Archivio per 1 gennaio 2015

Psicologia, a colloquio con l’angoscia

Il tono della voce è sommesso, lo sguardo spaesato e sofferente partorito da occhi neri ed intensi, le parole mi arrivano cariche dell’indicibile. Già perché, per certi stati d’animo, un linguaggio adeguato non è ancora stato trovato e noi terapeuti, in quei casi, non possiamo che chiedere aiuto al silenzio, accettare che il cambiamento passi attraverso il tempo che deve scorrere nell’impossibilità di correre. Se le parole curano, il silenzio protegge.

Davanti ho un cliente, il suo evidente carico emotivo mi tocca, mi commuove nel senso che mi “muove con” lui, mi muovo al suo fianco. Assisto consapevole, dentro di me, alla nascita di ciò che mi permetterà di sostenere la persona che ho davanti: l’empatia, la capacità di comprendere lo stato d’animo dell’altro senza esserne invaso, partecipandovi e riuscendo a trasmetterglielo.

Davanti ho una persona come me, fatta della stessa carne e degli stessi sentimenti, capisco di essere umano e fragile come lui e di aver provato anche io, in altre occasioni, ciò che mi sta portando in quel momento: l’angoscia.

Heidegger in “ Essere e Tempo” scrive: “…l’angoscia racchiude la possibilità di un’apertura privilegiata per il fatto che isola. Questo isolamento va a riprendere l’Esserci dalla sua deiezione e gli rivela l’autenticità e l’inautenticità come possibilità del suo essere. Nell’angoscia le possibilità fondamentali dell’Esserci, che è sempre mio, si mostrano in se stesse, senza l’intrusione dell’ente intramondano a cui l’Esserci innanzitutto e per lo più si aggrappa.”

L’isolamento ci fa rapidamente ed inesorabilmente fare i conti con noi stessi ed è una delle conseguenze dell’angoscia. Quando si sta male si diventa isole in fuga dal continente che provano a stare a galla nell’oceano da sole, la paura di non farcela, ma anche l’impotenza, non avere altre alternative che provarci comunque. Diveniamo quel che siamo realmente, autenticamente noi. Vulnerabili e fragili ci spogliamo dell’armatura, non c’è corazza che ci possa proteggere. Quel che si riteneva essenziale appare superfluo, rendersene conto è traumatico. Per ricostruire bisogna distruggere, fare tabula rasa, non si può costruire un edificio nuovo sulle basi di quello vecchio, altrimenti verrà fuori lo stesso lavoro, più instabile del precedente.

Mi viene da pensare: “la miglior terapia sono i miei clienti”, poi però mi accorgo che c’è qualcosa di vero, ma che c’è anche qualcosa che stona e correggo il tiro. La mia terapia non possono essere i miei clienti perché a spingermi verso di loro non è un mio disagio, non possono sostituirsi a me in quel di cui loro necessitano. Il bisogno che mi spinge verso di loro riguarda la dimensione della cura,dell’apprendimento e della crescita personale e professionale.

Riconoscermi nelle emozioni dei miei clienti non è terapia, ma acquista una valenza comunque terapeutica. Il prendermi cura dell’altro mi fa contattare come, prima che questo avvenisse, ho dovuto necessariamente prendermi cura di me stesso. Il ricordo dei miei disagi mi facilita la comprensione di quelli dell’altro, separando quel che c’è di mio da quel che c’è di loro.

L’angoscia richiama l’esistenziale, a mio avviso, più di ogni altro stato d’animo, è la tempesta prima della quiete, il nostro colloquio più difficile, lo specchio nel quale non vorremmo mai specchiarci, pur ritrovandoci in una casa gravida di superfici riflettenti. Bisogna alzare lo sguardo e guardarsi, trovare il coraggio di riflettere e riflettersi.

Davanti a me ho il mio cliente, davanti a me ho la sua angoscia, dentro di me ho la mia angoscia, ne chiarisco e ne delimito i confini, è il mio mestiere saperlo fare, ha inizio la terapia. Se il mio cliente cambia, cambio io con lui, mi commuovo/ “muovo con” lui.

Sempre Martin Heidegger in ‘Essere e Tempo’: “L’Esserci quotidiano si comprende innanzi tutto e per lo più, a partire da ciò di cui ci si prende cura. Si è ciò di cui ci si occupa”.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/19/psicologia-a-colloquio-con-langoscia/1284177/

Lettura, breve elogio

Esiste uno spazio meravigliosamente intimo tra le mani a mezz’aria e gli occhi, è il luogo dove avviene la lettura. E’ un luogo reale i cui confini astratti sono dati e non dati allo stesso tempo, vengono imposti da chi quel luogo lo vive e lo fa suo con l’ausilio di un libro.

E’ un luogo la cui immobilità viene scossa da impercettibili movimenti dell’animo che vive quel che legge senza doverlo dare troppo a vedere con il corpo. E’ un luogo dove del semplice inchiostro su carta partorisce pensieri ed emozioni che vengono accolti e cresciuti nella relazione unica e profonda tra colui che legge ed il libro. E’ solo aria, qualcuno dirà, spazio non occupato, vuoto! Questo è vero soltanto finché quello spazio non si trova tra un libro ed il suo lettore, allora le cose cambiano, i vuoti si riempiono o divengono ancora più profondi e ci si accorge della loro esistenza, dandoci la possibilità di prendercene cura.

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Leggere viene dal latino “legere” e ancor prima dal greco “λέγω” (lego), il cui significato è raccogliere o dire. La radice “leg” è alla base del termine “lògos” (parola, discorso, causa, ragione…). Questo sta ad evidenziare un coinvolgimento totale della persona che deve essere in grado di raccogliere o meglio cogliere il significato di quanto va leggendo. Un coinvolgimento totale implica energia, azione, passione e tutto questo passa tra il libro e gli occhi prima di sedimentarsi all’interno del lettore, ecco perché quello spazio è un luogo unico e quasi magico, protetto dal mondo esterno al quale spesso viene negato l’accesso. Non a caso si dice che il lettore abbia la testa tra le nuvole o sia distratto, egli non può occuparsi del mondo esterno, quando è così preso dal suo mondo interno. Il lettore sceglie e si dà delle priorità, bene o male che sia.

Ricordo come, da bambino, mi rifugiassi nella lettura e come mi sentissi protetto da quello spazio immaginario, mi dava possibilità di estraniarmi in caso di difficoltà, ritrovavo me stesso senza fretta, riacquistavo i miei tempi. Leggere ha contribuito enormemente a quel che sono oggi, ecco perché cerco di ricambiare con un mio personale breve elogio della lettura.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/16/lettura-breve-elogio/1279011/

‘Finché brucia la neve’, i volti del disagio psichiatrico

“Quando si lavora nell’ambito della disabilità si pretende, talvolta, l’impegno in una sorta di missione umanitaria, come se il disagio dei ragazzi debba essere compensativo di ogni diritto o bisogno estraneo alla loro assistenza. Non ci si rende conto che si sta svolgendo un lavoro, anche l’educatore è un essere umano con la sua vita privata e che, a fine mese, dovrà fare i conti, come tutti, con le bolletta da pagare. Questo non significa non voler bene alle persone delle quali ci si occupa o non amare la propria professione, ma capire che di lavoro si sta comunque parlando, tale rimane e di quello si campa, non c’è niente di male, nonostante lo stretto contatto con la sofferenza altrui.”

Questo mi diceva, all’incirca dodici anni fa, un educatore, con esperienza alle spalle, in una struttura per ragazzi disabili presso la quale mi trovai a lavorare per un periodo limitato di tempo. Allora avevo da poco cominciato ad avere le mie prime esperienze nel campo della disabilità e, come tanti psicologi già formati o in formazione, feci e continuai a fare delle esperienze significative anche come educatore. Può piacere o non piacere che psicologi formati facciano, anche o solo, gli educatori, ma è una realtà purtroppo consolidata, poco utile “la guerra tra poveri” che ne può nascere, è il sistema che non rende giustizia a nessuna delle due categorie che si occupano della dimensione della cura con le loro specificità. Sono consapevole di toccare una tematica delicata e, sebbene, non sia argomento del mio post, non vorrei dare ad intendere di non conoscere la situazione o di pensare che vada bene così.

Quelle parole mi rimasero impresse ed ebbi presto modo di verificare quanto fossero sagge sulla mia pelle. Non ci si rende conto che chi si impegna professionalmente nella dimensione della cura non è esso stesso esente, solo perché si occupa di “erogarla”, dal bisogno di riceverla.

finche_brucia_la_neveNelle pagine di Finché brucia la neve, romanzo dello scrittore e artista videomaker Antonio L. Falbo, l’autore è decisamente capace nel descrivere la vita di una comunità residenziale di utenti psichiatrici principalmente attraverso le vicissitudini interiori dei due principali protagonisti, Alex ragazzo schizofrenico e Desy, una delle sue educatrici. Quel che ho apprezzato di questo romanzo non è stata tanto la trama, quanto l’attenzione nel rendere viva l’interiorità dei personaggi che ho ritrovato in sintonia con tanti miei vissuti e con parecchio di quello che ho appreso in anni di contatto con il disagio psicologico. “Normalizzare” quel che non si considera “normale” attraverso il racconto e la parola è una dote, una dote che il romanzo possiede.

L’utente psichiatrico si rivela allora per quel che è veramente, non un matto, ma un essere umano con una sensibilità esacerbata dal suo disagio e la cui disfunzionalità è comunque funzionale a un qualcosa dentro di lui che cerca di proteggere. Se l’integrità è perduta, non necessariamente lo sono le parti che quel tutto costituivano, solo che non comunicano più. “Di fatto, non esiste pazzia senza giustificazione e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini” scriveva Alda Merini, niente di più vero.

L’educatore si rivela per quel che è veramente, non un salvatore o un benefattore, semplicemente, anche lui, un essere umano che si prende cura del disagio degli altri, senza che questo debba significare negare il proprio che, sebbene non arrivi a certe forme estreme, semplicemente esiste e va curato, cominciando dal prenderne atto. Senza questo riconoscimento si ha il burn-out, il professionista vive nell’insoddisfazione, bruciando le sue competenze, questo si ripercuoterà anche sugli utenti.

Il romanzo di Falbo ha il merito indiscutibile di parlare di un mondo, quello degli educatori, che è ancora in gran parte sullo sfondo quando si parla di assistenza, troppo spesso ci si occupa del disagio conclamato non dando spazio al disagio sottaciuto, come se non avesse legittimità.

Mi piace chiudere con le parole di un’altra grande poetessa, Emily Dickinson:

Molta pazzia è divino buon senso-
per un occhio avvertito-
molto buon senso-pura pazzia-
è la maggioranza
in questo, come in tutto, a prevalere-
Di’ si- e sei sano-
ribellati-subito sei pericoloso-
e ti trattano con catene.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/09/finche-brucia-neve-i-volti-disagio/1258319/

Facebook e il caso Cosimo Pagnani, dove sta realmente il patologico

Se l’uccisione di una donna, parlando di femminicidio, nella stragrande maggioranza dei casi, avviene per mano di uomini che non presentano alcun tipo di patologia che possa, in qualche modo, giustificare una tale atrocità , l’annunciarlo su Facebook ha però in sé qualcosa di malato che non riguarda solo ed esclusivamente il singolo, ma la società che crea il terreno per cui qualcosa del genere possa trovare liberamente spazio, like e commenti.
Parlo della vicenda di Cosimo Pagnani, un uomo di 32 anni che ha scritto sul proprio profilo Facebook: “Sei morta troia” riferendosi alla propria ex-moglie, uccidendola veramente a coltellate, non è chiaro se prima o dopo il post sul social network, domenica sera a Postiglione (Salerno). L’uomo è stato arrestato ed è accusato di omicidio volontario.

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Fiumi di parole già scritte o già dette possono commentare questo ennesimo caso di cronaca dove una donna finisce ammazzata per mano di un compagno o ex-compagno e non ho intenzione di ripeterle. Qualsiasi possano essere stati i dissapori tra i due, qualsiasi sia stato il diverso grado di responsabilità del malessere di uno causato dall’altro e viceversa (non sono contro l’uomo a prescindere o a favore della donna sempre e comunque, ogni situazione è una situazione a sé) non si può non prendere atto che un membro della coppia è in vita e l’altro no e che il primo è proprio il responsabile della morte del secondo. Ed è questo il dato dal quale non si può venire meno: la donna è morta, l’uomo in vita ed è stato l’uomo ad uccidere la donna.

In questa storia però si consuma un dramma nel dramma, mentre il primo è l’omicidio della donna e vi è una responsabilità in gran parte individuale riguardante chi ha compiuto l’assassinio, il secondo, ossia l’annuncio dell’omicidio su Facebook, riguarda non solo l’autore, ma riguarda tutti noi ed il rimbambimento che ci prende sui social network dove pubblico e privato perdono il senso e i confini che da esso dovrebbero essere marcati.

Il valore catartico e di esibizionismo narcisistico che ho ritrovato nel post di Cosimo Pagnani può essere certamente imputato a lui, ma non possiamo far finta che sia un gesto isolato di un pazzo, perché probabilmente pazzo non è e soprattutto perché ha portato all’estremo delle tendenze già ben presenti in rete. La responsabilità è collettiva, siamo noi ad utilizzare il social network dapprincipio e subito dopo siamo sempre noi a permettere che sia il social network ad utilizzarci.

Interrogarci su quanto la rete ci stia cambiando è eufemistico, le notizie di cronaca ci stanno già abbondantemente rispondendo e non c’è da stare tranquilli. Che effetto avrà tutto questo sulle nuove generazioni, se già chi ha avuto a che fare con Internet in età adulta ha questi tipi di comportamento? Chi avrà a che fare, sin dalla più tenera età, con le infinite possibilità di internet a cosa potrebbe arrivare? A cosa ci stiamo assuefacendo? Lungi dal pensare che il world wide web e quanto vi gravita intorno sia esclusivamente nocivo, non posso non constatare che stiamo pagando dei prezzi di cui forse non abbiamo una visuale ancora completa, allietati dagli effetti secondari che sembrano essere decisamente più piacevoli di quelli principali perché di godimento a più breve termine.

Gioiamo della perdita della nostra intimità oppure, in termini più consoni alla nostra epoca, della vendita sul mercato del nostro io più caro. Ci fosse almeno un miglior offerente con cui interloquire e dal quale trarre vantaggio, il problema è che ci mercifichiamo facendoci pagare in vanagloria sonante.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/01/femminicidio-facebook-dove-sta-realmente-patologico/1243635/

Il femminismo con occhi di uomo

Femminismo ed immaginario comune maschile, quale disamina potrebbe nascere riguardante le fantasie che la parola femminista scatena quando arriva alle orecchie degli uomini. Relativamente scontato conoscere le idee in proposito dei maschi che hanno acquisito o dimostrato una sensibilità adeguata per affrontare questo argomento con cognizione di causa, purtroppo pochi e non rappresentativi della forma mentis generale del loro genere. Tutti gli altri hanno reazioni abbastanza stereotipizzate.

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Nessuna accusa agli uomini, ma mettiamoci in discussione. Non è raro che, quando il maschio comune sente parlare di femminismo, pensi di essere attaccato, a prescindere dal contesto e dalla situazione in cui viene utilizzata la parola, o possa comunque etichettare, come femminista, qualsiasi cosa detta da una donna, sulla quale non sia d’accordo, e che abbia una qualche pertinenza ai ruoli di genere.
Se femminismo viene troppo spesso interpretato come una invariabile monotematica accusa al genere maschile, è vero che un certo femminismo lo è stato e lo è tutt’ora con buona pace delle femministe.
Nella mia modesta esperienza, in questi anni di attività, non ho incontrato però un unico femminismo, nessun movimento granitico, compatto ed unito, bensì una pluralità di opinioni, idee e convinzioni che hanno provato a scardinare i luoghi comuni, talvolta mettendo al centro la donna e relegando l’uomo a lupo cattivo, talvolta auspicando e lottando per un affiancamento paritario sulla scena politica, sociale, culturale, lavorativa ed umana con l’altro sesso. Lungi da me voler ridurre a queste due posizioni ciò che ha portato e porta con sé il lavoro di emancipazione femminile, ma mi permetto una volontaria semplificazione per intendersi.

Femminismo e maschilismo etimologicamente hanno molto in comune, il primo termine deriva da femmina, il secondo da maschio, entrambi utilizzano il suffiso -ismo, desinenza di solito indicante una corrente ideologica basata sul significato della prima parola, spesso in forma estremizzata.

Il maschilismo ha valore universalmente negativo, rappresenta un atteggiamento psicologico e culturale fondato sulla presunta superiorità dell’uomo sulla donna.
Il femminismo ha invece (o dovrebbe avere) valore universalmente positivo, rappresenta il movimento delle donne con la sua successiva teorizzazione, nato con la rivoluzione industriale e che ha come obiettivo dichiarato il raggiungimento della parità di diritti ed opportunità con gli uomini.

Il femminismo però può assumere, agli occhi di un uomo, un carattere negativo fatto di circospezione e stereotipi.
Femminismo non dovrebbe significare una sorta di maschilismo al contrario, ma per molti uomini è così. Sei femminista? Allora sei contro il genere maschile. Non esistono femminismi a favore dei maschi. Tifoserie da calcio, gli uomini da una parte e le donne dall’altro. Beh, qualche motivo in più le donne ce l’avrebbero per essere arrabbiate e “femministe”, con buona pace dei maschi (listi?), l’emancipazione è stata ed è tutt’ora principalmente una loro conquista, niente di piovuto dal cielo, sebbene accolta, incoraggiata o ostacolata da sensibilità diverse tra gli esponenti dell’altro sesso. Ancora oggi una donna non è libera, come un uomo, di camminare per strada di sera, ad esempio, e ciò che teme non sono altre donne, ma sempre uomini.

C’è chi ancora poi, tra gli uomini, si ostina a pensare che pari diritti e opportunità siano una concessione ( il patriarcato buono), anziché mettersi nell’ottica della legittima e libera autodeterminazione femminile.
Io stesso, a volte, quando sento la parola femminista è come se dovessi mettermi un guardia e stare attento a quanto vado dicendo, ma fortunatamente è più una esperienza indotta dall’assuefazione ai luoghi comuni che reale, molte donne che ho incontrato mi hanno insegnato come non appartengano ad una categoria facile da incasellare in costrutti mentali che mi posso creare.
L’altro, a prescindere dal sesso, va rispettato con la sua rabbia ed insofferenza, anche quando viene ad esprimersi in forme poco funzionali, soprattutto se si fa parte di quella categoria di persone che hanno permesso, quando non voluto ed incoraggiato, la situazione che si vuole cambiare.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/26/femminismo-occhi-uomo/1233661/