Archivio per 25 febbraio 2015

OLTRE L’AGITO VIOLENTO, LA NECESSITA’ DI CAMBIARE, sabato 7 Marzo 2015 a Montevarchi

Sabato 7 Marzo 2015 l’intervento “Oltre l’agito violento, la necessità di cambiare” nell’ambito del Convegno “Oltre la violenza…la necessità di agire”

Sette Marzo 1

Sette Marzo 2

Poesia, la quiete della bestia

In quiete o inquieto, guardando dentro me stesso, a volte, è come se tutta questa differenza non ci fosse. Non la sento, ad esempio, quando sono di fronte alla poesia e mi sembra che le parole riescano ad assorbire di me quanto non riesco ad esprimere e a restituirmi il tutto come un pugno che mi rinvigorisce il malessere, ma che è in grado di dargli il contenimento di cui necessita.
Ognuno di noi deve fare i conti con la sua bestia, con quella parte nera di sé che ha radici nell’animo, gli artisti lo sanno meglio degli altri cosa questo significhi perché trasformano la bestia in arte e le danno una pace temporanea attraverso la catarsi della creazione.

“parlo dal male che ho
dal mondo di sotto e dal pianto
che mi si fa nel corpo fracassato
parlo dalla nebbia dalla ferita
dall’inquietudine della bestia
da questa bocca fessura di carne
stagionata umida vuota”

ilaria_drago-di-marco-onofrioE’ una delle poesie presenti nella raccolta L’inquietudine della bestia di Ilaria Drago, attrice, autrice e regista della sua omonima compagnia in attività dal 1995. Avevo già avuto modo di leggere la poesia di Ilaria attraverso la prosa del suo romanzo Dalla pelle al cielo: sì, proprio la prosa, perché la poesia non si lascia incastrare e le parole non si fanno imbrigliare quando il loro intento è far vivere e far sentire senza mediazione.
A volte la bellezza prende la forma delle parole e leggere non è atto, ma incanto, l’interiore si tramuta. Questa raccolta di versi ha il pregio di non poter che essere letta per potere essere apprezzata. Parole per descrivere altre parole non possono che invitare ad andare direttamente alla fonte.
La poesia dice quello che non può essere detto altrimenti, rompe le convenzioni linguistiche comuni che sortiscono l’effetto di catene per le emozioni quando scendono nell’abisso e toccano le nostre profondità. L’indicibile può essere detto e l’inquietudine della bestia, per un lungo attimo almeno, trova quiete.
La poesia è come la furia di una carezza, violenza nella dolcezza, sovvertimento dell’essenza.

“(Ho) Pianto un fiore
per ogni parola
che mi è venuta a mancare.
Ho un bellissimo giardino.”

Invece l’autore di questo piccolo componimento sono io, i versi non solo si leggono, ma si vivono e le parole che curano sono principalmente quelle che siamo in grado di restituire con coraggio a noi stessi.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/17/poesia-quiete-bestia/1429233/

Stereotipi di genere il problema, stereotipi di genere la soluzione?

“A world without gentlemen is a world without ladies” ‘un mondo senza signori è un mondo senza signore’, si conclude con questo slogan lo spot televisivo per il magazine francese Parisian Gentleman in cui comportamenti considerati tipicamente maschili vengono riproposti da donne.

Guardando lo spot troviamo una donna che fa un peto nella vasca da bagno, una che sputa appena uscita da un hotel, una che ha la macchina piena di sporcizia, una che sale in moto e alla quale si vede il tanga, due donne che si picchiano in strada, una che vomita, una che urina in strada, una che fa il dito medio in auto, una che è ad un bancone ubriaca e barcollante.

Forse ho saltato qualche immagine, ma, a questo punto, il concetto dovrebbe essere abbastanza chiaro: gli uomini sono soliti essere poco eleganti, per non dire rozzi, in molte delle loro modalità espressive rispetto alle donne, lo spot punta a creare uno stato di dissonanza mostrando quegli stessi comportamenti declinati al femminile. Ho visto fare tantissime volte quei gesti da uomini e da più di qualcuno non ne sono stato esente neanche io, però, a onor del vero, ho visto anche un numero considerevole di donne agire in modo simile o identico. Non ho niente in contrario a pensare che le donne abbiano una sensibilità diversa che le tuteli maggiormente da comportamenti più rozzi, in effetti ho visto più uomini che donne comportarsi in quel modo ed effettivamente un uomo che usa determinati azioni può avere un effetto diverso da una donna che fa altrettanto (e domandarsi come mai potrebbe essere un ulteriore spunto di riflessione che non vado approfondendo), ma l’estremizzazione la trovo alquanto offensiva.

Vedendo il video ho sentito il mio maschile e la mia intimità ferita, ridotta ad uno stereotipo. So bene che è una esperienza che molte donne provano, fin troppo spesso, a causa del loro genere. Da una parte questo mi aiuta ancora maggiormente a entrare in contatto con un femminile troppe volte offeso o sminuito gratuitamente, dall’altra mi convinco sempre di più che non siano azioni di sensibilizzazione come questa la soluzione alla disparità dei sessi.

Certo, si dirà che le immagini sono una provocazione, un qualcosa di volutamente estremo per fare riflettere, ma, come tante volte ho scritto, attaccare gli uomini per farli riflettere li porta solo ad allontanarsi dalle questioni di genere e a pensare che sia “roba da femministe”, dando del femminismo una versione parziale e semplicisticamente accusatoria nei confronti del maschio, come se esserlo fosse sbagliato a prescindere. Ed ecco anche (ovviamente non solo) perché le questioni di genere, pur riguardando uomini e donne, sono considerate cose da donne e portate avanti principalmente grazie al loro di impegno. Mettere in discussione può implicare la provocazione e lo stato di dissonanza, ma non deve ferire o risultare offensivo.

Tra l’altro a pensar male si fa peccato, ma spesso si finisce per indovinare. Non posso non notare che la prima immagine che rappresenta il video, prima di cliccare play, è quella di una bella donna nuda in acqua. Sarà mica un modo per aumentare le visualizzazioni da parte degli uomini “giocando sugli stereotipi”? E se così fosse, di cosa stiamo parlando allora?

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/06/stereotipi-genere-problema-stereotipi-genere-soluzione/1401580/

Sessismo e violenza a parti invertite

Si fa sempre un gran parlare della violenza degli uomini sulle donne e, io per primo, lo ritengo un argomento da mettere sotto i riflettori: il rischio dei riflettori è però che, se non ben posizionati, possono abbagliare e disorientare.
La violenza sulle donne è un fenomeno strutturale della nostra società, bisogna contraddire, in ogni occasione possibile, coloro che ne parlano ritenendolo invece un fenomeno emergenziale. Di emergenziale c’è solo chi continua a speculare sull’argomento senza alcun tipo di qualifica o esperienza, e questo riguarda anche coloro che sono animati dai migliori propositi. D’altronde non si dice che è proprio la strada dell’inferno ad essere lastricata di buone intenzioni?

Precisato e sottolineato ciò, questo non significa che le donne non siano in grado di esercitare forme di violenza sugli uomini o che il sessismo sia a senso unico. Un bel post di Eretica di pochi giorni fa offre degli ottimi spunti di riflessione. Certo, c’è un presupposto culturale e sociale non indifferente che spiega come mai sia più facile individuare la violenza ed il sessismo degli uomini e questo aiuta a comprendere il perché del trascurare il fenomeno a parti invertite, ma non lo giustifica.

Quando si parla di violenza, nell’immaginario comune, quel che viene fuori, in prima battuta, sono schiaffi, calci, pugni, femminicidio ossia la violenza fisica, ecco perché è molto più facile pensare un uomo che picchia o uccide una donna, anziché il contrario. La forza fisica dell’uomo, generalmente superiore a quella della donna, rende a lui molto più facile aggredire che essere aggredito fisicamente.

Nell’immaginario comune quindi quel che viene molto meno fuori è la violenza psicologica oppure si è portati a considerarla come una violenza di serie B, ovviamente non lo è. Personalmente ho imparato a cercare di evitare qualsiasi forma di classificazione della violenza in base alla sua gravità, dietro a tutto si nascondono soggettività e sensibilità così diverse di cui voler fare una valutazione acquista un sapore di pretenziosità pericoloso. Fermo restando che ci sono degli atti di violenza più facilmente individuabili o la cui gravità è evidente tanto da costituire reato (ed è per questo che esistono giudici e processi) di solito nel mio lavoro, come nella mia vita personale, tendo a evitare di puntare il dito, c’è chi lo farà per me e magari anche correttamente. La percezione di sentirsi in pericolo e la paura che se ne segue possono essere dati da elementi oggettivi, ma anche da altri più soggettivi e sfumati. Si potrebbe aprire una disamina sulla percezione di paura soggettiva dalla quale non se ne uscirebbe, se tutto è violenza niente più lo è, ma d’altronde il maltrattamento esiste e purtroppo gode di buona salute.

L’aggressività fa parte della persona, uomo o donna che sia, ed è per questo che sono scettico quando si parla di eliminare la violenza, avere come obiettivo qualcosa di irraggiungibile alla lunga diventa frustrante e aumenta proprio quel che vorrebbe far scomparire. L’aggressività e la rabbia hanno delle funzioni biologiche, prima ancora che sociali, la natura difficile faccia le cose in modo troppo casuale. Sono altresì convinto che invece sia auspicabile e possibile diminuire la violenza e gestire in modo maggiormente funzionale la rabbia che ne è spesso alla base.

Se l’uomo è più sviluppato fisicamente in termini di forza, per motivi biologici, ed è quindi portato all’attacco per difendere, la donna, generando la vita dal proprio corpo e prendendosene cura, è più portata alla difesa per attaccare utilizzando più la psiche che il corpo. E’ come se socialmente la violenza delle donne non fosse percepita come pericolosa o comunque come un qualcosa che non possa arrivare a fare gli stessi danni di quella degli uomini, ma è solo un altro stereotipo da abbattere.

E’ una forma di sessismo e violenza pensare che il sessismo e la violenza riguardino solo le donne, come lo è minimizzare che comunque riguardino soprattutto le donne.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/02/04/sessismo-violenza-parti-invertite/1395196/

Amore, scontrosità e dolcezza

Sono davanti al pc a cercare qualche canzone da ascoltare e ritrovo dei vecchi album del gruppo musicale italiano di progressive rock “Le Orme” in attività dagli anni ’60. Non li ascoltavo da un po’di tempo, mi ricordo però all’improvviso che c’era una loro canzone che mi piaceva parecchio, non solo per la musica, ma per un testo che trovavo molto divertente e realistico. Una rapida ricerca ai titoli e la memoria mi si riattiva, si trattava di “Amanti di città” contenuta nell’album Smogmagica del 1975. Faccio partire la canzone e subito il testo comincia, proprio come in passato, a farmi sorridere. Eccolo:

Sono io che ti mando sopra i fiori
Nello sforzo ti dimentichi la mia allergia

Sono io che ti sommergo di libri
Per sentire poi il tessuto ritagliato da me

Riesci sempre a sminuire i pensieri gentili che ho per te
Non mi apprezzi mai come merito

Sono io che preparo i cibi indiani
Anche se poi non sopporti l’alito che ho

Sono io che ti regalo sempre ciondoli
Così eviti l’anello che ti legherebbe a me

Se tu almeno una volta azzeccassi il pensiero
Che vorrei io ti apprezzerei come meriti

Ma l’amore ci unisce e noi non ci lasceremo mai
Sarò sempre tuo
Sarò sempre tua

Le parole della canzone sono una magistrale semplificazione della vita di coppia arrivata ad un certo stadio di “rodaggio”, forse un po’ stereotipizzata, ma forse neanche più di tanto. Un lui che si sforza di far contenta in ogni modo la sua lei, la quale però sa vedere oltre l’apparenza e più che sminuire i gesti dell’amante sa loro restituire la giusta cornice di riferimento. Nonostante i battibecchi il tutto finisce con una promessa di legame perpetuo. Questo è l’amore, secondo la canzone, non credo si allontani molto da quel che accade alle persone alle prese con questo indomabile sentimento che troppe volte fa di noi quel che vuole.

Amarsi in una coppia porta a conoscersi come nessun altro saprebbe fare, per chi resiste alle intemperie dei sentimenti in ogni scontrosità c’è anche una indicibile dolcezza che fa da sfondo allo stare insieme. Chi si sceglie, davanti all’amato o all’amata, un po’ si scioglie e lo sa, solo che non deve darlo a vedere più di tanto. Sono gli amanti che giocano, è l’amore che glielo chiede. Chi ci conosce è solo perché si è preso cura di noi e la ricompensa non può che essere l’aprirsi all’altro senza se e senza ma.

Ed allora ascoltate testo e canzone, nella speranza vi strappino il sorriso che strappano a me.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/26/amore-scontrosita-dolcezza/1370056/

‘Mare Monstrum’: immigrazione e oltre

“L’uomo ridotto a cosa fra le cose. E il buon migrante strumentalizzato, santificato e mitizzato per mascherare l’orrore”. Queste parole rimangono impresse e sono contenute nel libro Mare Monstrum. Immigrazione. Bugie e tabù del giornalista Alessio Mannino recentemente edito per Arianna Editrice. Un libro che consiglio a chiunque voglia saperne di più sui fenomeni migratori e le imbarazzanti risposte ad essi, per non dire spietate, visto che gli immigrati continuano a morire in mare o ad arrivare in Italia per fare lavori sottopagati e con orari e modalità disumane.

Nella lucida e documentata analisi di Mannino sono ben spiegate le logiche illogiche attraverso le quali l’immigrazione è diventata quello che in parte vediamo, in parte facciamo finta di non vedere. Esseri umani privati del loro essere umani perché debbono fare la loro parte nei disegni dei mercati e della globalizzazione finanziaria.

maremostrumVita e dignità tolta a pochi passi dal nostro paese, quando non proprio anche all’interno, orrori quotidiani sui quali non possiamo permetterci di stare a soffermare più di tanto in quanto presi dalle nostre meno gravi, ma non per questo meno serie, incombenze quotidiane dell’epoca del precariato.

L’altro non si conosce mai del tutto, delimita quel che io sono, se l’altro è portatore di una storia di sofferenza, prenderne atto è faticoso, poiché la coscienza potrebbe imporre di fare qualcosa senza che si pensi di averne gli strumenti, nasce da qui l’impotenza. Meno faticoso è sapere facendo finta di non sapere.

L’essere umano che dovrebbe essere il fine diventa un mezzo. La nostra economia ha smesso di essere amministrazione della casa, come vorrebbe la sua etimologia (dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”), ed è diventata amministrazione del mondo. Nella casa l’essere umano è al centro, nel mondo l’essere umano sfuma fino a scomparire perché troppo grandi sono gli interessi ed i conflitti che ne scaturiscono. Voler prendere e contenere più di quanto possano fare le proprie mani è la logica del consumo.

Sembra che non siamo più in grado di scoprire e apprezzare la differenza, l’omologazione rassicura, non fa pensare, c’è chi lo farà al posto nostro. Sigmund Freud, parlando di patologia psicologica, usava il concetto di “utile secondario” , una volta che si è formato un sintomo nella persona, questo può portare con sé alcuni vantaggi che la inducono a rimanere legata alla propria malattia. Se pensiamo all’omologazione e allo sfruttamento delle persone come ad un qualcosa di patologico (e io penso lo siano), se questo è permesso con relativa facilità dalle coscienze di noi tutti bisogna che ci sia un utile secondario, a meno che di non pensare l’intera umanità come stupida (ed io penso che non lo sia).

Credo che l’utile secondario abbia a che fare con il senso di responsabilità. In generale maggiormente mi occupo di qualcosa maggiormente mi sento responsabile della sua riuscita o meno, meno me ne occupo meno ne sento coinvolto (anche se non è detto che non lo sia). In realtà è una situazione paradossale in quanto il grado di responsabilità non necessariamente è proporzionale a quanto mi occupo di un qualcosa, ma anche a quanto di quel qualcosa sono causa diretta o indiretta.

Accettare le logiche ci rende complici. L’individuo di oggi è talmente oberato dai problemi della sua economia, intesa come amministrazione della propria casa, che gli è stato tolto il tempo ed il modo di guardare oltre il proprio giardino, lasciando carta bianca ai poteri che lo faranno per lui, dandogli comunque la parvenza che sia bene così e che già fa quanto può realisticamente fare. Responsabilità individuale e responsabilità collettiva sembrano scontrarsi senza che ne esca un vincitore, così si rimane a guardare senza vedere.

Mare Monstrum può essere di aiuto a migliorare la nostra visuale. Segnalo che il libro è arricchito anche da interviste ad Alain De Benoist, Massimo Fini, Diego Fusaro e Maurizio Pallante.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/07/mare-monstrum-immigrazione-e-oltre/1318711/

Violenza sulle donne: ‘Dalle uno schiaffo’, il modo (sbagliato) di dare lezioni ai bambini

Ho cercato di evitarlo fino all’ultimo, lo giuro. Non so perché, ma comincio ad avere una qualche forma di intuito per certe cose, sono anni che mi muovo tra dibattiti virtuali e reali riguardanti gli argomenti di genere e la violenza sulle donne, oltre che avere un lavoro che mi porta a stretto contatto con sessismo e violenza, permettendomi di parlare non soltanto per opinione, ma anche per esperienza. Se tutti possono avere le loro idee, molti meno possono parlare con cognizione di causa. Come diceva Carl Rogers, psicologo americano, “i fatti sono amici”, quindi inevitabilmente non posso che constatare se quanto i media o chi per loro veicolano corrisponde a quello che poi verifico nel mio lavoro.

Quando ho visto imperversare in rete il video realizzato dal sito di giornalismo indipendente Fanpage dal titolo ‘“Dalle uno schiaffo!”: le reazioni dei bambini’ con tanto di luci di Natale e bambino e bambina sorridenti, probabilmente la sensibilità maturata negli anni mi ci ha fatto sentire subito qualcosa di stonato e pacchiano.

Vedendolo condividere da tanti ho consapevolmente deciso di lasciar perdere e non vederlo, quello che fa la moltitudine mi lascia sempre un po’ perplesso, non tanto perché abbia la puzza sotto il naso (forse solo un poco), ma certamente ci leggevo tanto di quel buonismo che, soprattutto in questo periodo, mi fa un po’ estraniare. Certo che di una cosa si può parlare solo dopo averla conosciuta, peccavo di superbia, ma sono onesto, mi andava bene così.

Poi stamani una cara amica mi contatta e mi manda il video chiedendomi il mio parere, a quel punto cortesia e amicizia richiedono la mia presenza e lo guardo. Finito il video penso che sia davvero brutto, non trovo aggettivi meno banali, la parola ‘brutto’ mi sembra la più adeguata. Michela Murgia porta in rete una sua riflessione sul video che condivido, quindi non mi dilungo su aspetti che sono stati già da lei ben argomentati.

L’aspetto che più mi fa sentire avversione per questo lavoro è sicuramente la strumentalizzazione dei bambini messi lì in bella mostra probabilmente a recitare un copione scritto per loro. Non si trasmette niente del messaggio che gli autori immagino avrebbero voluto trasmettere. Questo mi riporta a confronto con il fatto che davvero tutti cerchino di dirsi esperti quanto più un argomento sembri alla portata, cosa che spesso avviene quando si parla di violenza sulle donne, rinforzando l’isolamento di chi la pensa diversamente e tenta di dare messaggi realmente alternativi. Chissà perché, forse anche noi “esperti” ne siamo in parte responsabili, dovremmo rifletterci. Non solo non si contrastano gli stereotipi, ma questi vengono valorizzati ad arte (spero inconsapevolmente, ma non cambia il risultato) con tanto di ammirazione dalla maggior parte della gente comune che non ha gli strumenti per cogliere, altrimenti non saremmo qui a parlarne.

Ecco perché alla fine scrivo questo post, è il mio modo di esprimere ancora una volta il disagio che nutro nel vedere semplificare la complessità. Ci sono sempre due modi di parlare di ogni cosa, entrambi legittimi, uno è soggettivo e l’altro è oggettivo, quel che non è legittimo è invertire l’uno con l’altro. Quando si crea un modo di diffondere un messaggio ad un pubblico vasto si ha una grossa responsabilità. La formazione, l’esperienza sul campo, il confronto attivo con chi la pensa alla stessa maniera e con chi ha un’idea diversa sono quel che serve per realizzare dei messaggi che veicolino contenuto e non solo forma. Parlare di violenza di genere oggi più che mai richiede sempre più contenuto proprio per contrastare le forme “seducenti” attraverso cui viene fatta passare.

“Cosa succede se metti un bambino di fronte ad una bambina e gli chiedi di darle uno schiaffo?”, recita la descrizione del video. Succede che si crea qualcosa di finto e costruito che non ha aderenza con la realtà. I bambini son bambini, se la san cavare meglio degli adulti, recitano solo se convinti a farlo, questo ne è un esempio. Cosa succede se metti un uomo di fronte ad una donna e gli chiedi di darle uno schiaffo? Pensate che qualche uomo lo farebbe? Quello che succede nelle mura domestiche è un’altra cosa.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/01/violenza-sulle-donne-dalle-schiaffo-modo-sbagliato-dare-lezioni-bambini/1307235/

Anno nuovo, vita nuova? Di sicuro stessa crisi

Un altro anno va via, tempo di tirare le somme e guardare speranzosi al 2015, questo esigono le nostre abitudini. Il tripudio di botti e di auguri è in arrivo, nessuno scamperà, volente o nolente, all’evento. Io ci provo da qualche anno, ma diventa sempre più difficile parlare alla gente, che ha bisogno di distrarsi e di non pensare, ma le feste rendono tutti più buoni o meglio rendono tutti più speranzosi.

Niente è così relativo come il concetto di bontà (se non il suo opposto, la cattiveria), ma della speranza c’è un bisogno assoluto, essa fa quasi da livellatore rendendoci tutti uguali, dato anche che i problemi del nostro tempo ci accomunano. Non che ci sia nulla di male nel celebrare le feste, nutro profondo rispetto e ammirazione per chi riesce a carpirne ancora il sacro insieme ad una ritualità disgiunta da aspetti consumistici e infantilmente magici. La spiritualità è cibo per le menti, di solito però le feste sembrano destinate a diventare pretesto per annebbiarsi il pensiero, convinti, per qualche giorno, che tutto magicamente cambierà.

Su Facebook, in questi giorni, imperversano dei resoconti annuali degli utenti attraverso un post che è una sorta di catalogo mediale di foto dell’anno che sta per volgere al termine. La dicitura del post recita: “E’ stato un anno meraviglioso! Grazie di aver contribuito a renderlo tale”, espressione identica per tutti, nel pieno spirito di omologazione natalizia e non. La questione non è che Facebook decida che il nostro anno sia stato meraviglioso, ringraziando la pletora di persone che ogni utente ha come “amico” e scegliendone i momenti più significativi, ma che questo venga dalla maggior parte delle persone approvato.

Di problemi il 2014 ne ha portati per gli italiani, per le famiglie, per i lavoratori, per i giovani e i non più tanto giovani, per i genitori anziani che consumano la loro pensione per aiutare i figli precari invece di godersela dopo aver passato una vita a lavorare. Niente che il 2013 e gli anni precedenti non avessero lasciato intuire da quando viviamo in tempi di crisi. Correva l’anno 2008 quando questa parola prese piede nel nostro immaginario quotidiano e poco dopo si piazzasse a gambe tese tra noi ed il futuro.

I giovani cominciano a diventare meno giovani, ma lo stato di precarietà non cambia, ci si abitua perché l’alternativa sarebbe un’angoscia perpetua, meglio assumerla in pillole, proprio come in pillole è la serenità che queste feste possono dare a chi da questa crisi ha visto spazzare via sogni e le pur sempre labili, ma sane, certezze che si potevano avere anche solo un 10-15 anni fa.

Per il nuovo anno, tra i soliti poco utili e folcloristici propositi, magari si potrebbe mettere in cantina la parola crisi quando vogliamo parlare del nostro oggi. Una crisi ha la caratteristica di essere transitoria, questa non lo è, sembra godere di ottima salute, almeno fino ad un collasso economico-sociale o ambientale (che dubito purtroppo avverrà nel 2015, ahimè, altrimenti festeggerei anche io, toccato il fondo si risale). Non siamo in tempi di crisi, la crisi è il nostro tempo.

Questo è il mio augurio per tutti, una bella dose di realtà perché solo rendendole giustizia saremo in grado di cambiarla. Non abbiamo bisogno che cambino gli anni, ma che cambino le persone e gli anni forse non passeranno come occasioni perdute. Forse in fondo sono proprio io quello che spera nelle magie…

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/30/anno-vita-nuova-sicuro-stessa-crisi/1303839/