Archivio per 13 aprile 2015

Violenza: chi agisce un maltrattamento si può ritenere vittima?

Il bisogno di legittimare le proprie opinioni in termini di offesa o di sofferenza subita lega sempre più gli uomini alle offese stesse (…) “quello di cui ho bisogno” è definito nei termini di “quello che mi è stato negato”.

Questo passo preso da Autorità-subordinazione e insubordinazione: l’ambiguo vincolo tra il forte e il debole di Richard Sennett, critico letterario e scrittore statunitense, rende chiaro uno dei meccanismi più facili a verificarsi nelle relazioni, ancor più se sono rapporti in cui uno dei membri della coppia agisce un maltrattamento.
La legittimità di un pensiero implica che questo abbia un riconoscimento da parte dell’altro, se questo viene meno la persona avverte una mancanza che percepisce come un’offesa. Molti uomini autori di violenza, nelle loro relazioni, lamentano che la rabbia dalla quale nasce l’ aggressività viene generata da quel mancato riconoscimento.

Ricordo un uomo che, durante un colloquio, si definì come “aria che si sposta” in casa, aveva ormai talmente rovinato i legami familiari che moglie e figli lo evitavano, lui non sapeva come rispondere a questa invisibilità, se non utilizzando scoppi d’ira che potevano sfociare in calci e pugni. Dal suo racconto si evinceva come egli avesse attivamente contribuito, con una serie di comportamenti, a preparare il terreno per la sua ‘invisibilità’, ma, a sentirlo parlare, sembrava viversi realmente come una vittima e giustificava/spiegava il maltrattamento come la conseguenza del suo essere tale. L’uomo si sentiva vittima, indipendentemente dal fatto che lo fosse o meno. Chi non ‘compatirebbe-capirebbe-assolverebbe’ un offeso? Chi non darebbe giustificazione della sua azione, se questa viene concepita come una re-azione, una risposta ad un torto?

Se mi considero vittima e mi proclamo tale, sono un qualcuno a cui è stato tolta voce, visibilità, ascolto, di conseguenza è più facile giustificare ogni mia azione, se non altro ai miei occhi, per quanto questa poi possa essere oggettivamente sbagliata (e nel caso del maltrattamento un reato). Lo status di vittima è uno stato sacro, nessuno è contro di essa, sono tutti in suo sostegno incondizionato (consiglio la lettura di Critica della vittima di Daniele Giglioli per un approfondimento sul tema). Nasce un rapporto quasi morboso con l’offesa stessa che si percepisce di aver ricevuto in quanto diventa un salvacondotto personale e talvolta anche relazionale e sociale. Il legame con l’offesa diventa prioritario rispetto al legame relazionale che viene così soggiogato e messo in secondo piano, potendo portare poi al maltrattamento o alla chiusura della relazione.

Si riesce a contattare più facilmente quello che non si ha rispetto a quello di cui si avrebbe necessità. La mancanza diventa testimonianza di quel che è dovuto, se mi manca qualcosa sono in credito, questo significa che qualcun altro è in debito, devo riscuotere, sono nel giusto. E’ un meccanismo perverso che non credo abbia a che fare solo nelle relazioni disfunzionali, anche se qui recano danni enormi, ma basti pensare a quando entriamo in conflitto con qualcuno, quanto vorremmo riconosciuto quel che sentiamo, il che è molto sano, ma la trappola è nella tentazione di vivere il non riconoscimento come un torto insanabile, pensando che l’altro intenzionalmente voglia offenderci, cosa anche possibile, ma non necessariamente sempre vera.

La mia sofferenza o quel che penso di aver subito è una benda sugli occhi, mi cancella l’altro, ci sono solo io. Riuscire a vedere l’altro o meglio non perderlo mai di vista (sono due cose diverse) credo che sia la sfida di ogni rapporto che voglia costruire un futuro privo di conflittualità violenta. La figura della vittima, se reale in tante situazioni, torna comunque comoda come status in tante altre.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/09/violenza-chi-agisce-un-maltrattamento-si-puo-ritenere-vittima/1573544/

Violenza, rabbia e aggressività sono il bagaglio emozionale di tutti noi

Quel che reputo essenziale da far passare nel lavoro clinico con gli uomini autori di violenza è l’atteggiamento non giudicante nei loro confronti. Spesso mi trovo di fronte ad opinioni ostili rispetto a questa mia convinzione. Non giudicare un “maltrattante” non solo non sembrerebbe possibile, ma è quasi sentito come un obbligo morale condannare una persona che ha avuto un comportamento violento. Puntare il dito fa sentire a posto con la coscienza, non costa nulla e si fa bella figura, ci si sente parte di una comunità che si esprime unanime senza remore. Il “maltrattante” è altro dalla collettività, anche se, stando alle cifre Istat che possediamo, molti di noi non devono essere stati esenti dall’avere a che fare con episodi di maltrattamento. Il processo con eventuale condanna, se necessario, verrà fatto da un giudice. Io però non lo sono, faccio un altro mestiere, fermo restando che è il comportamento ad essere maltrattante ed un reato, non la persona in sé. Certo essa può scegliere ed è quello che sta alla base del mio lavoro, interrompere la violenza è una scelta proprio come agirla.
Si parte sempre dal presupposto che gli autori di violenza siano persone con le quali non vorremmo mai avere a che fare, poi l’evidenza, per chi si occupa della cosa o vi matura una certa sensibilità, ce li fa riconoscere tra i familiari, tra gli amici, tra i colleghi di lavoro, tra i conoscenti e talvolta davanti lo specchio. Non c’è bisogno di arrivare ad uccidere una donna o a picchiarla fino a lasciarla a terra per compiere violenza, certo questi tipi di comportamenti hanno, a ragione, un maggiore risalto, sono più crudi, cruenti e pericolosi, ma è sempre difficile fare scale di gravità dei comportamenti maltrattanti perché in questo modo, se c’è sempre un comportamento peggiore, il rischio è che troviamo l’assoluzione a quel che riteniamo “meno peggio”. Dal togliere la vita ad una donna non si torna indietro, ma alcune donne vivono spesso nella paura, emozione che può devastare l’esistenza non meno della sua cessazione, altre possono subire degli episodi singoli e sporadici oppure si può semplicemente avere timore nel camminare da sole di notte. Sono tante le situazioni ed i contesti e, a volte, anche gli uomini possono essere vittime delle loro partner a causa di comportamenti che possono incutere paura e creare disagio. Rabbia e aggressività fanno parte integrante del bagaglio emozionale di tutti noi.

Sei anni fa mi dissero che, se volevo lavorare in situazioni di maltrattamento domestico, dovevo capire che parte la violenza rivestisse nella mia vita. Pensai che fosse davvero un’ottica estremizzata per guardare il fenomeno, che ci fosse più ideologia che concretezza, ma mi ci vollero pochi mesi per cambiare radicalmente prospettiva e capire il senso di quanto mi si chiedeva. Tramite i colloqui con gli uomini ho visto dove non vedevo, ascoltato dove non sentivo, toccato quanto non avevo mai toccato.

Per fare solo un esempio che possa essere alla portata quotidiana di molti, ho capito che uno schiaffo dato ad un bambino non ha alcuna valenza educativa e non ha alcuna giustificazione, è solo uno schiaffo ed esso è un comportamento violento di cui il genitore è l’unico responsabile. Quanti uomini e quante donne ancora oggi incontro convinte che qualche schiaffo, qualche sculaccione vadano bene e che non bisogna farne una tragedia, è una cosa normale! Come sempre la normalità si presenta come quel che fa la maggior parte della gente, non necessariamente è un qualcosa di corretto solo perché espressione di una maggioranza. Un qualsiasi schiaffo è una violenza, è il fallimento della comunicazione, è il funerale dell’educazione.

Se voglio interrompere il maltrattamento a me interessa comprendere come la persona vi è arrivata, cosa sa e percepisce di quel che mette in atto. Un genitore che picchia può essere stato un figlio picchiato, un marito che svaluta sua moglie può aver visto costantemente il padre sminuire la madre e così via. Gli uomini possono ricalcare quanto appreso, ma possono anche non farlo, esiste sempre una propria capacità di imporsi rispetto a quanto appreso. A volte però c’è bisogno di una mano e di un sostegno.

Il comportamento va condannato senza esitazione, ma non la persona. L’atto violento non è identificativo dell’uomo o sovrapponibile in toto ad esso, ne sono talmente convinto che ogni giorno scelgo il mio mestiere, altrimenti lo cambierei.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/26/violenza-rabbia-e-aggressivita-sono-il-bagaglio-emozionale-di-tutti-noi/1538755/

“Together we can end domestic violence” Roma, 22 Aprile 2015

Ministero della Giustizia
DIPARTIMENTO AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA
PROVVEDITORATO REGIONALE DEL LAZIO
Ufficio del Personale e della Formazione – Settore Formazione

22 Aprile 1

22 Aprile 2

PROGRAMMA COMPLETO

ore 9.00 – 9.15
• Registrazione dei partecipanti

ore 9.15 – 9.30
• Introduzione alla giornata di studio
Dr.ssa Maria Claudia Di Paolo, Provveditore

ore 9.30-10.15
• La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento nel panorama europeo.
D.ssa Maria Grazia Ruggerini (Presidente e fondatrice della società “LeNove”, associazione di studi storici e sociologici)

ore 10.15-11.00
• Eliminare la violenza domestica: Politiche di contrasto e strumenti di prevenzione Eliminate Domestic Violence Italy – Project.
Dr.ssa Giorgia Serughetti (Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università Milano-Bicocca)

ore 11.00-11.45
• Il riconoscimento della violenza contro le donne e la violenza domestica come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.
Attività di prevenzione sulla violenza di genere.
Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD – Organismo interforze Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri, incardinato nel Dipartimento della pubblica sicurezza – Direzione Centrale della polizia criminale)
• ore 11.45-12.30
Trasformare il potere: Come riconoscere e cambiare le relazioni dannose.
D.ssa Alessandra Pauncz (Psicologa, fondatrice del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, promotrice della Campagna del Fiocco Bianco)

• ore 12.30-13.15
Chi sono gli uomini autori di violenza e modalità di intervento. Cinque anni di
lavoro al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze.
Dott. Mario De Maglie (Psicologo e Psicoterapeuta, coordinatore e operatore presso il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze)

Pausa pranzo

ore 14.00-15.00
• Accrescere autonomia, responsabilità e potere delle donne, attraverso la costituzione di reti, partenariato, scambio di pratiche ottimali.
Dott.ssa Maria Grazia Passuello (Presidente dell’Istituzione SOLIDEA – Vincitrice del Premio “Pink Roma”)
ore 15.00-16.00
• Ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne.
Dott. Claudio Vedovati ( esponente dell’associazione Rete Maschile/Plurale)
ore 16.00-17.00
• Parte dalla scuola la battaglia contro la violenza sulle donne.
La prevenzione resta il principale strumento per cambiare, veramente,
quella grammatica dei sentimenti con cui uomini e donne scrivono il
proprio modo di relazionarsi. MIUR