Archivio per 27 ottobre 2014

Psicologia: né buoni né cattivi, banalmente umani

Finalmente l’ho letto! Parlo de “La banalità del male” di Hannah Arendt, un libro che, da tempo, mi ripromettevo di avere tra le mani per potermi immergere nella sua lettura e parlare con maggiore cognizione di causa del fascino di un titolo che ho sempre considerato significativo, anche in virtù (o forse soprattutto) del lavoro che svolgo e che mi porta a contatto diretto con situazioni di violenza.

Pensavo che la descrizione di un processo, quello di Adolf Eichmann, funzionario tedesco responsabile della deportazione degli ebrei per l’attuazione della cosiddetta “soluzione finale”, durante la seconda guerra mondiale, fosse una lettura di una certa pesantezza, invece la scrittura della Harendt è chiara, efficace, non annoia mai, appassiona e fa conoscere un pezzo di storia di cui tutti parlano, ma di cui pochi sarebbero in grado di portare degli approfondimenti e andare oltre l’ormai risaputo. Un inutile costrutto mentale, come tanti, che mi ero creato e che solo l’esperienza (la lettura) ha potuto smontare.

Non è mia intenzione soffermarmi sul contenuto storico, sociale, giuridico del libro, ma solo sul titolo ed il suo significato, sunto perfetto di una delle poche “verità” che anni di esperienze personali e professionali mi hanno insegnato. Il male non esiste come un qualcosa di radicato nell’individuo, definizioni come buono o cattivo mi sono sembrate sempre parole dal sapore adolescenziale. Termini che, se utilizzati in modo assoluto, condannano la relatività di cui sono portatori, consacrandone la morte.

Ogni uomo è figlio della sua storia, il comportamento ne è il più diretto e sincero racconto. Siamo abituati, sin da piccoli, a giudicare, a valutare, a parlare degli altri più che a parlare con gli altri. (S)Qualificare l’altro ai nostri e agli altrui occhi ci permette di supporre e fare supporre che noi siamo diversi, possibilmente migliori. Questa tendenza può essere un boomerang e ritorcersi contro di noi, durante momenti di difficoltà personali, perché anche allora sarà più semplice ed automatico giudicarsi. Il giudice cosa fa, se non emettere una condanna o un’assoluzione? Per il giudice la comprensione del fenomeno passa in secondo piano, il suo obiettivo è valutare l’aderenza o meno a leggi stabilite. Se è pur vero che la vita ha bisogno di processi, essa non è un processo o meglio paradossalmente lo è nella misura in cui consideriamo questa parola nel senso di un cammino verso l’ evoluzione e non un luogo di sentenze. L’unica verità assoluta è che ogni verità è relativa, il resto ha a che fare con i nostri umori e i nostri costrutti mentali.

Il cattivo è tale nella misura in cui lo si considera tale, non dando lui possibilità di essere altro, ad essere malvagie sono le azioni e non le persone.

L’animo umano non è esente da vizi o debolezza, ma sono convinto che quando Carl Rogers, psicologo americano, fondatore dell’Approccio Centrato sulla Persona, parlava della Tendenza Attualizzante dell’individuo centrava l’essenza della natura umana. Essa consiste in quella forza che ci porta ad assumere comportamenti tali da mantenere, migliorare e riprodurre noi stessi, motiva intrinsecamente le nostre azioni cercando l’espressione di ogni potenzialità, direzionandoci verso il completamento dei nostri bisogni.

“Abbiamo a che fare con un organismo che è sempre motivato, è sempre intento a qualcosa, che cerca sempre qualcosa. La mia opinione è che c’è nell’organismo umano, una sorgente centrale di energia, e che tale sorgente è funzione di tutto l’organismo, non solo di una sua parte. Il modo migliore per esprimerla con un concetto è di definirla tendenza al completamento, all’attualizzazione, alla conservazione ed al miglioramento dell’organismo”. Rogers, C. (1978)

La Tendenza Attualizzante evidenzia che il concetto di male e bene non spiegano niente, l’organismo si dirige verso il suo miglioramento, dovrà certamente fare i conti con l’ambiente esterno, a volte ne sarà agevolato, il più delle volte forse ostacolato, facendo nascere sintomi che vanno da semplici disagi temporanei a patologie e/o dipendenze vere e proprie.

Nel libro della Arendt la figura di Eichmann è quella di un uomo che eseguiva degli ordini, parte di un ingranaggio al quale non aveva né la forza di opporsi né quella forse di consapevolizzare chiaramente gli intenti, riducendo il tutto ad una aderenza a comandi superiori, cosa per un burocrate ineludibile e positiva.

Il male viene visto come un qualcosa di banale, ma che la stessa filosofa tedesca riconosce come terribile perché nella sua banalità sta la sua forza e la sua pervasività. Ne nasce una non intenzionalità che giustifica, pacifica gli animi, deresponsabilizza, ma i cui effetti non sono per questo meno violenti. Loro potremmo essere noi e noi potremmo essere loro, lasciamo i mostri alle favole e viviamoci la realtà per quella che è e non per come la vorremmo per quieto vivere, solo così saremo in grado di cambiarla.

Naturalmente non si tratta di giustificare il male, sia esso il Nazismo o qualsiasi altra forma di violenza, questo sarebbe fuori da ogni logica, la loro condanna deve essere completa, decisa ed unanime, ma si tratta comprendere da dove nascano certi fenomeni ed azioni che ledono la fisicità e la dignità altrui per permetterci di fermarli quando ancora sono nella culla, consapevoli di cosa significhi, al contrario, dar loro possibilità di crescita.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/20/psicologia-ne-buoni-ne-cattivi-banalmente-umani/1161319/

Disabilità: caro educatore, nessuno può toglierti la dignità

Quanto scrivo vuole essere un piccolo riconoscimento ad una delle figure più importanti, ma anche meno valorizzate, che il nostro sistema scolastico e di assistenza sociale possiede: l’educatore. Professione di cui si parla poco, ma che risulta essenziale per i bambini e gli adulti con disagio fisico e/o psichico.

Sono stato, io per primo, educatore per tanti anni e conosco bene gli inconvenienti del mestiere, un esercito di persone qualificate sottopagate e spesso ai margini delle scelte decisionali che riguardano il benessere dei loro assistiti. Basti pensare a come, nel corso degli anni, nelle scuole gli educatori e gli insegnanti di sostegno cambino per necessità burocratiche, non garantendo quel che, per il bambino, dovrebbe essere un diritto ossia una o più figure educative di riferimento che assicurino costanza nella relazione e nella tipologia di intervento. Ogni nuovo anno scolastico educatori e bambini si possono trovare facilmente in situazioni relazionali diverse dal precedente, dovendo partire da zero.

Lavorare con la disabilità non è semplice, le emozioni del professionista (tale è e tale deve essere considerata la figura dell’educatore) si sviluppano lungo tre direzioni in costante collegamento tra loro:

la fatica del lavoro in sé;
le emozioni suscitate dalla disabilità in sé;
le emozioni suscitate dalla propria capacità di stare con quel tipo di disabilità.

Quando si parla di emozioni, bisogna essere in grado di riconoscerle e di saperle gestire e, se per la maggior parte delle persone questo può essere purtroppo un optional, chi lavora nelle relazioni di aiuto non può permettersi di trascurare questo aspetto o lo stress porterà ad una demotivazione tale da non consentire un adeguato svolgimento delle proprie mansioni (burn-out).

In ogni relazione di aiuto c’è una persona bisognosa di quell’aiuto ed un’altra che deve essere in grado di offrirlo. Non è un rapporto paritario, in termini di potere, ma lo scopo è ridurre, quanto più possibile, questa asimmetria. Molto cambia a seconda dei bisogni di chi si trova a chiedere un aiuto, ma l’obiettivo rimane sempre un esercizio del potere che costituisca un empowerment e una risorsa per l’altro, mai una costrizione.

Prendersi cura nell’ambito della disabilità è dare la possibilità ad una persona, qualsiasi sia il suo livello di compromissione, di essere quel che può essere, partire dal suo deficit per pensarlo come individuo. L’educatore si fa strumento di elezione perché il suo assistito possa esperire, sperimentare, sentirsi protetto a partire dalla disabilità che lo rende unico. Il disabile, a quel punto, può essere ciò che può, comunque parte attiva in una relazione della quale non è mero usufruitore.

Martin Heidegger, filosofo tedesco, nel suo libro “Essere e Tempo” a proposito della dimensione della cura scriveva :”L’aver cura può in un certo modo sollevare gli altri dalla cura, sostituendosi loro nel prendersi cura, intromettendosi al loro posto… Gli altri risultano allora espulsi dal loro posto, retrocessi, per ricevere, a cose fatte e da altri, già pronto e disponibile, ciò di cui essi si prendevano cura, risultandone del tutto sgravati… Gli altri possono essere trasformati in dipendenti e in dominati, anche se il predominio è tacito e dissimulato”

Questo è quel che l’educatore è chiamato ad essere ben attento a non fare, sostituirsi nei bisogni e nelle scelte di un soggetto in difficoltà, altrimenti si blocca la possibilità della persona di esperire da sé anche quello che è in grado di esperire. Cura è protezione, non sostituzione, essa non deve limitare l’autonomia, ma agevolarla.

Ecco perché caro educatore, io so quanto sia difficile tutto questo, so quanto di tutto quello che fai non ti venga riconosciuto, so come il sistema ti remi contro, ma so anche quanto sia necessario il tuo intervento ed in esso sta tutta la dignità che nessuno potrà mai toglierti.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/10/06/caro-educatore-nessuno-puo-toglierti-la-dignita/1144676/

LA RABBIA E LA CURA, emozioni impreviste e scelte responsabili

“PER-DONARE” LA NOSTRA RABBIA- riabilitare le emozioni scomode trasformando in lecito l’illecito.Il titolo del mio nuovo intervento nel Convegno “LA RABBIA E LA CURA, emozioni impreviste e scelte responsabili” che si terrà a Chiavari venerdì 31/10/2014

La Rabbia e la Cura

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