Archivio per 11 marzo 2014

Genitori e figli, a volte l’affetto non basta

Ogni passo è lento, quasi goduto, avverto tutta l’intima piacevolezza del non avere fretta, ho il pomeriggio libero, voglio stare a quel che succede, non programmare niente. Cuore e respiro, all’unisono nel mio petto, chiedono ed ottengono spazio per la semplice voglia di camminare e viversi i colori della giornata primaverile che, sceso dal treno alla stazione di Firenze di ritorno da Roma, mi sono visto esplodere incontro. I venditori di rose, soliti aggirarsi di notte nelle strade della città, in cerca di coppie a cui vendere il fiore, sfidano la luce del sole, dislocati in vari angoli delle vie. Sgargianti mimose in abbondanza sostituiscono le solite rose. Bellezza che si sostituisce a bellezza nei nuovi incastri della bella stagione. Il giallo domina, l’intensa luce del mattino scalda.

E’ la Giornata Internazionale delle Donne, alcuni si ostinano ancora a chiamarla festa, cogliendone solo l’aspetto superficiale, fosse diversamente probabilmente non sarei stato invitato a partecipare in mattinata ad una trasmissione Rai per parlare delle tematiche di genere e non svolgerei la professione che svolgo. Se l’obiettivo è stimolare la sensibilità e le capacità di riflessione della gente comune, questo significa che non abbiamo ancora raggiunto questo traguardo.

Mi dirigo verso casa, unico inconveniente il trolley che mi tiene occupato una mano, per il resto mi concentro sull’atmosfera, la sento nutritiva. C’è elettricità negli sguardi delle persone, nei loro movimenti, nei loro abiti più leggeri.

Sento piangere poco più avanti: è una bambina, la vedo, avrà quattro o cinque anni, vicino a lei un uomo ed una donna che posso supporre siano i genitori. Lei sembra a disagio di fronte alle pubbliche lacrime, lui, proprio mentre gli passo accanto, esclama: “Ora le do quattro ceffoni e vediamo se non smette di piangere!” Nel linguaggio comune di solito i ceffoni sono due, lui ne preferisce quattro.

Mi lascio la primavera e il pianto della piccola alle spalle ed entro prepotentemente nelle mie riflessioni.

La bimba potrebbe realmente smettere di piangere con quattro ceffoni? Ne dubito. Il tono dell’uomo è stato sprezzante, eppure sono convinto che quel padre voglia un bene dell’anima alla figlia.

“Volere bene al proprio figlio” e “fare il bene del proprio figlio” sono due cose diverse, strade che sembrano convergere, ma che, se sovrapposte, possono portare a un deragliamento. Esserne consapevoli fa la differenza. Facile pensare di poter far coincidere il proprio benessere con quello dei figli, evitando finché possibile il momento della separazione, che paradossalmente si accelera quando un figlio non è libero di essere se stesso: bramerà prima libertà ed indipendenza, se non troverà costrizioni più forti di lui alle quali dovrà cedere.

Quanto è difficile essere genitori! Quante volte un padre o una madre devono sacrificare parti di loro per dare modo che quel che lasciano in eredità al mondo possa vivere, maturare e percorrere, con la sua unicità di individuo, la sua strada! Un genitore ama i propri figli. Un sentimento costante che però è umano dovrebbe lasciare spazio anche a rabbia e frustrazione, perché il suo compito è una professione a tempo pieno di cui si hanno principalmente solo le istruzioni ricevute come figlio, tendendo a ripeterle, dimenticandosi magari di quanto, ai tempi, non si nutrisse sempre simpatia per certi metodi ed atteggiamenti. L’affetto della mamma e del papà era innegabile, niente poteva andare in altra direzione. Se davano uno schiaffo era ben meritato oppure, con il senno di poi, anche se avessero esagerato in certi contesti, sono esseri umani, non santi e i bambini fanno i capricci e sanno essere snervanti. Si giustifica senza comprendere. La violenza non è un metodo educativo, ma (s)compensativo, va a riempire dei vuoti in modo disfunzionale.

Quanto è difficile rompere una catena, interrompere lo stile educativo ricevuto, ottenere qualcosa senza l’utilizzo della forza e della paura?

Così quattro ceffoni possono sembrare essere la migliore soluzione nell’immediato, a volte ne basta solo la minaccia, il bambino sa. L’insofferenza del figlio si rannicchia in qualche remoto angolo per poi riesplodere chissà dove, chissà come, chissà quando con un genitore che, a un certo punto, improvvisamente, non sarà in grado di capire cosa sta succedendo al loro rapporto. Riflettere sul figlio che si è stati può aiutare a comprendere il genitore che si è diventati.

Quando lavoro con gli uomini che si sono resi responsabili di violenza sui figli, creare e rinforzare il collegamento tra il loro bambino e il bambino che sono stati fa scattare qualcosa, la violenza prende un volto, la si può nominare.

Nel frattempo sono arrivato a casa, penso che devo mettere tutto questo per iscritto, lasciarne traccia, l’ultima domanda senza risposta e mi avvio alla tastiera: “Che fine avranno fatto le lacrime della bambina?…”

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/10/genitori-e-figli-laffetto-non-basta/907776/

Mattino in Famiglia 8/03/2014

Due brevi interventi di Mario De Maglie durante Mattino in Famiglia dell’8 Marzo 2014 su Rai 1.

Libri: ‘Unisex’, la creazione dell’uomo senza identità

“Unisex-la creazione dell’uomo senza identità” di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta, edito da Arianna Editrice, è un libro da leggere. Gli autori, analizzando fenomeni, mode, tendenze, leggi e cambi di paradigma culturali e sociali, arrivano a sostenere che uno degli obiettivi dei Poteri Forti sia quello di creare un individuo nuovo e artificiale in cui la sessualità venga privata dei suoi aspetti più spontanei e naturali, allo scopo di rendere sempre più manipolabile il genere umano.

L’argomento sembrerebbe confinare con la fantascienza, facile che desti scetticismo e perplessità ed è bene che sia così, avvicinarsi alle cose con sguardo critico è indice di intelligenza, quando ciò non implichi chiusura su posizioni preventive e non modificabili per partito preso. Ogni difesa è funzionale finché è anche in grado di decadere, altrimenti diventa pregiudizio e stereotipo.

I dubbi non possono che confluire in sane riflessioni durante la lettura del libro, vengono riportati tutta una serie di dati e fatti pubblici con cui gli autori creano dei collegamenti e danno le loro conclusioni.

Pensare e subito dopo affermare che le lobbies mondiali abbiano intenzione di far sparire, con il passare del tempo, le specificità tipiche del sesso femminile e maschile rimane, anche con delle evidenze alla mano che puntano in quella direzione, un concetto limitato dal senso dell’assurdo che inevitabilmente si porta con sé. Dico questo per prevenire le solite critiche ai soliti complottisti che tanto animano il web, l’argomento effettivamente ben si presta a facili polemiche.

Personalmente non credo nei complotti, ma non perché non ci siano forze politiche, e ancor prima economiche, che non facciano l’interesse dei pochi a discapito dei quasi tutti, ma proprio perché mancano della segretezza tipica dei complotti, almeno ad un livello più generale. Le risorse del nostro pianeta potrebbero essere usate per fare stare meglio tutti, è un dato di fatto, ma non lo sono, altro dato di fatto, ne deriva che c’è una precisa volontà di non utilizzarle in modo equo. Questo è di una logica, semplice, banale, disarmante, nessun complotto dall’alto, ma solo resistenza a comprendere dal basso (sicuramente creata, guidata e incoraggiata). Pecco di semplicità in questo ragionamento, mi permetto di rifugiarmi, pur non occupandomi di filosofia e quindi sperando di non utilizzare il concetto a sproposito, nel rasoio di Occam in cui, all’interno di un ragionamento, è sempre e comunque preferibile ricercare la semplicità e la sinteticità come risposta ad una domanda o soluzione ad un problema.

Così possiamo credere o non credere che ci sia l’obiettivo di creare questo nuovo essere umano, ma quanto esposto da Perucchietti e Marletta non può lasciare indifferenti perché le basi per dei cambiamenti sociali e culturali, in passato impensabili, ci sono tutte e stanno avvenendo, lentamente ovviamente, ma la stabilità si conquista, non con l’imposizione, ma con la convinzione e questa per radicarsi necessita di tempi lunghi atti a consolidarla.

Mi chiedo quale ruolo giocherà in tutto questo la Natura, confido che non se ne starà con le mani in mano ed essendo molto più forte di qualsiasi “accessorio culturale”, prima o poi, farà sentire la sua voce, questo non necessariamente sarà un bene a breve termine per l’essere umano, ma potrebbe esserlo a lungo termine.

Il libro però, a mio parere, sorvola relativamente su una questione, rendendo poco visibile un nodo cruciale, ossia il vissuto di tutti coloro che non si riconoscono nei due “generi” imperanti, perché, Poteri Forti o meno, queste persone esistono e i loro vissuti sono reali e legittimi come anche i loro diritti. Penso che gli autori ne parlino, ma in modo inconsapevolmente sommario, sbilanciandosi troppo sulle strumentalizzazioni in atto, ma che partono comunque da esigenze reali dell’essere umano. Senza una maggiore chiara e netta distinzione tra esigenze degli individui e strumentalizzazione è un libro destinato a incontrare più resistenze di quelle che già l’argomento particolare e fuori dal comune potrebbe incontrare.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/26/libri-unisex-la-creazione-delluomo-senza-identita/894514/

Governo Renzi: quote rosa a tavolino, è questo il cambiamento?

Sedici nuovi ministri nel nascente governo a guida Matteo Renzi, otto uomini e otto donne, in perfetto stile quote rosa. L’identica proporzione, argomento di cui tanto si fa battaglia in certi contesti, mentre, in altri, si nutre un certo scetticismo misto ad amarezza sul suo reale significato, è stata probabilmente una scelta mirata, una precisa volontà di dare un segnale. Mi chiedo però quale.

È questo il cambiamento? Utilizzare le questioni di genere, in modo strumentale, al che diventino mezzi di propaganda politica e quindi di immagine? L’immagine sembra essere tutto al giorno d’oggi, c’è chi con essa ha fatto la sua fortuna politica ed economica, essa ha un impatto sulla nostra società dal quale, per tutti, me compreso, è difficile sottrarsi. Nonostante questo, pur sempre di esteriorità si tratta, non necessariamente è aderente a dei contenuti.

Ho già scritto in merito alle quote rosa, dichiarandomi apertamente a sfavore, non vedo nel 50 e 50 una soluzione, ma solo una imposizione grottesca. Uomini che si vedono chiuse delle possibilità, non per merito, ma per un mero dato numerico, saranno uomini vittime di una ingiustizia sociale, stessa identica cosa per le donne che si vedono anche loro limitate e trattate ingiustamente per la medesima motivazione.

Certo che la società è fortemente sbilanciata a favore degli uomini, per cui, senza quote rosa, rimangono le donne a non vedere riconosciuti i loro meriti e i loro diritti, il problema rimane tutto, ma la soluzione non è, a mio avviso, questa proporzione che un po’ ha anche il sapore di concessione e quindi di patriarcato ben camuffato (noi uomini vi concediamo di essere al nostro “livello”, ma vi blocchiamo qualsiasi possibilità di crescita, non importa se dovremo pagare lo stesso prezzo noi per primi).

La questione è complessa, tanto che qualsiasi soluzione semplicistica lede questa complessità fino a negarla completamente. C’è bisogno di un cambiamento culturale e leggi che lo favoriscano, non che lo impongano.

Mi sarebbe piaciuto vedere più donne che uomini in questo nuovo governo, senza nulla togliere a nessuno dei due sessi, per il semplice fatto che, se non altro, una scelta del genere avrebbe avuto implicazioni con un sapore meno di propaganda e più di sostanza.

Ovviamente mi esprimo esclusivamente in merito alle quote rosa dei ministeri, il resto è tutto da vedere.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/22/governo-renzi-quote-rosa-a-tavolino-e-questo-il-cambiamento/890576/

Autoconsapevolezza maschile, tra necessità ed opportunità

Partita ed in fase costituente l’esperienza di Diversa-Mente Molteplice, Riflessioni a Passo d’Uomo, nonostante le difficoltà di coinvolgere attivamente gli uomini, sono sempre più convinto dell’utilità dei gruppi di autoconsapevolezza maschile come luoghi nei quali si possa realizzare uno spazio di confronto e ascolto reciproco in merito ai piaceri e alle criticità dell’essere uomo e del proprio rapporto con il femminile. Nessuno ci ha istruito in proposito, a rapportarci con il proprio e l’altrui genere (non solo maschile e femminile), sembrerebbe cosa così naturale e spontanea da essere portati a pensare che non ci sia niente da imparare, ma, se ci soffermiamo sui rapporti di potere passati ed attuali e sulle conseguenze di questi ultimi, sembra chiaro che qualcosa decisamente non vada.

La mia impressione è che, dopo un periodo di conquiste e di rivendicazioni da parte delle donne, che forse ha avuto il suo apice con i movimenti femministi negli anni 70, almeno in termini di consapevolezza, siamo in una fase di stallo in cui si oscilla tra l’andare poco più avanti o poco più indietro, senza che abbiano luogo grandi cambiamenti sull’impronta di quelli passati. Questo penso possa essere dovuto anche (se non soprattutto) al fatto che la capacità di autoanalisi e di autodeterminazione del femminile arrivano ad un punto morto, se poi il maschile non comincia a fare altrettanto, smettendo di fare “concessioni”, ma riequilibrando il potere in modo consapevole ed autodeterminato.

Il maschile si trova spesso arrocato in una posizione difensiva che gli è poco utile, ma questo perché ha paura e se ha paura è perché si sente in pericolo, il pericolo di perdere il proprio stabilito ruolo (quanta inconsapevole fatica starci dentro!).

Faccio un esperimento ed invito i lettori a leggere i commenti che seguiranno a questo post da parte di molti uomini. Se questi saranno i soliti, in cui a contenuti dai toni equilibrati, anche se non necessariamente condivisibili, perché la libertà di opinione non è un optional, seguiranno una serie di commenti ai confini con l’insulto, la minimizzazione, la denigrazione verso l’autore o l’autrice, avrò evidenziato le problematiche di cui parlo. Cose viste e riviste per i blogger de Il Fatto Quotidiano che parlano di violenza e questioni di genere e che diventano facile tiro al bersaglio dei soliti ignoti.

Ovviamente il lettore può non essere d’accordo con il contenuto di un post e decidere di commentarlo, ma, a seconda di come esprime il suo disaccordo, si evidenzia se e cosa smuove in lui, non di rado una rabbia mista ad indignazione difficile da comprendere per chi mostra di possedere una certa sensibilità verso le nostre tematiche. Questo per fare un esempio legato alla vicina realtà per la quale scriviamo, il tutto è solo uno specchio del sociale e culturale nel quale siamo immersi.

Ben lieto di ricredermi, se i commenti saranno di diverso stampo.

Potersi permettere tra uomini di non dover parlare necessariamente di “figa”, “sesso”, “calcio”, “lavoro”, ma anche di donne, amore, passioni e tempo libero è un lusso che i gruppi di autoconsapevolezza maschile avvierebbero a trasformare in quotidianità.

La strada è ancora lunga, me ne accorgo perché sto imparando quanto sia arduo coinvolgere gli uomini, ma si comincia. I cambiamenti epocali hanno bisogno di epoche intere per stabilizzarsi, il prezzo della conquista.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/17/gruppi-di-autoconsapevolezza-maschile-tra-necessita-ed-opportunita/883491/

Violenza e sessismo: quando parlarne è solo una moda

Sempre di moda parlare di violenza e di sessismo. Ormai sono diventate accuse da lanciare, con facilità, verso chiunque se ne macchi o almeno vi presti il fianco, con sicurezza di crearvi dibattito. Non di rado sono accuse rivolte con cognizione di causa, ma l’impressione è che il condannare l’atto violento o l’insulto sessista abbia, come scopo ultimo, non tanto il mettere in evidenza le disparità di potere, cosa che ovviamente avviene, ma quasi come se fosse un effetto secondario ed inevitabile, quanto il crearsi un sostegno attorno perché tutti, a parole, sono contro la violenza ed il sessismo. Ci mancherebbe altro, tutti pubblicamente baluardi in difesa delle donne e della loro dignità (privatamente mi permetto di riservarmi qualche dubbio, non me ne vogliate).

L’accusa sembrerebbe finalizzata esclusivamente a portare acqua al proprio mulino denigrando l’avversario a colpo sicuro, sembrerebbe esserci quasi del piacere che l’altro abbia attuato quel tipo di comportamento o atteggiamento perché si è reso attaccabile senza che si debba dover faticare più di tanto a trovare altri argomenti.

“Hai usato la parola sessista o il comportamento aggressivo? Ti ringrazio, mi rendi tutto più facile, ora ti faccio vedere io”. E’ un po’ quel che sembra avvenire nella testa di coloro che puntano spesso il dito.

Poche analisi serie da parte di chi accusa o mette in evidenza quanto accaduto, se non il semplice commento arrabbiato ed indignato che si ripropone più o meno similmente all’episodio successivo (e stiamo sicuri che un episodio successivo ci sarà).

Il Parlamento, negli ultimi anni, ci ha abituato a show e tragicommedie che danno la misura della nostra classe politica, ma sostanzialmente anche del nostro Paese, così come l’hanno ridotto, ma anche come noi abbiamo contribuito a ridurlo perché la mentalità all’italiana fa parte del Dna di questo popolo con i suoi mille pregi ed i suoi mille difetti.

Se, alla Camera, un deputato alza le mani su una deputata o le riversa insulti sessisti, succede semplicemente perché può permetterselo impunemente, evidenzia come non ci sia mai stata una reale riflessione ed un reale interesse per i rapporti di genere in quel contesto, questo va al di là di qualsiasi considerazione o convinzione prettamente politica. I deputati, prima di essere politici, sono uomini e donne che riflettono pienamente i rapporti vigenti tra i due sessi.

La politica, in questo particolare momento storico in cui le questioni legate al genere e alla violenza contro le donne godono di particolare coinvolgimento (non solo strumentale fortunatamente), è chiamata e sarà chiamata a sostenere e a legiferare tutta una serie di azioni di rete e di sostegno per il raggiungimento dei pari diritti e delle pari opportunità. Non posso che pensare con amarezza: “Se il buongiorno si vede dal mattino…”.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/31/violenza-e-sessismo-quando-parlarne-e-solo-una-moda/864162/

Psicologia: quando l’amore diventa violenza

O immortale Afrodite, dal trono variopinto,
figlia di Zeus, tessitrice d’inganni, t’imploro
non prostrarmi l’animo, o signora,
fra dolori e angosce,
ma vieni qui, se già altre volte
udendo la mia voce da lontano
le hai prestato ascolto, e, abbandonata la casa del padre
giungesti
dopo aver aggiogato il carro: ti conducevano
veloci passeri sopra alla terra nera
sbattendo fittamente le ali, giù dal cielo
attraverso l’etere
e subito sei giunta: e tu, o beata,
sorridendo nel tuo volto immortale
mi domandasti che cosa ancora soffrivo, e perché
ancora ti chiamo
e che cosa voglio che accada per me
nel mio cuore impazzito: “Chi ancora m’indurrò
a ricondurre al tuo amore? Chi, o
Saffo, ti oltraggia?
Infatti se ora fugge, presto inseguirà,
se non vuole ricevere doni, sarà lui a farne,
se non ti ama, presto ti amerà
anche controvoglia.”
Vieni da me anche ora, liberami dalla dura
angoscia, e quelle cose che il mio cuore
vuole che per me siano compiute, compile, e tu
stessa siimi alleata.

Un rifiuto, per chi lo riceve, sembra, fin troppo spesso, ingiusto. La natura umana è tale per cui è più facile ribellarsi a chi ci dice no, che domandarsi invece il perché di quella risposta. Ogni domanda mette in discussione se stessi, mentre il bisogno è più spesso quello di proteggersi e non apparire vulnerabili. Un rifiuto non accettato può quindi mettere nell’atteggiamento della “volpe che non arriva all’uva” e finge di disprezzarla o di non averne più bisogno, oppure può indurre in atteggiamenti e comportamenti che portano l’altro in una condizione di debolezza indotta.

Nella “Ode ad Afrodite” la poetessa greca Saffo invoca l’aiuto di una dea, una forza esterna non umana, affinché il suo amore possa essere ricambiato dall’amata. Saffo invoca una costrizione e a dettare la sua preghiera è la disperazione del non raggiungimento o della perdita dell’amato (s)oggetto. Ella invoca una violenza sull’autodeterminazione di un’altra persona, la veste di poesia, le dà la forma dell’arte, ma violenza rimane.

L’unica invocazione “corretta” sarebbe stata pregare la dea di trovare la forza di superare il dolore, ma il desiderato, nella mente del desiderante, passa da soggetto ad oggetto. Si chiede la perdita della capacità di scelta di una persona perché venga assoggettata a bisogni non propri. Il dolore dilania e tanto basta per perdere il confine con il lecito. La sofferenza come giustificazione per nuova sofferenza in un circolo vizioso ed autodistruttivo.

Quando la cronaca riporta casi di violenza di genere e stalking si afferma che tutto questo non ha niente a che fare con l’amore, si è sempre più propensi ad utilizzare questo termine con maggiore accortezza.

Io non so cosa sia l’amore o meglio non potrei che provare a definirlo con parole mie, senza che queste debbano essere necessariamente esaustive per gli altri. Ho amato, come tutti, e riconosco una complessità tale che potrei solo perdermi in delimitazioni che non starebbero dietro a stati d’animo impetuosi ed in continuo movimento.

Io non lo so cosa sia l’amore, se non che ognuno ci potrebbe dare una sua versione diversa, sulla base di un sentire comune fuori dal comune. E’ già tanto complicato capire cosa sia, per me, amare che non riuscirei a valutare quello che prova un altro essere umano, spetta solo a lui la “definizione” del suo sentire con le parole che trova più congeniali, non a me.

Quello che so è che c’è un limite ai comportamenti che possono essere determinati da quel che sento e sono io che posso fermarmici o oltrepassarlo ed è proprio su quel confine che si gioca la partita più dura. Amare può significare rincorrere, amare può significare lasciare andare, amare può forse anche significare non voler lasciare andare. La differenza sta però tutta nel considerare l’altro un oggetto o un soggetto e sarà questo che qualificherà anche me come persona.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/17/psicologia-quando-lamore-diventa-violenza/846967/

La differenza della sofferenza

Negli ultimi giorni hanno suscitato, sul web e tra la gente profonda partecipazione emotiva le vicende di Michael Schumacher e Pierluigi Bersani. Il primo, dopo un grave incidente mentre sciava, è stato ricoverato, indotto in coma farmacologico ed è tutt’ora in condizioni critiche, mentre il secondo ha subito un improvviso intervento, a causa di una emorragia cerebrale, e sembra non essere in pericolo. La mia speranza è che entrambe le situazioni possano risolversi positivamente e che i due possano riprendere le loro vite esattamente da dove le hanno lasciate.

Non seguo Schumacher a livello sportivo e non sono vicino politicamente a Bersani, quindi il mio è un dispiacere umano, non dettato da una particolare ammirazione o interesse personale. Sono persone che stanno soffrendo, insieme a parenti ed amici, tanto mi basta per sperare in bene, posso sentirmi vicino loro anche perché, in situazioni simili, mi ci potrei ritrovare io un domani o una persona a me cara. Nessuno è esente da malattie o incidenti, sono eventi con cui l’uomo ha sempre dovuto fare i conti e con cui continuerà a farli. Si tratta di circostanze spesso imprevedibili, possono cambiare radicalmente la visione del mondo, fanno assaggiare il sapore amaro dell’impotenza, possono togliere la vita, non necessariamente la restituiscono come era prima del loro arrivo.

Quello che mi fa provare una meraviglia, che sfocia a tratti nella confusione, è il sentire della gente che si “prodiga” nei confronti del personaggio famoso come se lo conoscesse e avesse un peso reale nella propria vita. Non parlo tanto dello sportivo o dell’attivista politico (volendo rimanere su Schumacher e Bersani che ho preso come esempio, in quanto attuali, ma ovviamente il discorso equivale anche per altre situazioni) che ben ne hanno di dispiacersi perché quelle figure fanno parte, in qualche modo, della loro quotidianità, anche se auspicabile sarebbe sempre avere chiaro il limite tra il personaggio e la reale conoscenza che se ne ha, ma, in fondo, ognuno è padrone del proprio sentire e da questa semplice constatazione è bene non allontanarsi mai troppo. Parlo di tutti gli altri e non mi sembrano pochi, quelli che conoscono i personaggi, non per interessi nei rispettivi campi, ma perché comunque la cronaca, quando più quando meno, parla di loro. Personalmente ho in mente tanti nomi di “vip” senza sapere chi siano o cosa facciano semplicemente perché i nomi circolano e ti ci imbatti, prima o poi.

Non sto affermando che il cordoglio della gente non debba sussistere o non debba essere comunicato, quello che mi spiazza è come non mi sembra si riesca ad esprimere partecipazione, con almeno la stessa intensità, alla sofferenza delle situazioni di violenza quotidiana che ci circondano e ci dovrebbero toccare in modo più radicale.

La gente continua a perdere il lavoro, cade in depressione, alcuni si suicidano, i tumori dovuti al forte inquinamento aumentano, non esiste possibilità, per molti, di costruirsi una vita dignitosa, come esisteva per i nostri padri ed i nostri nonni, che, anche con un singolo stipendio ed una famiglia numerosa, riuscivano a vivere dignitosamente. Le vittime di una crisi, che di naturale ed inevitabile ha ben poco, non sembrano suscitare gli stessi moti d’animo, risultano maggiormente invisibili proprio a quegli occhi in cui dovrebbe essere più facile rispecchiarsi.

Forse, nel momento in cui riusciremo a provare ed esprimere la commozione che proviamo per il personaggio pubblico, nello stesso identico modo verso il nostro prossimo più comune, con il quale spesso coincidiamo, senza purtroppo rendercene conto, qualcosa potrà cambiare davvero. La dignità di essere umano è patrimonio di ogni persona, indipendentemente dalla popolarità.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/07/la-differenza-della-sofferenza/833617/

Odio il Capodanno

“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è Capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna. E sono diventati cosí invadenti e cosí fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Cosí la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.

(Antonio Gramsci, 1° Gennaio 1916, l’Avanti!, edizione torinese, rubrica “Sotto la Mole”)

Il capodanno non lo odio, ma certamente mi sento estraneo allo sproposito di auguri che si è soliti scambiarsi in questo periodo in cui non ritrovo alcun collegamento con la realtà di cui invece ho un bisogno sempre più profondo in questa epoca precaria e di assuefazione alla sopravvivenza. Andarmi a rileggere l’“Odio il Capodanno” di Antonio Gramsci mi aiuta a ritrovare un po’ di quel che sento in qualcuno che è stato molto più bravo di me nell’esprimerlo.

Gli auguri per un 2014 migliore del 2013 si sprecano, mentre con la mente vado agli stessi identici auguri avuti tra il 2013 e il 2012, pensando che non sono tanto diversi da quelli tra il 2012 e il 2011, molto simili a quelli tra il 2011 e il 2010 e così retrocedendo. Niente della mia fortuna e della mia sfortuna è dipeso dall’anno in corso o dagli auguri della gente, non mi sembra di averne tratto grandi cose, se non soddisfare il bisogno di chi necessita di farli, perché così è stato abituato a fare e così fa, quasi a volersi dimenticare degli altri 364 giorni a cui io almeno, nel bene e nel male, non voglio rinunciare, non trovo motivi validi per considerarli meno di questo primo giorno in cui paradossalmente invece tutto sembra fermarsi ed essere in pausa.

Non ho necessità di un periodo dell’anno per fare un pensiero ad una persona a cui tengo o per dirle che le voglio bene, lo faccio ogni volta che ne avverto il bisogno. A rigore di logica tutto questo non fa una piega, ma non di sola logica vive l’essere umano. Ogni volta che affermo il mio sentire in proposito sembra che io sia un alieno, l’altro o lascia perdere, tra l’imbarazzato e lo stupito, o peggio continua imperterrito nella sua pretesa travestita da “normalità” che si debba accettare il suo augurio, non rendendosi conto che cercare di far sentire in obbligo una persona, perché soddisfi un bisogno non suo, non è un bel modo di iniziare l’anno, se davvero tiene a che questo sia un momento diverso dagli altri.

In fondo cosa costa ricambiare gli auguri? Cosa costa prendere parte al rituale? Cosa costa far finta, come tutti, che davvero gli auguri avranno una minima influenza su chi li riceverà e viceversa? Personalmente mi costa sacrificare sull’altare dell’illusione fine a sé stessa il mio sentire più intimo.

Cari lettori, nel rispetto delle idee, delle credenze e delle posizioni di tutti, non ho auguri da farvi, niente di diverso da quello che spero per voi sempre: riuscire ad esprimersi in libertà, quando ne sentiate più il bisogno, senza dover aspettare una data o un evento in particolare. La vita è una sola, rispettiamo i suoi tempi e interroghiamoci maggiormente sui nostri, sul significato originario delle cose e su quello invece acquisito con il passare del tempo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/02/odio-il-capodanno/829721/