Archivio per 23 dicembre 2013

Violenza sulle donne, la pubblicità progresso che non cambia nulla

Le campagne pubblicitarie contro la violenza sulle donne sono ormai all’ordine del giorno, esco di casa e posso stare certo che mi imbatterò in qualche depliant, in qualche cartellone o in qualche fiancata di autobus che ne parla. Ritengo un bene mantenere la concentrazione alta sulla violenza di genere, questo non è in discussione, quello che però a me sembra evidente che sul “come farlo” si fa spesso acqua da tutte le parti.

L’ultima campagna di Pubblicità Progresso intitolata “Punto su di te” consiste in una serie di manifesti su cui si vede l’immagine di una donna con sotto scritto un messaggio da continuare: “dopo gli studi mi piacerebbe…”, “vorrei che mio marito…” “quando cammino per strada mi piacerebbe…”. La campagna puntava a riprendere con una telecamera nascosta le reazioni dei passanti e eventuali messaggi che aggiungessero a quel testo. Nel giro di 48 ore sui manifesti sono comparse  scritte volgari a riempire gli spazi vuoti. Usate la fantasia per immaginare che di che tipo di frasi si tratti e vedrete che vi avvicinerete facilmente.

 

 

Se istighi all’inciviltà, l’inciviltà non si fa attendere, tanto che gli ideatori della campagna volevano proprio questo per dimostrare quanto ancora sia radicata la discriminazione nel nostro paese. Ne avevamo davvero bisogno? La provocazione, giustificata e quasi legittimata dallo scopo di scuotere gli animi, passa attraverso il degrado delle donne che vorrebbe denunciare. Sono volti di donne quelli che vengono ad essere associati agli insulti e che sono rimasti sulle strade in bella evidenza dei passanti di qualsiasi età e genere, anche se per poche ore.

Provocare il dileggio è un dileggio esso stesso. Umiliare il femminile per poi dire: “Visto?” non ci porta molto lontano. Evidenziare, fino all’estremo, un problema già evidente non offre necessariamente soluzioni.

Per cambiare davvero le cose è necessario che il modello da proporre rispetti il femminile senza considerarlo vittima e parte debole a prescindere. Questo perché non lo è, lo diventa forzatamente a causa di una cultura patriarcale, cosa ben diversa.

Aggiungo anche un’ultima considerazione da uomo, perché sono uomini quelli che avranno preso il pennarello scrivendo sui manifesti: l’accusarci o l’istigarci non fermerà la violenza sulle donne di cui siamo responsabili. È il caso di passare ad altri tipi di messaggio in cui non ci giriamo dall’altra parte o ci scherziamo su, bene che vada. Pensare che il maschile, pur con tutte le sue difficoltà, non sia in grado di fare altro è, per me, altrettanto offensivo.

Le questioni di genere sono un problema di civiltà, non necessariamente problemi di civiltà implicano questioni di genere, mi rendo conto della sottilissima differenza, ma spero di non essere l’unico a ritrovarcela.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/18/violenza-sulle-donne-queste-pubblicita-non-cambia-nulla/817863/

Crisi, la crescente povertà e l’impossibilità di girare lo sguardo

Pedalo in bicicletta, in una fredda sera d’inverno, mi sento soddisfatto. Sono reduce dalla conduzione di un gruppo terapeutico in cui le persone hanno mostrato fiducia e capacità di ascolto reciproca, dopo un momento difficile. Ogni volta mi meraviglio delle risorse che l’ essere umano può mettere in campo, se semplicemente ascoltato nei propri bisogni, senza che qualcuno, dall’esterno, ci aggiunga cose non pertinenti. Con questa meraviglia del “basta così poco” in corpo che mi scalda ancor di più delle gambe che pedalano in successione, in tacita armonia tra di loro, divago nei miei pensieri, agognando il momento in cui arriverò a casa, mi preparerò la cena e sceglierò un libro da cominciare a leggere, finendo così la mia lunga giornata lavorativa. Degusto, nell’affanno del movimento che mi chiede l’ultimo sforzo prima del riposo, l’attesa delle piccole cose che rendono la vita grande a dispetto di ogni problema a cui la quotidianità mi chiede di fare attenzione, in questo periodo di crisi e destabilizzazioni continue. Non è mia intenzione dimenticarmi delle preoccupazioni, ma permettermi il lusso di poterle accantonare ogni tanto. Destino vuole che non sia così semplice.

Sento un rumore lungo il fianco della strada che sto percorrendo, è abbastanza buio e c’è solo un edificio, non vedo alcunché. Guardo meglio, alla base della costruzione c’è una rientranza e lì scorgo un cartone. “C’è un uomo” – penso – e il braccio che fuoriesce subito dopo, me ne dà conferma. Pedalo più forte per sfuggire l’angoscia e un improvviso senso di colpa, forse era meglio non voltarsi, a casa ho la cena ed un libro che mi aspetta…io.

Due giorni dopo, un’altra serata molto fredda, sono a piedi, sto andando da mio fratello per un saluto. Il nostro bassotto ha appena subito un’operazione importante e voglio vedere come sta, mi pregusto alcuni momenti in cui potrò accarezzarlo e sentirmi accolto nelle feste che  mi farà. Anche qui mi diletto nel gusto delle piccole cose, facendomene riempire il petto. Scendo un sottopassaggio e, mentre lo percorro, vedo un uomo e una donna che si danno un bacio e si stringono forte. Lui mi vede passare e mi saluta, io non lo conosco, ma faccio altrettanto, è una gentilezza inaspettata e senza pretesa la sua. Sono entrambi distesi su un mucchio di coperte e cartoni. Nel loro stringersi non c’è solo il riparo dal freddo, ma palpita, nell’aria gelida densa di una insolita nebbia, il riparo dalla solitudine che sa essere molto più pungente dell’inverno, non avendo una stagione a limitarne i confini. Non riesco a guardarli che per qualche secondo, continuo a camminare, lo sguardo si rivolge al suolo come a volervi sprofondare, sono imbarazzato, nuovamente il senso di colpa immotivato scorre insieme al sangue nelle vene. Il passo si fa più veloce, non voglio vedere, non voglio fermarmi a pensare. Devo tutelare le mie piccole cose perché, se non ho diritto almeno di proteggere quelle, quali altri diritti mi rimangono in questa epoca pazza e precaria?

Ci penso, non posso evitarlo, così come non posso evitare di sentirmi responsabile.

Molti potrebbero farmi osservare che le città sono piene di senza tetto e non lo  sono da oggi. Certo, ma quello che questi due incontri, così ravvicinati nel tempo, mi fanno capire è che non mi è possibile fare dell’abitudine una giustificazione. Mi sento in parte responsabile di quello che vedo non funzionare, ogni volta che è davanti a me, non lo scelgo, ma sono convinto che sentirlo mi può aiutare ad operare un cambiamento reale di cui nutro il bisogno, nonostante non sempre ne avverta la speranza.

Crisi o non crisi, problemi personali e non, fatica a sbarcare il lunario o meno, rimanere indifferenti di fronte ad un essere umano che a malapena possiede il cartone con cui si copre non è concepibile. Mi illudo di passarci di fianco e fare finta di niente, ma è proprio quel “fare finta” che rivela l’impossibilità di non venirne turbato. Fingo per difendermi, se mi difendo è perché mi sento attaccato, fingo perché, se mi interessassi alla condizione di quelle persone, mi farebbe molto male contattare la mia impotenza. Mi viene da scegliere la soluzione più facile, meglio evitare di soffrire per degli estranei, quando ho già i miei di problemi. A me nessuno dà una mano. Cosa potrei fare io per loro pure volendolo? Non posso darli un tetto e poi sono degli sconosciuti, potrebbe essere pericoloso avvicinarsi, non hanno niente da perdere. Tanti sono i pensieri che mi martellano in testa, mentre il freddo entra nelle ossa, ma non è dettato dalle condizioni metereologiche. E rifletto sul significato della parola violenza mentre il cuore continua a battere e ribellarsi a tutto questo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/10/crisi-la-crescente-poverta-e-limpossibilita-di-girare-lo-sguardo/807587/

Violenza sulle donne, le domande per capire il comportamento degli uomini

Nella mia esperienza di lavoro con gli uomini autori di violenza ho appreso quanto il comportamento maltrattante sia diffuso, ma anche difficile da riconoscere. Alcuni uomini stanno male senza riuscire ad individuare cosa non va nel loro rapporto di coppia ed anche se la soluzione più semplice è pensare che sia “lei la parte da cambiare”, il loro malessere può comunque spingerli a chiedere un aiuto o un confronto con un professionista. La serie di domande che seguono le ho create pensando alle decine e decine di uomini che ho accolto e con cui ho parlato cercando di valorizzare quelle che sono state le loro richieste, i loro problemi e le loro paure.

1) Stai male dopo un litigio con la tua compagna perché non avresti voluto dire determinate cose o avresti voluto comportarti in modo diverso?

2) In lei percepisci paura o disagio nei tuoi confronti?

3) Tu hai paura che possa allontanarsi da te?

4) Ti senti provocato?

5) Hai mai pensato di avere oltrepassato dei limiti? Ti è mai capitato di farle del male pur non volendolo?

6) Non riconosci te stesso quando ti comporti in un certo modo?

7) Senti una forte rabbia dentro di te e non riesci ad evitare che si riversi in famiglia?

8) Pensi che, a volte, non hai scelta rispetto a come ti comporti?

9) Non ti senti una persona violenta, ma nello stesso tempo, riconosci di avere  avuto un comportamento aggressivo in alcune occasioni?

10) Ti colpevolizzi? Provi imbarazzo per certi comportamenti, ma non vuoi sentirti giudicato perché il tutto va contestualizzato e guardato da più prospettive?

11) Può succedere che i tuoi figli assistano a delle discussioni accese con la tua compagna? Vorresti evitarlo?

12) Sei convinto che possa capitare di dare uno schiaffo a tuo figlio per motivi educativi?

13) Qualcosa del tuo modo di comportarti in famiglia ti ricorda come si comportavano i tuoi genitori con te e ti lascia perplesso?

14) Vorresti che, quando chiedi qualcosa agli altri, loro possano accogliere le tue richieste comprendendone realmente il senso e non per paura di ritorsioni o per tenerti semplicemente contento?

15) Avverti il bisogno di parlare di tutto questo con qualcuno? Vorresti farlo?

Se c’è un sì dietro a molte di queste domande e soprattutto all’ultima, puoi visionare l’elenco dei Centri per uomini maltrattanti, attualmente attivi in Italia, dove poter chiedere un colloquio gratuito e riservato. Chiama, sarai aiutato, non giudicato.

“Tutti vedono la violenza del fiume in piena, nessuno vede la violenza degli argini che lo costringono” (Bertolt Brecht)

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/06/violenza-sulle-donne-le-domande-per-capire-il-comportamento-degli-uomini/802983/

Il declino della violenza

Il declino della violenza“ (Feltrinelli edizione, 45 euro) di Steven Pinker, docente di Psicologia e direttore del Centro di neuroscienza cognitiva al Massachussets institute of technology, è un ottimo libro da cui far partire innumerevoli spunti di riflessione. Pinker parla di violenza, senza la facilità con cui questa parola è oggi sulla bocca di tutti. Ne parla attraverso una lunga e accurata analisi del fenomeno, corredandola di dati ogni volta che è possibile, per arrivare alla conclusione che viviamo in una delle epoche meno violente della storia.

Rispetto al passato ritengo che abbiamo perso alcuni valori che mettono di fronte l’uomo a fragilità prima non esistenti e con cui oggi dobbiamo fare i conti. Andare oltre un breve accenno aprirebbe questioni affrontabili necessariamente in un altro spazio. Sono convinto che la violenza sociale oggi assuma contorni più subdoli e meno decifrabili, ma è anche vero che la maggior parte di noi finirà la propria vita quando saranno finiti in modo naturale i suoi giorni e non prima a causa di guerre, uccisioni, malattie, torture e altro ancora. Una situazione che gli abitanti del 2013 non conoscono sulla propria pelle nelle stesse proporzioni dei loro antenati. Viviamo forse in una epoca dove la violenza ha molteplici maschere, meno cruente, ma comunque incisive.

Una parte del libro analizza la violenza sulle donne ed è su di quella che mi voglio soffermare. La realtà di riferimento è quella americana, ma molte considerazioni, a mio avviso, possono assumere un carattere  generale. L’esistenza di uomini maltrattati è reale quanto lo è l’esistenza di donne maltrattate. Entrambi i sessi hanno possibilità di essere vittime di una “violenza coniugale”. Operiamo però una decisiva differenza tra litigi coniugali che sfociano in violenza e l’intimidazione e sopraffazione sistematica di un partner sull’altro.

In coppie in cui uno dei due minaccia l’altro con la forza, lo controlla limitandone i movimenti e le finanze, manifesta rabbia nei confronti dei figli e avarezza di lodi e dimostrazioni d’affetto, abbiamo un dominatore e quindi uno sbilanciamento notevole di potere. Nelle ricerche del sociologo Michael Johnson che ha analizzato i dati sulle interazioni tra i partner in rapporti considerati violenti esso risulta quasi sempre un uomo. In questi contesti, molte delle violenze utilizzate dalle donne invece sono rapportabili anche a una difesa di se stesse e di eventuali figli.

Se nel rapporto non emerge la figura del dominatore, la violenza ha luogo in discussioni che degenerano e, in questi casi, gli uomini sembrano essere solo leggermente più inclini all’utilizzo della forza. “Dominatori/dominati” e “persone litigiose” sono quindi due categorie distinte con peculiarità proprie, quando parliamo di violenza di genere. Nei rapporti litigiosi c’è un rapporto più paritario e meno asimmetrico. Ad arrivare ai centri rifugio e a denunciare le violenze sono donne in rapporti con uomini dominanti. Tra ex partner inoltre sono molti di più gli uomini che arrivano ad avere comportamenti violenti e persecutori.

Pinker afferma che, per quanto riguarda la litigiosità che può sfociare in aggressività, all’interno delle coppie, le cose non sono cambiate molto probabilmente nel corso degli anni, ma diverso è il discorso per gli atti di violenza considerati vere e proprie aggressioni. Tra i dati presentati nel libro abbiamo – dal 1993 al 2005 – le segnalazioni di atti di violenza contro le donne nella coppia sono diminuite di due terzi e gli atti di violenza contro gli uomini si sono dimezzati.

Come afferma l’autore “il femminismo ha fatto molto bene agli uomini”. Dopo la nascita e l’affermarsi dei movimenti delle donne le possibilità che un uomo venga ucciso dalla sua partner o ex partner sono diminuite di sei volte senza bisogno che ci fosse alcuna campagna per contrastare la violenza sugli uomini. La probabilità che una donna arrivi ad ammazzare un uomo perché non ha altra difesa è diventata minore con l’istituirsi di centri antiviolenza e possibilità di tutele giuridiche che prima non c’erano.

Pinker, analizzando il declino di varie forme di violenza, giunge alla conclusione che anche  il maltrattamento domestico andrà diminuendo e mi trova d’accordo. Non credo che l’eliminazione della violenza sia di genere che di altra natura potrà mai essere davvero realistica: l’aggressività è una componente dell’essere umano, ma una sua drastica riduzione è sicuramente possibile in un processo lento, ma inesorabile che faccia leva non sull’aspetto repressivo (anche se la certezza di una pena come deterrente è indispensabile) o di imposizione. D’altronde la condizione della donna ha subito, anzi ha agito (per evidenziare il ruolo attivo delle donne in ciò) grossi mutamenti sebbene ancora lontani dalla parità di diritti ed opportunità.

Il tassello che ancora manca e che ritengo indispensabile è l’aumento della capacità di messa in discussione di noi uomini in un contesto nostro e paritario. La creazione di gruppi di autoconsapevolezza maschile sono uno dei migliori strumenti per raggiungere le parità. Se per femminismo intendiamo la presa di consapevolezza delle donne da cui è nata una operatività concreta e questo ha aiutato noi uomini, una nostra presa di consapevolezza sono convinto ci renderà operativi allo stesso modo ed aiuterà le donne.

Sempre citando dal lavoro di Pinker una convincente massima di Victor Hugo è “non c’è nulla di più potente di un’idea il cui tempo è venuto”. Il tempo dei pari diritti e delle pari opportunità non so se è ancora giunto, ma sono certo che non è lontano come può sembrare. Me lo auguro di cuore.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/28/il-declino-della-violenza/792335/

Uscire dal silenzio…insieme è possibile” a Carrara il 20 Dicembre 2013

Convegno contro la violenza di genere che vedrà la mia presenza con un intervento il 20 Dicembre 2013Massa CA

Violenza sulle donne: #NoiNo, dividere gli uomini in buoni e cattivi non serve

Quando parliamo di violenza, la nostra maggiore risorsa è fare arrivare alla gente comune quanto essa faccia parte della nostra vita e che l’unica possibilità di dire davvero “noi no” è riconoscerla e  affermare senza esitazione “tutti noi siamo a rischio”. Faccio riferimento alla campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne “noino.org – uomini contro la violenza sulle donne“.

Sembra così facile dire “noi no” e fondamentalmente lo è. Necessita avviare una riflessione sulla differenza tra quello che pensiamo di trasmettere e quello che in realtà poi trasmettiamo. Gli uomini autori di violenza, guardando quel tipo di spot, vi si riconosceranno davvero e chiederanno un aiuto? La violenza è strana, facilmente individuiamo quella che fanno gli altri, (salvo poi non riconoscerla quando ne siamo vittime e chi lavora nei centri antiviolenza lo sa bene), ma non la nostra, “noi no” appunto. Chi direbbe pubblicamente “noi si”? La violenza sulle donne non ha soluzioni immediate purtroppo. Tutti dicono no, ma la violenza di genere continua a esistere, chiediamoci se forse dobbiamo cominciare a inviare dei messaggi diversi.

Ricordiamoci che, secondo i dati Istat, tre donne su dieci, tra i sedici e i settanta anni, hanno subito una qualche forma di maltrattamento e essi non tengono conto del sommerso, tutto quello che avviene all’interno delle mura domestiche senza mai uscirvi. Gli uomini coinvolti saranno numericamente simili alle donne vittime. Parliamo di un fenomeno diffuso che non conosce età, strato sociale o livello culturale. Domando di nuovo, pensiamo che gli autori di violenza, guardando  spot e cartelloni con gente famosa che parla di maltrattamento come da un pulpito, sentiranno di stare davanti ad un qualcosa che li riguarda? Una cosa sono certo però la diranno anche loro: NOI NO!

E’ il momento di parlare agli uomini e tra gli uomini dice la campagna, giusto, ma quel “noi no” crea una barriera perché presuppone ci siano due forze in campo inconciliabili, due modi diversi di essere uomini: i buoni e i cattivi e guai a mischiarli. Allora il dialogo tra chi è? Chi parla a chi?  Tutti a fare a gara a essere i “buoni”, salvo poi fare i “cattivi” in casa propria perché lei ha provocato e se lo meritava oppure perché si sa solo lamentare, non sta alle battute con gli amici o le vengono i lividi facilmente. Noi no, ma la nostra lei rompe, è una donna difficile, quindi noi siamo giustificati.

Non metto in dubbio le buone intenzioni della campagna e sono lodevoli, ma sono diversi anni che mi occupo di violenza e questioni di genere sul campo e questo lo voglio dire: ‘Io si’, sono a rischio, ogni giorno, di agire e subire comportamenti maltrattanti, essere a rischio non significa concretizzarli, ma saperlo mi aiuta a evitarli. ‘Io si’, sono un uomo, ma non ho bisogno di sentirmi altro da chi ha usato violenza, se lo voglio aiutare non lo condanno, ma comprendo come possiamo interrompere il maltrattamento perché è quello il mio obiettivo prioritario, non un’accusa fine a se stessa. ‘Io si’, sono un essere umano, consapevole che la nostra complessità non è semplificabile in categorie predefinite autoescludentesi. ‘Io no’, non sono un tribunale, lascio volentieri a chi vi è preposto la necessità di un giudizio e di una eventuale condanna.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/21/violenza-sulle-donne-noino-dividere-gli-uomini-in-buoni-e-cattivi-non-serve/783930/

Psicologia: il malessere che percepiamo ha radici sociali

“Non esistono soluzioni personali, biografiche a contraddizioni sistemiche” in questa frase del sociologo Ulrich Beck, ripresa nel libro Modernità liquida del collega e filosofo Zygmunt Bauman, c’è racchiuso uno degli aspetti più paradossali del nostro tempo. L’espressione, in apparenza complessa, è di una logicità disarmante, una volta compresa e metabolizzata. Non esistono possibilità per il singolo individuo di poter agire sul suo malessere, quando questo ha un origine sociale e non psicologica. Le soluzioni non vanno ricercate nel biografico, in un’analisi della propria vita, in quanto non è la persona a costituire il problema, ma il sistema in cui vive e che la espone a messaggi disfunzionali.

La psicoterapia, canale preferenziale di cura e trattamento del singolo, della coppia, del sistema familiare o del gruppo ristretto, non può farsi carico di problemi non psicologici, non pertinenti il singolo, la coppia, il sistema familiare, il gruppo ristretto. La visione di un futuro in cui riporre sempre meno speranze è collettiva, un sentire comune, indipendente dalle problematicità del singolo e del suo ambiente più vicino, anche se queste ne vengono a essere esasperate.

Il malessere che si percepisce attualmente nelle persone non ha radici psicologiche, ma sociali. Se un uomo o una donna arrivano in consulenza o in terapia e il loro malessere è generato dal non riuscire a progettare una vita  perché precari,  la consulenza o la psicoterapia non possono risolvere la situazione. Non è un evento raro, per me terapeuta,  incontrare, professionalmente e non, sempre più persone che subiscono disagi psicologici enormi a causa dell’incertezza lavorativa che li attanaglia e che cercano un sostegno. L’angoscia in loro presente non è di un esistenziale, che parte dall’interno, ma di un esistenziale che colpisce violentemente dall’esterno. Non hanno bisogno di un aiuto psicologico, ma di un lavoro, meglio se adeguato alle loro competenze ed aspirazioni.

Il modello di sviluppo occidentale  si pone, come obiettivo, una crescita infinita in un mondo finito quale è il nostro. E’ follia spacciata astutamente per norma, il nostro essere coglie la contraddizione, ma non è in grado di gestirla trasformandosi in mal-essere. Nasce uno scontro tra il proprio sentire e quello che ci viene dal modello esterno. Un conflitto del genere avviene in molti contesti in cui il lavoro psicologico ha la sua utilità, ma qui non parliamo di un esterno che vede in sé stessi, nella propria famiglia e nelle relazioni più vicine e intime, una possibilità di operatività concreta.

La cornice è molto più allargata rispetto a quelle che sono le reali possibilità della persona di agire nella sua prossimità, dove ha un potere maggiore o lo può comunque riconquistare. I messaggi dove la propria salute passa attraverso il consumo (più acquisto e più acquisto io senso) ci bombardano. Ogni volta che si avverte un vuoto dentro si proverà a riempirlo, consumando e consumandosi di un piacere fugace ed effimero. Appena l’effetto della novità sarà scomparso, il vuoto si farà nuovamente avanti e si ricomincerà a cercare le soluzioni nelle cose anziché nelle relazioni. ”Se sto bene, non ho bisogno di consumare” è un principio ineludibile, il mio equilibrio è direttamente proporzionale alla mia capacità di dare e ricevere come persona, indipendentemente dalle cose materiali e dall’immagine che agli altri voglio dare di me.

Bauman parla della scissione tra cittadino e individuo avvenuta nella modernità. Il cittadino che si sentiva parte di una polis, i cui problemi erano i problemi della comunità alla quale appartiene e viceversa, si è trasformato in individuo, il quale si sente separato dagli altri, non di rado entra con essi in lotta e competizione, e di conseguenza tende a fare i suoi esclusivi interessi personali, segue un egoismo di difesa. In una realtà  sempre più precaria e competitiva, dove la persona viene ridotta a merce o, nel migliore dei casi, a consumatore di merce, il senso di inadeguatezza cresce. Il rischio concreto è che questo venga interiorizzato a tal punto che lo si accetti, lo si consideri inevitabile. Di fronte a quel che si è convinti di non poter cambiare si soffre e/o si prova ad accettarlo, ma non a combatterlo. E’ il meccanismo per cui la rabbia viene a essere sedata o meglio introiettata anziché esternata, creando una pericolosa assuefazione al continuum di disagio quotidiano dove è sempre tutto un lottare per arrivare alla fine del mese o avere l’ultimo smartphone.

E l’industria del vuoto è sempre la più fiorente. L’assenza della propria essenza ci deve far riflettere sull’essenza della propria assenza. Non smettere mai di desiderare è l’inferno dei tanti vuoti individuali che convergono in una voragine sociale. Sempre Beck afferma: “Chi arranca nella nebbia del proprio io, non è più in grado di notare che tale isolamento, tale segregazione dell’ego, è una condanna di massa”. Ci si convince di essere responsabili del proprio fallimento, la critica ricade su sé stessi, si cerca di darsi sempre più da fare, ma il contesto è tale per cui non è la nostra operosità a portare il cambiamento, quindi decade la fiducia nelle nostre potenzialità. Il singolo individuo è impotente di fronte al sistema nel suo complesso e, a breve termine, non può che rimanerne sconfitto. Egli non deve lavorare su di sé, ma sul cogliere le contraddizioni del sistema e consapevolizzarle come altro da sé.

Deresponsabilizzare la persona rispetto a quel che subisce non significa non responsabilizzarla in merito a dove invece può svolgere un ruolo attivo. Cultura,educazione, corretta informazione, gruppi di autoconsapevolezza  sono gli unici strumenti adeguati per agire a livello sociale. Non è un’epoca facile e non immagino cambiamenti rapidi e sicuri. I tempi del cambiamento sono l’unico paragone che penso sia sensato associare alla psicologia. In terapia il cambiamento è tanto più efficace quanto più diventa stabile, ecco perché chi comincia un percorso terapeutico ne conosce l’inizio, ma non la fine. Il tempo è garanzia di stabilità, ma non come mero dato quantitativo bensì qualitativo perché sottintende la complessità dei processi in corso. Se abbiamo o meno tempo, prima di eventuali stravolgimenti sociali dovuti al modello di sistema imperante, è una domanda alla quale non so però rispondere.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/05/futuro-il-malessere-che-percepiamo-ha-radici-sociali/766500/

Giornata contro la violenza sulle donne: tra retorica e responsabilità

Si avvicina il 25 Novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e il fermento intorno comincia a farsi sentire, soprattutto per chi lavora nei contesti del maltrattamento domestico. Una data è pur sempre soltanto una data, quel che si vuole ottenere è un riconoscimento del fenomeno ed una analisi del lavoro fatto e del lavoro da fare, attraverso una giornata simbolica e catalizzatrice.

La vita è ricca di momenti importanti che tutti pensiamo sia opportuno ricordare a modo nostro, di conseguenza nulla di strano se qualcosa di simile si ha in un ambito sociale e culturale allargato.

La necessità di trovare o meno un momento dove far convergere iniziative, riflessioni, dibattiti è un qualcosa che però va pensato con cautela. Senza nessuna intenzione di sminuire il valore del 25 Novembre, anzi non smettendo mai di sottolineare, in ogni momento e luogo possibile, l’importanza del lavoro sul campo di centinaia di operatori e persone sensibili alla tematica, bisogna prendersi l’impegno ad evitare ogni inutile retorica. La violenza non si combatte istituendo un “giorno contro”, ma operando 365 giorni l’anno attraverso cultura, educazione, sensibilizzazione.

Ormai l’istituzione di giornate mondiali a favore di qualcuno o qualcosa è una prassi fin troppo utilizzata, su wikipedia trovo un elenco delle giornate internazionali e ne conto ben 82. Non sono neanche sicuro siano tutte. Il rischio della retorica, in un contesto del genere, diventa fin troppo concreto.

Il 25 Novembre mi tocca da vicino perché è la giornata dedicata ad un aspetto della mia vita personale e professionale non meno presente negli altri 364 giorni. Ogni giorno è una giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne, solo comprendendo questo è possibile non togliere senso al 25 Novembre.

Espressioni frequenti quali “festeggiare e celebrare la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” mi lasciano uno stato di dissonanza interno che non riesco a mettere a tacere. Rendere un clima di festa quando si parla di violenza, anche se si parla della sua eliminazione, non fa giustizia alla drammaticità del maltrattamento. Sebbene necessario utilizzare un linguaggio positivo e propositivo, anche quando si parla del dolore e della violenza, è altrettanto necessario trovare un equilibrio nell’accostare le parole tra di loro per dare il giusto peso a quello di cui si vuole parlare senza appesantimenti evitabili, ma anche senza alleggerimenti inopportuni.

Non è una giornata di festa, ma una giornata che deve puntare alla presa di consapevolezza e all’operatività. Il verbo festeggiare, a mio avviso, mal si coniuga con il ricordo e l’assunzione di responsabilità, costanti necessarie per un cambiamento reale.

25 Novembre in bilico tra retorica e consapevolezza, ad ognuno la scelta di dove far pendere l’ago della bilancia.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/13/giornata-contro-la-violenza-sulle-donne-tra-retorica-e-responsabilta/775625/

“La violenza oltre l’emergenza” seminario a Jesi il 10 Dicembre 2013

Jesi

Donne nella società della violenza. Ciclo di incontri. Primo: Femminicidio, il 9 Dicembre 2013

9 Dicembre