Archivio per 30 settembre 2015

“Il lavoro con l’autore di violenza nelle relazioni affettive: presupposti culturali e metodologici”

Docenza tenuta nel corso “Il lavoro con l’autore di violenza nelle relazioni affettive: presupposti culturali e metodologici” organizzato dalla USL Umbria 2 a Terni il 30/09/2015

Presentazione Video reportage Niente di Rotto

Sabato 26 Settembre presentazione al Kantor Atelier di Firenze del videoreportage sulla violenza di genere NIENTE DI ROTTO realizzato da Andrea Ciommiento. Nel video una mia intervista e sarò presente durante la serata

ore 21 Incontro/conversazione UOMINI AUTORI DI VIOLENZA con dott. Mario De Maglie, psicologo, psicoterapeuta, coordinatore Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (Firenze), blogger de Il Fatto Quotidiano
Moderatore: Michele Cavallo, psicoanalista e direttore didattico Master Teatro nel Sociale dell’Università Sapienza di Roma.

Pensavo fosse amore invece era un disturbo di personalità

Questo è un post semiserio sulle relazioni amorose, è anche un post che dà ampia libertà di scelta in merito a cosa considerare serio e cosa no. Estremizzare è un lusso che voglio qui concedermi. E’ un post senza pretese, non prendetevela troppo con l’autore, anche dove c’è stato un po’ di tormento la leggerezza potrebbe essere la benvenuta.
L’amore, per intenderci, è quella cosa che tutti conoscono, ma che nessuno saprebbe definire, piccola eccezione forse per i poeti. No, non ci provate, non siamo tutti poeti dentro, anche se la poesia è dentro ognuno di noi.

Astenersi lettori impegnati in relazioni stabili e durature, siete una specie in via di estinzione a sentire i teorici dell’era del precariato e delle relazioni fluide. Non sappiamo al momento che fine farete, ma immagino vi terranno informati, siete esseri umani anche voi. D’altronde per continuare la specie c’è bisogno di fare figli e, per questo, c’è bisogno di sicurezza e stabilità, se non per farli, almeno per mantenerli.

Quante volte abbiamo creduto, cominciando a frequentare una nuova persona, che fosse la volta giusta, che avessimo trovato la nostra metà, la nostra anima gemella? Ecco, cominciamo a prendere atto che nasciamo interi e non dimezzati e i gemelli, di solito, ce li ritroviamo a fianco nella culla senza doverli stare a cercare una vita. Purtroppo le speranze non sono necessariamente indicative dei risultati poi ottenuti e alcune relazioni infrangono i sogni migliori.

A volte lo diciamo con franchezza che sapevamo già come sarebbe andata a finire, una parte di noi aveva capito tutto, abbiamo sempre una parte di noi che aveva capito tutto, mai però che la ascoltassimo! Cassandra era una dilettante.
Quindi soffriamo, ma volutamente, perché eravamo in fila quando distribuivano il dono della premonizione e abbiamo aspettato diligentemente il nostro turno. La logica, a dire il vero, ogni tanto si affaccia per vedere se le facciamo un po’ di posto, ma di solito capisce che aria tira, non se la prenda poi tanto a male, fatti i suoi doverosi tentativi di intromissione, ha tenerezza e secondo me si diverte anche, siamo buffi.

Troncata una relazione, soprattutto se subiamo la scelta dell’altro/a, comincia l’estenuante gara di attribuzione di responsabilità, arbitri non ce ne sono, nessuno vuole rischiare la vita. Al via quindi una sfida all’ultima colpa ingaggiata a furia di soliloqui interni e monologhi con gli amici. In quest’ultimo caso bisogna stare molto attenti a non lasciare spazio tra una parola e l’altra, si respirerà in seguito se necessario, se l’amico trova spazio comincerà a parlare di “quando anche lui è stato lasciato o ha interrotto una storia” dando vita, oltre che ad una conferenza last minute, ad un chiaro esempio di conflitto di interessi, questo almeno però possiamo ammettere che non sia di facile regolamentazione, non ne chiederemo conto alla Sinistra. Poi mi domandano cosa differenzi un amico da uno psicologo, con lo psicologo puoi fare delle pause tra una parola e l’altra.

Parliamoci chiaro non è che attribuire delle responsabilità all’altro sia sbagliato, anche perché l’altro può realisticamente averne fatte di cose che avrebbe potuto scegliere di fare diversamente, ma vorremmo un cambiamento in lui/lei che, se possibile, in fondo probabilmente non ci avrebbe portato al termine della storia, ma ho già chiarito il ruolo della logica in tutto questo ed è inutile scomodarla nuovamente. Ci sono poi quei tira e molla, prima del definitivo distacco, che costituiscono un toccasana per la tranquillità dell’animo umano e che ci danno modo di ripetere i nostri errori in modo da perfezionarli. Paolo Conte cantava in Boogie “Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”.

Per chi viene lasciato è chiaro e da diffondere con comunicato stampa: l’altro/a è un caso clinico altrimenti continuerebbe la relazione. Questa convinzione, nei casi più fortunati, è confermata dal fatto che lui/lei abbia realmente iniziato ad andare in terapia, i più onesti intellettualmente (pochi) possono forse chiedersi se, per caso, non hanno avuto un ruolo fondamentale in questa scelta.
Non è facile essere uno, figurarsi essere in due, anche se continuo a pensare che non ci sia niente di meglio delle relazioni umane. “La gente è il più grande spettacolo del mondo e non si paga il biglietto” diceva Charles Bukowski.

Le relazioni amorose ci caratterizzano come esseri umani, senza avvertiremmo la nostra solitudine in modo insostenibile, non bastano gli altri, ma abbiamo bisogno di un altro/a in particolare, quello/a che fa del verbo condividere la differenza che non troveremmo altrove. Può andar bene al primo colpo o quasi oppure sembra non basti una vita. Pensavamo fosse amore invece era un disturbo di personalità, di chi dei due è tutto da vedere.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/03/relazioni-pensavo-fosse-amore-invece-era-un-disturbo-di-personalita/2004318/

Violenza, il complesso di Napoleone può esserne una causa?

I tentativi di capire cosa possa rendere un uomo violento nei confronti delle donne e di riconoscere dei tratti specifici del maschile che possano portare ad una categorizzazione che permetta l’inclusione di alcuni e l’esclusione di altri sono grosso modo falliti. I motivi della violenza possono essere sociali e culturali oppure possono affondare le radici nelle storie personali dei singoli.

Categorizzare è in parte rassicurante perché permette di avere delle certezze e di classificare subito le persone rendendole prevedibili, è un bisogno umano e comprensibile. L’evidenza clinica ci dice, come ho sempre scritto in numerosi post precedenti, che non esiste nessun tipo di uomo che potrebbe essere considerato esente dall’agire delle violenze. Gli uomini autori di violenza appartengono a qualsiasi fascia sociale e culturale, non sono mostri o individui di solito particolarmente inquietanti, ma possono essere il vicino di casa, l’amico, il proprio medico, il cugino, il vigile urbano, il pensionato tranquillo che vediamo al parco e così via. L’aggressività è parte integrante della natura umana e ovviamente anche le donne non ne sono esenti, anche se qui mi concentro sulla parte maschile perché è su quella che ho maggiori competenze ed è quella a rivelarsi un problema strutturale della nostra cultura e che parte, ma prescinde dai singoli casi.

napoleone675Su Fanpage.it leggo un breve, ma interessante articolo su di una ricerca condotta dal Centers for Disease Control and Prevention americano intitolata “Masculine discrepancy stress, substance use, assault and injury in a survey of Us Men”. Lo studio sembra aver mostrato una significativa correlazione tra il complesso di Napoleone e la tendenza degli uomini ad agire violenza.

I dati raccolti hanno rilevato che gli uomini maggiormente coinvolti in comportamenti violenti erano anche coloro che si consideravano meno mascolini e si consideravano meno mascolini quelli più bassi della media, di conseguenza l’altezza sembrerebbe un parametro importante nel predire comportamenti maltrattanti perché chi è basso si sentirebbe più facilmente meno maschio. Non entro troppo nell’ambito della ricerca, i dati sono dati, ma trovo utile soffermarmi su alcune considerazioni.

Il Complesso di Napoleone indica una sindrome psicologica in cui delle persone, di solito uomini, soffrono di un complesso di inferiorità causato principalmente dalla loro altezza o comunque da altre caratteristiche fisiche per le quali si sentono inferiori alla media. La figura di Napoleone ben si presta metaforicamente a dare il nome a tale sindrome, uomo basso che ha compensato in sorprendenti qualità militari e politiche i diversi centimentri di altezza di cui la natura lo aveva privato.

L’idea di “uomo” è legata al concetto di forza, l’uomo è stato a lungo considerato il sesso forte e, ahimè, può esserlo tutt’ora, mentre la donna è stata a lungo considerata il sesso debole e, ahimè, può esserlo tutt’ora. Si potrebbe supporre che, se un uomo non è abbastanza alto per sentirsi un vero uomo, nonostante continui a non sentirsi abbastanza mascolino, cerchi comunque di diventarlo attraverso l’uso della forza. Se non si può essere più alti è possibile che, consapevolmente o meno, si cerchi di mostrarsi più forti e la violenza è il modo più semplice di utilizzare la forza.

La violenza non ha una singola spiegazione, è un fenomeno complesso e non dobbiamo mai dimenticarcene, ma ben vengano tutti i tentativi dotati di senso di farci entrare più a fondo nella sua complessità o di farci ragionare su di essa in modo non superficiale.

Nella mia esperienza di lavoro con gli uomini autori di violenza non ho mai pensato che l’altezza fosse un parametro importante semplicemente perché non ho mai osservato maggiore o minore violenza negli uomini in relazione ad essa. So che se però la persona si sente mancante in qualcosa, non si sente all’altezza (scusate il gioco di parole) ma è azzeccato, allora è più facile che sfoci in episodi di aggressività fisica o anche soltanto psicologica per cui, ad esempio, si necessita di sminuire una donna che mostra qualità superiori o semplicemente ha uno stipendio più alto. Il sentirsi meno in qualcosa porta inevitabilmente con sé il desiderio di sentirsi di più e a quel punto il problema è sociale e culturale perché si utilizzerà quello che la società mi indica come forte per sentirsi tale.

Al di là delle considerazioni più scientifiche e delle conseguenti implicazioni, questo studio è comunque un invito a riflettere su cosa si ritiene sia forte o buono. Non credo che essere bassi porti alla violenza, ma credo che la società mi possa far vivere il mio essere uomo in base a dei parametri fisici e psicologici che non corrispondono al vero essere uomini che dovrebbe essere slegato da condizionamenti legati a vecchi stereotipi che ancora ci portiamo appresso. L’essere maschio è un dato biologico, che tipo di uomo voglio essere dipende da me.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/08/26/violenza-il-complesso-di-napoleone-puo-esserne-una-causa/1983749/