Archivio per 17 giugno 2015

Stereotipi: essere uomo tra gli uomini

Essere uomo tra gli uomini può essere davvero impegnativo nella quotidianità, fuori dal mio ambito di lavoro, dove ho relativamente vita facile grazie al contesto sensibilizzato in cui mi trovo, ma può essere anche molto gratificante, scopro sempre più volentieri che, almeno in parte, questo può dipendere da me. Spesso mi sento distante da quelli che sono i normali discorsi tra uomini, se non necessariamente la cosa riguarda i contenuti, quasi sempre riguarda le modalità. Nello stesso tempo mi sento attratto da una gentile, ma ferma presa di distanza o, nel migliore dei casi, da un possibile confronto, sono libero di mettermi alla prova, non ho niente da perdere, ma eventualmente tutto da guadagnare se riesco a esprimere la mia posizione senza retrocedere. Accetto la sfida o forse ormai la pretendo, “sono abbastanza uomo” da reggere una eventuale esclusione dal gruppo, anche se in realtà, se proprio butta male, sono io che mi escludo. Di solito però, se mi so porre ed esprimere adeguatamente, posso forse non venire compreso, ma venire comunque rispettato. Mi sento sicuro di me e delle distanza che riesco a definire, questo passa e paradossalmente sembra creare vicinanza. Non è sempre così semplice come lo sto scrivendo e mi capita di perdere la sfida, ma ho chiaro che io sono un elemento intimamente legato al risultato ottenuto. Per gli altri uomini non è semplice capire cosa sta succedendo, e come mai non mi unisco alle solite modalità di discussione quando, ad esempio, si parla di uno degli argomenti dove certi modi stereotipati sono la costante: le donne.

Lo psicologo americano Michael Addis parla di “vigilanza sulla mascolinità” intendendo la tendenza degli uomini a vigilare tra di loro reciprocamente sui comportamenti considerati maschili, punendo qualsiasi forma di deviazione dalle norme di genere culturali. Chi devia viene preso in giro ed umiliato e non è raro si possa arrivare anche a forme di violenza fisica. Questo fenomeno molto frequente in adolescenza non è però raro in età adulta, anzi.

Ho spesso esperienza di “blanda” vigilanza sulla mascolinità quando mi trovo, per qualche motivo, in nuovi gruppi di uomini e ci si comincia a conoscere, la vigilanza è un buon modo per saldare i rapporti ed essere sicuri di avere qualcosa in comune, magari una battuta sessista mette tutti a proprio agio, si parla la stessa lingua, ci si può capire, è rassicurante, “siamo tutti uomini qui dentro vero?” è la domanda di sottofondo.

Per un adolescente può essere difficile venire fuori dallo stereotipo probabilmente perché innanzitutto impensabile, la norma la decide il gruppo, anche se si devia e si viene puniti dopo ci si può sentire sbagliati ed in colpa. L’adulto da una parte possiede maggiori strumenti per deviare limitando i danni, dall’altra però è anche vero che certi stereotipi possono essere troppo radicati per pensare soltanto che siano realmente un problema.

Io mi sento privilegiato, in linea di massima ho consapevolezza e capacità di assumermi la responsabilità delle mie convinzioni, almeno il più delle volte, prevedendone, in una certa misura, le possibili conseguenze, non c’è interazione con il maschile che non mi metta in discussione e che non sia stimolo di riflessione, la deformazione professionale è ormai la mia forma mentis perché ovviamente circa la metà delle mie interazioni coinvolgono gli uomini.

Ho un gruppo di riflessione sul maschile “Diversa-Mente Molteplice, Riflessioni a Passo d’Uomo” che mi coinvolge e mi entusiasma, ma siamo ancora pochi e non basta, prevenire e sensibilizzare non possono essere azione di un singolo o di poche realtà, anche se da quelle necessariamente si parte. Però di una cosa sono convinto, se una riflessione personale e condivisa funziona per il singolo e per il piccolo gruppo, questa potrà funzionare anche per contesti sociali più allargati, sta a noi del settore e alle politiche crearne le possibilità.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/15/stereotipi-essere-uomo-tra-gli-uomini/1777759/

‘La storia non dorme mai’: elogio dei vinti, il reale è trasformabile

Dei vinti si parla, ma a parlarne o a decidere come se ne debba parlare sono sempre i vincitori, così il vinto è doppiamente tale, nella realtà e nel ricordo volutamente distorto che ne può dare la storia scritta dai vincitori e raramente messa in discussione, considerata dato di fatto.

I processi della logica e della verità storica vengono fatti assopire nelle giovani menti che immaginano, in buona fede, che le vecchie generazioni non possano che riportare quanto direttamente esperito. I vincitori possiedono i mass media, sanno usarli e li usano, perseguono i loro interessi facendosi pochi scrupoli, la forza è dalla loro, non necessariamente la ragione.

Bertolt Brecht inscenava il seguente dialogo tra il monacello e Galileo in ‘Vita di Galileo’:

“Ma non credete che la verità – se verità è – si farà strada anche senza di noi?”
Galileo: “No, no, no! La verità riesce ad imporsi solo nella misura in cui noi la imponiamo; la vittoria della ragione non può che essere la vittoria di coloro che ragionano”.

‘La storia non dorme mai-elogio dei vinti‘ a cura di Lorenzo Vitelli e Martina Turano edito da Circolo Proudhon (collana del gruppo editoriale Contro Cultura in collaborazione con la testata online L’intellettuale Dissidente) è un riuscito tentativo di dare visibilità e comunanza ad alcuni dei vinti più famosi, il cui carisma e pensiero, nonostante la sconfitta non cessano di esercitare fascino, attrazione e spirito di emulazione in coloro che nel carro dei vincitori non vogliono proprio salire e preferiscono farsi a piedi tutta la strada da percorrere.

Così, all’interno del libro, troviamo accostati ed egregiamente confrontati e discussi personaggi come Ettore e Achille, Zapata e Lumumba, Chavez e De Gaulle, Gentile e Gramsci, Pasolini e Pound e questi sono solo alcuni.

L’obiettivo dichiarato del saggio è ripensare il reale come trasformabile attraverso l’esempio di chi ha dedicato la vita a questo compito immane, ma inevitabile, se si vuole un futuro dove precarietà e alienazione non siano il presente, perché il dato implicito è che il nostro qui ed ora così com’è non va, non tanto perché gravido di soprusi ed ingiustizie (queste prosperavano anche in epoche precedenti) quanto perché ciò da cui l’uomo si sta sempre più allontanando è se stesso.

La (sua) natura gli ha sempre imposto il rispetto di limiti che oggi egli valica grazie all’aiuto di tecnologia e manipolazione mediatica.

Il senso del limite mette l’uomo in grado di accettarsi per quel che è e per quel che può. Il finito dà pace perché dà la dimensione del compiuto, l’alba è stupenda anche perché ad essa segue un tramonto, ci sono i confini. Rompere il limite (senza tuttavia poterlo superare) non crea accettazione, ma brama di potere essere, facendo del desiderio un bisogno e tingendolo di reale.

Il non finito non è in grado di dare soddisfazione all’uomo più di quanto il mare possa essere contenuto in una bottiglia; i bisogni non saranno mai soddisfatti perché sempre di nuovi se ne creeranno.

Il limite delimita la nostra identità, le dà contorni nella quale possiamo muoverci senza perderci.
Nel libro è citata una frase che Adorno utilizza nella Dialettica negativa con cui voglio chiudere questo mio post:”Solo se ciò che c’è si lascia pensare come trasformabile, allora ciò che c’è non è tutto”.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/10/la-storia-non-dorme-mai-elogio-dei-vinti-il-reale-e-trasformabile/1759512/

Amore e trauma

La parola ‘ama‘ è nascosta nella parola ‘trAuMA’. Ama, forse un invito, forse un imperativo. Sembra difficile, in prima battuta, trovare un collegamento tra l’amore ed il trauma, quasi una forzatura. Il trauma è un evento critico, spesso non prevedibile, una frattura all’interno della vita che ne devia il corso, generando un malessere psicologico evidente. Trauma è, ad esempio, un lutto improvviso, uno stupro, abusi o violenze singole o ripetute, un terremoto o eventi catastrofici nei quali ci si è ritrovati, ma anche situazioni relativamente meno disturbanti il cui ricordo genera però disagio modificando i comportamenti in modo disadattivo.

Dell’amore non c’è bisogno di una definizione, è l’indefinibile, ognuno ha in sé le parole per esprimerlo senza che io debba “ridurlo” con le mie. L’amore è multiplo, difetta se le parole per esprimerlo vengono da un singolo. Per amare c’è bisogno dell’altro, quindi anche la sua definizione parte dal due per allargarsi all’infinito.

Non mi interessa dare un’accezione romantica dell’amore, in questa sede, seppure parola che non voglio definire in modo particolareggiato, non intendo per amore altro che la pura e semplice affettività e accettazione di sé e dell’altro. L’amore stesso può essere traumatico quando finisce o non è corrisposto, segna l’individuo, intacca la fiducia, la speranza il senso del sé. Eppure per uscire dal trauma c’è bisogno di amore, innanzitutto per sé stessi, non si esce dal trauma se non amandosi più di quanto si ami il proprio disagio.

L’individuo sviluppa una sorta di attaccamento nei confronti dei sintomi causati dal trauma, la loro nascita ha avuto una valenza difensiva, anche se disfunzionale, i sintomi sono stati paradossalmente il lasciapassare per continuare a vivere, prova ne è che l’individuo non se ne separa facilmente, anche quando ne riconosce la disfunzionalità e l’irrazionalità. Una logica in realtà esiste, ma nascosta e profondamente intima, nata per mettere al riparo dal mondo che ha ferito invece di accudire.

E’ come se si sviluppasse nei confronti dei propri sintomi quella che viene chiamata Sindrome di Stoccolma, uno stato psicologico di affettività e dipendenza che sembra talvolta crearsi nei confronti dei propri aggressori instaurando con loro alleanza e solidarietà. Se la sicurezza cessa, l’irrazionale muta pelle e diventa logica, non cerca la luce del sole, ma gli anfratti dell’animo dove il buio permette l’oblio, il sonno dell’ingiusto.

La tendenza dell’essere umano è sempre inevitabilmente di proteggersi e, quando la ferita è troppo grande, utilizza i mezzi che ha per sopravvivere, impossibilitato a vivere. Per amare l’altro non si può che partire da sé stessi, se cesso di amarmi, di considerarmi, se il senso di colpa mi pervade per quanto ho fatto o non ho fatto, cesso di amare l’altro. Il trauma è un attentato riuscito all’amore, ma nello stesso tempo solo tramite l’amore si può provare a superarlo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/25/amore-e-trauma/1714678/

Salone del Libro di Torino 2015: c’era una volta la lettura e sempre ci sarà

Passo una mezza giornata al Salone Internazionale del Libro di Torino cominciato ieri e che andrà avanti fino a lunedì 18 Maggio. I libri sono tanti, il tempo è poco, arrivo per presentare “Finché brucia la neve” di Antonio Lorenzo Falbo, devo scappare subito dopo, impegni lavorativi non mi consentono la permanenza, gli occhi catturano quanto possono, le mani anche, ma la mente pretende il tempo che al corpo manca e allora scrivo:

Leggere è un po’ dimenticare di essere quel che non posso essere. Perdersi tra le pagine di un libro non è solo lettura, ma ritrovarsi, è lo sforzo dell’uomo di raggiungere la pace attraverso parole tormentate o il tormento attraverso parole di pace.

Non esiste lettore che non sia anche un po’ attore, attore la cui vocazione non è recitare, ma agire, mettere in moto, vivere in dimensioni della mente a cui la quotidianità non ha accesso.
L’eccesso di realtà fa male, è quasi patologico, ecco che la lettura viene in aiuto, è la cavalleria del ricco come lo è del povero, i libri non fanno discriminazioni, dagli esseri umani hanno appreso solo il meglio, prendendosi l’impegno di custodirlo, facendosi beffe del tempo che passa. I libri possiedono l’elisir della giovinezza senza l’aiuto dell’alchimia.

Le parole curano, le parole scritte amano, vi si può ritornare quando si vuole, proprio come la prima volta, eppure mai come la prima volta, non si rifiutano di farsi trovare dove le si sono lasciate, attendono anche anni, la pazienza è la virtù dei libri, non dei forti.

La lettura è la figlia prediletta dell’esperienza e la madre di ogni contraddizione dotata di senso, il muoversi della mente nell’immobilità del corpo, paradosso fatto a brandelli.

Ogni sfogliar di pagina ha la peculiarità del germoglio, ogni due pagine lette il fiore matura e si passa alle seguenti attraverso quel singolare e rassicurante strofinio di fogli che la carta partorisce a contatto con le dita, quasi impercettibile come la sensazione di avvicinarsi alla fine di un’opera, preludio inevitabile per cominciare la successiva. Leggere crea (in)dipendenza, ma non assuefazione. Ogni (in)dipendenza nasce da un vuoto, i libri i vuoti li riempiono o almeno li abbelliscono perché siano più presentabili.

C’era una volta la lettura e sempre ci sarà, potrebbe essere il titolo da dare alla vita di molti lettori professionisti, se questa fosse un film, ma certo è che prima dovrebbero assicurarsi che esso venga tratto da un buon libro.

Dedicato a chi, come me, legge per vivere sapendo che non si deve vivere per leggere. Buona lettura!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/15/salone-del-libro-di-torino-2015-cera-una-volta-la-lettura-e-sempre-ci-sara/1681562/

Maltrattamento domestico, il pensiero tra l’emozione e l’azione

“Creare spazio di pensiero tra l’emozione e l’azione” è il mio invito per evitare la conflittualità violenta. Mi ritrovo spesso a ripetere questa frase nel mio lavoro con gli uomini autori di violenza, quasi fosse un mantra che servisse tanto a loro quanto a me. In fondo non sono diverso, se non per una maggiore capacità di incanalare la mia aggressività, provando ad utilizzare diversamente l’energia che la rabbia mi procura, ma questa è stata acquisita con anni di lavoro personale e di esperienze alle spalle che mi permettono di avere una consapevolezza che potrei anche definire salvifica.

Durante il racconto degli episodi di maltrattamento domestico viene fuori come, negli uomini, il passaggio dall’emozione all’azione sia rapido e senza controllo, tanto che un certo numero di persone parla di quanto commesso con incredulità, non riconoscendovisi.
Il mio lavoro consiste nell’aiutarli a creare la consapevolezza di quanto sta avvenendo, in primis dentro di loro, quindi non solo a vivere, ad esempio, l’emozione della rabbia, ma ad essere in grado di riconoscerla e nominarla, ma per farlo devono prima essere in grado di pensarla, per questo è necessario creare uno spazio di riflessione che può permettere all’uomo di scegliere come comportarsi, quindi agire una violenza o trovare un’alternativa.

Negli uomini in cui si riconosce una buona motivazione (e purtroppo quasi esclusivamente in questi) dare origine a questo spazio di pensiero è relativamente facile ed immediato, bastano pochi colloqui, tanto che il maltrattamento fisico può subire una repentina interruzione, pur dovendo continuare a lavorare sul maltrattamento psicologico.

Quel che si ricava è l’analfabetismo emotivo di molte persone, ma anche delle capacità di presa di consapevolezza latenti in esse presenti, che, se facilitate, vedono la luce in modo relativamente semplice.

Siamo abituati a viverle le emozioni, ma nominarle e pensarle è un’altra cosa, è una questione di abitudine, non ce l’hanno insegnato, soprattutto il genere maschile sconta in proposito un ritardo evidente. Quando si acquista consapevolezza, questa non permane come uno stato acquisito, ma è necessario uno sforzo ed una attenzione costante per il suo mantenimento, soprattutto quando maggiormente se ne ha bisogno, ossia durante i momenti di tensione che portano ad una possibile conflittualità in una coppia. Permangono in noi i vecchi modi di comportarsi ed i vecchi automatismi, perché, se anche disfunzionali, hanno l’effetto di una scarica immediata e non costano pensiero. Me ne faccio testimone io stesso con la mia esperienza in quanto lavorare in quest’ambito sicuramente mi aiuta a non (ri)cadere in certi meccanismi, ma non mi rende esente dal rischio che comunque possa succedere.

E’ necessario lavorare sugli uomini di domani che oggi sono solo dei ragazzi, non c’è niente di sbagliato in qualunque emozione, nessuna di esse è negativa, se però si impara che alcuni stati d’animo possono essere provati (amore, felicità ) ed altri no (rabbia, odio) non si avrà una esatta conoscenza di quanto si prova e non si sarà in grado di controllare il proprio comportamento, illudendosi che le cose non possano che andare in un determinato modo (“non avevo scelta”alcuni affermano convinti), quando delle alternative alla violenza ci sono sempre, devo solo “sapere” che si può scegliere.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/05/12/maltrattamento-domestico-il-pensiero-tra-lemozione-e-lazione/1671088/

Violenza sulle donne: nasce Relive, il coordinamento dei centri per uomini maltrattanti

Crediamo che:
-la violenza sia una scelta ed esistano delle alternative;
-che non ci siano giustificazioni;
-che la violenza non sia un destino ineluttabile;
-nella possibilità di cambiamento: a tutti deve essere data la possibilità di cambiare;
-nell’accoglienza agli uomini senza giudizio e senza complicità.

reliveQuesti i valori che Relive -Relazioni Libere dalle Violenze – vuole far passare attraverso il suo lavoro, essi sono in primo piano visitandone il sito. Relive è il primo Coordinamento italiano che raccoglie i centri che si occupano della presa in carico degli uomini autori di violenza. Nove le Associazioni attualmente aderenti:
• Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti Cam, Firenze
• Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti Cam, Ferrara
• White Dove Evoluzione del Maschile Onlus, Genova
• Centro Savid Stop alla violenza domestica – Insegnamento di criminologia, Università degli Studi di Milano
• Fondazione Famiglia Materna, Rovereto
• C.i.p.m Centro Italiano per la Promozione della Mediazione, Milano
• C.i.p.m Centro Italiano per la Promozione della Mediazione, Emilia
• Forum Lou Salomè – Progetto Uomini – non più violenti – si diventa, Milano
• Il Cerchio degli uomini, Torino

Relive è convinta della necessità di collaborare con i centri antiviolenza, di aderire agli standard europei di qualità, di farsi garante della qualità dei propri centri aderenti e di doversi muovere, nel lavoro con gli uomini, su tre assi: culturale, clinico e criminologico.

Ieri si è svolta la presentazione del Coordinamento presso il Consiglio dei Ministri, un momento storico per tutti gli operatori e le operatrici che da anni, con le loro diverse professionalità e con un instancabile e caparbio lavoro, a dispetto di ogni difficoltà, si dedicano al contrasto della violenza di genere perché credono che gli individui, la società e la cultura possano essere diversi. Lo credono perché lo sperimentano sulla loro pelle, perché lavorare con la violenza può essere anche terribile a volte, ma ti fa capire anche che essa non ingloba tutto, che le persone possono essere e dare altro, se trovano l’ascolto e lo spazio adeguato.

Se pensiamo che, solo cinque anni e mezzo fa, non esistevano realtà di aiuto per gli uomini, la nascita di Relive indica una vitalità ed una voglia di esserci e cooperare che, sono convinto, sarà la forza di questo Coordinamento.

“Esserci e non essere da solo“, questo è, a mio avviso, il messaggio più importante che Relive porta insieme alla sua nascita. E’ un messaggio che può muoversi in molteplici direzioni, laddove c’è cambiamento c’è una sinergia di forze e comunità di intenti.

Buon lavoro Relive!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/28/violenza-sulle-donne-nasce-relive-il-coordinamento-dei-centri-per-uomini-maltrattanti/1630530/

MENS SANA IN CORPORE SANO, Genova 19 Giugno 2015

Venerdì 19 Giugno parteciperò al Convegno Performat MENS SANA IN CORPORE SANO con l’intervento dal titolo “LO SHIATSU E/E’ LA RELAZIONE DI AIUTO”

Shiatsu Genova 1

Shiatsu Genova 2