Archivio per 13 settembre 2013

Relazioni forti, potenti, violente. Gabbie e consapevolezza

La parola violenza deriva da violento che, a sua volta, ha origine dal latino violèntus composto da vis significante forza, vigore, prepotenza e da ulèntus, terminazione indicante un eccesso, quindi chiamiamo violenza un utilizzo eccessivo della forza.

Ognuno di noi è in grado di esercitare sugli altri una forza, da non intendersi come esclusivamente fisica, ma anche psicologica. Forza non equivale a violenza, ma la violenza implica l’uso della forza.

La forza può essere utilizzata in modo protettivo o in modo punitivo.

In situazioni di pericolo, per evitare un infortunio o una ingiustizia, possiamo parlare di utilizzo protettivo. Spintonare e far cadere un bambino è un atto violento, ma spintonarlo e farlo cadere perché non finisca sotto un’automobile in corsa non possiamo considerarlo certo tale.

In situazioni in cui invece a guidarci è la volontà che le persone soffrano, per le loro presunte cattive azioni, possiamo parlare di utilizzo punitivo e quindi di violenza.

Non necessariamente siamo consapevoli di fare del male all’altro o che l’altro faccia del male a noi (basti pensare ai meccanismi di minimizzazioni presenti negli autori e nelle vittime di violenza anche dopo episodi molto cruenti, immaginarsi per episodi “lievi”), ma il comportamento utilizzato può comunque ledere i sentimenti dell’altra persona o i nostri.

Siamo tutti a rischio di subire e agire comportamenti maltrattanti, solo una sensibilizzazione in tal senso che aumenti in noi la consapevolezza della responsabilità e degli effetti delle nostre azioni può aiutarci ad agire in modo non violento.

La forza ha poi uno stretto legame con il potere. Chi è forte ha potere e chi ha potere acquisisce una forza.

L’utilizzo della forza e del potere è inevitabile, anche qui a volte siamo consapevoli di esercitarli, altre volte ci illudiamo di non farlo, ma si gioca a fare gli equilibristi.

Le dinamiche relazionali ci portano a confrontarci non solo con la nostra forza ed il nostro potere, ma anche con quelli  dell’altro in un terreno dove può nascere un confronto od uno scontro il cui obiettivo è arrivare ad un compromesso, se non altro provvisorio.

In ogni relazione stabile possiamo pensare ci sia un tacito accordo sull’utilizzo del potere ed è se i rapporti di forza/potere cambiano essa diventa instabile. Quando le donne mettono in discussione il potere maschile è spesso in quel momento che avviene la violenza e proprio quando la donna prende consapevolezza del proprio potere che è disposta a porre fine alla relazione e quindi al maltrattamento. L’ uomo, avendo utilizzato una forza senza un reale potere, ma basata sulla paura, entra in crisi e non capisce cosa stia succedendo. Il potere che si basa sulla paura è instabile e deleterio per entrambe le parti, non è un potere effettivo.

Il potere va esercitato innanzitutto su sé stessi. Il potere personale inteso come la forza interiore che ci rende capaci di autoregolazione e di fiducia nel nostro essere ci permette di non sentire alcun bisogno di  avere un “potere su” qualcuno.

Il bisogno di potere è poi intimamente legato al bisogno di aver ragione.

Il voler avere necessariamente ragione è una gabbia nella quale amiamo passare gran parte del nostro tempo. Una volta un uomo in consulenza mi disse che aveva cominciato a relazionarsi meglio con la propria compagna quando si era fatto questa semplice domanda: “ Ma io preferisco stare bene o aver ragione?”  La risposta che si diede fu che preferiva stare bene.

L’avere o meno ragione viene vissuto come un giudizio universale sul nostro valore e ciò non fa altro che farci fossilizzare sulle stesse posizioni. In determinati contesti far valere il proprio punto di vista è indubbiamente rilevante,  ma la tendenza è quella di farlo sempre e comunque prevalere e, peggio ancora, nei casi più gravi, di imporlo anche con l’utilizzo della forza in virtù dell’assioma fanciullesco creato ad hoc: “non potevo fare altrimenti, avevo ragione”, lasciapassare per ogni tipo di comportamento.

Quando parlo con gli uomini nella mia veste di terapeuta, ma anche con le donne mi meraviglio sempre di quanto sia importante avere l’ultima parola nelle relazioni, ma anche io, per primo, nelle mie relazioni, avverto questa tendenza e solo, come sempre, l’esserne consapevole mi porta alla ricerca di un equilibrio che renda più funzionale la comunicazione.

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/09/relazioni-forti-potenti-violente-gabbie-e-consapevolezza/705814/

Ricordo di Simone Weil a 70 anni dalla morte

Lasciare qualcosa del nostro pensiero oltre la morte è il sogno di tanti, ma la realizzazione di pochi. Ci vuole contenuto, capacità, originalità, spesso ci vuole tempo, ma a volte esso si mostra in tutta la sua relatività cosicché alla mente fuori dal comune ne basta davvero poco per esprimersi al meglio.

Simone Weil, in soli 34 anni di vita, ci ha lasciato l’esempio di una vita vissuta in pieno incurante dei limiti imposti, soffrendone, ma non lasciandosene fermare, se non dall’unico di essi davvero insormontabile: la morte.

La filosofa, scrittrice e mistica francese nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi e morì il 24 Agosto 1943 nel sanatorio di Ashford, vicino Londra, a causa della tubercolosi. Un fisico gracile ed una salute cagionevole caratterizzarono questa straordinaria donna che pagò il prezzo delle sue idee sperimentandole direttamente sul proprio corpo, provocando probabilmente una morte prematura. La sua strada fu sempre in difesa degli ultimi, in lei era come se nulla potesse opporsi a questo.

Le sue teorizzazioni non nacquero semplicemente dalla mente, ma dalla esperienza diretta. Se voleva parlare della condizione operaia, della guerra e di Dio doveva vivere tutto questo.

Il suo corpo di donna provò gli stenti della vita degli operai andando a lavorare per scelta, per otto mesi nel 1934, nelle fabbriche metallurgiche di Parigi ed in seguito, nel 1936, fece esperienza della guerra civile spagnola unendosi come volontaria agli anti-franchisti.

Non conoscevo Simone Weil fino a quando non ho assistito al concerto poetico di Ilaria Drago a lei ispirato, sono rimasto affascinato da questa figura, imparando a conoscerla. Dagli scritti esce, senza mezzi termini, la constatazione di quanto la condizione femminile del tempo debilitasse le donne e tendesse a costituire un ostacolo permanente.

Il valore del corpo femminile diverso da quello maschile, ma non per questo deficitario è stato uno dei preziosi insegnamenti della filosofa. Quando tentò inutilmente di convincere, durante la seconda guerra mondiale, il generale De Gaulle ad inviare un gruppo di infermiere, lei compresa, sul fronte la sua motivazione era contrapporre alla violenza di Hitler proprio il corpo femminile in quanto in grado di contrastare la violenza e affermò:

“Soltanto Hitler ha finora colpito l’immaginazione delle masse. Ora bisognerebbe colpire più forte di lui. Questo corpo femminile costituirebbe senza dubbio un mezzo in grado di riuscirci […] Questo corpo da una parte e le SS dall’altra creerebbero con la loro contrapposizione un’immagine da preferire a qualsiasi slogan. Sarebbe la rappresentazione più clamorosa possibile delle due direzioni tra le quali l’umanità oggi deve scegliere”

Il corpo della donna da contraltare alla ferocia della guerra e della violenza, come simbolo di salvezza per l’umanità, è una immagine che lascia il segno per la sua intensità.

Il sentire era la più grande forza di Simone ed il suo tratto più distintivo, qui veniva fuori il misticismo e la purezza del suo animo. Nata da genitori agnostici, Dio ebbe comunque un ruolo fondamentale, di lei hanno detto che riuscì a convertire molti non cattolici e a deconvertire molti cattolici. Sentiva Dio dentro di sé, ma non la Chiesa nella quale non volle entrare non ricevendo mai il battesimo (anche se alcuni sostengono che lo accettò in punto di morte). Credeva che il contatto reale con il divino non potesse essere regolata dalla Chiesa istituzione ormai troppo pregna dei peggiori difetti umani.

Preme infine ricordare un ultima parte del pensiero di Simone Weil che la rende ancora oggi più attuale che mai, tra le sue opere vi è “Il manifesto per la soppressione dei partiti politici” nel quale evidenziò come i partiti politici hanno tradito l’ideale di democrazia trasformandosi in organizzazioni gerarchiche e autoritarie lontane dagli interessi del popolo, sono dediti alla loro sopravvivenza e oltre non vanno. Afferma nel libro:

“La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro. E’ perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre , a livello pratico, che effetti positivi.”

Serve davvero altro per ricordarla e celebrarla?

 

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/24/ricordo-di-simone-weil-a-70-anni-dalla-morte/685521/