanti per entrambi i generi, ma sono le donne a pagarne un prezzo più alto o comunque più immediato.

E’ tutto molto più complesso di quanto un semplice post possa permettersi di affrontare, ma alcune precisazioni ho reputato importante farle comunque per desiderio di chiarezza rispetto a quello che scrivo, a quello che penso e a ciò di cui mi occupo professionalmente.

 

da:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/25/violenza-delle-donne/541151/

8 marzo, “contro” la festa della donna

Da quando mi occupo di violenza e di questioni di genere, ho cominciato a nutrire un certo disagio nel relazionarmi con l’otto marzo, data scelta come “Giornata internazionale della donna” comunemente definita “Festa della donna.

Userò volutamente l’espressione “Festa della donna” e non “Giornata internazionale della donna” per sottolineare come, nell’immaginario comune, questa sia spesso percepita appunto come una festa (mimose e serate rigorosamente tra donne per fare gli esempi più significativi) e non come un reale e intenso momento di riflessione sulle condizioni passate e attuali della donna.

Domanda: “Perché c’è bisogno di una festa della donna?”

Risposta: “Perché la donna ha dovuto, troppo spesso, accontentarsi di un ruolo subalterno all’uomo. Ha dovuto subire angherie, soprusi, violenze: l’essere femmina l’ha costretta a limitarsi e a non esprimersi al meglio perché la società (maschile) non glielo ha permesso”.

Non che voglia affermare che la donna sia una santa e l’uomo un poco di buono: in entrambi i sessi risiedono virtù e debolezze proprie della natura umana. L’uomo, però, ha sicuramente approfittato di una situazione di vantaggio fisico per poi creare e sostenere una cultura e una società che lo ha privilegiato e lo privilegia in molti (non in tutti) i campi.

La domanda è legittima e anche la risposta è corretta. Non mi basta, provo ad andare oltre.

Domanda: “Perché non esiste una festa dell’uomo?”

Risposta: “Perché in realtà la festa dell’uomo già esiste, solo che dura 364 giorni l’anno e non necessita, per rimanere in vigore, di alcuna celebrazione esplicita. L’uomo ha sempre goduto e gode tutt’ora (nonostante i tempi cambino e molte cose migliorino) di maggiori vantaggi sociali e culturali”.

Non voglio andare contro il mio stesso sesso, come a volte vengo semplicisticamente tacciato di fare, quello che voglio è creare ponti tra i generi, non fratture. Per farlo bisogna anche necessariamente andare oltre il pensare comune e guardare alle riflessioni che ne nascono. Appartengo al genere maschile, ciò non mi esime dall’osservarlo e cercare di capirne le criticità. Nello stesso tempo, non appartengo al genere femminile e non ho la pretesa di comprenderlo sempre e comunque.

Per dire qualcosa rivolgendomi al genere femminile che possa avere, per me, un senso oggi, 8 marzo, potrei esprimermi esclusivamente in questi termini:

“Non ho alcuna intenzione di regalarvi una mimosa o farvi degli auguri solo perché appartenenti a un genere che non è il mio. Non celebro la “normalità della diversità”, non ne sento il bisogno. Se è la società a sentire questa necessità, visto che il mio obbiettivo è modificare e cambiare certi atteggiamenti e comportamenti propri della società, sento la necessità di mettere in discussione proprio i suoi costrutti più radicati. Oggi non ho bisogno di comportarmi diversamente da come faccio il resto dell’anno.

Non ho bisogno di un giorno specifico per ricordarmi le attenzioni di cui vi abbiamo privato o i soprusi a cui vi abbiamo sottoposte: le volte che vi siamo passati davanti solo perché uomini, le volte che avete avuto delle difficoltà lavorative perché aspettavate un figlio o solo perché donne, le volte che tette e culi hanno rappresentato il “meglio del femminile” sui mass media, le volte che i vostri padri non vi hanno concesso le stesse libertà che concedevano ai vostri fratelli, le volte che il ruolo di casalinga vi è stato prospettato come la vostra possibile massima aspirazione, le volte che non vi siete sentite sicure in strada, le volte che alcuni di noi vi hanno molestato, fatto scontare il prezzo di una gelosia ossessiva, picchiato, stuprato. Ho bisogno di tutti gli altri 364 giorni per ricordarmelo, nessuno escluso.

Sono sicuro che voi non siate esenti da difetti e so che avete le vostre criticità nel relazionarvi con noi, anche se questo non deve giustificarci dal non valorizzare le nostre differenze invece di farcene un’accusa reciproca, come sovente accade. Non voglio lavorare per un rapporto tra noi privo di tensioni, di scontri e di incomprensioni, non sarebbe umano, ma voglio imparare quotidianamente a tenere fuori da tutto questo atteggiamenti e comportamenti aggressivi, prevaricanti o violenti e a capire in tempo quando si passa il limite”.

Non ha senso che il 9 marzo ci trovi come ci aveva lasciato il 7 marzo solo perché c’è stato un 8 marzo di mezzo.

Il mio impegno va nella direzione di poter arrivare a un momento in cui non sarà più necessario dover celebrare in un giorno specifico l’essere donna. Sono sicuro che, quando questo momento arriverà, significherà che i pari diritti e le pari opportunità saranno la “normalità”. Per ora di festeggiare questa “normalità” non me la sento.

 

da:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/08/8-marzo-contro-festa-della-donna/522190/

Sanremo è Sanremo. La violenza sulle donne è un’altra cosa

Non ho guardato Sanremo, ma ho visto con interesse su internet il monologo di Luciana Littizzetto contro la violenza sulle donne. Tante cose condivisibili sicuramente, ma non solo. Purtroppo.

Si fa un gran parlare di violenza di genere, è un argomento cavalcato dai media, ma, a volte, l’impressione che ne traggo è che l’interesse si concentri esclusivamente sul destare l’audience. Un telegiornale parlava di Oskar Pistorius accusato di aver ucciso la sua fidanzata a colpi di pistola e specificava che il tutto era avvenuto nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Peccato che la giornata internazionale contro la violenza sulle donne sia il 25 novembre, mentre ieri, 14 febbraio, era la giornata dedicata al ‘One Billion Rising’, il flash mob mondiale contro gli abusi di genere.

Ciò che non ho condiviso del monologo della Littizzetto è il chiamare l’uomo violento “stronzo”: io ci lavoro con gli “stronzi” e, se davvero li considerassi tali, la violenza che essi hanno esercitato sulle loro compagne continuerebbe. E’ più importante emettere un giudizio o valutare cosa realmente è efficace nel contrasto alla violenza di genere? L’uomo chiamato “stronzo” difficilmente si metterà in discussione e continuerà tranquillamente ad agire attraverso la violenza.

Ammetto che non è facile non farsi scappare la parola “stronzo”, soprattutto quando conosci poco il problema o, al contrario, lo conosci molto bene, avendo ascoltato troppe volte il dolore di tante donne. Il discorso è ampio e complesso e mette in gioco emozioni forti. Un semplice post non è esaustivo, ma la mia esperienza è che le cose non sono mai così semplici come appaiono.

Sono sicuro delle buone intenzioni della comica, ma non posso esimermi dal fare delle considerazioni in proposito perché, per me, non si tratta di cavalcare un argomento perché è l’argomento del giorno o di occuparmene una-tantum. Non si combatte la violenza con l’aggressività o col giudizio, anche se questo non deve esimermi dal condannarla sempre e comunque. Se vogliamo contrastare la violenza lo dobbiamo fare in un terreno diverso dal suo, se gioca in casa le sarà più facile vincere.

C’è bisogno di molto di più che qualche parola sullo schermo per contrastare i fenomeni del maltrattamento e il femminicidio. Io mi chiedo: non sarebbe stato più utile, anziché parlare a Sanremo di violenza contro le donne in un monologo o scendere nelle piazze con una danza, ridurre i compensi dei conduttori e donare il resto ai numerosi centri antiviolenza che sono a rischio chiusura? Perché questi centri comunque portano avanti il loro lavoro non percependo, in anni ed anni di duro lavoro e sacrifici, cifre simili a quelle che chi è andato in tv a parlare di violenza percepisce in 5 giorni. Non è mia intenzione essere critico, ma semplicemente realista. Come aiutiamo maggiormente le donne? Parlando o agendo?

Io la mia risposta ce l’ho. Se non posso agire, almeno devo ponderare al meglio le mie parole.

 

da

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/15/sanremo-e-sanremo-e-violenza-sulle-donne-e-violenza-sulle-donne/501053/