Archivio per 23 agosto 2015

Estate, tempo di amore, poesia e lettura

È estate, mi trovo ad Alghero, in Sardegna, a godermi qualche giorno di sole. Passeggio sul lungomare e osservo le onde infrangersi sugli scogli, mi vien da pensare che vorrei, quando scrivo, che le parole mi arrivassero allo stesso modo. La schiuma assume il ruolo dell’ispirazione, va e viene, ma circonda la roccia, da essa non si allontana, ne è legata per nascita e morte, una vita che si consuma nel giro di pochi secondi, completamente spesa ad accarezzare quel che l’ha generata, mai figlia fu più grata e attenta.

Vorrei essere poeta, ma sono sempre più convinto che la poesia non è dentro, ma fuori di noi, possiamo solo essere particolarmente bravi nel coglierla, darle una forma che le renda giustizia, ma non contenuto. La bellezza di questo luogo esiste indipendentemente dalla mia presenza, guardo i tramonti sul mare, incidono nella mia anima momenti di quell’eternità che agogniamo, ma ai quali non siamo destinati. Dopo il tramonto il buio, ma è solo il chiarore senza gli occhi puntati addosso. Guardo il mare, la linea di confine che lo separa dal cielo e penso che non sarò mai vecchio, potrò essere solo antico. Non so del mio domani, so solo che le cose inaspettate sono quelle che aspetto di più.

Mentre cammino tengo stretto a me un libro, la sensazione che mi deriva dal contatto della mano con la carta è quella di sicurezza, leggere è il legame con il mio ieri, dove arrivo per la prima volta porto le mie abitudini per sentirmi meno solo o forse per godermi al meglio la mia solitudine. Amo le relazioni, ma ecco perché, a volte, me ne allontano: per il troppo amore.

Leggo Vita di Pasolini, la biografia di Pier Paolo Pasolini scritta da Enzo Siciliano, la giornata è scandita da momenti in cui avanzo nella lettura; non misuro il tempo in ore, ma in pagine consumate. È un libro che ho già letto diversi anni fa, ma che, per difetto della memoria, ho ricomprato e mi è piaciuto pensare che rileggerlo fosse un suggerimento di non so chi o cosa, è il mio modo di ingannarmi.

Leggere un libro ha della relazione amorosa l’inizio, la fine ed un numero imprecisato di pagine sconosciute. Vivere una relazione amorosa ha delle pagine di un libro lo sfogliare, il fruscio che ne deriva e qualcosa del proprio essere che affoga tra le parole.

È estate, è tempo di leggere ed è tempo di amare, beati coloro che lo faranno cogliendone le affinità e annullandone le differenze.

Buone vacanze!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/07/estate-tempo-di-amore-poesia-e-lettura/1941247/

Assolti dallo stupro di gruppo: nessun senso, solo responsabilità

“Vorrei riuscire a scrivere qualcosa che abbia un senso ma non posso perché un senso, questa vicenda, non ce l’ha. Sono io la ragazza dello stupro della fortezza, sono io” con queste parole comincia la lettera della ragazza dello stupro della Fortezza da Basso che è stata pubblicata sul sito Abbatto i Muri a cui la donna l’ha inviata.

Una ragazza di 23 anni, nel 2008, denuncia di essere stata violentata da sei uomini dopo una festa, vicino la Fortezza da Basso. La Corte di Appello di Firenze ha scagionato, in secondo grado, i sei imputati con delle motivazioni più che discutibili quali: “la vicenda è incresciosa, ma penalmente non censurabile. La giovane era presente a se stessa anche se probabilmente ubriaca, l’iniziativa di gruppo comunque non fu ostacolata”. Non commento, è la logica a farlo di sua iniziativa e molto meglio di quanto saprei fare io.

L’invito è a leggere per intero questa testimonianza, a prendersi disarmati il pugno nello stomaco che viene mitragliato dalle parole di questa donna che non si vuole arrendere, ma che rimane (e noi insieme a lei) incredula di fronte alle conseguenze personali, sociali e legali di quella notte e che vanno oltre quelle dello stupro.

Anche questa è la nostra Italia, dove ancora oggi donne che denunciano le violenze subite non solo non vengono credute, ma anche diffamate, vite distrutte due volte, vite violentate per sempre. No, non ci rendiamo conto di cosa questo possa significare, possiamo solo provare ad immaginarlo, ma la realtà delle donne che vivono tutto ciò, sono certo, supera qualsiasi fantasia. La prima violenza è carnale ed immediata, la seconda è subdola e prolungata, entrambe devastanti, entrambe si rinforzano a vicenda, una corda stretta intorno al collo della vittima e che tira a destra e a sinistra, soffoca senza ammazzare.

La violazione di un corpo senza il consenso di chi in quel corpo ci vive è una delle peggiori esperienze che si possano subire. La persona viene privata di qualcosa che potrebbe non recuperare mai più, perde la sua intimità, il suo rapporto unico e privilegiato con la propria carne, con quel che delimita materialmente il suo essere. Non riesco a trovare parole che possano descrivere il vissuto ed il dolore di uno stupro, provate a soffermarvi sulle immagini e le sensazioni che questa parola evoca, sono molto più esaustive di qualsiasi altro tipo di rappresentazione. Pronunciate ad alta voce la parola stupro! Cosa vi viene in mente? Cosa accade nel vostro petto, nelle vostre articolazioni? Non so cosa avviene dentro di voi, ma so cosa avviene dentro di me e mi viene da allontanare tutto quanto mi sgorga dentro, mi confronto con l’inaccettabile e ne esco perdente.

Il lavoro dei centri antiviolenza è essenziale e vicende come queste ne fanno capire sia l’importanza sia le enormi difficoltà in cui le operatrici si imbattono, per questo necessitano del supporto continuativo di uno Stato presente al problema. Sempre dalla lettera: ”Essere vittima di violenza e denunciarla è un’arma a doppio taglio: verrai creduta solo e fin tanto che ti mostrerai distrutta, senza speranza, finché ti chiuderai in casa buttando la chiave dalla finestra”. Accettare tutto questo significa essere complici. Questa vicenda un senso non ce l’ha, sono d’accordo, ma quello che ha sono delle responsabilità, dei singoli e collettive. Ogni volta che si toglie la dignità ad un essere umano si toglie dignità a tutto il genere umano.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/20/firenze-lo-stupro-alla-fortezza-da-basso-nessun-senso-solo-responsabilita/1888976/

Psicologia: la lacrima più triste, quella che non ha mai trovato un volto da solcare

La lacrima più triste è quella che non ha mai trovato un volto da solcare. Se c’è una cosa che ho imparato, in tanti anni di impegno nelle relazioni di aiuto, è proprio questa. Ogni persona è una storia, scritta sulla carta avrebbe le sembianze di un romanzo, ma non c’è carta a sufficienza per contenere un’esistenza. Niente della vita potrebbe essere scritto a priori, tutto è mutabile in ogni momento, per scelta o per caso. Ogni individuo porta con sé un suo dolore, più questo è stato grande, più ha dovuto essere in grado di farvi fronte per non soccombere. Non è un caso che l’arte più sublime talvolta possa nascere dai malesseri più profondi.

Non è il dolore a generare disagio, ma il dolore inespresso o il dolore negato a farlo, al contrario il dolore da sé può dare vita alle forme più sublimi di comunicazione umana. Soffrire implica opporsi alla sofferenza, generare capacità che altrimenti sarebbero rimaste sopite. Certo soffrire fa male, ma sviluppa il proprio essere in direzioni non convenzionali, la mente deve ingegnarsi, trovare forme in cui ingabbiare il dolore, se non si soccombe, intelligenza e sensibilità possono varcare i limiti.

Per ogni lacrima pianta ce ne può essere almeno un’altra che aspetta il suo momento. Amo le lacrime, mi ricordano la pioggia della quale amo lo stato di sospensione emotiva che porta con sé, quella malinconia che sembra mettere l’animo in posizione di ascolto, quel profumo che si genera dal terreno quando l’acqua tocca il suolo, è nutriente. Credo che, se la solitudine avesse un odore, sarebbe proprio quello delle gocce di pioggia a contatto con il terreno.

Colleziono lacrime, ne cerco di tutti i tipi, le più antiche sono le mie preferite, ma non disdegno neanche le più recenti, copiose a volte fanno un po’ paura, ma so anche che sono le più salutari, credo di avere un affetto sincero per quelle che rimangono sui solchi degli occhi, comprendo la loro indecisione e rendono allo sguardo quel che la vita talvolta può togliere. Talvolta ci si dimentica delle lacrime di gioia, quasi non fossero lacrime, sembrano le sorelle povere delle lacrime di dolore, ma hanno tutta una loro dignità seppure nella diversità dei sentimenti che le possono generare.

Le lacrime di rabbia sono imprevedibili, votate all’azione o al ritiro, porvi attenzione particolare è consigliabile, mentre le lacrime di compassione sembrano germogli in attesa di crescere in arbusti.
Le lacrime negate commuovono, orfane non hanno mai conosciuto cosa le ha generate, sono quelle lacrime che mai potranno guardarsi allo specchio.

Ogni lacrima corteggia il tempo per potere essere pianta, sedurre il volto di cui è figlia. Il tempo è galantuomo, ma anche tiranno, non tutte le lacrime potranno essere piante a tempo debito, alcune dovranno aspettare di essere riconosciute come tali per poter uscire dal buio che le confina.

Il tempo migliore è quello che la foglia d’autunno impiega per raggiungere terra quando si saluta dall’albero che l’ha cresciuta, il tempo migliore per le lacrime è quello impiegato per solcare il volto e raggiungere terra quando si salutano dall’animo che le ha partorite.

Per la donna si sa quanto sia più semplice piangere rispetto ad un uomo, ecco forse perché l’uomo ha tutta quella carica che può volgere più facilmente in aggressività.

Piangere non è da uomo, dicono ancora oggi, piangere è quel che fa dell’uomo quel che è, umano al pari della donna.

Solo chi si concede alle lacrime senza vergogna vive senza rimpianto.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/07/01/psicologia-la-lacrima-piu-triste-quella-che-non-ha-mai-trovato-un-volto-da-solcare/1831844/