Archivio per 25 giugno 2013

Fra malessere e assuefazione, l’inutile rabbia di ‘ultima generazione’

La rabbia è sana, fa parte delle emozioni presenti dentro l’uomo e  la natura non fa le cose a caso.

Siamo stati forniti di ragione ed è grazie ad essa che, anche in preda alla collera, possiamo gestire situazioni che potrebbero sfociare in comportamenti violenti. La violenza non nasce semplicisticamente dalla rabbia, ma da una rabbia che non si è in grado di controllare.

In questo periodo avverto negatività nelle persone e, per deformazione professionale, cerco di partire da quella che è la mia esperienza ed il mio vissuto per fare alcune considerazioni. Quando ascolto le parole di un qualsiasi politico in me c’è rabbia perché ad esse non sono mai seguite che altre parole inutili e vuote. Quando sono di fronte ad una persona che ha difficoltà a pagarsi una bevuta tra amici la sera, a comprarsi un libro, ad offrire una cena al proprio compagno o alla propria compagna, in me c’è rabbia perché una vita sana si basa sulle piccole cose, non necessita delle grandi.

Quando ho notizia di un uomo suicidatosi per motivi economici in me c’è rabbia perché non si può permettere che una vita umana, dal valore immenso, possa essere stroncata dalla mancanza di denaro, una mancanza nella quale nasciamo e che quindi non è basilare per la vita. I soldi sono un artefatto culturale, non li mangeremo mai, siamo vissuti senza o dandogli molta meno importanza in passato. Nascono come uno strumento per agevolare gli scambi di prodotti, ma, diventando un fine, si trasformano in una condanna.

In me c’è rabbia, ma anche dolore, pur non conoscendo le persone che si sono suicidate o tutte quelle che combattono ogni giorno per arrivare alla fine di esso con qualcosa dentro lo stomaco che non sia solo amarezza, angoscia e paura di non farcela. Il mio non può essere lo stesso dolore palpitante di chi vive tutta la drammaticità di queste situazioni, ma è comunque un dolore partecipante. Avverto un malessere esistenziale e di sfondo, un senso di fallimento collettivo perché permettiamo che ciò accada. Limpotenza attanaglia, mi chiedo cosa posso fare io, singola persona, per cambiare le cose. Mi rispondo che non posso fare niente, sarebbe come combattere contro i mulini a vento. Risposta autenticamente ipocrita e drammaticamente vera, io singolo posso fare ben poco o sento di poter fare poco. Dentro di me mi vivo comunque colpevole. Coltivo il dubbio che sia io a non vedere una risposta adeguata perché devo continuare a sperare.

Ne esistono di motivi per essere arrabbiati: la mancanza di un lavoro stabile adeguatamente retribuito, un sistema pensionistico che ci permetta una vecchiaia dignitosa, il dover pesare sulle spalle della propria famiglia di origine, il senso di precarietà esistenziale che ci viene addosso nel momento che non siamo più in grado di operare delle progettualità sul nostro futuro, la difficoltà o l’impossibilità di poter provvedere adeguatamente ai nostri figli oppure la difficoltà o l’impossibilità di scegliere di diventare padri e madri perché non potremmo garantire una sussistenza dignitosa a chi metteremmo al mondo.

La politica non è inadeguata a risolvere questi problemi, è solo disinteressata a farlo. Una mia amica, qualche giorno fa, dopo aver pagato una cifra consistente per l’Imu, mi ha detto che, secondo lei, i nostri governanti non si rendono minimamente conto di quello che chiedono ed io le ho risposto che invece il problema è proprio il contrario ossia che lo sanno benissimo. Se non si rendessero conto dei sacrifici che impongono ci sarebbe sempre la speranza che prima o poi ne prendano coscienza e provvedano.

E ci arrabbiamo, ma solo sui social network. Gridiamo allo scandalo, vociamo vendetta, facciamo girare il più possibile le notizie, ci mostriamo indignati, ci diamo solidarietà con i “mi piace” e qualche commento piccato. Partecipiamo alla collera ed indignazione collettiva con un clic e con lo stesso clic esprimiamo la nostra. Una condivisione che assume un valore catartico poco funzionale in quanto sembra frenare ogni altra azione.

Internet è stata una gran bella cosa, ma ci ha cambiato dentro e questo sta avendo un prezzo. Troppe volte riusciamo ad esprimerci molto meglio in rete rispetto a come faremmo con delle persone vere davanti. Su facebook abbiamo il coraggio delle nostre idee semplicemente perché non rischiamo nulla. Mi chiedo che valore possiamo dare alle nostre idee se non sono in grado di andare oltre un post. E’ la montagna che partorisce il topolino.

Qualche tempo fa mi si è rotto lo smartphone e ho dovuto a farne a meno per qualche giorno. Le prime ore son stato nervoso, ormai quel tipo di cellulare mi è necessario per lavorare e mi piace essere in contatto con gli amici quando voglio tramite le  varie applicazioni. Il primo giorno è stato “traumatico”, ma dal secondo invece ho avvertito, in modo inaspettato, un senso di rilassamento e di libertà che avevo dimenticato. Mi sembrava di essere naufrago su un isola deserta solo perché senza telefono eppure ero in pieno centro a Firenze e, se esagero, è solo per rendere l’idea. Posso non essere in collegamento con il mondo intero e stare bene. Fino a non tantissimi anni fa vivevo senza poter essere contattato ovunque, senza condividere con tutti i miei pensieri, le cose che avevo da dire le dicevo a meno gente, ma non era un problema, se avevo una curiosità non andavo a cercare subito su internet, ma ero in grado di tenermela per un po’ e reggere la frustrazione di non sapere subito oppure di non sapere affatto. Riparato lo smartphone la mia “schiavitù” ha ripreso esattamente da dove l’avevo lasciata.

E così la nostra rabbia trova valvole di sfogo di ultima generazione che ci permettono di esternarla senza cambiare nient’altro che una pagina facebook o poco più, mentre intanto il malessere dilaga. La cosa peggiore è che lo stare male o meglio l’accettare di non poter stare meglio,(dove con meglio intendo l’avere un tetto di proprietà ed uno stipendio dignitoso, ossia quello che avevano, bene o male, i nostri genitori) diventa necessariamente e paradossalmente conditio sine qua non per sopravvivere.

Scambiamo il sopravvivere con il vivere non avendo mai conosciuto quest’ultimo o essendo ormai un ricordo sbiadito. E’ una forma di assuefazione che ci permette di salvare il salvabile nella staticità degli eventi, ma che non ci permetterà mai di salvare noi stessi. Normalizziamo la violenza che ci viene imposta per non doverla guardare brutalmente in faccia, non reggeremmo lo sguardo.  Jiddu Krishnamurti, filosofo indiano, diceva: “Non è segno di buona salute mentale essere ben adattati ad una società malata”.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/24/fra-malessere-e-assuefazione-linutile-rabbia-di-ultima-generazione/635551/

Femminicidio, la sostenibile pesantezza del termine

Dopo l’uscita del mio ultimo post “L’insostenibile leggerezza del rapporto tra media e femminicidio” mi sono stati segnalati da un lettore due articoli online  “Femminicidio, la bolla mediatica di ultima generazione” e “Femminicidio” che analizzano il femminicidio, in modo approfondito, usufruendo di alcuni dati a disposizione. Ho trovato la loro lettura interessante, degna di nota e di ulteriori riflessioni. Gli autori vogliono evidenziare come non ci sia un’emergenza che riguarda l’ uccisione di donne e le argomentazioni riportate sono lucide e sembrano essere solide. Provo però ad approfondire alcuni concetti.

La parola femminicidio spesso non piace, tutti i termini che finiscono con il suffisso “-cidio” evocano pensieri poco attraenti (genocidio, eccidio, stillicidio, omicidio, suicidio ecc..) e vanno usati con cautela e cognizione di causa. E’ sicuramente un termine forte, giornalisticamente ben spendibile, funzionale a creare una emotività necessaria a dare vita ad un interesse, inutile negare questa constatazione. Questo non vuol dire, a mio avviso, che il fenomeno possa essere trattato esclusivamente come una bolla mediatica, ma se, per creare un ponte tra chi lo enfatizza e chi lo minimizza, vogliamo parlare di omicidi di donne, in quanto donne, da parte di uomini facciamolo pure, in questo post, ampliando il concetto di donna uccisa in quanto donna con donna uccisa in quanto la “condizione di donna” nella quale si ritrova non le permette di tutelarsi come potrebbe invece avvenire se, nella stessa situazione si trovasse un uomo, vincoli sociali, culturali e fisici determinano una sua minore protezione. L’utilizzo dei termini è molto importante, mai da sottovalutare, ma nello stesso tempo non bisogna perdere di vista i contenuti in una disamina sulla terminologia.

Se ci allontaniamo dall’Italia, in Messico, troviamo una città chiamata Ciudad Juàrez dove, dagli anni novanta, sono centinaia le donne ammazzate da uomini e altrettante sono quelle scomparse. Ciudad Juàrez è considerata la città più pericolosa del mondo, alcuni potrebbero obiettare che quindi potrebbe non fare testo, ma questo non toglie che una cosa è morire tra sparatorie legate al narcotraffico e ai poteri illegali, un’altra è perché si nasce donna in un paese dove dominano gli uomini. Possiamo parlare di uccisione di donne in quanto appartenenti al genere femminile? Si. L’uccisione di donne in quanto donne da parte di uomini esiste e ovviamente non solo in Italia.

Il femminicidio è un bollettino di guerra? Parlarne in questi termini può costituire forse una esagerazione. In una guerra purtroppo, in un anno, di solito ci sono molte più vittime di un numero compreso, grosso modo, tra le cento e le duecento unità, ma anche se ci può essere tutto l’interesse mediatico ad enfatizzare queste morti, sono comunque vite strappate che pesano all’interno della nostra società e, se i numeri hanno la loro importanza, non sono comunque tutto.

Il rischio che si corre, parlando di femminicidio, è quello di farlo diventare semplicisticamente interscambiabile con la violenza domestica, quindi il passaggio pericoloso è quello di identificarli permettendo che smontandone uno si smonti anche l’altro o viceversa che legittimandone uno si legittimi anche l’altro in modo aprioristico.

La violenza domestica ha maggiori dati, ma viene, talvolta, messa in ombra mediaticamente dal femminicidio, anche se  parliamo di due fenomeni che, seppur non coincidenti, hanno forti legami.

Un rapporto dell’Onu riportato su uno degli articoli citati ci dice che oggi l’Italia è uno dei posti più sicuri per le donne. Se per sicurezza intendiamo la non uccisione delle donne, i dati sono dati e vanno tenuti in considerazione, ma per sicurezza, di solito, si intende l’oggettiva condizione di assenza di pericolo (anche se è più corretto parlare di livello di sicurezza non esistendo una condizione assolutamente priva di pericolo) e le cose quindi stanno diversamente. I dati Istat sulla violenza domestica del 2007 non fanno sembrare l’Italia un paese così sicuro per le donne.

Affrontando le questioni del lavoro, della disoccupazione, dei salari, della diversa distribuzione dei generi ai vertici aziendali, pubblici e politici, accendendo la televisione, dove tette e culi imperversano, le donne saranno pure “sicure”, ma lontane dall’avere sempre le stesse opportunità che può avere un uomo, se proprio non vogliamo parlare sempre di violenza ed uccisioni.

Anche una sola donna morta ammazzata per mano di un uomo che non è riuscito a controllare le sue emozioni e talvolta i suoi istinti rimane un evento che la società deve assumersi la responsabilità di prevenire. Se l’uccisione delle donne per mano di uomini non è una emergenza, perché i dati sembrano essere più contenuti e stabili di quello che viene pubblicizzato, questo non deve giustificare il cadere nell’errore opposto ossia il minimizzare la cosa e parlarne come di un delirio delle femministe e dei media. Non è un emergenza neanche mandare le nostre truppe in missioni di guerra chiamandole missioni di pace, eppure il parlamento al riguardo si muove abbastanza velocemente e senza troppi intoppi, magari qualche risorsa potrebbe essere più funzionale ad un riequilibrio dei generi, nei vari settori, attraverso una sensibilizzazione ed una attenzione maggiore al dialogo tra il maschile ed il femminile, rimango fortemente convinto che la chiave delle pari opportunità e dei pari diritti sia un cambiamento culturale e sociale ancor prima di qualsiasi imposizione legislativa. Sono sicuro che otterremmo molto con relativamente poco.

Per ora quello che i nostri politici stanziano sono belle promesse e frasi indignate, ma di quelle abbiamo già i magazzini pieni.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/18/femminicidio-la-sostenibile-pesantezza-del-termine/628969/

L’insostenibile leggerezza del rapporto tra media e femminicidio

“Ma davvero è in crescita il numero delle donne uccise per mano di un uomo o sono i media ad aver amplificato il fenomeno? Qualche anno fa di femminicidio non si parlava, quindi sono aumentati i casi?” ,queste domande  un mio amico mi rivolgeva,  giorni fa, sapendo che mi occupo di violenza e questioni di genere.

Quanti uomini avranno le stesse perplessità in proposito? Un maschile fortemente sotto accusa, negli ultimi tempi, che può  faticare ad avere una reale percezione del fenomeno e che rischia, per questo, di arroccarsi su posizioni di chiusura, rendendo uno dei punti più critici delle questioni di genere, ossia il disinteresse maschile in proposito, ancora più critico.

Innanzitutto possiamo e dobbiamo migliorare la qualità dei dati sul femminicidio in nostro possesso. Attualmente a farsi carico della loro raccolta sono i Centri Antiviolenza e il sito Bollettino di Guerra e questa  avviene attraverso la conta delle uccisioni di donne riportate dalla cronaca. Questa rilevazione  è certamente indicativa di come la stampa tratti  la tematica, ma non è necessariamente coincidente con la sua effettiva realtà. Dobbiamo muoverci su criteri scientifici ed è auspicabile che ad occuparsi di questo lavoro siano non (o almeno non solo) i centri antiviolenza, già oberati di lavoro senza un adeguato finanziamento dietro, ma gli organi istituzionali come il Ministero degli Interni, il Ministero delle Pari Opportunità, l’Istat o altri enti pubblici le cui risorse possono essere ben diverse.

Qualche sera fa sono stato invitato, come semplice partecipante, ad una assemblea universitaria dove, su spinta di un gruppo di studentesse, venivano affrontate le questioni di genere e ho osservato come le ragazze e i ragazzi si facevano molta forza dell’esperienza personale per argomentare le loro tesi sulle differenze di genere e stereotipi connessi sempre in bilico tra chi li minimizzava e chi li enfatizzava. Ad un certo punto sono intervenuto sottolineando, da una parte l’importanza della propria esperienza, ma dall’altra anche la necessità di fare riferimento ad un esame di realtà che, superando il singolo, si muovesse verso il collettivo. Tradotto in parole povere ho dato alcuni dati Istat del 2007 sulla violenza di genere attraverso i quali volevo aiutarli ad analizzare la situazione, non solo per come la vivevano individualmente, ma anche per come risulta dalle ricerche in nostro possesso.

Il rapporto tra media e femminicidio può essere molto delicato, non di rado la cronaca ha i suoi vantaggi dall’esacerbare alcune realtà o dipingerle in modo da suscitare morbosità o banalizzazione. Se il contenuto è buono, ma non attira la notizia può anche passare in secondo piano, se il contenuto non è un granché, ma può essere presentato con modalità che suscitano una certa emotività, l’emotività vende. Scopro l’acqua calda. E’ vero, fino a qualche anno fa di femminicidio non si parlava e  le donne uccise per mano di un uomo non trovavano lo spazio mediatico quasi quotidiano che oggi trovano (logicamente che non trovassero spazio non significa che non ci fossero).

Questo basta per mettere in dubbio l’esistenza del femminicidio? Certamente no. Va analizzato  quanto l’interesse dei media sia strumentale a creare e a cavalcare un’onda emotiva  per aumentare le copie da vendere o le visualizzazioni in rete. Un tipo di interesse di questa fatta non è che una forma di maltrattamento aggiuntivo, molto subdolo perché ben nascosto dietro una parvenza di una denuncia in aiuto delle donne,ed invece neanche morte possono trovare pace, sfruttate fino all’ultimo ed anche oltre.  Non interessa che la donna sia stata ammazzata, ma che la donna ammazzata faccia notizia.

Per capire e affrontare l’uccisione delle donne da parte degli uomini non basta l’interesse, ma  urge una reale partecipazione perché si possa operare una sensibilizzazione non fine a sé stessa. Abbiamo bisogno di un giornalismo partecipante e non solo interessato. L’interesse senza partecipazione è solo una moda e come tutte le mode è destinato ad esaurirsi.

Le donne uccise per mano di uomini esistono, non sono un’invenzione dei media, detto questo è sicuramente necessaria una maggiore scientificità nella raccolta dati e sarebbe auspicabile un interesse dei giornalismo più partecipato e meno opportunistico.

E ricordiamoci che, se  l’espressione femminicidio ha trovato una sua diffusione relativamente recente, ce ne è un’altra che ha qualche secolo in più ed è violenza, la violenza che tante donne hanno dovuto sopportare solo per il fatto di essere tali. Il femminicidio non deve mettere in ombra la violenza sulle donne e la violenza sulle donne non si esaurisce con il femminicidio.

Ora non mi rimane che chiedere al mio amico se gli ho risposto.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/10/linsostenibile-leggerezza-del-rapporto-tra-media-e-femminicidio/621213/

Le versioni originali delle fiabe: c’era una volta il ‘non lieto fine’

C’erano una volta le fiabe. C’erano una volta e ci sono tutt’ora. Siamo cresciuti ascoltando le storie di Biancaneve, Cappuccetto Rosso, La Bella addormentata nel bosco e  gli altri grandi classici, quasi sempre anche guardandoli attraverso la tv o il cinema. Storie narrate ai bambini per farli sognare o farli addormentare. Un classico è l’immagine del genitore, ai piedi del letto del figlio, con il libro di fiabe in mano, suscita sempre un misto di tenerezza e ricordi infantili, in chiunque la rievochi, perché parla del proprio passato, non fosse altro per gli innumerevoli film per ragazzi in cui questa compare.

Di solito troviamo trame semplici in cui magia e fantasia conquistano le menti con un lieto fine teso a tranquillizzare i bambini che le cose, qualsiasi siano le avversità, si aggiustano. Calmi bambini, non vi spaventate troppo, esiste sempre una giustizia che porta inesorabilmente al ”e vissero felici e contenti”.

In realtà, le versioni originali delle fiabe spesso si discostano dalle versione edulcolorate che, nel corso del Novecento, sono state diffuse. Le fiabe, in passato, dovevano educare alla vita e, nella quotidianità, non sempre le cose vanno come vorremmo e il bambino doveva impararlo.

Prendiamo La piccola fiammiferaia, esiste forse racconto più triste, anche nella stessa versione ai più conosciuta? Una bambina che vende, in completa solitudine, fiammiferi la notte di Capodanno al gelo e che, alla fine, muore per il freddo. Cerco di ricordare come vissi questa storia da bambino e provo turbamento, perché nonostante la storia mi colpì , solo ora da adulto, ne comprendo la piena tragicità.

Incuriosito da questo mondo, a noi arrivato in versione alleggerita, sono andato alla ricerca delle versioni originali delle fiabe dei Fratelli Grimm e ho letto il recente libro di Jack Zipes, esperto di fama internazionale di fiabe, ‘Principessa Pel Di Topo e altre 41 fiabe da scoprire’. Nell’opera vengono recuperate molte delle  storie dei Grimm pubblicate nella prima edizione del 1812. Scopro che ben sette sono le edizioni totali, ogni volta riviste attraverso criteri depurativi degli elementi più tragici e violenti, fino alla settima edizione del 1857 che è quella definitiva e che noi conosciamo. Solo la prima edizione fa fede alla tradizione orale popolare di cui i fratelli si servirono per la loro raccolta.

I protagonisti dei racconti sono spesso giovani perseguitati o maledetti, bambini maltrattati e abbandonati, uomini che rivaleggiano e si scontrano, oppressi, persone malvagie che abusano del loro potere.

Le matrigne di Biancaneve e di Hansel e Gretel erano in realtà le loro madri naturali, ma furono trasformate in matrigne per tutelare il ruolo materno. Non si poteva accettare che una madre  potesse essere malvagia.

Queste fiabe non erano state necessariamente concepite per bambini, anche se non di rado le ascoltavano, erano il frutto di una secolare tradizione orale che cercava di parlare della natura umana così come la vedeva, integrandola di elementi magici e fantastici.

Leggendo le vecchie versioni si nota come esse siano molto più crude e violente. Certo, siamo lontani da racconti horror o cose del genere perché il linguaggio è scarno, l’azione diretta, la suspense inesistente e troviamo dei temi che si ripetono in modo abbastanza costante fino a diventare monotoni, ma non possono che suscitare un certo sgomento  storie quali “Come certi bambini si misero a giocare al macellaio” presente in due diverse versioni.

Nella prima un gruppo di bambini di cinque, sei anni giocano al “macellaio”: un bimbo fa il macellaio, un altro il cuoco ed un terzo il maiale. Il macellaio assale il maiale e gli taglia la gola, mentre il cuoco raccoglie il sangue in una ciotola.

Nella seconda versione sono due fratellini che giocano al “macellaio” e quello che fa il macellaio sgozza l’altro che fa il maiale. La madre che sta facendo il bagno ad un altro figlio più piccolo arriva, sentendo le urla, e visto l’accaduto, per la rabbia, colpisce al cuore il bambino rimasto. Intanto il figlio più piccolo, lasciato solo in casa, annega nel catino. La donna, realizzata la morte dei suoi tre figli, per la disperazione si impicca e quando il marito torna dai campi e scopre quello che è successo muore di crepacuore.

Non proprio il lieto fine a cui siamo abituati.

L’aggressività è parte integrante della natura umana ed è sempre meglio quando è presente in un racconto, in un film o in un video game che quando è presente nella nostra vita, ma lo è anche in quella, indipendentemente dalle nostre migliori intenzioni.

La questione è se il trovarla in un cartone o in un racconto faccia da canale di sfogo o nutra invece l’istinto di emulazione. Non so rispondere, da ragazzo guardavo molti cartoni violenti e, ad oggi, credo di aver visto la maggior parte degli horror in circolazione, essendone un appassionato ma, seppure convinto dell’importanza di un controllo ragionato di quello che arriva ai bambini, tramite soprattutto i nuovi mezzi di comunicazione, personalmente a me ha fatto sempre più timore la violenza della vita che quella dei cartoni, per quella non c’è censura che tenga.

La questione è complessa almeno quanto lo è la mente umana. Una personalità fragile può rimanere molto più colpita da certe scene e da certi racconti, ma una personalità fragile, prima o poi, troverà il modo di mostrare al mondo la sua fragilità, questo non ci deve tuttavia esimere dal tutelare i nostri bambini dall’esagerazione e dall’esasperazione della violenza gratuita, consapevoli che non è comunque mettendoli sotto una campana di vetro che li aiuteremo ad affrontare la vita per quello che è e non per quello che vorremmo fosse per loro.

da:

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/06/le-versioni-originali-delle-fiabe-cera-una-volta-il-non-lieto-fine/617759/