Archivio per 27 luglio 2014

Gaza, la violenza raccontata al tg: sono ‘solo’ vittime

“E’ necessario fermarsi, ci sono state troppe vittime” sento distrattamente al Tg. Stanno parlando del conflitto tra israeliani e palestinesi, evito appositamente di chiamarla guerra, per farlo ci dovrebbe essere una proporzione delle forze in campo che è evidente non sussiste.
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Quel “ci sono state troppe vittime” mi entra in testa, qualcosa non mi torna e mi inquieta. In un primo momento, non ho chiaro cosa, ma alla fine mi rendo conto dell’origine del disagio che mi nasce da quell’espressione. L’uso del linguaggio è importante, attraverso di esso puoi modificare la realtà quel tanto che basta perché possa tornare maggiormente utile a determinati scopi, sapientemente (o forse furbescamente) utilizzato può cambiare radicalmente le prospettive di chi è chiamato a farsi un’opinione.

Rifiuto categoricamente l’espressione “troppe vittime”, non esistono “troppe vittime”, ma solo vittime. Il fattore numerico, ovviamente da tenere in considerazione, rischia però di offuscare l’azione in sé che non è qualificata dal numero il quale ne espone solamente la frequenza. Anche una sola vittima è già “troppe vittime”, sempre.

Non bisogna fermare un conflitto perché “ci sono state troppe vittime”, ne basta una per stimare correttamente quel che sta avvenendo e prendere gli eventuali necessari provvedimenti. Certo è che ne faccio un discorso di principio, calato il tutto nella realtà spesso non troviamo una operatività concreta di risoluzione del problema, neanche quando i numeri sono consistenti, ma questo non toglie valore al concetto che penso sia necessario debba passare.

L’espressione da me incriminata sembra quasi lasciar intendere che ci sia un numero accettabile di vittime, superato il quale il tutto diventa non più sopportabile, ma quel che non lo è davvero è la possibilità di togliere il valore della sofferenza anche di una singola vittima, se non è accompagnata da quella di tante altre. Potrebbero sembrare sfumature, ma il diavolo si nasconde nei dettagli.

Quando parliamo di violenza, dobbiamo avere ben chiaro che la quantità è un dato importante, ma non è l’azione in sé. Lo stesso deve valere quando parliamo di violenza sulle donne, anche una singola donna violata è “troppe vittime”. Dobbiamo avere chiara la consistenza di un fenomeno quale può essere la violenza di genere e per farlo i dati numerici dovrebbero essere raccolti correttamente e divulgati, ma non c’è una soglia accettabile dopo la quale l’urgenza aumenta, soprattutto nel momento in cui siamo consapevoli che il fenomeno è culturale, sociale e strutturale e noi questo, in merito alla violenza di genere, possiamo darlo per assodato.

La violenza è tale per quel che porta dentro di sé, una singola vita persa non è qualitativamente inferiore a quella di milioni di vittime. Il dolore di una perdita non si misura nei numeri che la seguono subito dopo, ma nella ferita che le è stata inferta.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/27/gaza-la-violenza-raccontata-al-tg-sono-solo-vittime/1073282/

La (nostra) vita continua mentre a Gaza si muore

La vita continua mentre, a Gaza, i palestinesi, tra cui molti bambini, vengono uccisi dagli attacchi israeliani. Se da una parte non è forse possibile farsene una colpa, dall’altra dovrebbe essere necessario farsi carico di una responsabilità: l’orrore di quel che avviene sotto i nostri occhi accade senza che l’indignazione assuma, quasi mai, forme concrete per impedirlo.
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La vita continua e lo farà anche indipendentemente da quel che proviamo per quanto sta accadendo, ma rendiamoci almeno conto di come altre priorità vengano facilmente ad interporsi tra noi e quel che non vogliamo ascoltare e vedere. Diciamocelo in faccia! Siamo un paese in grado di emozionarsi visibilmente per una partita di calcio, si piange e si palpita per la Nazionale e la sua sorte, ma gli orrori di quello che sta accadendo ai palestinesi, emotivamente siamo in grado di liquidarli con molta più facilità. Quanti non avranno dormito per la sconfitta dell’Italia o si saranno portati dietro per giorni il pensiero della mancata vittoria? Quanti avranno perso qualche ora di sonno pensando ai bambini di Gaza o avranno continuato a pensarci nelle ore successive all’aver appreso le notizie che arrivavano? Credo che se avessi, per assurdo, questi dati in mano, troverei numeri molto diversi.

Non fosse stata Gaza sotto attacco, ma una città europea o americana il pensiero che i Mondiali sarebbero stati fermati per rispetto delle vittime mi viene con troppa facilità.

Non ho nulla contro il calcio, voglio chiarirlo, non lo seguo e non ci ho quasi mai giocato, ma questo non significa che non lo rispetti, se pulito e ben giocato, come rispetto chi lo gioca e chi lo segue, ma lo utilizzo come esempio delle contraddizioni che divorano la nostra società in quanto emblematico. Non è il calcio di per sé il problema, ma i significati di contorno che esso assume tra la gente comune.

“E solo un gioco, c’è la crisi, almeno il calcio lasciatemelo stare” potrebbe dire più di qualcuno, “è solo un’arma di distrazione di massa, in questo modo si distolgono le persone da pensare ai veri problemi” potrebbe controbattere qualcun altro. Entrambe le affermazioni dicono il vero, d’altronde il gioco e le proprie passioni sono distrazioni, mezzi per non pensare ad altro e prendersi cura di sé a livello più intimo, anche se collettivamente questo può trasformarsi in una cecità sociale.

Il mio intento non è quello di dare lezioni di vita o valutare cosa sia corretto o meno provare a fare, ho uno spazio pubblico, un blog su un giornale conosciuto in cui poter scrivere e a questi pensieri, per me, è necessario dare una forma, nominare le cose è importante e forse voglio semplicemente dire a me stesso, mentre vi scrivo, che so quello che sta succedendo in questo momento a Gaza e che la mia vita sta continuando tranquillamente e questo è terribile, a tratti non se ne regge il peso.

In quel”tranquillamente” c’è tutta la miseria del mio essere umano facente parte di una società che contribuisco anche io ad alimentare così come si presenta. Sapere di questa povertà mi permette di non fingere e di pagare un intimo prezzo di qualcosa che voglio acquistare: l’impotenza da esplicitare, ma anche la responsabilità che non mi voglio negare.

La vita continua, non sempre se vivi a Gaza.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/13/la-nostra-vita-continua-mentre-a-gaza-si-muore/1058527/

Precariato, oggi più che mai: ‘Carpe diem’

“Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero”. ”Mentre parliamo il tempo sarà già fuggito, come se ci odiasse: cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani”, scriveva il poeta latino Orazio nelle sue Odi, facendo di quel “carpe diem/cogli l’attimo” una massima destinata a durare nei secoli e ad arrivare intatta fino ai giorni nostri. Ma siamo sicuri che l’espressione sia rimasta proprio così intatta e non si sia anch’essa adeguata ai tempi che corrono? Come si può intendere oggi il “carpe diem” nell’epoca del precariato?
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Per Orazio il “cogli l’attimo” esprimeva un’accorata esortazione a vivere il presente, in quanto l’unico tempo che può essere realisticamente vissuto, all’uomo non è dato di conoscere il futuro né di determinarlo, la sua azione ha un effetto tangibile esclusivamente nel qui ed ora. Le occasioni vanno colte, gli eventi e le emozioni ad essi collegati vanno vissuti quando si verificano, non prima. Orazio probabilmente sarebbe decisamente contrario, ad esempio, a quella che, in linguaggio psicologico, definiremmo ansia anticipatoria. Inutile preoccuparsi di qualcosa che potrebbe accadere perché il potrebbe non è una certezza, ma una possibilità, lo si farà se e quando quel qualcosa accadrà. Se non dovesse poi verificarsi l’evento temuto, ci si è preoccupati per nulla, mentre, anche se dovesse verificarsi, essersene angosciati in anticipo non diminuisce certo l’ansia contingente all’evento. La responsabilità del nostro modo di vivere è inderogabile, non possiamo esimercene ed il tempo passa e non torna indietro.

Il “carpe diem” è un messaggio traboccante di buon senso, meno di realismo, l’uomo si cruccerà sempre per il proprio futuro, ma sicuramente la filosofia di vita che sottintende è auspicabile e fatta di una ferrea logica (e questo dimostra come l’uomo non di sola logica viva). Oggi più che mai il “carpe diem” da auspicio filosofico è diventato inevitabile abitudine necessaria alla sopravvivenza. In epoca precaria, “cogliere l’attimo” sembra essere l’ultimo baluardo contro l’abbattimento di fronte all’impossibilità di costruirsi un futuro su basi solide che molte donne e uomini della mia generazione e di quelle a loro vicino vivono. Molte persone si stanno abituando (si sono già abituate?) all’idea che bisogna pensare all’instabilità come ad una condizione stabile. Ci si ribella a quel che devia dalla norma, ma se la devianza cambia lentamente fino a diventare la norma, non si ha più nulla a cui ribellarsi.

Oggi si lavora e si percepisce di che vivere, domani chissà o viceversa oggi non lavoro, ma domani qualcosa spunterà fuori, è così che ormai va sempre. E’ diventata la consuetudine, in quanto, nel bene o nel male, accettata ed in vigore. Mal comune mezzo gaudio e chi si accontenta gode, se proprio non vogliamo scomodare Orazio. Non si vive, si sopravvive, l’arrangiarsi diventa una forma d’arte nella quale si impara ad eccellere in bilico tra l’acceso scoramento di certi momenti ed il pensiero“tutto sommato lo stretto necessario non mi manca”. Pensare al futuro implica angosce che, nel presente, hanno maggiori possibilità di essere sedate ed allora viviamo il tempo attuale.

Il “carpe diem” degli anni duemila è ben lungi dal ricalcare lo spirito del poeta romano, ma paradossalmente è un moto di pensiero che rimane intrappolato in un significato tra il salvifico (permette di non abbattersi) e la condanna (fa credere che le cose non possano andare altrimenti e, se non c’ è niente da fare per cambiare lo stato delle cose, niente si fa). “Cogli l’attimo” per sopravvivere, non per scelta consapevole, ma per difesa, più o meno consapevole, più o meno accettandolo. Contattare il dolore e la fatica dell’incerto non è possibile senza farci vacillare ed allora finché c’è da arrabattarsi c’è speranza, di cosa non saprei dirlo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/07/07/oggi-piu-che-mai-carpe-diem/1051850/

Sull’autodeterminazione, tra diritto e dovere

Autodeterminazione! Esiste concetto la cui realizzazione può dare maggiore valore al nostro esistere? Questa parola mi ha sempre affascinato ed attratto, vi ritrovo la componente fondamentale del benessere dell’uomo, inteso, non come stato di felicità, irrealizzabile a priori a mio parere, ma come personale possibilità e capacità di creare e mantenere uno stato di equilibrio che permetta una continua crescita, nonostante le traversie inevitabili della vita.
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Il trovare la propria strada, larga e affollata da dividere con quella di tanti altri, oppure stretta e solitaria in cui ogni incontro è oasi nel deserto, dovrebbe essere un’opportunità per tutti, un qualcosa di non contrattabile.

Per autodeterminazione si intende la facoltà, il diritto e la capacità di operare scelte in piena autonomia senza obblighi o costrizioni di sorta. Ne consegue la responsabilità imprescindibile dell’imputabilità e delle conseguenze di ogni volere ed azione.

L’espressione “diritto all’autodeterminazione” compare e prende vigore con la nascita dei movimenti delle donne che rivendicano la propria indipendenza ed autonomia sul loro corpo ed il loro pensiero, ma è un concetto troppo importante e trasversale perché non debba espandersi ad ogni singolo individuo, uomo o donna che sia, e successivamente viene stabilito, anche nel diritto internazionale, il principio di autodeterminazione dei popoli. Principio piuttosto disatteso, se pensiamo proprio alle vicende internazionali in cui si parla, ad esempio, di esportazione di democrazia (ed implicitamente di sistema di sviluppo) negando la storia e la cultura di chi si va, in definitiva, ad invadere.

Il concetto è semplice, ma la sua messa in pratica abbastanza difficile. Riprendiamo proprio l’“idea” di democrazia che dovrebbe fare dell’autodeterminazione uno dei suoi pilastri. In molti sistemi democratici il “potere del popolo” (con la presupposta fiducia che sia libero e capace di governare) rimane solo una formula accattivante, facilmente spendibile, difficilmente attaccabile nell’immaginario comune, ma ben lontana dall’essere realizzata concretamente.

Si discute di ovvietà, ma l’ovvio rimane una delle categorie concettuali più difficili da comprendere per la moltitudine. La persona invece di pensare con la sua testa, fa meno fatica a seguire schemi già preimpostati dal pensiero dominante.

Libertà di scegliere significa possibilità di essere informati correttamente, altrimenti quel che si decide risulta condizionato da informazioni non corrispondenti al vero e non può pretendere legittimità. Nell’era di internet tutto è informazione o meglio tutto viene spacciato come tale, quindi l’individuo medio, sovrastimolato da input, dà una rapida occhiata a qualsiasi cosa gli passi davanti senza soffermarsi su niente, ma diventa pretenzioso del valore del proprio punto di vista, guai a sottrarglielo, si grida all’attentato alla libertà d’espressione, non importa quali qualifiche egli abbia o che reale livello di informazione possieda. L’individuo medio si ritrova in realtà virtuali, come i social network, dove è chiamato ad essere (si chiama ad essere) analista politico, sportivo, culturale, dispensatore di valutazioni, giudizi, sprazzi della propria vita privata che nessuno gli ha mai chiesto ed, in molti casi, senza averne le capacità o la moderazione necessaria.

Possiamo parlare, in contesti del genere di autodeterminazione? Questa da una parte è continuamente minata alle basi attraverso i media e le illusioni del progresso, dall’altra però pensare che la realtà attuale, precaria, consumistica e alienante, nella quale viviamo, sia la sola possibile e che noi non ne siamo direttamente responsabili è quasi dissociativo. Forse temiamo il prezzo troppo alto che l’autodeterminazione oggi più che mai richiede.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/18/sullautodeterminazione-tra-diritto-e-dovere/1031540/

Psicologia e cliché di genere: ‘Fai l’uomo!’

“Fai l’uomo!”, quante volte, nella vita di noi maschi, ce lo siamo sentito dire? E quante volte siamo stati noi a pronunciare queste parole? Di solito, l’intento di questa espressione è quella di esortare ad un comportamento più virile, o meglio, più adeguato a quelli che sono i canoni della virilità riconosciuti, non di rado, è implicito, quando non esplicito, un tentativo consapevole di offendere o una dichiarazione di disprezzo. Se ti esorto a fare l’uomo è perché ritengo che tu uomo non lo sia o che, come tale, non ti stia comportando. Chi riceve una simile espressione viene ferito nell’amor proprio, se ne può vergognare o si può arrabbiare. E’ indubbiamente una frase carica di significato sociale e che va dritta a stuzzicare l’immaginario comune e la propria intimità. Se non faccio l’uomo, non lo sono e allora cosa sono? Perdo me stesso. La mia identità la difendo con le unghie e con i denti, anche con aggressività. Se una donna vuole colpire e provocare un uomo, queste tre parole possono bastare ad assestare un bel colpo. D’altronde anche gli uomini tra di loro non se ne risparmiano certo l’utilizzo.
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Sono tante le provocazioni alle quali non si reagisce o si lasciano cadere, durante litigi o scontri, ma “Fai l’uomo!” o “Non sei un vero uomo!” hanno la via privilegiata per far cedere alla rabbia con tutto quello che ne può conseguire (anche arrivare allo scontro fisico o alla sopraffazione fisica, se si sa di essere più forti, tentando di ristabilire la propria dignità con la violenza).

Al contrario l’espressione “Fai la donna!” è molto meno “quotata”, è relativamente meno carica di senso di identità ferito ed è più raro che un uomo dica ad una donna che tale non è. Se lo fa, vi è sottinteso un aspetto leggermente diverso, legato al ruolo subalterno che ci si aspetta che la donna debba tenere e che dovrebbe assecondare, ma anche qui il tutto sembra maggiormente legato a stereotipi maschili. Tra donne dubito si lancino accuse di questo tipo, almeno non mi è mai capitato di assistervi.

Su questo aspetto, l’altro sesso sembra essere più libero di appartenere al proprio genere, senza venire disconfermato dal suo modo di comportarsi. Forse significa anche che ha un senso di identità e di appartenenza più saldo del nostro, non si deve dimostrare di essere donne, ma paradossalmente di essere/valere come gli uomini, cosa ben diversa.

C’è differenza tra essere e modo di comportarsi, va compresa e sottolineata. Essere uomini o donne non ci qualifica, ma semplicemente ci identifica, come utilizzeremo l’essere tali lo decideremo noi (non ne faccio un discorso esclusivamente legato al genere). Un lessico carico di queste valenze sociali veicola solo stereotipi ben camuffati.

Le parole sono importanti perché, dietro al loro utilizzo, c’è il parto della nostra cultura, dei nostri costrutti mentali, conoscerne la gestazione significa darci possibilità di educarle e farle crescere in modo funzionale. Ho reale possibilità di scelta, se acquisisco consapevolezza, questo mi porta al cambiamento.

Non sono più o meno uomo se piango o trattengo le lacrime, non sono più o meno uomo se porto lo stipendio più alto a casa o quello più basso, non sono più o meno uomo se mi va di abbracciare un altro uomo e lo faccio oppure mi trattengo, non sono più o meno uomo se, nello spogliatoio in palestra, parlo di come vanno trattate le donne e quali regole seguire oppure getto loro il mio rancore per storie finite come non vorrei fossero andate a finire, non sono più o meno uomo se passo io la maggior parte del tempo con i figli, anziché la mia compagna, ma queste mie scelte mi caratterizzeranno e saranno espressione della qualità della mia vita.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/06/03/psicologia-e-cliche-di-genere-fai-luomo/1010568/

Facebook e la solitudine

Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un trattato su una equiparazione ragionata tra facebook e la solitudine. Esagero volutamente, ma di fondo tocco un tema rilevante. Svariate riflessioni sono state già prodotte e circolano come articoli sul web, ma provo a fare anche io qualche considerazione.
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Facebook è il social network che ha rivoluzionato le nostre vite, volendoci fermare in Italia, su una popolazione di circa 61 milioni di persone, all’incirca 26 di queste vi sono iscritte e la maggior parte vi accedono quotidianamente. Obiettivo: condividere i propri pensieri, le proprie azioni, le proprie foto, le altrui foto, citazioni, giochi, articoli, satira, link, vignette, video, eventi e probabilmente ancora qualcosa che mi sfugge. Risultato: riduzione consapevole e, in certi casi drastica, della propria intimità, essendone però ben contenti.

La solitudine, in breve, è una condizione umana nella quale l’individuo si isola per propria volontà o a causa degli eventi della vita oppure viene ad essere isolato dagli altri. Ne nasce un rapporto privilegiato con se stesso. Sempre in Italia, su una popolazione di circa 61 milioni, all’incira 61 di questi vi sono iscritti e la maggior parte vi hanno avuto e vi hanno accesso, con modalità soggettivamente differenti, nell’arco della loro vita. Obiettivo e risultato: vivere con tutto quel che il vivere comporta.

In sé la solitudine non ha necessariamente un qualcosa di negativo, a fare la differenza sono i modi attraverso i quali ci si arriva e la temporaneità e invasività di questa condizione.

Cosa possono avere in comune quindi facebook e la solitudine?

Sono tra i 26 milioni di utenti facebook e accedo quasi quotidianamente al social network, scrivo informazioni riguardanti la mia vita e ne ricevo riguardanti quella degli altri, alcuni amici, altri conoscenti, altri a malapena so chi siano. Un’amicizia sul social non si nega a nessuno o quasi.

A volte ricevo informazioni, aggiornamenti, notizie che mi interessano, molte altre volte sono cose che mi lasciano indifferente o addirittura mi fanno pensare: “Ma cosa vuoi che mi importi?”. Se giochi, devi stare alle regole del gioco, facebook è quello che è, iscrivendoti ne accetti le modalità e non è escluso tu possa suscitare gli stessi pensieri che gli altri fanno venire a te, anzi è probabile. Volendolo, si possono togliere le persone dalla homepage per non riceverne gli aggiornamenti, ma farsi gli affari degli altri, anche quando poco interessanti, è sempre una tentazione, non fosse altro per puro gossip o per giudicarli e sentirci migliori.

Ma perché condividiamo? Un verbo così intenso e pieno di significato come “condividere”, che richiama l’idea del contatto e della vicinanza in una relazione, ha realmente la stessa valenza su un social network? Perché, ad esempio, se guardo un bel tramonto, invece di stare lì a godermelo, devo farci una foto e postarla,interrompendo la bellezza e forse l’unicità di quel momento? Perché devo aggiornare continuamente gli altri di come sto e cosa faccio? Cosa si cela dietro questo, se non il bisogno di non rimanere soli e la paura che ciò possa succedere?

Shopenhauer diceva: “Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi”. Contattare la solitudine ci porta a contattarci eludendo la superficie, ci fa scendere in profondità, proprio quella che i social network ci negano, ci tolgono il sano senso del pudore, la consapevolezza che certi momenti sono solo nostri e tali dovrebbero rimanere, il fascino del non detto, la possibilità di partecipare attivamente, invece di subire la partecipazione. Se non posto gli altri non mi considerano, si dimenticano di me, non mi fanno sentire importante come vorrei io essere per loro, chiunque essi siano, se non posto sono solo, devo parlare alla mia solitudine e non ci si ricorda più come si fa, non si è più abituati. Sono reali questi timori o sono indotti da una assuefazione di cui non ci si rende davvero conto?

Non sono sicuro che i social network siano solo questo, la possibilità di creare, mantenere e ritrovare persone e relazioni non necessariamente si ferma al virtuale. Un mezzo acquista significato anche grazie all’utilizzo che se ne fa, ma non so se c’è vero equilibrio tra quel che guadagniamo e quel che perdiamo,come ho detto sono solo delle semplici considerazioni, ci vorrebbe un trattato.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/19/facebook-e-la-solitudine/990515/

Parità di genere: ripartiamo dalla scuola, legiferare non basta

“Partire dai ragazzi e dalla scuola” è il leitmotiv che viene fuori dai numerosi incontri in cui, in questi anni, mi sono ritrovato a parlare di violenza e questioni di genere, incontri pubblici, ma anche privati, con uomini e donne sensibili al tema.
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E’ interessante soffermarsi, qualche rigo, sull’origine della parola scuola. Essa nasce dal latino schola, a sua volta derivante dal greco antico σχολεῖον (scholeion) e σχολή (scholè). Il termine greco significava inizialmente “tempo libero”, solo successivamente è passato a descrivere il “luogo in cui veniva speso il tempo libero”, cioè il posto in cui si tenevano discussioni filosofiche o scientifiche durante il tempo libero, per poi descrivere il “luogo di lettura”, fino a farlo coincidere con il luogo d’istruzione per eccellenza. La scuola quindi non è intesa, inizialmente, come il punto di riferimento per la formazione del sapere, ma come quello dove si impara a conoscersi, quando tutte le altre attività non sono da svolgere, allora si trova tempo per sé stessi e quel che più piace.

Il sapere, il sapere essere ed il saper fare sono le tre dimensioni che ogni allievo dovrebbe imparare a padroneggiare, anche se, troppo spesso, nei contesti scolastici,c’è un evidente sbilanciamento a favore del sapere. Se la scuola diventa maggiormente in grado di dare possibilità di crescita non solo al sapere, ma anche al saper essere, il saper fare ne sarà una diretta conseguenza.

Esistono due realtà tra le quali l’istituzione scolastica diventa inevitabilmente ponte: la famiglia ed il contesto sociale allargato.

La famiglia, in teoria, dovrebbe costituire il luogo dell’intimità per eccellenza, nel quale, dopo la nascita, si muovono i primi passi sotto la certa protezione dei propri genitori. Nessun contesto dovrebbe risultare maggiormente deputato all’espressione libera del proprio sé in sicurezza, eppure, in pratica, si sa quanto difficile sia il mestiere di genitori e, nella nostra esperienza di bambini e adolescenti, possiamo probabilmente ricordare di non essere sempre stati riconosciuti per quel che realmente provavamo, dovendolo modificare per non sentire a rischio l’affetto dei nostri cari. Quel che si prova non è mai buono o cattivo, lo si prova, la differenza la fa il gestirlo in modo appropriato. Modalità di accudimento tese a negare il vissuto dei bambini o a etichettarlo come cattivo sfornano adulti nevrotici che faticano a ritrovare il contatto con i propri sentimenti, perché li è stato insegnato che a farlo si viene giudicati negativamente. Senza nulla togliere all’importanza del contesto familiare, anzi sottolineandone l’enorme ed indubbia influenza, questo può essere troppo invischiante per operare delle riflessioni sul genere.

Padre e madre sono il primo esempio, dato ai figli, del proprio e dell’altrui sesso, ognuno dei due trasmetterà la propria idea dell’essere uomo e dell’essere donna e, dando per assodato che la cultura nella quale siamo immersi è ancora fortemente patriarcale, è facile che la famiglia veicoli messaggi coerenti con il modello dominante, consapevolmente o meno.

Il rischio è quindi che la famiglia potrebbe, essa per prima, non riconoscere gli stereotipi di genere, d’altronde gli stessi genitori provengono da una educazione che, ancor meno dell’attuale,si poneva certe domande in merito alle diseguaglianze di genere.

Il contesto sociale allargato invece, costituito da tutto ciò che non rientra nell’ambito familiare e scolastico, è di per sé un terreno di sperimentazione enorme, dove il monitoraggio da parte degli adulti significativi ha molta meno presa ed impatto, data la sua vastità, e gli influenti input esterni proposti (da tv, musica, radio, giornali etc..) possono supportare facilmente idee sessiste.

L’istituzione scolastica diventa quindi il luogo ideale per fornire modelli alternativi, qui le relazioni sono importanti, ma meno invischianti e libere da condizionamenti e il contesto ha dimensioni gestibili. Gli adulti possono essere autorevoli, se non si mostrano autoritari, e i propri pari sono una palestra sempre pronta all’esercizio delle proprie emozioni.

La scuola dovrebbe farsi garante dell’aiutare i ragazzi a consapevolizzare la propria identità di genere, rispettando e non prevaricando quella altrui. Se è vero che essere maschi o femmine è un dato di fatto incontrovertibile e che quindi sia ipotizzabile che non sia un qualcosa sottoponibile ad insegnamento, è anche un dato di fatto che, finora, donne e uomini non hanno avuto, nel corso della storia, la stessa libertà di espressione, di conseguenza qualcosa non ha funzionato e ne paghiamo tutti un prezzo, catene ben visibili per le prime ed altre meno visibili per i secondi.

Per fermare la violenza e per rapporti più sani ed equilibrati tra i generi o partiamo dalla scuola o perdiamo una grande occasione di cambiamento sociale e culturale, perché possiamo legiferare quanto ci pare, ma, se non tocchiamo profondamente le coscienze, otterremmo imposizioni che si sostituiscono ad imposizioni, solo con nomi più raffinati.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/05/parita-di-genere-ripartiamo-dalla-scuola-legiferare-non-basta/973443/

Crisi, come fare la rivoluzione se devo pagare il mutuo?

Come fare la rivoluzione se devo pagare il mutuo? E’ una frase con la quale bisogna fare inesorabilmente i conti per poter cambiare lo stato delle cose al giorno d’oggi. Essa è contenuta nel libro “Il Potere, il mondo moderno e le sue contraddizioni” di Sebastiano Caputo e Lorenzo Vitelli due giovanissimi giornalisti, rispettivamente di ventidue e di ventuno anni, che si cimentano nel loro primo saggio dopo aver già dato prova, insieme ad altri collaboratori, di un forte spirito critico e di controtendenza nella testata online L’Intellettuale Dissidente dove virtù, ma soprattutto vizi del nostro modello di sviluppo e della nostra cultura sono passati al setaccio e argomentati.
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Come si può quindi fare la rivoluzione, se esiste un prezzo che devo pagare nella mia quotidianità e che vivo in modo vincolante? Quando non ho niente, ma mi viene fatto credere di avere qualcosa, anche solo l’illusione diventa ossigeno per non soccombere definitivamente. I meccanismi e le dinamiche mentali sono stati plasmati e portati ad una assuefazione che, già solo vent’anni fa, non sarebbe stata possibile, oggi non solo è possibile, ma è la norma.

Come posso quindi essere libero con le catene addosso? Come posso spezzarle, se dispongo della sola forza delle braccia? Come posso riconoscerle se, il più delle volte, le scambio per ornamento?

La rabbia monta tra la gente comune, l’insofferenza è visibile, ma è anche introiettata in modo tale da far ormai parte integrante del proprio essere e modo di concepire la vita. Si accetta il malessere perché si crede di non poter cambiare il mondo e credendolo ovviamente questo non cambia. Siamo micce accese a cui è stato tolto l’esplosivo. Anche quando la rabbia, in determinati contesti, esplode, sembra quasi fungere da disinnesco per esplosioni ben più grandi.

Siamo la società dell’indignazione tramite social network, tra un selfie ben riuscito e la citazione di un autore mai letto, tra la foto della cena poco prima che finisca nello stomaco e il nostro ultimo personale pensiero illuminante di cui agogniamo i mi piace ed i commenti degli amici che ci confortano del fatto che, almeno su Facebook, siamo qualcuno. Se piacciamo su facebook piacciamo anche nella vita reale, no?

Il più grande inganno sembra essere racchiuso in una delle parole più amate ed utilizzate ossia la democrazia, quel potere in mano al popolo che il popolo non ha mai avuto in mano. Esso è costretto a farsi rappresentare da gruppi che da gruppi di rappresentanza si sono trasformati in gruppi di potere rappresentanti solo i propri ristretti interessi, facendo illudere il cittadino che il suo voto sia espressione di controllo e libertà, salvo poi ritrovarsi in una delle peggiori crisi di sempre senza avere capito come e accettando il precariato come parte del vivere, pur soffrendone visibilmente. Il problema è esterno (una cattiva gestione della cosa pubblica), ma finiamo per interiorizzarlo tanto da farne un problema interno e quindi interiore (sono io che non sono in grado o comunque non ho i mezzi per cambiare le cose).

Lo stesso voto, spacciato come garanzia di democrazia, è frutto di un accurata fabbricazione da parte di chi ha i mezzi necessari per pilotare le opinioni. Nel caos delle multi-informazioni presenti su internet, nel fascino e nel carisma di determinati personaggi che non veicolano contenuti, ma immagini e status ai quali aderire, nella faziosità e nella particolarità degli interessi individuali che non riescono a creare una visione unica d’insieme, nella mancanza e distorsione continua dei fatti, nella creazione di non-problemi per omettere i problemi, il voto può essere reale espressione di libertà di pensiero?

L’astensionismo in crescita è segnale che il giocattolo del voto non funziona più come prima, ma è evidente che, al momento, funziona ancora abbastanza bene.

Il libro dei due giovani autori vuole essere un sunto ben riuscito di quello che è stato il potere negli ultimi decenni, una chiave di lettura del presente che parte dal passato lontano quando, ad esempio, civiltà più sagge della nostra, come quella greca, avevano compreso l’utilità di rimanere vincolati ad una produzione finalizzata al consumo, quanto bastava per soddisfare i bisogni naturali, quindi finiti e limitati, per poi potere avere tempo per il vivere. Superare i limiti significava rompere i rapporti umani nell’accezione qualitativa che diamo al termine umano che dovrebbe rappresentare il meglio del nostro essere. Rompere i limiti oggi ci pone in una terra di nessuno dove pensare di avere il controllo è la peggiore minaccia all’esistenza dell’uomo. In come questa minaccia si concretizzi credo che lo stiamo appena cominciando a vivere.

Per fortuna c’è chi ne scrive, per chi vorrà, buona lettura!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/22/crisi-come-fare-la-rivoluzione-se-devo-pagare-il-mutuo/959352/

Lucignolo, stereotipi contro la violenza di genere?

Leggo del programma di Italia 1, Lucignolo, che organizza delle liti simulate con degli attori, mettendo alla prova le reazioni degli ignari passanti. C’è un lui che aggredisce una lei con grida, urla e strattonamenti e sempre un lui che scippa una lei e prova a scappare. Il “gioco” si chiama prova dell’indifferenza. Recentemente la trasmissione è stata a Firenze e la città di Dante supera a pieni voti il test. Rispetto ad altre città, in cui Lucignolo ha portato la prova dell’indifferenza, i fiorentini sono stati molto più pronti nell’agire e nell’arginare le violenze e lo scippo.
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Non mi piace l’idea di spettacolarizzare la violenza di genere, ne ho scritto più volte, a mio parere, ci porta sempre poco lontano e può essere dannosa, anche se certamente la cosa ha il suo ritorno in termini di telespettatori. Per qualsiasi trasmissione televisiva è l’audience il parametro del successo, ma la qualità del prodotto non si misura dal numero di telespettatori, ma dal ritorno in termini di reale comprensione di quel che si vuole portare sullo schermo.

Trovo il video girato a Firenze e lo guardo, ma non noto solo la solidarietà ed il coraggio dei passanti di cui parla l’articolo che ho letto, ma sostanzialmente vedo uomini pronti ad usare la stessa violenza di cui sono spettatori per difendere un soggetto considerato a prescindere debole che ancora una volta è sempre una donna. Donna vittima e uomo carnefice oppure eroe della situazione, non si sfugge. Sono intervenute anche delle donne durante la lite pubblica, ma, anche se l’atteggiamento è stato fermo, forte e deciso, non c’era sfida o pose e linguaggio da ”giustiziere della notte”. Difendevano una di loro senza il machismo che contraddistingue noi uomini e che nel video straborda da ogni espressione e atteggiamento.

Il messaggio dato all’attore dai passanti intervenuti è quasi sempre stato: “sei un uomo e lei è una donna, quindi non puoi picchiarla, è il sesso debole, noi siamo il sesso forte”.

Immagino non sia semplice trovarsi ad assistere in strada ad un uomo che minaccia e picchia una donna, bene che qualcuno intervenga ovviamente (se c’è bisogno di telecamere significa che non lo si dà per scontato), ma molti stereotipi presenti sono passati completamente inosservati.

Un signore che interviene nella lite dice all’attore che lo invita a farsi gli affari propri: “Io mi faccio gli affari miei, io difendo una donna! Una donna! Lo sa cos’è una donna lei?”
Già cosa è una donna? Ma soprattutto chi è?

L’ espressione di quel signore, in varie forme, la ritrovo in tantissimi atteggiamenti del maschile nei quali ci arroghiamo il diritto di sapere cosa sia o non sia una donna e cosa debba o non debba fare. E noi? Un uomo! Lo sappiamo noi cos’è un uomo? Ma soprattutto chi è?

Dice bene la voce ad inizio filmato, abbiamo un’attrice nella parte della vittima e un attore nel ruolo del violento, parti e ruoli diventano sostanza, non riconoscendovi la costruzione sociale culturale da cui nascono. L’era dell’apparenza tutto inverte e tutto trasforma.

La finzione prende il posto della realtà depotenziandola perché sia fruibile sul piccolo schermo, ma rendendo evidente che chi vorrebbe mettere alla prova viene messo alla prova lui stesso dal meccanismo che ha messo in moto e il risultato non si discosta poi troppo da quello che condanniamo come, tante volte, invece pensiamo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/25/lucignolo-stereotipi-contro-la-violenza-di-genere/925195/