Archivio per 14 agosto 2013

Violenza sulle donne, dire basta non basta

Altre due tragedie ieri, a Genova una donna è stata sfigurata con l’acido da uno sconosciuto e a Verona un’altra donna è stata ritrovata morta nell’auto dell’ex fidanzato con due coltellate al cuore. Un’altra stanotte a Siracusa. Nel primo caso la donna si è salvata e si sta indagando su chi sia l’autore della violenza e con quale motivazione abbia agito. Vedremo se la colpa ricadrà su un uomo ed eventualmente che rapporti intercorrevano tra i due, certo è che già programmare di gettare dell’acido sul volto di un essere umano non  è cosa comune, farlo lascia inorriditi.

La violenza non ha genere, ma l’uomo ne è troppo avvantaggiato nell’utilizzo per una questione di forza e di stereotipi che, nel corso dei secoli, si sono radicati dentro tutti noi, uomini e donne. Non esiste solo l’uomo che maltratta, purtroppo, in molti casi, esiste anche la donna che pensa che dall’essere maltrattata non ha vie di fuga perché è così che gira il mondo. Per maltrattamento non intendo solo la violenza fisica, ma qualsiasi atto o pensiero teso a sminuire il valore del femminile in quanto tale.

E’ di pochi giorni fa il decreto sul femminicidio approvato dal governo, ne abbiamo già parlato con Nadia Somma in due diversi articoli, ma parlarne  ovviamente non ferma le mani degli uomini che perdono il controllo e uccidono.

Potrei scrivere di essere indignato, lo sono e lo scrivo. Non riesco a credere, in coscienza, che non si riescano a prevenire tutte queste morti.

Potrei scrivere di essere sfiduciato, lo sono e lo scrivo. Il governo non deve mostrare solo interesse verso la violenza sulle donne, ma anche competenza.

Potrei scrivere di sentirmi coinvolto in un maschile che è anche parte lesa, lo sono e lo scrivo. Noi uomini fatichiamo a metterci in discussione,non possiamo pensare che la violenza  non ci riguardi solo perché non siamo materialmente la mano che picchia o che mette fine alla vita di una donna. Non riguarda altri uomini, riguarda noi tutti come genere. Non approvo ciò che possiamo arrivare a fare, ma non approvo neanche che veniamo colpevolizzati senza esitazione come categoria. Il maschile sa essere ben altro e non di rado lo è, ma può essere vittima della sua stessa egemonia sociale e culturale perché troppo spesso conquistata con la forza e non con il diritto.

Potrei scrivere  di essere arrabbiato, lo sono e lo scrivo. Stroncare la vita di una donna succede troppe volte per non stupirsi di quanto possa essere semplice ancora oggi nel 2013.

La questione però è proprio questa , possiamo sentirci e scrivere come vogliamo, ma se non agiamo nulla di tutto questo eliminerà la violenza sulle donne.

Cosa significa agire? Io posso solo dire cosa significa e continuerà a significare, per me, agire: l’impegno a creare maggiore spazio di discussione di riflessione tra gli uomini, l’aiutare, chi lo chiede,ad interrompere i propri comportamenti violenti tramite il mio lavoro, l’incoraggiare ad andare nelle scuole a parlare con i ragazzi, uomini e donne di domani, delle questioni di genere e ogni altra cosa riterrò utile per il raggiungimento dei pari diritti e delle pari opportunità.

C’ è bisogno di un cambiamento sociale e culturale, ma è evidente ormai che parlarne non serve, dobbiamo essere ciò che desideriamo. “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva Gandhi e non potrei utilizzare citazione migliore per dare il senso di quello che sto scrivendo.

Ogni donna morta per mano di un uomo dovrà, purtroppo, servirci a ricordare quanto ancora non stiamo facendo perchè fermarsi a quello che già stiamo facendo, seppure non è mia intenzione sminuirne l’importanza, è oggi più che mai evidente che non basta.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/13/violenza-sulle-donne-dire-basta-non-basta/683541/

La cultura della non violenza nell’arte

 

Tsr, teatro stabile di riconnessioneIl Teatro Sensibile di Riconnessione (Tsr) della Compagnia Ilaria Drago è un progetto di formazione per professionisti dello spettacolo dal vivo ed in generale artisti (scrittori, poeti, musicisti ecc…) che vuole dare loro voce. Esso si è avvalso del sistema di crowfunding Eppela per poter fare in modo che le possibilità economiche delle persone non costituissero un ostacolo alla partecipazione.

Se Simone Weil, filosofa cara agli ideatori del progetto, affermava “fate del pensiero un’azione”, io spero di fare del mio pensiero, tramutato in parole scritte, un incoraggiamento a mettere in atto le proprie potenzialità. Quale miglior azione del generare arte e cultura?

Tsr, teatro stabile di riconnessioneSi parla di violenza e ci si dimentica quanto sia importante parlare anche di non violenza e di cosa essa voglia significare. La cultura e l’arte possono essere la più alta forma di non violenza di cui disponiamo, ecco perché il Tsr di Ilaria Drago merita tutta l’attenzione che gli si può dare, in quanto cerca di sensibilizzare le persone ad un linguaggio non violento e a riconnetterle tra loro e la natura in cui vivono e di cui sono fatte.

Dalla presentazione del progetto leggo: “Ci piace immaginare un artista che inizi ad avere uno sguardo che unisca, crei, costruisca sé e la sua arte in modo più consapevole, piuttosto che dividere, competere, mostrarsi senza uno scopo che sia davvero parte di un tutto e non solo mostra del proprio egocentrismo. Un artista che abbia il coraggio di tacere quando non ha nulla da dire!”

Uno degli aspetti critici del nostro tempo è invece il parlare quando non si ha nulla da dire. In una società in cui stiamo perdendo parti sempre più consistenti della nostra intimità, tramite i mezzi che internet e la tecnologia ci hanno messo a disposizione, regalandola ad un pubblico, più o meno vasto, di amici, conoscenti e persone via via sempre più lontane dalla reale possibilità di sapere chi veramente noi siamo, tacere, quando non si ha nulla da dire, diventa quasi rivoluzionario. La possibilità e il diritto di esprimersi vanno a confondersi con la necessità di parlare senza contenuto pur di apparire inculcataci da decenni di pubblicità e cultura consumistica. Per apparire è spesso necessario dividere, competere, mostrarsi senza uno scopo diverso dal proprio egocentrismo dilagante.

Sono quel che appaio, ma siccome quel che appaio è solo come io dovrei o vorrei essere per far piacere agli altri, credendo che solo così possa essere accettato e amato, trascuro, in amore ed accettazione, le parti più vere di me. Come può importare a qualcuno quel che realmente sono se non importa a me per primo? L’arte e la cultura possono salvarci, rimangono il miglior strumento per conoscersi e realizzarsi perché ci portano dritti al cuore delle nostre mancanze: la consapevolezza.

Consapevolezza è il termine verso il quale tendere, l’obiettivo da raggiungere. Consapevolezza intesa come reale conoscenza di sé in grado di generare un accordo interno tra noi ed il nostro esperire.

Segue il saper ascoltare a cui il Tsr mostra di dare rilevanza. Se non avverto più come impellente la necessità di apparire, allora posso fare spazio a quello che l’altro ha da dire e ascoltarlo. L’ascolto attivo e partecipato, per cui è stata necessaria la creazione di una professione apposita, lo psicologo, viene compreso e diviene possibile per tutti. Ascoltare non è semplicemente sentire uditivamente le parole dell’altro, ma sentirle visceralmente, conservarle dentro, non allontanarcene subito come spesso avviene. Non sono le orecchie l’organo predisposto al vero ascolto, ma tutto il nostro corpo è l’organo dell’ascolto. Le orecchie sono come un ponte che può unire due sponde, ma se nessuno lo attraversa la possibilità di contatto va persa. Un ponte senza corpi che vi si muovano sopra è inutile, anche se collega due realtà diverse.

Il Tsr propone l’essere umano e l’artista come due entità non separate ed anche questo è un concetto che mi piace molto, allargando l’orizzonte penso a qualsiasi essere umano come ad un artista. C’è in ognuno una scintilla di un qualcosa di intimamente legato alla natura e all’universo ed è proprio l’essere in grado di ritrovarla che può accendere un fuoco che genera e crea. Questa è arte, questo è l’essere umano, se solo lo vuole.

Chiunque avesse voglia di conoscere maggiormente il progetto, dare una mano, partecipare e sostenerlo può scrivere a info@ilariadrago.it

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/11/cultura-della-non-violenza-nellarte/682604/

Femminicidio, nel decreto nessuna presa in carico degli uomini

Il consiglio dei ministri ha varato un decreto su femminicidio, stalking e cyberbullismo, dodici norme che hanno tre importanti obiettivi: prevenire la violenza di genere, punire in modo certo e proteggere le vittime.

Si tratta di provvedimenti di una certa rilevanza, indice di un coinvolgimento maggiore del governo per il contrasto alla violenza di genere. Questo è sicuramente positivo. Dispiace però, oltre agli altri punti deboli evidenziati dalla collega Nadia Somma, non trovare alcun riferimento riguardo alla presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti, i cosiddetti “maltrattanti”, termine che, come ho già avuto modo di scrivere, evito personalmente di utilizzare perché etichettante.

Sono convinto che, quando si parla di prevenzione della violenza di genere, non sia possibile non occuparci anche degli autori di questa violenza. E’ importantissimo proteggere le vittime e sostenerle in ogni modo, così come è fondamentale punire il reato, ma si tratta di interventi a posteriori, quando la violenza è già stata commessa o reiterata troppe volte.

Nel mio lavoro ho spesso a che fare con uomini che hanno compiuto delle violenze e mi accorgo di quanto uno spazio di ascolto possa, in certi casi almeno, essere per loro sufficiente a interrompere quello che tecnicamente viene chiamato “agito violento”. Non è semplice, non lo è affatto, ma osservo come molti uomini si impegnino riuscendo a trovare delle modalità comunicative più funzionali che non implichino l’uso della forza. La differenza la fa semplicemente il volerlo, la motivazione. Ne ho visti e ne vedo di uomini che riconoscono il problema e chiedono aiuto in proposito. Ripeto, nessuna formula magica: il lavoro da fare insieme è impegnativo e faticoso, ma può dare dei risultati e il maltrattamento può interrompersi.

Molte coppie, anche quando lui ha avuto e/o continua ad avere un comportamento violento, scelgono di rimanere insieme. Ci sono situazioni in cui la donna non se la sente di lasciare il compagno/marito perché ne ha paura, oppure perché non saprebbe come mantenersi economicamente oppure perché è convinta che, lasciandolo, farebbe del male ai loro figli. Ci sono anche situazioni in cui la donna vuole davvero continuare a stare con il proprio uomo nonostante la pericolosità del vivere in un contesto di violenza domestica. E se lui dovesse essere in grado di chiedere un aiuto e un sostegno, questo aiuto e questo sostegno lo deve trovare. Altrimenti parlare di prevenzione risulta essere un semplice slogan privo di contenuto.

La Casa delle donne di Bologna ha stilato l’elenco dei Centri in Italia che si occupano della presa in carico degli uomini autori di violenza. Fino a quattro anni fa non esisteva niente in proposito, ora sono ben dodici le realtà che si occupano del problema e, sebbene siamo ancora lontani dal coprire il territorio nazionale, si sono fatti molti passi avanti: l’interesse verso il lavoro con questa utenza va crescendo sempre più.

Quando si parla di “violenza di genere” ritengo fondamentale non occuparsi esclusivamente della violenza degli uomini sulle donne, ma aprire uno spazio di riflessione e di studio anche sulla violenza delle donne sugli uomini. Molti minimizzano il fenomeno o lo ritengono molto meno diffuso rispetto alla violenza maschile. Tuttavia proprio per poterlo affermare con certezza, sono necessari studi che permettano di fornire dati il più corretti e scientifici possibili. Su argomenti così rilevanti non si può discutere di opinioni e impressioni per quanto marcate e fondate queste possano essere. Dobbiamo partire dalla realtà oggettiva e non soggettiva. Per questo, istituire un Osservatorio nazionale in grado di analizzare scientificamente il fenomeno sarebbe dovuto essere un punto al centro del decreto legge contro la violenza di genere, come del resto richiesto da tempo dalle associazioni e dai centri antiviolenza.

Un’ultima considerazione. Nel decreto legge viene data corsia preferenziale ai processi per femminicidio: non nascondo una certa perplessità in proposito. Una morte è una morte: non si può pensare che ci sia un ammazzato di serie A e un ammazzato di serie B. Molte donne sono state uccise per il solo fatto di essere donne e questo va riconosciuto senza esitazione, ma è indice di una società non egalitaria e sofferente, dare una corsia preferenziale a determinate tipologie di reato. Proprio in virtù del principio di parità per cui lottiamo ogni giorno.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/09/femminicidio-nel-decreto-nessun-riferimento-agli-uomini/680757/

Progresso, il paradosso della civiltà

Qualche pagina e la sensazione è che qualcosa cambierà dentro durante il percorso interiore fatto di parole scritte che  porteranno al foglio finale. Finisce un libro, nasce una certezza:  il destino dell’uomo sarà tragico se non cambia il suo modo di vivere.

Una volta letto “Il paradosso della civiltà” di Roberto Cazzolla Gatti, biologo ambientale ed evolutivo, non si può continuare tranquillamente a sopravvivere facendo finta di vivere, troppo tardi, non è più possibile non portare alle soglie della consapevolezza ciò che l’essere umano in fondo già conosce, ma ha imparato tanto bene a rinnegare. In questo libro le parole pulsano e pompano sensazioni forti al cuore quasi vi fluissero insieme al sangue, merita di essere letto e di rimanere sempre nelle vicinanze come ricordo e monito.

La vita di due esseri umani, Mathaar e Tommaso, raccontata in parallelo dalla nascita fino alla morte.

Mathaar è un pigmeo che vive con la sua tribù nelle foreste  del Congo, in perfetta armonia con la Natura (la Grande Madre), in un rapporto di reciproco rispetto che dona un vivere pieno e denso di significato in ogni più piccolo gesto. Una vita che nessuno di coloro che leggeranno il libro potrà mai conoscere, ma solo immaginare attraverso il racconto.

Tommaso è un italiano che nasce e cresce a Torino figlio di un operaio completamente schiavo del suo lavoro e che assorbe tutto quello che la società civilizzata è in grado di fornirgli. Una vita che molti di coloro che leggeranno il libro conoscono invece fin troppo bene.

Ci insegnano che il lavoro nobilita l’uomo quando, in realtà, il nobile era tale proprio perché non lavorava ed è solo uno delle tante finzioni che potrebbero essere svelate con la semplice logica, se mai volessimo tornare a farne un uso indipendente. In questo periodo storico di crisi e precariato pensiamo che sia un nostro diritto lavorare, ma ascoltiamo le parole di Silvano Agosti ne “Il discorso tipico dello schiavo” e constatiamo che siamo ormai assuefatti a ragionare come degli schiavi appunto.

Il parallelo tra la vita di Mathaar e di Tommaso è una lama che affonda nello spirito, evidenzia chi eravamo e chi invece oggi siamo diventati, un confronto dal quale usciamo annientati.

Il libro getta la maschera alla civiltà che utilizziamo come sinonimo di progresso, benessere e buone maniere, ma è solo un deragliamento dal binario del nostro vero essere, il più efficace inganno che l’uomo ha compiuto su sé stesso.

Ho sempre pensato alla felicità come ad un concetto astratto, lontano dalla realtà, nella vita ho sempre ritenuto opportuno parlare di equilibrio e salute mentale. La felicità non è che uno stato transitorio che non può essere raggiunto che per momenti, non è un qualcosa di stabile, la vita è troppo piena di cose che ci allontanano da un vivere privo di preoccupazioni e difficoltà. Leggendo questo libro ho cominciato a capire che invece la felicità esiste, ma l’uomo ha dimenticato come si fa ad essere felice per privilegiare l’avere a scapito dell’essere e mai privilegio fu pagato a più caro prezzo.

Abbiamo iniziato a produrre per consumare e ci ritroviamo a consumare per produrre e lì in mezzo a questo passaggio abbiamo perso noi stessi.

La tribù di Mathaar vive felice, non conosce il tempo, il dolore esistenziale, la paura della morte e le innumerevoli malattie e angosce del progresso, le basta niente per avere tutto, ma siamo noi a considerare il loro tutto come niente.

Tommaso non vive felice, conosce il tempo, il dolore esistenziale, la morte e le innumerevoli malattie ed angosce del progresso, non gli basta tutto quel che ha per avere qualcosa che non sia  niente. Siamo noi a considerare il suo niente come tutto ciò che possiamo avere. Leggendo della sua storia qualcosa muove il cuore, non ci può non immedesimare in lui per un qualche aspetto. Alla lunga la sua sofferenza si sfoga generando sofferenza per altri e quante volte è successo anche a noi senza che ce ne accorgessimo? Quanta violenza verso il prossimo nasce dalla violenza che noi per primi ci infliggiamo?

In un passato lontano vivevamo anche noi come Mathaar, sembra impossibile oggi, ma un tempo eravamo ricchi solo di relazioni umane e rapporto con la natura.

Finito il libro mi sono chiesto come posso, io singolo, fare qualcosa per recuperare dall’antico e riadattarlo al presente, come posso, attraverso il senso della perdita, che ho vissuto tra queste pagine, dare avvio ad un senso del recupero?” Mi sono sentito  impotente, solo e scoraggiato, ma poi casualmente mi sono imbattuto in questa favola africana:

“Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibri volava in senso contrario, con una goccia d’acqua nel becco. “Cosa credi di fare?” gli chiese il leone. “Vado a spegnere l’incendio!” rispose il colibrì. “Con una goccia d’acqua?” disse il leone, con un sogghigno ironico. E il colibrì, proseguendo il volo, rispose: “Io faccio la mia parte”.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/01/progresso-paradosso-della-civilta/673101/

Che mass media sei se non ti occupi di violenza e femminicidio!

Non riesco a fare affidamento sulle parole dei politici, non se non risultano, nell’immediato, azioni concrete: di slogan e belle promesse siamo ricchi e non dobbiamo neanche pagarci le tasse sopra. Apprezzabili e condivisibili comunque sono le parole di ieri della presidente della Camera Laura Boldrini, intervenuta nel convegno organizzato dalla CGIL alla Camera del Lavoro di Milano, che sottolinea, in sostanza, come il ruolo della donna, all’interno del format televisivo, sia spesso degradante o utilizzato come oggetto sessuale. Niente da eccepire, è così. Ricordo l’interessantissimo documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne per coloro che potrebbero nutrire dubbi in proposito, auspicando che siano in pochi, ma non illudendomi che non siano in tanti.

Ormai, quando si parla di violenza sulle donne e femminicidio, al di là degli effettivi contenuti su cui è corretto aprire sempre un confronto ed una discussione seria,  è assodato che bisogna parlarne in determinati termini: essere contro. Pochi argomenti, credo, abbiano attualmente la stessa visibilità mediatica di queste tematiche, notizie e commenti al riguardo vengono spesso dati in coda ai tg o nelle ultime pagine dei giornali, ma ci sono, sembra quasi, passatemi il termine poco felice, la ciliegina sulla torta di ogni mezzo di comunicazione.

Il leitmotiv è :“Tu, mass media del 2013, non puoi non occuparti di violenza e femminicidio, altrimenti che mass media sei?”

La violenza esiste, agita sia dagli uomini sulle donne che dalle donne sugli uomini. Con buona pace degli uomini, il fenomeno della violenza di genere colpisce più le donne e, con buona pace delle donne, non ci sono studi seri (io non li conosco almeno) che prendano seriamente in esame il fenomeno della violenza femminile che non deve essere un tabù.

La disparità di genere, all’interno della società, esiste, polemizziamo quanto vogliamo, ma, se proprio non vogliamo prendere in considerazione tutto il resto, finché una donna di sera non potrà girare per le strade della sua città con la stessa sicurezza di un uomo la disparità c’è.

L’essere contro la violenza sulle donne ovviamente rientra in una logica sana e funzionale, ancora nessuno ha suscitato un vespaio di polemiche dicendo di essere a favore del maltrattamento domestico, ma essendo in Italia e, stando a tante precedenti poco felici  dichiarazioni dei nostri politici, meglio non mettere le mani sul fuoco su niente, ne abbiamo sentite troppe. La mia sensazione personale però rimane sempre quella che si giochi molto a cavalcare l’argomento e quindi l’essere contro sia solo un contenitore molto bello, ma vuoto. 

Tempo fa scrissi un post ‘Sanremo è Sanremo. La violenza sulle donne è un’altra cosa‘ sulle parole di Luciana Littizzetto a Sanremo che definì gli uomini autori di violenza degli stronzi, non mi piacque l’espressione semplicistica e degradante sparata da un palco da una donna, brava nel suo lavoro, ma che sinceramente non ho idea di cosa faccia poi in concreto per aiutare le donne, oltre a qualche parola facile.

Bisogna andare oltre le parole, belle o brutte che siano. Ecco perché ho tanto apprezzato “Ferite a Morte” lo spettacolo sul femminicidio di Serena Dandini a cui ho assistito, non solo per la bellezza dello spettacolo in sé, ma perché va a sostenere concretamente i centri antiviolenza sul loro territorio. Serena Dandini parla di violenza sulle donne, ma non si limita a questo, agisce con la forza e la bravura che la caratterizzano.

E’ facile dire: “Io sono contro la violenza sulle donne” o “Gli uomini che commettono violenza sono dei mostri”, se ci fermiamo a questo tra cinquant’anni saremo sempre a dire queste stesse cose. E’ tempo di cose più difficili: aiutiamo i ragazzi nelle scuole a confrontarsi sui loro ruoli di genere, sosteniamo e rinforziamo i centri antiviolenza, creiamo nuovi centri per uomini che vogliono interrompere il comportamento violento , studiamo leggi che permettano un accesso paritario al mondo sociale, culturale e lavorativo per uomini e donne dove il genere sia non rilevante, ma lo sia solo la bravura e la competenza.

Qualcosa, oltre le parole, si può fare.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/16/che-mass-media-sei-se-non-ti-occupi-di-violenza-e-femminicidio/657082/