Archivio per 31 ottobre 2013

“Femminicidio…ultimo atto” parte prima dibattito culturale al Sex Cafè a Roma l’ 8 Novembre 2013

Venerdì 8 Novembre 2013 sarò presente all'apertura stagionale degli incontri del Sex Cafè di Roma a cura di Angela Mocciola e Felice Torricelli.

Locandina Evento

Pari opportunità: quel che posso e non posso come uomo

Leggo il post di Eretica, “Femminicidio, il paternalismo della legge” e mi trovo a pensare: “Ecco una donna con la quale vorrei dialogare, parlare, confrontarmi”. E quindi propongo di scambiarci alcune idee, in merito ai temi dei quali ci occupiamo entrambi, fiducioso che maschile e femminile non debbano essere “luoghi” autoreferenziali, ma incontro, scambio, concordanza e discordanza nel rispetto reciproco. Comincio io, non sapendo bene dove andrò a finire, avendo chiaro solo di essermi riconosciuto nella lettura di quel post. Tanto mi basta, per ora.

Condivido pienamente quando viene affermato che le donne non hanno bisogno di essere messe in sicurezza. L’obiettivo deve essere necessariamente dotarle degli stessi diritti e delle stesse opportunità che abbiamo noi uomini, perché la “messa in sicurezza”avvenga tramite le loro capacità e potenzialità, che è cosa ben diversa. Mi rifiuto di considerare le donne una categoria da proteggere con quote rosa o altri atti paternalistici, questo non perché non riconosca un disequilibrio di potere tra i generi, all’interno della società, ma perché sono convinto che la lotta a questo disequilibrio passi attraverso la cultura e l’educazione di cui anche Eretica parla e non attraverso imposizioni di legge. Non dobbiamo essere noi uomini o i legislatori per noi a cedere o concedere, ma le donne a conquistare. La differenza è l’abisso che ci separa quando invece sappiamo che la nostra unione genera la vita, nel nostro stare uniti c’è la forza creatrice.

Mi sottolineano spesso: “Tu sei un uomo, è facile per te parlare, se fossi stato una donna la penseresti diversamente”. Sì, è vero, sono un uomo e con questo? Come uomo non posso essere in grado di capire che a stortura non si risponde con un’altra stortura e che a imposizione sociale e culturale non si contrappone un’imposizione legale , ma cambiamento e che questo ha tempi  più lunghi, ma risultati più stabili? Come uomo non posso essere in grado di capire che l’autodeterminazione sia la via principale per raggiungere il proprio benessere e la propria posizione sociale e che questo valga senza distinzioni di genere?

Come uomo non posso essere indignato perché acquisisco una posizione di privilegio, rispetto ad una donna, solo perché uomo? Come uomo non posso essere indignato perché una donna acquisisce una posizione di privilegio, rispetto a me, solo perché donna? Come essere umano non posso essere indignato, se è la mia appartenenza a un sesso o a un altro, a mettere in secondo piano quello che valgo e che so fare? Che non si sappia o non si voglia cogliere la differenza tra repressione e prevenzione, non eliminerà la violenza sulle donne, ma la aggraverà soltanto. Che non si sappia o non si voglia far passare al maschile un messaggio di messa in discussione anziché di accusa, non eliminerà la violenza sulle donne, ma la aggraverà soltanto.

Ed il concetto cardine è proprio l’assunzione di responsabilità rimarcato nel post di Eretica, che non si sappia o non si voglia rendersene conto, non eliminerà la violenza sulle donne, ma la aggraverà soltanto.
Sono un uomo e sono contento di pensarla come te, una donna, eretica o meno che sia.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/24/pari-opportunita-quel-che-posso-e-non-posso-come-uomo/754773/

Lavoro vs mestiere

Che differenza esiste tra lavoro e mestiere? Fino a qualche tempo fa avrei utilizzato i termini, se non proprio come sinonimi, senza comunque pensare ad un sostanziale divario tra di loro. Parlando di mestiere avrei tranquillamente potuto sostituirlo con la parola lavoro e parlando di lavoro, forse non sempre, ma spesso, lo avrei sostituito con la parola mestiere. Durante una trasmissione radiofonica de La Voce del Ribelle, giornale online il cui direttore politico è il giornalista Massimo Fini, sentii accennare ad una diversità dei due termini, non si entrò troppo nel merito della questione in quell’occasione, ma nacque in me un bisogno di approfondimento a cui tento ora di dare soddisfazione con qualche piccola ricerca di significato e qualche riflessione personale.

Su wikipedia, digitando la parola mestiere, si viene automaticamente reindirizzati alla parola lavoro, quindi la sovrapponibilità dei due termini non è stato solo un mio automatico pensiero.

Lavoro deriva dal latino “labor” che significa fatica. Ancora oggi, in alcuni dialetti, il verbo lavorare può essere sostituito dal verbo faticare. Lavorare significa impiegare del tempo per un qualcosa di produttivo attraverso il quale si riceve un compenso economico.

La parola mestiere deriva dal latino “ministerium” che significa servigio, officio. La definizione di mestiere rimanda all’esercizio di un’arte meccanica  che si compie per guadagno, ma rimanda molto alla manualità al lavoro. Più ci si esercita più si migliora e nasce una professionalità.

Il mestiere, rispetto al lavoro, ha anche in sé l’idea dell’apprendimento, non mi invento il mio operare, a meno che non sia un’artista o abbia particolari doti innate, qui entrerebbe in campo il talento, se non addirittura il genio.

Entrambe le definizioni sottolineano la necessità di un guadagno, laddove con esso si intenda la possibilità di rendersi autonomi nel procurarsi i servizi base necessari al proprio mantenimento e quindi al vivere. Il lavoro però è strettamente associato alla necessità di procurarsi del denaro, mentre il mestiere non si limita a questo.

Nel concetto di lavoro la produttività è maggiormente legata ad uno sforzo, nel concetto di mestiere vi è qualcosa di più legato alle proprie capacità personali (le mani come simbolo del saper fare, intimamente legate al saper essere, in quanto estensione diretta del proprio corpo) e, quando si parla di capacità personali, si parla di potenzialità e, quando si parla di potenzialità, si parla di creatività.

Lavorare può essere  stancante, faticoso e può non aderire ai nostri bisogni più intimi, mentre esercitare un mestiere può essere stimolante e renderci capaci di creare un qualcosa in un senso molto ampio.

Penso alla mia professione, lo psicologo, o comunque a tutte quelle in cui la relazione di aiuto è il perno, a creare non sono le mani, ma le parole. Il senso è però identico, esercitiamo un mestiere e non un lavoro e così per molte altre professioni.

Il mestiere si sceglie, il lavoro non necessariamente. Nel momento in cui si ha bisogno di un guadagno impellente non si può che adeguarsi ad un lavoro, qualsiasi esso sia, ma per soddisfare esigenze più intime abbiamo bisogno di un mestiere.

Dopo la rivoluzione industriale l’idea della necessarietà e della virtù del lavoro ha messo radici profonde nell’immaginario collettivo, ci siamo convinti che lavorare sia un diritto (“l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro” recita la nostra Costituzione) quando è solo ciò a cui siamo abituati per mantenere un sistema che fa dell’uomo una semplice ruota, anziché il suo motore. Un tempo non troppo lontano, almeno, lavorare 8 ore al giorno 5 giorni su 7, anche se  alienante, dava garanzia di stabilità e la possibilità di progettare il proprio futuro e costruire qualcosa, questo rendeva non solo la cosa accettabile, ma auspicabile. Oggi, con il precariato che impera, il lavoro, mantenendosi comunque nella cornice mentale e concreta della necessarietà economica, crea un abisso tra i bisogni della persona e le possibilità che ha per soddisfarli.

E’ necessario vivere, non lavorare con i ritmi e le paranoie della società moderna. E’ una vera e propria violenza esercitata sull’individuo che si rifugia in ansie, nevrosi, depressioni e suicidi che prima della Rivoluzione Industriale avevano numeri decisamente più contenuti.

Il lavoro quindi non ha un approccio nei confronti del singolo e dei suoi bisogni/potenzialità , ma obbedisce a leggi sociali e culturali ormai incancrenitesi su di lui, il mestiere ha avuto ed ha ancora la possibilità di mettere la persona al centro.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/22/lavoro-vs-mestiere/752040/

Caso Priebke, al disumano del nazismo contrapponiamo l’umano

Stanno calando i riflettori sul caso di Erich Priebke, il capitano delle SS accusato di aver avuto un ruolo di grossa responsabilità nella pianificazione e nella realizzazione dell’eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 Marzo 1944, a Roma, in cui vennero massacrati 335 italiani sia militari che civili. Ne approfitto per fare alcune riflessioni. L’uomo è morto l’11 Ottobre scorso e i suoi funerali hanno suscitato odio, rancore e violenza. Odio e rancore fanno parte dell’area dei sentimenti e sono ben comprensibili, dati gli incontestabili crimini, l’atteggiamento e il comportamento violento che ne sono seguiti, seppure, ripeto, generati da emozioni giustificabili, hanno costituito un andare oltre in una direzione distruttiva che mi chiedo se davvero possa essere utile a qualcuno.

Priebke ha fatto parte di uno dei peggiori regimi dittatoriali della storia, quello nazista e si è macchiato di crimini efferati e tremendi, su questo non si discute e chi voglia metterlo in discussione dovrebbe farlo con solide argomentazioni e prove e non con la fallibilità delle opinioni. Mi ha tuttavia colpito l’accanimento verso il cadavere, il negare una qualsiasi sepoltura ad un corpo senza vita, fermo restando che ognuno può e deve essere libero di pensarla come vuole  e che, quando si parla di vite umane e della loro morte, è necessario affrontare questi argomenti con umiltà e rispetto delle sensibilità altrui.

Non si può cancellare il ricordo delle vittime, anzi dovrebbe servirci da monito per evitare che certe cose riaccadano, anche se, vedendo le recenti guerre o “missioni di pace”  o come le si vogliano chiamare, di vittime innocenti continuano a essercene tranquillamente e non vedo invece lo stesso odio e lo stesso rancore o comunque una presa di posizione di opposizione dura e netta come quella generata da questa vicenda. Non esistono vittime di serie A e vittime di serie B. Se Priebke rappresenta il “disumano”  io credo che contrapporvi  l’”umano” sia la migliore cosa da fare per differenziare il nostro comportamento dal suo e prenderne le distanze.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/19/caso-priebke-contrapporre-l-umano-al-disumano/749138/

La violenza non è un problema di coppia

La violenza, all’interno di una relazione affettiva, non è un problema di coppia. Parliamo di un aspetto delicato, ma verso cui bisogna dare un messaggio chiaro, altrimenti il rischio è quello di rinforzare i meccanismi di minimizzazione con cui “vittima” e “carnefice” affrontano la questione e che le operatrici e gli  operatori del settore conoscono fin troppo bene.

Gran parte del lavoro clinico con gli autori e le vittime punta alla presa di coscienza che il comportamento violento è categoricamente responsabilità di chi lo mette in atto. Con questo non voglio affermare che nella coppia non ci siano altre problematicità e aspetti conflittuali, ma che vanno distinti e trattati separatamente e solo in un secondo momento. Prioritario deve essere, sempre e comunque, la sicurezza del membro della coppia che subisce il maltrattamento.

Molte donne che arrivano ai centri antiviolenza, non di rado, chiedono un intervento sul compagno perché è lui l’autore del maltrattamento e questo ha la sua disarmante logicità. Fermo restando il supporto che è necessario loro dare è ovvio che si risolve il problema solo andando alla radice.

Le linee guida per lo sviluppo di programmi di intervento con uomini perpetratori di violenza domestica (European Daphne II Project 2006 Work with Perpatrators of Domestic Violence in Europe-WWP) descrivono infatti le consulenze e le terapie di coppia come potenzialmente pericolose. Tutti gli approcci che si fanno carico contemporaneamente della donna e dell’uomo sono considerati negativamente perché:

 – evitano di attribuire la responsabilità del comportamento violento all’autore, rischiando di far passare il messaggio che è la vittima e/o il rapporto ad essere la causa del maltrattamento;

– possono incentivare l’abuso dando all’autore un senso di sostegno rispetto alle sue azioni e possono far sentire sicure le vittime di dare informazioni che però potrebbero essere usate contro di loro dal partner in seguito;

 – sottovalutano la disparità reale di potere tra i membri della coppia, mettendo la donna in posizione di svantaggio. 

Proviamo semplicemente ad immaginare con che stato d’ animo possa parlare una donna di fronte ad un operatore che la invita a raccontare e a sentirsi sicura di poterlo fare con accanto l’ uomo che, una volta arrivati a casa, può reagire nello stesso identico modo con cui ha reagito tante altre volte ossia insultando, minacciando,picchiando.

Una violenza nella violenza, questa però perfettamente evitabile con un minimo di conoscenza del problema e delle dinamiche relazionali in atto ed ecco perché è importante fare sempre tesoro delle esperienze delle realtà già avviate e non improvvisarsi sulla base di conoscenze generiche, magari ottime come presupposti  generali, ma, come sto cercando di evidenziare, rischiosissime se calate in determinate situazioni.

Nel mio lavoro con gli uomini autori di violenza non è stato raro trovarmi di fronte a persone che avevano avviato dei percorsi di coppia in precedenza, ma che avevano poi abbandonato perché non risolvevano la conflittualità e nello specifico, ovviamente, la conflittualità violenta. Solo il focalizzarsi del lavoro sul comportamento violento da loro attuato e sulla assunzione di responsabilità in proposito ha permesso un cambiamento  tale da far sentire più sicura la donna di potersi esprimere perché era lei a sentirlo e non la situazione creatasi a richiederlo e questo ha sbloccato nuove criticità che potevano essere trattate in modo maggiormente funzionale ed equilibrato.

Sottolineo quindi che non sto sostenendo che non ci siano degli aspetti conflittuali e relazionali che hanno bisogno di un sostegno e di un intervento più mirato, ma che questi sono negativi se prima non ci si è focalizzati sulla violenza e quindi se prima non siamo sicuri che il maltrattamento si è realmente interrotto con un uomo in grado di esprimersi senza fare paura ed una donna in grado di fare altrettanto senza provarla.

La comunicazione che dobbiamo far passare deve essere univoca e nitida ed è per questo che ripeto: la violenza, all’interno di una relazione affettiva, non è un problema di coppia, ma della parte che la agisce.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/07/violenza-non-e-problema-di-coppia/734897/

Violenza sulle donne, come parlarne agli uomini

Quando parlo di questioni di genere, in contesti non sensibilizzati (e sono tanti), trovo un femminile piuttosto accogliente ed un maschile invece sulla difensiva. Perché? Attualmente si parla molto di violenza di genere, come se ci fossero dei fenomeni in atto che, fino a qualche anno fa, non avevano luogo, mentre sappiamo che il ruolo dei media è stato determinante solo per mettere in luce ciò che già c’era, presentandolo però come un qualcosa che è andato crescendo negli ultimi anni, tanto da diventare emergenza.

Si pensa che, dietro alla violenza sulle donne, ci debba essere un maschio bruto, aggressivo e malato ed in questo quasi nessun uomo si riconosce, nonostante i dati Istat ci dicano che i maltrattamenti esistono e di conseguenza qualcuno deve metterli in atto. Forse però non è il maschio bruto, aggressivo e malato a farlo, forse è l’edicolante dal quale compriamo il giornale, forse è il collega di lavoro con il quale discutiamo, forse è il barista che ci prepara il caffè la mattina, forse è l’impiegato della banca dove abbiamo i nostri risparmi, forse è il signore anziano che vive nell’appartamento accanto, forse è il vigile che ci ha fatto la multa, forse è l’amico a cui siamo soliti confidarci, forse è il professore che ci ha fatto quella bella lezione di storia, forse è la persona che in strada ci passa accanto, forse è quel padre che ogni volta che ci guardava ci fulminava con lo sguardo o ci dava uno schiaffo perché eravamo troppo discoli e quindi doveva insegnarci come comportarci e faceva bene.

La possibilità di agire dei comportamenti maltrattanti è insita in ognuno di noi, l’aggressività fa parte della natura umana ed i nostri bisogni non sempre coincidono con quelli degli altri e questo crea inevitabilmente tensioni. Quando affermo tutto questo, basandomi su quella che è la mia esperienza  con gli uomini autori di violenza, gente che del mostro ad uso e consumo dell’immaginario collettivo ha ben poco, mi si dà dell’esagerato, quando va bene, o addirittura posso essere accusato di marciarci sopra per interesse professionale. Il maschile ha bisogno di difendersi perché si sente attaccato ed attacca a sua volta.

Un uomo che parla ad altri uomini, ponendo il problema senza la pretesa di avere le soluzioni e senza voler dare giudizi in merito, attiva comunque dei movimenti di difesa e quindi mi rendo conto di quanto alcune modalità con cui viene trattato il fenomeno della violenza di genere possano allontanare noi uomini dal contattare delle parti di noi su cui possiamo lavorare per rendere più armoniosi i rapporti con il femminile.

Mi sono chiesto se davvero passi un messaggio di accusa al maschile in toto e mi sono risposto che almeno il rischio c’è fin troppo spesso. Accusa e messa in discussione sono però due obiettivi molto diversi. Senza voler giustificare in alcun modo la violenza di chi la compie, credo che ci sia alla base un non riconoscimento di cosa essa realmente sia e di cosa comporti per chi ne è vittima. Se io penso alla violenza come un qualcosa che implica la morte dell’altra persona o con il lasciarla a terra tramortita o piena di lividi (cosa che, ahimè, comunque esiste e non è rara) molti uomini quando si parlerà di comportamenti violenti se ne terranno ben distanti. Il lavoro da fare invece deve tendere sempre a cercare di far capire come si sente l’altro in relazione a come ci comportiamo e viceversa.

Quando sono in un’aula a fare formazione per la prima volta, comincio con la domanda aperta: “Che cos’è un comportamento violento?” e, se non sono io a limitare la discussione, essa andrebbe avanti ad oltranza perché si realizza quanto questo concetto sia complesso e diverso per ognuno, al di là delle definizioni da vocabolario.

Come si può allora parlare di maltrattamento, se ognuno ha le sue idee in proposito spesso contrastanti? Bisogna partire dal presupposto che, se in una relazione uno dei due non si sente libero di esprimersi e nello specifico ha paura di farlo, quella non è una relazione sana. In una relazione sana non esiste la paura dell’altro. Se ho timore di esprimere quel che penso, perché esso verrà svalutato, deriso, non riconosciuto o mi procurerà delle reazioni aggressive fisiche che metteranno in pericolo la mia incolumità  è perché questo è successo già altre volte. Sto subendo un comportamento violento. Se invece la paura l’avverto nell’altro allora, con ogni probabilità, il mio atteggiamento e/o il mio comportamento sono violenti.

E’ indicativo che molti uomini che chiedono un aiuto per interrompere il comportamento violento lo hanno fatto  dopo aver percepita chiara la paura della propria compagna nei loro confronti, questo li ha spiazzati ed impauriti a loro volta, ma anche messi in cammino verso la non derogabile responsabilità del loro agire.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/02/violenza-sulle-donne-come-parlarne-agli-uomini/730055/

Il diritto ad essere infelici

Felicità! Quanto piace questa parola! Per molti è sostanzialmente lo scopo della vita riuscire ad essere felici e per tutti è sicuramente uno stato d’animo che esercita una notevole attrazione. A volte c’è la convinzione che non si possa far altro che aspettare che la felicità bussi alla propria porta, altre volte che, da quella porta, è necessario uscire determinati a cercarla e ad ottenerla.

Frasi del tipo “vorrei solo essere felice”,“farò di tutto per essere felice” o “cerco solo di essere felice” nutrono la quotidianità del conversare umano.

Sono solo illusioni! La felicità, posta come obiettivo finale della vita è, secondo me, il più grosso ostacolo al benessere psicologico, perché parte dal presupposto errato ed ingannevole che essa sia raggiungibile. Paradossalmente, più si cerca la felicità, intesa come stato permanente o comunque prioritario dell’essere, più si rischia di essere infelici perché non si arriverà mai all’oggetto del  desiderio, pur alimentando un meccanismo di frustrazione disfunzionale in quanto incessante.

Nella Costituzione degli Stati Uniti d’America si parla del diritto dell’individuo alla ricerca della felicità e non è un caso che gli Usa costituiscano il motore del modello consumistico e capitalistico imperante. La società statunitense non sembra stare poi tanto bene infatti, se guardiamo, per dirne solo alcune, all’abuso di psicofarmaci, allo smodato consumo di cibo di dubbia qualità che rende molte persone di una obesità oltre misura, alle improvvise, ma non rare, stragi compiute da uomini che sembrano aver perso il lume della ragione mettendosi a sparare per uccidere innocenti in luoghi pubblici.

Prendiamo la prima e più breve definizione che wikipedia dà alla parola felicità: “la felicità è lo stato d’animo (emozione) positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri”. Ed ecco la trappola bene in vista: tutti i propri desideri. Come si può arrivare a soddisfarli senza esclusione alcuna? Ovvio che non è possibile, non è umano arrivare a soddisfare ogni esigenza.

La frustrazione, in giuste quantità, fa parte del gioco della vita ed è un importante fattore di crescita perché ci aiuta ad avere dei limiti. Sigmund Freud parlava del principio di piacere e del principio di realtà. Il primo tende verso la gratificazione immediata per evitare il dispiacere, ottenendo solo il proprio piacere appunto, mentre il secondo tende a rinviare la gratificazione perché prende atto delle condizioni poste dalla realtà esterna con cui, prima o poi, bisogna confrontarsi. Il principio di piacere non può che essere il principio di una mente infantile, mentre il principio di realtà lo è di una mente adulta. Se anche l’adulto fosse mosso esclusivamente dal principio di piacere regnerebbe il caos, il principio di realtà dà dei confini che permettono di vivere in una comunità ossia di relazionarsi agli altri tenendo conto dei nostri bisogni senza dimenticarsi dei loro trovando un compromesso.

L’insidia dell’aspirare a soddisfare tutti i propri desideri, immaginandola come una possibilità concreta e realizzabile, diventa letale nell’attuale società dove uno dei meccanismi più patologici consiste proprio nel far nascere esigenze laddove prima non ce ne erano. Creare ad arte dei desideri ,camuffandoli da bisogni, in modo che l’individuo non sia in grado di rendersene conto e scambi le due cose.

Un tempo si stava bene con molto di meno,ora non riusciamo a stare bene con molto di più. Lo dimostrano i problemi di ansia, nevrosi e depressione che caratterizzano l’epoca industriale e che prima non sussistevano, il disagio mentale è molto cambiato e sta cambiando perché la società è diversa e non sempre in meglio. La crisi che stiamo vivendo è  strutturale e di sistema,ma non è solo sociale, scava lentamente ed in profondità nella mente del singolo individuo che vi si adatta considerandola, alla fine, la norma. La crisi, per definizione, dovrebbe essere  provvisoria, ma l’impressione è che invece il tutto non lasci pensare ad un momento di passaggio, per quanto lungo, ma ad un momento di stabilizzazione di nuove modalità di vita dove la persona non è più al centro del proprio approccio al mondo. La precarietà diventa un modus vivendi a cui ci si abitua per non soccombere, per sopravvivere dimenticandosi cosa è vivere.

Non si tratta di dire il classico e semplicistico “si stava meglio quando si stava peggio” o pensare che si voglia sostenere che ogni epoca non abbia avuto le sue criticità, non credo nelle età dell’oro, ma noi nel presente viviamo ed esso dobbiamo provare ad analizzare e comprendere.

La ricerca della felicità deve essere ben distinta dal benessere psicologico. Il benessere psicologico è un concetto diverso e non implica la felicità anzi è proprio la capacità di far fronte anche alle avversità e ai dispiaceri che ci rende sani. La vita è fatta di momenti di felicità e momenti di dolore, voler negare che esistano entrambi è puro sfoggio di inutile fantasia. Non viviamo in un mondo ideale, ma reale.

La felicità e il dolore possono attraversare la nostra vita solo come stati transitori che tenderanno ad alternarsi nella vita di ognuno di noi con le dovute differenze, ognuno ha una storia a sé e non si può che generalizzare. Accettarlo è indice di salute mentale. Pensare alla felicità come obiettivo ci pone in un’ottica di credere possibile raggiungere uno stato in cui il dolore e le difficoltà non vi trovino luogo, una condizione assente in natura.

Affermare e accettare che si ha il diritto ad essere infelici non può che farci riscoprire più umani e alleviare i nostri malesseri.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/25/diritto-ad-essere-infelici/722374/

Diversa-Mente Molteplice, Riflessioni a Passo d’Uomo

Sono ormai cinque anni che mi occupo, in modo sempre più convinto e partecipato, delle tematiche di genere e del maltrattamento all’interno delle mura familiari. E’ stato un crescendo di consapevolezze inarrestabile ed ancora mi sento solo all’inizio di un percorso che non credo avrà mai un punto di arrivo consolidato, solo alla crescita fisica è possibile dare dei limiti, quella mentale può non conoscerne, è il bello dell’essere umano.

Ho dovuto ridiscutere tutte le mie relazioni, capirne le dinamiche di potere sottostanti cercando in esse ciò che vi era di funzionale e ciò che invece non lo era. A volte sono riuscito a sottrarmi da determinati meccanismi, non di rado ci sto ancora lavorando. Adoperarmi per la rottura degli stereotipi e per l’uscita dalle dinamiche abusanti, non mi sottrae dall’esserne a rischio, mi aiuta però certamente nel loro riconoscimento. Non è cosa da poco, ma non è tutto. Le relazioni sono una vera palestra per i muscoli mentali ed emotivi.

Il mio essere uomo è stato ciò che ho dovuto mettere maggiormente in discussione. Le mie relazioni con le donne, sentimentali o amicali, sono state passate sotto la lente di ingrandimento. Ed anche le relazioni con il mio stesso genere stanno cercando tutt’ora nuovi equilibri. Ho acquisito di avere un potere sociale e personale, in quanto uomo e non donna, che mi sarebbe stato trasparente o che avrei compreso solo di testa, ma non di pancia, se la vita mi avesse portato ad occuparmi di altre tematiche. Lo stesso avere un blog su Il Fatto Quotidiano mi è stato proposto in virtù del mio occuparmi di violenza, in quanto uomo, in un contesto dove sono, di solito, le donne a dover levare la loro voce e richiedere un’attenzione sempre più necessaria. Sono convinto di quel che scrivo e mi piace farlo, anche se in fondo sono solo un accanito lettore prestato alla scrittura, come amo definirmi, ma sono consapevole dell’importanza che anche gli uomini comincino a parlare di violenza e questioni di genere e che questo mi ha creato uno “spazio privilegiato”. Ho fiducia nella mia qualità di persona e non voglio che il genere mi dia vantaggi che non richiedo. Non lo voglio, ma nell’ Italia di oggi può ben accadere e, a volte, ci si muove su una linea di confine nella quale, non sempre, mi trovo a mio agio.

Le questioni di genere continuano ad essere affrontate principalmente da donne, non solo, ma innegabilmente soprattutto da loro. Avverto un forte bisogno di confrontarmi con il maschile, ma intorno vedo molta fatica, se va bene un interesse effimero che sfuma presto.

Quando parlo di confronto tra uomini con uomini, quelle rare volte in cui le reazioni sono spinte da interesse, questo manca di coinvolgimento e mi viene risposto qualcosa del tipo: “Interessante quel che proponi, sarebbe utile, io però ho troppi impegni per parteciparvi”.

I gruppi di discussione femminili  sono una realtà storica, gli stessi centri antiviolenza sono composti da associazioni di donne al cui interno il confronto e la discussione sono  all’ordine del giorno.

Il maschile è carente in tutto questo, in Italia abbiamo l’importante esperienza dell’Associazione Maschile Plurale, ma è necessario che altre realtà di confronto vadano creandosi tra noi uomini, prima ancora che al femminile lo dobbiamo a noi stessi. Basta farsi carico di costrutti che abbiamo oggi tutti i mezzi per scardinare, seppur non facilmente. Per essere uomini lo siamo e lo saremo sempre, la questione è se vogliamo essere uomini liberi. Con liberi intendo uomini che possono mostrare maggiormente le loro emozioni e fragilità, uomini che possono riuscire a pensare al femminile senza averne timore e senza tentarne una sopraffazione camuffata da affetto.

Certo da solo posso provare a pensare e ri-pensare il mio maschile, ma non è sufficiente, è come avere delle belle ali, ma non saperci volare. Nasce così Diversa-Mente Molteplice, Riflessioni a Passo d’Uomo costituito al momento da una pagina facebook e da due uomini che si sono incontrati con la voglia di mettere in discussione e di parlare del loro maschile. Creare a Firenze un piccolo gruppo di riflessione tra uomini e vedere cosa succede è un bisogno che nasce da una necessità e si trasforma in una idea e per ora è solo questa. Dalla nostra pagina facebook:

“Siamo abituati a vivere in una società dove il maschile è poco abituato a mettersi in discussione, mentre il femminile ha saputo confrontarsi e ripensarsi con molta più convinzione. Perchè? Paura?Indifferenza? Non comprensione? Non abbiamo una risposta, sentiamo viva però l’esigenza di cercarla in un modo che non sia illusorio e autoreferenziale,ma che abbia ripercussioni concrete nella nostra vita di ogni giorno.
Siamo uomini, ma rifiutiamo l’idea che dietro una semplice e singola parola possa racchiudersi la molteplicità del nostro essere maschi.
Sappiamo cosa cominciamo, ma non abbiamo idea di dove arriveremo. Forse rimarremo fermi, forse cambierà qualcosa. Diversa-mente Molteplice- Riflessioni a Passo d’Uomo- è la nostra sfida.
Se ti riconosci in queste prime nostre parole contattaci tramite questa pagina e ti daremo volentieri maggiori informazioni.”

Uomini, a noi la parola!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/16/diversa-mente-molteplice-riflessioni-a-passo-duomo/712568/