Archivio per 28 settembre 2014

“Convegno finale progetto PRO.TE.SE. PROtocollo TErritorio SEnsibilizzazione – pratiche e competenze sulla violenza di genere”

Il 22 Settembre 2014 ho partecipato al Convegno “Pratiche e Competenze sulla Violenza di Genere” del Comune di Pavia.

Protese 22

Scuola di Psicoterapia Comparata-Docenza

Il 18/05/2014 ho svolto una Lezione sul lavoro con gli uomini autori di violenza domestica nella Scuola di Psicoterapia Comparata di Firenze

Uisp e violenza di genere

Il 21/02/2014 ho partecipato in qualità di relatore, al Seminario sulla violenza di genere organizzato dalla UISP (Unione Italiana Sport per Tutti) tenutosi a Firenze all’Hotel Mediterraneo.

Stereotipi: essere uomini tra luoghi comuni e tanta realtà

Essere uomini e portarsi dietro ogni luogo comune sulle intenzioni, sui modi di essere, di pensare e di agire, su dove si vuole andare a parare quando si intavola una discussione con una donna, su quale sia la considerazione generale che si ha nei confronti dell’altro sesso, è faticoso.

Essere uomini, in questo modo e in questo mondo, è cosa ingrata. Perché tutti questi luoghi comuni? Perché esistono e sono ben presenti in ogni uomo. A livello individuale, possono forse trovarsi degli argini o una dimensione più contenitiva, a livello di gruppo, di solito, invece bisogna adeguarsi e seguire le linee comuni che vanno in esternazioni verbali ed agiti poco rispettosi, quando non invadenti o addirittura aggressivi. Attenzione, non voglio semplificare, cercherò di spiegarmi al meglio. Non voglio dire che per tutti gli uomini sia così, ma che per tutti valgano delle tendenze su cui poi ognuno ha sì libertà di scelta e di opposizione, ma relativa.

In circostanze frequenti, tra uomini, se qualcuno fa una battuta sessista, si assiste ad una cooperazione per sostenerlo, se non per entrarvi in competizione con battute o espressioni di tenore analogo. Il gruppo di maschi sperimenta una sorta di temporanea unione di intenti in grado di abbattere qualsiasi differenza precedente. È una gara a chi ce l’ha più lungo senza temere il confronto. Tacere significa far passare che non si è abbastanza uomini. Non sia mai!

Ogni uomo sa di cosa sto parlando, senza voler generalizzare, in realtà, possiamo tranquillamente permettercelo. Anche per uscire fuori da certe tendenze bisogna prima consapevolizzarle e prendere atto che ci si vive immersi. Il luogo comune siamo anche noi.

In passato gli stereotipi di genere erano rigide regole della società che non venivano messe in discussione perché funzionali all’ordine costituito che doveva essere preservato, per farlo gli uomini utilizzavano la forza, la costrizione e l’assuefazione. La società ci credeva davvero, non si pensava in torto. Lo stereotipo non veniva certo classificato come tale, era l’espressione dell’andamento naturale delle cose.

Oggi possiamo permetterci di evidenziare e criticare tutto questo, grazie ai movimenti delle donne, ma non ancora di risolverlo. Molte cose sono cambiate e stanno cambiando, ma è anche un momento di stasi prodotto, a mio avviso, dal fatto che le donne hanno ormai fatto il possibile per indicare le strade percorribili, ora sta agli uomini e, sebbene fasce di popolazione maschile si muovano in direzioni adeguate, esse sono nettamente minoritarie.

Non è un atto di accusa nei confronti del genere maschile, un tale atteggiamento altrimenti non farebbe altro che frenare un cambiamento che già di per sé viaggia a velocità ridotta. Chiunque si senta accusato si difende ed invece di stare sul contenuto dell’accusa è più facile attacchi o si sottragga al confronto. La mia quindi è solo una constatazione dalla quale partire. Sono stato abbastanza uomo e ho frequentato abbastanza uomini per parlare con cognizione di causa, all’incirca per 36 anni. Ogni uomo è legato con le catene agli stereotipi sessisti, c’è chi ha una catena più lunga e chi una più corta, ma l’uomo veramente libero da stereotipi non può essere un singolo individuo. Egli può realmente esserlo solo a livello collettivo.

L’individuo non può che rappresentare la comunità in cui vive, se ne può distanziare certo, ma la rappresenta perché ne è frutto, anche il suo dissenso nasce comunque dal suo particolare modo di stare nella collettività. L’uomo emancipato, in una comunità portatrice di stereotipi, è solo uno schiavo ben agghindato per il giorno di festa, ma che negli altri giorni rivela tutta la sua sottomissione. L’uomo libero vive in una collettività libera.

Non mi sento esente da stereotipi sessisti, proprio in virtù del fatto che la realtà sociale ne è piena e ci faccio i conti con parenti, amici, colleghi di lavoro, sconosciuti, fino ad arrivare a farli con me stesso davanti allo specchio. Con gli altri uomini, in presenza di sessismo conclamato o strisciante, a volte posso intervenire, a volte non mi è possibile, a volte non saprei come spiegarmi, a volte mi sembra uno spreco di energie. Sempre di più però ne sento il bisogno.

Faccio azioni di sensibilizzazione, ma queste sembrano per lo più mirate a uomini già sensibilizzati, con più fatica raggiungo tutti gli altri che rimangono la maggior parte. Numerose volte gli uomini che mi circondano fanno battute sessiste senza che gli passi minimamente per la testa non solo la svalutazione della donna, ma anche la loro che ne è conseguenza diretta. Spesso farlo notare suscita sguardi un po’ sorpresi ,un po’ ridanciani, un po’ rabbiosi come a dire: “Ma chi sei tu? Non sei dei nostri?Cosa vuoi?”.

Arrivare ad una unica consapevolezza maschile generale è l’obiettivo che dobbiamo porci, dal livello individuale è necessario partire, ma la strada da percorrere è la collettività maschile, altrimenti è una battaglia che non si vince. Ecco perché rilancio la necessità dei gruppi di autoconsapevolezza maschile come strumento di elezione per il cambiamento nelle questioni di genere.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/23/stereotipi-essere-uomini-tra-luoghi-comuni-e-tanta-realta/1129841/

Daniza, come uccidere due madri e far tacere la coscienza

Rimango indeciso fino all’ultimo se scrivere sulla tragedia consumatasi, nelle scorse ore, sulla pelle di una madre, Daniza, un’orsa che, nei boschi del Trentino, aveva aggredito ad Agosto un uomo in cerca di funghi, considerandolo un potenziale pericolo per i suoi cuccioli. E’ stata catturata con una dose di anestetico che le è risultata poi fatale, lasciando orfana la sua prole. Sarebbe bastato che l’orsa non si fosse imbattuta nell’uomo e ora, con tutta probabilità, starebbe a godersi la vita nei boschi. Quanto può essere fatale per la Natura imbattersi nell’uomo, la sua creatura più razionale! Razionalità utilizzata in modo irrazionale, la grande contraddizione di chi dimentica con facilità che sempre della Natura è figlio. Sono due le madri ad essere state uccise.

La mia remora nello scrivere è dovuta al semplice fatto che, come sempre, l’indignazione viaggerà su internet per qualche giorno e poi finirà nel dimenticatoio. Io stesso, con questo post, farò la mia parte, prenderò posto nel carrozzone degli indignati. Errare humanum est perseverare autem diabolicum. Humanum e diabolicum, un’accoppiata che non smette di mostrarsi affiatata.

Ci commuoviamo perché l’innocenza commuove e non esistono esseri più innocenti di animali, bambini e folli, baluardi di una sensibilità perduta, ma di cui testimoniano la presenza, gli unici a non piegarsi agli imperativi sociali e culturali, se non con la forza e l’inganno. In preda a questi pensieri, combatto la titubanza di scriverne, esplicitandolo come un gesto egoistico, non voglio tanto parlare ai lettori e neanche denunciare, c’è chi sa e saprà farlo meglio di quanto possa fare io. Scrivo per me, perché sento il bisogno di ricordarmi non tanto di Daniza, ma dell’impotenza che episodi come quelli di Daniza mi portano a galla.

L’orrore della cattura e della uccisione dell’orsa (forse accidentale, ma che comunque, ripeto, non sarebbe avvenuta se Daniza non avesse incontrato l’uomo) non necessità di commenti ed è già inflazionato dagli stessi, scrivo perché mi voglio semmai autodenunciare, consapevole di non (poter?) fare niente, se non aspettare il prossimo evento che mi scuoterà, incapace di trovare non solo canali di emozione, ma anche canali di azione. Non basta urlare il no, è necessario agirlo. Non basta denunciare la violenza, è necessario attivarsi per interromperla.

Un ultimo appunto che rivolgo sempre a me stesso (perdonate), l’orrore e la violenza si celano anche nella vita precaria e nello smantellamento delle politiche sociali in atto saturi di episodi tragici quotidiani di cui i media parlano a singhiozzo. Non voglio strumentalizzare la morte di Daniza perché per un po’ si parli d’altro, aggiungerei violenza a violenza. Se di Daniza mi “dimenticherò” il resto l’ho sotto gli occhi tutti i giorni.

Forse qualcuno potrebbe farlo notare ai nostri politici che non mostrano la stessa indignazione che stanno mostrando per la morte dell’animale, quando a morire dentro sono persone che non sono più in grado di costruirsi un futuro grazie alle loro politiche, ma ormai è sempre più tempo di cercare soluzioni, non di sperare in chi ha creato i problemi.

La vita è sacra in ogni sua forma.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/12/daniza-come-uccidere-due-madri-e-far-tacere-la-coscienza/1118953/

Angela Merkel assume psicologi trainer. Un errore?

Quando viene chiesta la consulenza di psicologi nelle disparate aree di competenza umana, la nostra categoria dovrebbe esserne soddisfatta. Questo in teoria almeno. Siamo in tanti, poco e male utilizzati (in Italia è evidente), ogni iniziativa che ci tiri in ballo dovrebbe essere a vantaggio del riconoscimento pubblico del valore del nostro lavoro. Lo psicologo non si occupa solo di stress, patologia e marginalità, per dirne alcune, ma il suo campo di intervento dovrebbe essere la crescita dell’individuo in piena libertà e autonomia, dato che la prima causa di malessere è la costrizione e il non riconoscimento del proprio sentire.

La psicologia è una scienza giovane e vecchia allo stesso tempo. Giovane perché il suo studio sistematico è recente, vecchia perché, fin da quando l’uomo è stato in grado di comunicare, interagire, emozionarsi, ha inevitabilmente avuto a che fare con essa. Non è ancora una scienza matura. Siamo tutti un po’ psicologi, senza che nessuno di noi lo sia realmente. Non a caso i professionisti della salute mentale, nella maggior parte dei casi, sono loro stessi, per primi, a sottoporsi a percorsi di terapia e continua scoperta di sé.

L’inconscio esisteva ben prima di essere nominato, ma, da quando lo è stato, si è alla continua ricerca di dare un volto a ciò che non lo ha per definizione, dei labili contorni sono stati comunque tracciati, riconosciuti e utilizzati.

Inculcare negli altri idee diverse da quelle che avrebbero, se lasciati liberi di pensare con la propria testa, con informazioni corrette sugli eventi, è una realtà.

Con la nuova tecnologia forme di imbonimento e di intrattenimento mentale riescono paradossalmente a distoglierci dagli argomenti senza da essi deconcentrarci. Esisterebbe internet così come lo conosciamo per la gente comune, se non si avessero avute delle garanzie di controllo su quel che paradossalmente appare non controllabile ? Queste garanzie vengono proprio dallo studio scientifico della mente umana. Marketing e pubblicità sono l’effetto relativamente soft e più appariscente di un qualcosa che, dietro le quinte, deve assumere proporzioni maggiori e propositi maggiormente ambivalenti. D’altronde chi è che, avendo le chiavi per aprire una porta di una stanza sconosciuta, non la aprirebbe per entrarvi e curiosare? In seguito la differenza la fanno le intenzioni che si hanno quando si è all’interno con quel che vi si trova.

Angela Merkel ha deciso di assumere degli psicologi trainer per migliorare le tecniche di persuasione nella sua squadra di governo rendendo pubblica la notizia. Si legge: “Lo scopo: orientare positivamente i comportamenti dei cittadini.” In questa affermazione si nascondono due gravi sottintesi ossia la mancanza di fiducia nei confronti delle persone, pensando che non siano in grado di gestire da sole le loro scelte e le relative conseguenze (dal non riconoscimento delle capacità si genera incapacità) e la necessità di intraprendere azioni di persuasione scaturenti da questa convinzione(il potere autoreferenziale genera violenza).

L’ispirazione della decisione della cancelliera tedesca verrebbe dal libro La spinta gentile che evidenzierebbe come le persone tendano a prendere scelte sbagliate sulle questioni per loro più importanti e di conseguenza avrebbero bisogno di una “spinta gentile”, un direzionamento che non sembri tale. L’errore invece è il presupposto ineludibile per fare i conti con esperienza, assunzione di responsabilità e capacità di ripresa.

Non ho letto il libro e non vado quindi oltre i brevi commenti riportati nell’articolo linkato, ma ho accumulato ormai diversi anni di studio e di esperienza clinica per essere convinto che le spinte di gentile hanno solo l’idea che di esse si fa colui che le compie, anche quando si hanno le migliori intenzioni. La spinta prende la direzione che dà colui che compie l’atto che non necessariamente è la più adeguata per colui che lo subisce. Figurarsi cosa significhi tutto questo in un’ottica politica dove l’intenzionalità troppo spesso è a braccetto con l’interesse.

Propongo psicologi trainer per segnalare la retta via ai politici con molti training esperienziali tra gli effetti prodotti dalle loro “spinte gentili”. Utilizziamoli al meglio i nostri psicologi.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/31/angela-merkel-assume-psicologi-trainer-un-errore/1103680/

Internet, sensi (pochi) e controsensi (tanti) della nostra epoca

Trasformare le tragedie in farsa, perdere il confine tra il personale ed il collettivo, convincendosi che il personale sia collettivo e di interesse comune e il collettivo personale e di propria competenza, questa è (anche?, soprattutto?) la nostra epoca. Basta guardare un tg, sfogliare una rivista, girare in rete e abbondiamo di significati svuotati e vuoti riempiti di nullo significato. Che epoca bastarda quella in cui viviamo, si puó dire? Concedetemi l’espressione.

Se guardiamo al generale, molte notizie vengono ripetute all’infinito, rimbalzando a destra e sinistra sui social network e sulle varie testate online, poi, di punto in bianco, scompaiono e si è già presi da quella successiva, questo relativamente indipendentemente dalla notizia in sé. Ce ne sono alcune per cui sarebbe importante poter avere degli aggiornamenti, viene meno misteriosamente la frequenza di quando l’evento è esploso e aveva il vantaggio del nuovo e del manipolabile (in seguito “qualcuno che ha tempo da perdere” può avere il capriccio di approfondire e farsi una idea diversa da quanto riportato dai soliti media).

Fukushima, la Libia, la Siria, l’Ucraina, per citarne alcuni, chi ne parla più con la stessa intensità degli inizi? In alcuni casi chi ne parla più? Nei peggiori, chi se ne ricorda più? Gaza, sotto attacco israeliano, balza giustamente in primo piano, ma la vita dei palestinesi anche in tempo di “pace”, è sempre da prima pagina per le condizioni indegne a cui è sottoposto un popolo nella sua quotidianità.

Eppure le vicende raccontate non si fermano, ma continuano. Storie di violenza, sopraffazione e incuranza della salute pubblica producono tutt’ora delle conseguenze, ma sembriamo non rendercene conto.

Si creano le opinioni e si addestra la gente a considerarle come dati di fatto, il soggettivo si mette in ghingheri e si vanta, da solo davanti allo specchio, di essere oggettivo fino a crederci, convincere se stessi è la chiave per convincere gli altri.

L’indignazione internettiana dura il tempo di una foglia che si stacca dall’albero e raggiunge terra, la pianta ne è ricca e in un autunno perpetuo, al comodo della nostra panchina, fatta di tablet, pc, telefonini intelligenti e qualche cartaceo che ancora resiste, aspettiamo la prossima cadere.

Se guardiamo al particolare, al noi composto dalla gente comune, l’ atteggiamento con il quale possiamo condividere le nostre notizie di vita, seppure esse abbiano ricadute, nella maggior parte dei casi, decisamente più blande e meno tragiche rispetto agli eventi mondani, prolifera di similitudini con quanto scritto in precedenza. Apprendiamo un ben definito modo di vivere o meglio di apparire. Quel che è importante ora non lo sarà più domani, quel che ho ora, non mi basterà più domani.

Online pubblico e privato giocano a scambiarsi continuamente i ruoli, proprio come due bambini i cui genitori si siano assentati, fidandosi troppo della loro capacità di autoregolarsi e autoregolamentarsi e al ritorno neanche loro saranno più in grado di distinguere la prole.

L’antropologo statunitense Edward Hall, con le sue ricerche sulla prossemica, ha delimitato le aree interpersonali (spazi fisici) in cui un individuo vive e interagisce. Egli individua quattro diverse distanze dall’altro a cui una persona risponde regolando la propria comunicazione: la distanza intima (0-45 cm), la distanza personale (45-120 cm) per l’interazione tra amici, la distanza sociale (1,2-3,5 metri) per la comunicazione tra conoscenti o il rapporto insegnante-allievo, la distanza pubblica (oltre i 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.

L’area intima, ossia l’area nella quale l’individuo permette la vicinanza di un’altra persona o altrimenti si sente da essa invaso, è di soli 45 cm, ciò vuol dire meno di un braccio sollevato a mezz’aria. Chiunque valichi la soglia è nostro intimo o è ospite sgradito. Non ci sono definizioni per esprimere il concetto di intimità, essa è nel profondo di ognuno, se portata a galla con le parole può già divenire altro da noi. L’intimità non si (con)divide, si conquista e si difende.

Se fisicamente quindi abbiamo dei limiti a cui il nostro corpo risponde, la “mente-online” di ultima generazione (i telefonini saranno pure intelligenti, ma non necessariamente l’aggettivo va usato su chi li utilizza) si sta abituando pericolosamente a non averne, per cui intimo, personale, sociale e pubblico diventano un guazzabuglio, salvo poi retrocedere quando non ci si relaziona più virtualmente, ma dal vivo, allora vecchie difese e sano senso del pudore e del limite hanno la loro rivalsa, non c’è l’etere o un nickname a rappresentarci, ma “solamente” quel che siamo. Su internet leoni, dal vivo barboncini o poco meno.

Battaglia feroce quella tra i sensi ed i controsensi che ci legano al nostro vivere in un’epoca che ha stravolto i confini fino a pretenderne quasi la soppressione come logica conseguenza.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/18/internet-sensi-pochi-e-controsensi-tanti-della-nostra-epoca/1092803/