Archivio per 14 luglio 2013

Violenza sulle donne, abbiamo bisogno di prevenirla

Non amo soffermarmi sui fatti di cronaca, penso che ci sarà sempre qualcuno che descriverà e racconterà tali avvenimenti meglio di me e poi il rischio di sconfinare nel gossip o nei giudizi facili e sommari è alto. Non mi sento a mio agio nel parlare di qualcuno che non conosco e che esce dall’anonimato a causa di qualche tragedia, è come se non ne avessi il diritto o dovessi far fede ad un certo pudore personale, perciò nove volte su dieci evito sia di scriverne sia  semplicemente di parlarne, ma c’è sempre quella volta su dieci in cui decido di fare uno strappo alla regola.

I fatti di cronaca che più mi possono riguardare, all’interno di questo blog, sono le uccisioni di donne da parte di uomini. Chiamiamoli femminicidi o come volete, non è una disputa sul nome che metterà al riparo le nuove vittime, così come non è facendo finta che le donne non possano essere a loro volta violente e prevaricanti che aiuteremo il maschile a mettersi in discussione e non è contestando il fatto che siano comunque più le donne ammazzate per mano di uomini che gli uomini ammazzati per mano di donne che arriveremo da qualche parte. Le mie posizioni rispetto a tutto questo ho avuto modo di esprimerle già in diversi post.

Ieri Tiziana Rizzi, una donna di 36 anni,è stata ammazzata dal marito Marco Malabarba,operaio di 39 anni, dopo una lite, con una ferita al collo; il figlio era in casa con loro. E’ successo a Landriano in provincia di Pavia. Ho letto un trafiletto di notizia su internet, non l’ho sentita dai tg che, di solito, non si lasciano scappare una notizia di “femminicidio” in chiusura del giornale (anche se, ovviamente, può essere stata data in tg che non ho guardato).

Due sono le cose che meritano, secondo me, un’ attenzione particolare e che  si saranno verificati in altri casi precedenti ed infatti, da questo specifico caso, voglio solo trarre spunto. Primo, mi ha colpito la coltellata inferta alla gola della donna dal compagno e, secondo, la presenza del figlio.

Non sono un esperto di armi o di ferite, ma  un coltello alla gola mi sembra sia diverso da un coltello in pancia che è più diretto e meno controllato. Per una coltellata alla gola ci vuole un minimo di premeditazione e di sangue freddo in più, una mira migliore e si è più sicuri di ammazzare la persona colpita. Una coltellata in pancia può non essere mortale, più facile lo sia un taglio netto alla gola. Se le mie osservazioni sono corrette, questo gesto appare ancora più feroce.

In casa c’era anche il figlio della coppia, un bambino di due anni e mezzo che non ho chiaro se abbia assistito a qualcosa o meno, ma che, da adulto, dovrà convivere con la realtà che suo padre ha ammazzato sua madre con lui a pochi metri di distanza. La violenza gli ha tolto, in un colpo solo, entrambi i genitori senza che abbia ancora sviluppato le capacità per rendersene conto. Cercando di non fare troppa speculazione psicologica da due soldi mi ha colpito anche che Malabarba, come primo gesto dopo l’uccisione, si sia recato dai propri genitori, quasi sentisse il bisogno di essere protetto lui, come figlio, dalle figure genitoriali proprio in un momento in cui, come padre, falliva recando un enorme danno al proprio figlio: la perdita della madre.

Cosa può portare un uomo ad ammazzare barbaramente la propria donna  senza che neanche la presenza del figlio possa costituire un deterrente? La risposta è fin troppo facile: la rabbia. La domanda più difficile è come poter contenere la rabbia quando travalica la lucidità di pensiero?

La violenza non è eliminabile, l’uomo (e la donna) avrà sempre bisogno di dare sfogo alla propria carica di aggressività, ma io che molte di queste tragedie possano essere evitate ci credo e continuo a lavorare in tal senso.

Abbiamo bisogno di luoghi dove gli uomini possano essere ascoltati ed aiutati a gestire la loro rabbia e abbiamo bisogni di luoghi dove le donne possano ritrovare sicurezza e fiducia, abbiamo bisogno di prevenire.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/10/violenza-sulle-donne-abbiamo-bisogno-di-prevenirla/651431/

Virginia Woolf, tra il mal di vivere e l’essere donna

«Carissimo, sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che nessuno avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se qualcuno avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V. »

Con queste tristi, ma intense parole, scritte su un biglietto appoggiato sulla mensola del camino, Virginia Woolf, scrittrice, saggista e attivista britannica, dà il suo ultimo saluto al marito Leonard, poco prima di uscire di casa, con il suo bastone da passeggio, per arrivare lungo il fiume dove, di lì a poco, si sarebbe lasciata annegare, infilandosi delle grosse pietre nella tasca della giacca. La morte, da lei definita “l’unica esperienza che non descriverò mai”, viene scelta per l’ultima e definitiva volta (in passato aveva già tentato il suicidio). Il mattino del 28 Marzo 1941 il mondo assiste impotente all’addio di una delle più tormentate menti del Novecento che, dopo cinquantanove anni di vita, non può più tollerare di farne parte.

Il malessere esistenziale della Woolf ha sempre messo duramente alla prova lei e chi più le voleva bene, primo tra tutti il marito che l’aveva sposata senza conoscerne i disturbi, nonostante, già prima del matrimonio, la donna aveva avuto modo di esternarli, ma che non si era mai tirato indietro nel sostenerla. Un detto afferma che, dietro ogni grande uomo, si cela una grande donna, ma questo era un caso in cui, dietro ad una grande donna, si celava un grande uomo.

Oggi probabilmente definiremmo il disturbo psicologico della Woolf come un disturbo bipolare e, negli ultimi tempi, sembra ci fossero anche i sintomi di una psicosi in atto. In famiglia c’erano stati altri membri con fragilità psicologiche evidenti e la scrittrice, da piccola, era stata molestata sessualmente, insieme alla sorella Vanessa, dal fratellastro, esperienza che indubbiamente la segnò.

Una propensione letteraria notevole, una intelligenza acuta, una sensibilità fuori dal comune e la sofferenza derivata dal suo essere al mondo fecero di Virginia Woolf ciò che era e ciò che ci ha lasciato.

Lo scrivere sembra essere stato, per lei, contemporaneamente fonte di vita e di desiderio di morte. Era sempre molto tormentata quando si trovava in procinto di terminare le sue opere, sensibilissima alle critiche tanto che il giudizio di Leonard costituiva un passaggio obbligato prima di dare alle stampe qualsiasi cosa e lo stesso marito, anch’egli scrittore e letterato, era consapevole di quanto dovesse calibrare le sue parole perché il male di vivere non si impadronisse della moglie portandogliela via. Agli inizi del loro matrimonio e della loro attività di scrittori comprarono un torchio tipografico per poter stampare e pubblicare le loro opere da soli e, nel giro di pochi anni, nacque da questa idea una vera e propria casa editrice: la Hogart Press. Lo scrivere sembra essere stato per Virginia la migliore terapia, il suo modo di affrontare la vita, una catena che teneva imprigionato il suo male, anche se non sempre riusciva a contenerlo.

La scrittrice visse nel secolo scorso e combatté, spesso oltrepassandoli, i limiti che la società imponeva al suo essere donna, all’interno di quel periodo storico. Il padre non le permise di studiare all’università come fecero i suoi fratelli, ma, nonostante l’amarezza, Virginia, non solo respirò a pieni polmoni il meglio dell’ambiente culturale del suo tempo, ma contribuì attivamente alla sua creazione. Basti ricordare il Bloomsbury Group un gruppo di intellettuali londinesi che si ritrovavano nel quartiere di Bloomsbury e che aveva tra i suoi fondatori il fratello di Virginia Toby Stephen e a cui lei diede un sostegno fondamentale. Attivista all’interno dei movimenti femministi scrisse due importanti saggi, “Una stanza tutta per sé” e “Le tre Ghinee” , per evidenziare e denunciare come la condizione femminile fosse ostacolata e repressa dalla cultura maschile dominante. Particolare attenzione dà alla minore possibilità di accesso alla cultura per una donna, argomento naturalmente a lei carissimo.

Siamo tanto presi dal parlare della condizione della donna oggi ed è giusto che se ne discuta, ma dovremmo ricordare più spesso cosa significava essere donna ieri. Ricordare Virginia Woolf non vuole essere un semplice omaggio, ma anche un promemoria per capire da dove le donne sono dovute partire, non tantissimo tempo fa, per arrivare al presente. Si deve guardare avanti perché la parità di genere non è ancora raggiunta, ma voltiamoci indietro per ricordare. Virginia era una donna straordinaria, ma il suo era un tentativo di dare voce anche a tante donne “ordinarie” non per questo meno donne.

Cosa ci rimane di Virginia Woolf se non il grande esempio di una persona che non si è lasciata condizionare dai tempi nei quali viveva ed ha vinto la sua battaglia contro la società? « Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna? »scrisse.

Qualcuno potrebbe obbiettare che, alla fine, perse la battaglia più grande quella nei confronti della vita, ma Virginia era quello che era, né più né meno, anche il suo ultimo atto, il suicidio, faceva parte del suo essere, se fosse stata diversa non sarebbe come la conosciamo e la amiamo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/09/virginia-woolf-tra-mal-di-vivere-e-lessere-donna/650367/

 

Il mito di Apollo e Dafne, l’amore mai realizzato

L’amore mai realizzato è una malinconia destinata ad accarezzare imperterrita l’intimità del nostro vivere, un pensiero tormentato che impara, con il tempo, a lottare per una sopravvivenza che non sia solo di afflizione, ma che si apra ad una accettazione che renda possibile, non la serenità, ma un equilibrio. Su di esso si possono scrivere romanzi interi, tante son le parole che gli amanti non riescono ad esaurire.

L’amore mai realizzato è una esperienza alquanto comune, oserei dire uno degli inevitabili passaggi della vita, ognuno di noi potrebbe raccontare almeno una storia d’amore che non si è realizzata oppure che è finita molto prima di quanto sperasse. Essere completamente in balia della forza delle proprie emozioni, a tu per tu con l’impotenza, credo che sia  una delle esperienze che più contribuiscono a far maturare l’ individuo nel momento in cui è in grado di farvi fronte, reggendo l’inevitabile malessere. Il venire a patti con qualcosa che di per sé tenderebbe ad essere fuori controllo è un processo lungo, metabolizzare l’impossibilità richiede un contenimento emotivo che, ripeto, solo il tempo ha qualche possibilità di offrire. Ne nasce infine una cicatrice, come un tatuaggio indelebile che racconta di noi e del nostro sentire, essa pulsa con un suo proprio battito e può riaprirsi in ogni momento, ma senza sanguinare come un tempo,le basta far fuoriuscire una minuscola goccia di sangue per ricordarci che siamo vivi. Amare è un affare complicato e noi siamo esseri complicati in cerca di amore.

A volte due persone cessano di amarsi, a volte è  uno dei due che ha smesso di sentire le stesse cose che prima sentiva, a volte è solo la fantasia di un uomo o di una donna riversata sull’altro senza che ci sia mai stata una speranza concreta.

Amare non significa necessariamente essere o essere stati corrisposti.

Il dio greco Apollo si innamorò perdutamente di Dafne, figlia del fiume Peneo e di Gea, senza che  lei lo ricambiasse e portò il suo desiderio alle estreme conseguenze.

Una versione del mito di Apollo e Dafne ci racconta che Cupido, deciso a vendicarsi di un’offesa subita da Apollo, colpisce il dio con una freccia d’oro in grado di far innamorare alla follia, dei e mortali, della prima persona su cui avessero posato gli occhi dopo il colpo e questa sorte capita alla ninfa Dafne. Apollo, nonostante sia una divinità, non un semplice essere umano, non riesce a sottrarsi all’impeto dei sentimenti che gli offuscano la mente.

Dafne è incurante delle attenzioni di Apollo, Cupido l’ha colpita con la freccia dell’odio che la fa rifuggire dal suo innamorato. Un giorno, mentre si aggira per i boschi, Apollo la vede e la insegue. Dafne fugge spaventata tra le sterpaglie, graffiandosi e strappandosi le vesti, mentre il dio le grida il suo amore. Poco prima di essere raggiunta Dafne invoca l’aiuto del padre Peneo affinché la sua forma, causa del suo tormento, sia tramutata in qualcos’altro. In pochi istanti la ninfa si tramuta in un albero di alloro (in greco antico daphne significa appunto “alloro”). Apollo la raggiunge, ma è troppo tardi, riesce appena a rubarle un bacio, prima che la trasformazione sia completata.

E così finisce la vita di Dafne, pur di non subire un amore non richiesto e non voluto. Apollo ha abusato del suo potere e della sua forza nei confronti di una donna che non aveva altri mezzi per difendersi, se non scappare o sacrificarsi. Anche quando il sacrificio ed il dolore della ninfa sono resi ben evidenti dalla tragica scelta, il dio non si ferma dal baciarla. L’ultimo istante di Dafne si chiude con l’ultimo sopruso.

Dafne non sembra essere l’unica vittima, Apollo stesso deve fare i conti con qualcosa che gli è stato imposto e che gli crea dolore in quanto il suo desiderio non trova soddisfazione. Non si sceglie d’amare e non sempre si sa come amare, la razionalità, in questi casi, tarda a far sentire la sua presenza. Apollo, grazie ai suoi poteri, può conoscere il futuro e prevedere come finirà il suo amore per Dafne, eppure porta la storia alle sue tragiche conseguenze. Egli è il dio dell’ordine e del raziocinio, eppure compie atti irrazionali per amore. Il sentimento sconvolge la ragione.

Ha un alto valore simbolico nel mito che sia Cupido, un elemento esterno, ad infondere determinati sentimenti ad entrambi, li deresponsabilizza dal provare le emozioni che provano. Non siamo responsabili di amare, semplicemente accade, innumerevoli fattori esterni ed interni alla persona concorrono alla nostra attivazione emotiva, ma siamo responsabili di come amare. Possiamo gestire il nostro comportamento in relazione al nostro vissuto. Nessun sentimento, per quanto reale e autentico, ci autorizza a non tenere conto di quello che prova l’altro. Apollo non è stato in grado di farlo e, se lui era un dio immaginarsi, per il comune mortale, lo sforzo immane. Provare amore, in un primo momento, riempie e fa sperare e relazionarsi con un possibile no dell’altra persona è un’esperienza che non si augura a nessuno, ma che prima o poi capita.

Ed è allora che possiamo scegliere se essere come Apollo e recare all’altro le paure e le apprensioni di Dafne oppure, attraverso la crisi che stiamo vivendo, darci l’opportunità di maturare anche attraverso il dolore. La prima scelta porta all’annientamento dell’altro e di noi, la seconda è un atto di amore verso noi stessi e che rende libero l’altro. Non c’è bisogno di essere una divinità per amarsi e rispettarci.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/02/mito-di-apollo-e-dafne-lamore-mai-realizzato/643486/