Archivio per 30 maggio 2013

Convenzione di Istanbul, l’indifferenza è complice della violenza

27 Maggio 2013, due giorni fa, in aula alla Camera si comincia a parlare della ratificazione della Convenzione di Istanbul che ha l’indiscutibile merito di considerare la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. Basterebbe la logica a considerare la violenza sulle donne come una violazione dei diritti fondamentali ed imprescindibili della persona, ma il nostro mondo non sempre segue una logica o comunque ne ha una tutta sua e quindi bene che esistano documenti che chiamino le cose con il loro nome.

Appena un centinaio i deputati presenti in aula, nonostante, nelle dichiarazioni di tutti i partiti ci sia sempre stata una esplicita condanna del fenomeno tanto da far supporre che, in sede parlamentare, l’argomento possa, in linea di massima, essere sempre affrontato in modo celere e senza intoppi. L’aula era semivuota.

28 Maggio 2013, ieri, la Camera approva all’unanimità la ratifica della Convenzione di Istanbul ed ora passa al Senato. Bene, molto bene, ma non va sottovalutato ciò che invece è successo due giorni fa. Siamo tutti contro la violenza sulle donne, probabilmente anche chi questa  violenza la compie, stando alle statistiche non sono di certo casi isolati, se interrogato in proposito difficilmente direbbe:”Io sono a favore della violenza sulle donne”.

Il problema è che non bastano le parole, chi le usa ed ha il potere di cambiare le cose e non le cambia rischia di essere complice. Come si può spiegare l’assenza dei deputati se non con una semplice parola: indifferenza. E l’indifferenza non è forse una forma di violenza anch’essa? Non è rendersi complici di mettere in stallo una situazione che invece la cronaca ed i centri antiviolenza denunciano in tutta la sua drammaticità?

Condannare a parole è facile, ma bisogna pretendere molto di più che due parole di solidarietà e due promesse, solo i fatti concreti possono arginare la violenza domestica. Anche se la Convenzione è stata ratificata non si può fare finta che due giorni fa molti deputati non fossero presenti in aula. E’ un segnale che di strada da fare ce n’è ancora parecchia. I media danno molto risalto alla violenza di genere, ma, se nonostante ormai ne parlino tutti, nei luoghi poi deputati a prendere in mano la situazione si palesa questo disinteresse significa che la sensibilizzazione rimane fine a sé stessa e fa dà puro riempimento o da semplice slogan. Infatti continuano a morire donne per mano di uomini.

E’ necessario abbattere il solito meccanismo che la violenza non mi tocca perché non mi riguarda da vicino, mi basta condannarla ed ho fatto quello che potevo fare.

Le urla e i piatti rotti che si sentono al piano di sopra sono un semplice litigio e non sono affari miei, lui poi è così distinto, non le farebbe mai davvero male.

La  mia amica ha quello strano livido che ieri non aveva. Sarà caduta, sono cose che succedono. Il mese scorso ne aveva un altro, ma si vede che non guarda mai dove mette i piedi. Distratta ed un tantino imbranata probabilmente.

Quell’uomo in strada ha afferrato quella donna per un braccio strattonandola con forza, chissà cosa deve aver sopportato per reagire in quel modo. Lei deve averlo fatto proprio arrabbiare.

L’altra sera, a cena, il mio amico avrebbe potuto evitare di fare quella sfuriata alla sua nuova ragazza per poi prenderla in giro davanti a tutti. D’altronde lui è fatto così e a lei deve stare bene se ci sta insieme. Ogni coppia si crea i suoi equilibri.

Quel “mostro” che sentivo oggi ha ucciso la sua ragazza è davvero da sbattere in galera e poi buttare via le chiavi, ecco ne parlano in televisione… ma io lo conosco: è il signore distinto del piano di sopra, è il ragazzo della mia amica, è quell’uomo che in strada l’altro giorno afferrava quella donna, è l’amico con cui ho cenato poche sere fa…

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/29/convenzione-di-istanbul-lindifferenza-e-complice-della-violenza/609120/

Riflessioni sulla solitudine (maschile)

“Uomini che pagano le donne – dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo” il libro di Giorgia Serughetti da poco uscito in libreria, analizza il fenomeno della prostituzione, mettendo al centro, pur senza dimenticare le prostitute, i clienti ossia gli uomini che fanno uso di sesso a pagamento. E’ un saggio e una ricerca sulla prostituzione presente e passata in Italia ricco di spunti riguardo alle questioni di genere, interessante e davvero ben fatto, una lettura che consiglio sicuramente.

Forse per deformazione professionale quello che voglio mettere maggiormente in luce di quanto ho letto in questo libro si trova in una frase che recita : “Nell’individualismo radicale della tarda modernità, l’incontro tra il cliente e la prostituta è il rapporto – limitato nel tempo – tra due individui e due solitudini.” Il discorso continua ampliandosi , questo pezzo estrapolato è limitativo del significato che segue, ma sono state queste parole a rimanermi fortemente impresse perché investono una delle condizioni umane più pervasive e sentite: la solitudine.

Due solitudini, la maschile e la femminile che si incontrano in un’epoca di individualismo ossia in un’epoca in cui l’individuale prevale sul collettivo. Posso fare alcune riflessioni solo sulla solitudine maschile, in quanto faccio parte del genere chiamato in causa, questo mi dà relativa facilità di parola, ma sono lontano dal rappresentare tutte le sfaccettature possibili, i miei sono pensieri personali e non esaustivi.

Mi sono chiesto cosa potrebbe portare, secondo me, un uomo nella condizione di chiedere una prestazione sessuale a pagamento. Non mi interessa dare giudizi di valore, non è nelle mie intenzioni, voglio solo provare a capire cosa può motivare un uomo verso questa scelta. Le risposte che sono riuscito a darmi di getto sono state due: l’avvenenza della prostituta o la solitudine (non necessariamente escludentesi).

Sull’avvenenza della prostituta non mi interessa soffermarmi troppo, di prima battuta mi verrebbe da pensare che è semplicemente in gioco un fattore estetico e di conseguenza un appagamento fisico.

Mi preme invece spendere due parole in più sulla solitudine dove l’appagamento chiama in causa fenomeni più complessi. Charles Baudelaire affermava: “Quest’orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amare”.

Il bisogno d’amare può portare un individuo a chiedere i servizi di una prostituta per fingere che sia soddisfatto anche il suo bisogno di essere amato, una finzione che si consuma in un arco di tempo limitato per poi probabilmente tornare più forte nel giro di poco, innestando una richiesta che va strutturandosi in una continuità temporale.

Viviamo immersi nelle relazioni, tutte molto diverse tra di loro, alcune più soddisfacenti, altre meno, ma sono le relazioni intime con l’altro sesso (o il proprio) quelle che fanno principalmente da supporto al nostro benessere individuale. Senza nulla togliere al resto del mondo, è principalmente con accanto una compagna o un compagno che abbiamo migliori possibilità di sentirci parte di un qualcosa che sappiamo esserci “nella buona e nella cattiva sorte”, almeno finché la coppia funziona.

Da studente di psicologia mi colpì positivamente quando lessi, da qualche parte, che la qualità dell’ invecchiamento di un individuo dipende molto anche dal proprio partner sia in merito alla qualità della relazione sia in merito alle capacità intellettive ed emotive dell’altro. Essere soli significa essere privi di un importante supporto alla propria salute mentale. L’uomo tende verso il proprio benessere psichico e tende quindi a non rimanere solo, ma tendere non è ottenere e ottenere può invece significare tendere verso una soddisfazione del bisogno in modalità fuori dalle più funzionali dinamiche tra uomini e donne. In realtà io pago un corpo o l’illusione di non essere solo attraverso un corpo? Il corpo è il fine o lo strumento per arrivare al fine?

L’incapacità di relazionarsi con il femminile o con un femminile diverso da quello che è stato un tempo rende il maschile solo, non a caso la violenza di alcuni uomini può essere ricondotta, in certi contesti odierni, ad una messa in discussione dei ruoli di genere a cui non si sono mostrati preparati.

Violenza e richiesta di prostituzione possono probabilmente avere un’origine comune nella pretesa di avere un possesso che, devo ottenere con la forza, nel primo caso, o acquistando il consenso, nel secondo, ma ottengo solo paure ed illusioni.

Solitudine non è solo l’esperienza di venire isolato, ma anche la scelta di isolarsi, quindi anche qui esiste un grado di responsabilità rispetto a quello che posso fare per produrre un cambiamento positivo nei rapporti di genere.

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/28/riflessioni-sulla-solitudine-maschile/608190/

Besame Mucho, parlano gli “abuser”

L’interesse che si ha nei confronti degli uomini autori di comportamenti violenti va crescendo. Le cronache riportano, quasi a giorni alterni, storie di violenza in cui delle donne sono rimaste vittima dell’aggressività dei loro compagni o ex-compagni. I media cavalcano l’argomento, a volte, per sincero interesse, spesso perché è un argomento “di moda”.

Fanno piacere e vanno segnalate iniziative che sembrano invece muoversi su binari diversi dal solito e che si approcciano all’argomento con modalità alternative. Sembra essere il caso di “Besame Mucho- a journey into the mind of abusers” un documentario, in procinto di essere realizzato, che parlerà di violenza di genere incentrandosi sulla figura dell’abuser (l’italiano “maltrattante” per intenderci) per capirne i processi mentali.

Leggendo la progettazione dell’opera si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un modo di parlare della violenza di genere originale e ben pensato. Non condivido la definizione di violenza come un qualcosa di patologico che, all’interno della presentazione di questo lavoro, viene data e, forte della mia esperienza clinica e delle idee espresse su questo blog, non posso che sottolineare questo aspetto prendendone le distanze, ma tutto il resto sembra davvero concentrarsi su argomentazioni rilevanti.

Le interviste annunciate sono interessanti, prima tra tutte spicca quella di Noam Chomsky, linguista e teorico della comunicazione statunitense che cercherà di decostruire il concetto di abuso verbale evidenziando come anche la semplice parola possa assumere il ruolo di una vera e propria arma. Parlerà lo storico gruppo femminista di Boston, attivo sulle questioni di genere dagli anni 70, cercando di capire se e cosa non ha funzionato. Interverranno il dipartimento degli studi di genere di Berkeley e associazioni e gruppi di uomini che si occupano della identità maschile ed è nelle intenzioni anche di intervistare lo staff di Joe Biden  che si è occupato della legislazione in tema di violenza domestica scrivendo il Violence Against Woman Act.

E poi parleranno  gli “abuser” , uomini che hanno intrapreso un percorso terapeutico che li ha aiutati a prendere consapevolezza dei danni del comportamento violento rendendo loro possibile un cambiamento.

L’obiettivo è comprendere maggiormente la cause di un fenomeno che è interculturale e trasversale per fare dei passi avanti necessari per il suo contrasto.

Il progetto è nato in rete dalla conoscenza tra la giornalista e documentarista Marina Catucci  e l’esperto informatico Roberto Vincitore ed è finanziato dalla rete in modo che i due autori possano godere di una piena libertà di movimento e di indipendenza nella progettazione e nell’attuazione del documentario.

Sul sito tutte le indicazioni necessarie per approfondire e, volendolo, dare una mano concreta.

Ho parlato pochi giorni fa con Marina Catucci e ne ho sentito l’entusiasmo condividendo molte linee di fondo.

Besame Mucho sarà completamente incentrato sulla realtà americana, sarà utile e proficuo fare un inevitabile raffronto con la nostra realtà. E’ vero che il fenomeno della violenza di genere è internazionale, ma sappiamo bene anche come l’Italia sia ben lontano dal mettere in campo mezzi e risorse per una sua efficace risoluzione. 

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/05/02/besame-mucho-parlano-abuser/580580/

Maltrattamento, nessuna patologia

Questo articolo vuole essere, almeno in parte, la continuazione del precedente “Maltrattamento e violenza riguardano gli altri, non noi” o comunque un suo approfondimento. Il desiderio di riprendere il discorso e dargli  un ulteriore sviluppo nasce anche dalla lettura di alcuni commenti. Per quanto i commentatori non siano rappresentativi dei lettori effettivi e del loro pensiero ho ritenuto importante soffermarmi su alcune loro considerazioni perché comunque rappresentative di una fetta della popolazione che non è affatto scontato sia invece minoritaria nel nostro paese.

Specifico che i dati sulla violenza che ho citato sono i dati Istat 2007 riguardanti la violenza sulle donne, facilmente reperibili in rete. E’ vero che è passato qualche anno dal 2007, ma non troppi e non mi risultano rilevate controtendenze in atto.

Il tema che ho voluto affrontare nell’articolo citato è la constatazione di quanto spesso sia facile pensare a noi come persone che con la violenza non hanno niente a che fare e quindi ci teniamo a tenercene distanti, quando poi, statistiche alla mano, il fenomeno risulta essere molto più pervasivo di quanto si sia disposti a credere o forse accettare.

Non mi piace soffermarmi sulle etichette, chiamare le persone violente o maltrattanti non ci porta lontano, ne sono profondamente convinto e ne ho già parlato in “Uomini e violenza,non chiamiamoli maltrattanti”, ma se invece volgiamo la nostra attenzione al comportamento le cose cambiano e dobbiamo avere il coraggio di ammettere che, nella nostra vita, avere leso un’altra persona, pur non percependolo o volendolo, può essere capitato e rimane un rischio concreto. Non è mia intenzione puntare il dito sulla popolazione maschile o femminile, è un qualcosa che riguarda entrambi i generi e, ripeto, fa parte della natura umana, ecco perché non è un accusa perché sarebbe illogico accusare l’essere umano di essere umano. Rilevare però un fenomeno può portarci a maggiori riflessioni e a renderci migliori.

Alcuni commentatori hanno ritenuto priva di fondamento l’affermazione che siamo tutti a rischio di agire dei comportamenti violenti evidenziando ciò che ho voluto sottolineare ossia come ci mobilitiamo con forza per tenere una distanza adeguata da ciò che è socialmente considerato non accettabile. Tutti siamo contro una società e una cultura violenta, ci metteremmo la firma seduta stante, ma se poi le cronache e l’esperienza non di rado mettono in luce atteggiamenti e comportamenti violenti qualcosa, da qualche parte, non sta funzionando. Ecco perché rilevo quanto invece possa, per prima cosa, essere utile consapevolizzare che “far male ad una persona” è più facile di quanto si pensi ed ecco perché ritengo essenziale, sempre e comunque, operare una distinzione tra la persona ed il suo comportamento. Se il comportamento non è funzionale questo non significa che debba essere necessariamente rappresentativo della persona. Non significa neanche deresponsabilizzare l’individuo dal suo agito, ma operare una distinzione che gli consenta di consapevolizzare proprio quanto egli possa essere diverso da ciò che ha fatto e quindi dargli la possibilità di cambiare.

Proprio perché è assurdo patologizzare la persona umana le cifre ci devono far riflettere.

Altri commentatori non si sono mostrati d’accordo sul fatto che si possa definire violenti genitori che hanno schiaffeggiato il loro figlio e sono d’accordo con loro che non sono violenti, ma il loro comportamento lo è sicuramente stato.

Cosa vuole ottenere un genitore attraverso un ceffone ad esempio? Probabilmente vuole ottenere rispetto e vuole che il figlio non riproponga lo stesso comportamento che ha suscitato la rabbia del genitore. Cosa ottiene realmente? Il figlio potrebbe non riproporre più lo stesso atteggiamento o comportamento, ma cos’è che lo trattiene dal ripeterlo? Il rispetto o la paura di prenderle di nuovo? E il genitore cosa preferisce? Vuole che il figlio capisca le ragioni della sua rabbia o che semplicemente essa si riversi su di lui?

Di fronte ad una imposizione le persone in genere hanno due possibilità o si ribellano o si sottomettono.

Nelle relazioni in cui è esplicito e sistematico l’uso della violenza, chi la utilizza vorrebbe ottenere il rispetto che invece andrà a perdere completamente, perché l’altro avrà semplicemente paura di esporsi.

Anche se la violenza, per assurdo, funzionasse ciò non toglie che potrebbero esserci metodi migliori per crescere dei figli.

Ricapitolando attraverso il pensiero dello psicologo americano Marshall Rosenberg ideatore della Comunicazione Non Violenta (CNV), un metodo di comunicazione che ci consente di entrare in contatto con i nostri e gli altrui bisogni, senza essere prevaricanti, poniamoci sempre due domande nel momento in cui siamo propensi ad utilizzare modalità punitive:

—  Cosa voglio che questa persona faccia che è diverso da ciò che sta facendo attualmente?

—  Quali voglio che siano le ragioni per cui questa persona faccia quello che le chiedo?

Provateci!

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/16/maltrattamento-nessuna-patologia/563655/

“Uomini che pagano le donne”

Martedì 4 Giugno sarò presente al Giardino dei Ciliegi per partecipare alla presentazione del libro di Giorgia Serughetti "Uomini che pagano le donne"