Archivio per 30 ottobre 2015

‘Io non sono come te’: l’adolescenza, l’amore e il dolore

Per parlare con bambini e adolescenti noi adulti dobbiamo alzarci al loro livello, questo implica una capacità di tornare a noi stessi che spesso perdiamo con il passaggio alla vita adulta. Adulti lo si diventa, bambini ci si nasce. Un tempo noi eravamo loro, gli anni portano esperienza, ma tolgono innocenza, i ricordi ci cullano, ma non sempre ne facciamo strumenti di apprendimento e di empatia. Non è considerata l’età matura quella dei primi anni, ma in realtà è l’età della ragione non vincolata, è l’età della lotta del nostro sé per venire fuori e rimanere esattamente quel che è, una battaglia con troppi perdenti purtroppo. In adolescenza tutto si fa più difficile, la ragione comincia a essere condizionata, ma ancora è in grado di ribellarsi e farsi beffe delle regole del mondo. L’adulto dovrebbe servire a confrontare il giovane con la frustrazione e uscirne vincitore, non dovrebbe farsene promotore.

Io non sono come te – libroLeggo un romanzo che mi apre a queste riflessioni, è Io non sono come te di Giovanna Bandini. Un racconto che attinge a piene mani dal mondo degli adolescenti in quanto a sentimenti, speranze e ostacoli. Nello specifico il romanzo parla di due baby squillo, vicende apparse anche recentemente nelle cronache.

Io non sono come te è una provocazione al perbenismo di facciata che ci circonda, è un racconto il cui valore sta nell’andare oltre l’apparenza dalla quale amiamo farci ingannare. Due ragazze di 14 e15 anni si prostituiscono, amori a pagamento e amori spontanei come la nascita e la crescita del fiore di gioventù che la vita ha reciso loro.

Angela e Marta, in arte Esmeralda e Giada, non potrebbero essere più diverse, eppure si cercano, sanno che la loro diversità è superficiale, il dolore che le accomuna è che le porta a prostituirsi è lo stesso, ma sfocia in atteggiamenti, motivazioni e modalità diverse. Con loro due madri sullo sfondo, entrambe a pretendere dalle figlie quello che non sono ed è proprio questo che le conduce alla perdizione del corpo pur di salvare la mente.

Angela, convinta di quel che fa, trova piacere e vive del piacere che il mondo materiale può darle con “così poco”. Marta che prima ancora di vendere il suo corpo è come se vendesse il suo senso di colpa al miglior offerente, prova a tirarsi indietro, ma non ce la fa da sola. Loro sono il diavolo e l’acqua santa, la malizia e la purezza, gli uomini le pretendono entrambe. Anche l’amore sano di Marta per un ragazzo, Leo, non può che portarsi dietro il passato come una catena, segnandone il futuro.

C’è sempre possibilità di scegliere e Marta lo dimostrerà chiamando a raccolta tutta la sua innocenza che, a dispetto dei soprusi che lascia infliggere al suo corpo, sembra rimanere intatta. In tutto il romanzo sembra di vivere con lei, condividendone le angosce, ma anche le emozioni più belle. Nulla in Marta è fuori posto, nulla in lei è sotto processo, anche se è sempre lei a scegliere cosa dare e cosa non dare. Angela e Marta sono ragazze normali ed è questa la drammaticità della loro storia.

Essere in due è spesso l’obiettivo di una vita proprio come in due sono sempre l’amore e il dolore, presi da soli non varrebbero niente, uno è la misura e la possibilità dell’esistere dell’altro. Fuggiamo la solitudine, ma qualcosa di noi è troppo intimo perché non possa contemporaneamente anche rincorrerla.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/28/io-non-sono-come-te-ladolescenza-lamore-e-il-dolore/2163332/

Calma, breve elogio

Sogno che arrivi il giorno in cui ognuno di noi possa aprire gli occhi tutte le mattine seguendo il proprio ritmo naturale, senza l’ausilio di sveglie o preoccupazioni sopitesi per stanchezza, pronte a rientrare in campo alla prima possibilità, e solo allora debba e possa cominciare la giornata. Pensate a come sarebbe bello! Il tempo al nostro servizio e non noi al suo. Forse quello di cui vado fantasticando è una reminiscenza di un qualcosa che fu. Fu! Oggi è utopia, basta guardare alle nostre vite per capire perché.

Dare al proprio corpo la quotidiana possibilità di decidere da sé quando si è riposato abbastanza non è, mi rendo conto, nient’altro che un sogno, l’irrealizzabile fatto speranza nella nostra civiltà che di civile, senza entrare in contraddizione con sé stessa, ha solo il nome, Parlo di bisogni dimenticati tramutatisi in desiderio, condizione necessaria per il desiderio è la mancanza, desidero quello che non ho., ancora di più se non lo potrò mai avere.

Impegni, appuntamenti, lavoro, palestra, figli, genitori tutto deve trovare posto nelle 24 ore a disposizione, pena la rinuncia a qualcosa, il non farcela o il sentirsi in colpa. L’elasticità dei tempi del lavoro precario, più che regalare ore alla giornata, le regala all’ansia del vivere nell’impossibilità di costruirsi il futuro, nonostante l’essere sempre lì ad inseguirlo.

Subisco il fascino di una frase, anche se la disattendo con costanza: “non ho fretta”. Ne scandisco ogni lettera mentre la pronuncio o l’ascolto, è un magnete per il mio sentire. Vorrei potermi dire questa frase e sentirmela dire molte più volte di quanto accada e vorrei saperla mettere sempre in pratica. Quantità come sinonimo di qualità, più faccio nel meno tempo possibile più bravo sono o più ho tempo poi per me, salvo poi scoprire che la giornata è finita o sono troppo stanco per non desiderare altro che il riposo meritato.

Il “non ho fretta” non vuole essere inteso come una forma di disimpegno, ma, al contrario, come la forma massima d’impegno, dedico al mio operato il tempo necessario perché lo possa svolgere al meglio, non andare velocemente non equivale ad andare lentamente.

Personalmente, anche quando potrei permettermi di fare le cose senza fretta, non è raro che me la procuri ugualmente, da bravo professionista del disagio, quando questo non c’è, so come trovarlo, non posso vivere senza, è il mio mestiere. Il disagio crea dipendenza. Difficile concedersi all’ozio senza provare una punta di rimorso, se questo non avviene in programmati momenti. L’ozio non è pigrizia come lo intendiamo oggi, associandolo ad un vizio. “Otium” , nell’antichità, era il tempo dedicato al non lavoro, quindi ad attività superiori come lo studio, l’arte e ogni forma di attività intellettuale e creativa. Nietzsche si chiedeva: “L’ozio è il padre di ogni filosofia. Quindi la filosofia è un vizio?” Il contrario era rappresentato dal “negotium” termine che indicava l’occuparsi degli affari. Mentre l’otium è una scelta, il negotium è una necessità.

La fretta sinonimo di disagio, è la difficoltà di stare nel presente perché si pretende il futuro, non comprendendo che l’unico momento che si è in grado di vivere realmente è solo il qui ed ora. L’unico tempo è quello che si sta vivendo, il resto è nella mente in forma di ricordi, aspettative o speranze. Tangibile è solo il presente, passato e futuro sono puro pensiero. Pensare il futuro è inevitabile, ma non dequalificando il presente intrappolato con niente nel passato.

Siamo talmente abituati a correre che crediamo che ormai coincida con il camminare e quando pensiamo di correre siamo a stramazzare al suolo perché affrontiamo tempi non umani. Tempo maestro di vita o tiranno di una vita, ritmi serrati iniettati in vena, dipendenza coatta del dover fare per poter essere.

È la società di oggi, in parte quella di ieri e tutto lascia supporre sarà la stessa di domani.

Il mio elogio della calma si fa strada testardo e perdente attraverso il consumo incontrollato di tempo, mentre divoriamo istanti scambiandoli per possibilità, secondi che formano catene impalpabili che lasciano libera la carne, ma imprigionano lo spirito. Il mio elogio della calma aspetta, non ha fretta.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/19/calma-breve-elogio/2140200/

Psicologia: fuori dalla violenza, dentro il dialogo. Le possibilità di un incontro

“La differenza è che, mentre voi mi ritenete dalla parte del torto, io non mi ritengo dalla parte della ragione” è quanto provo a tenere a mente quando comincio confronti accesi. Il dialogo è lo strumento principe di ogni interazione, attraverso di esso le relazioni nascono, crescono e muoiono, due o più persone si comprendono o si fraintendono. Ci sono altri modi di comunicare, ma laddove c’è la parola c’è il dialogo.

Da terapeuta, il dialogo, oltre a rivestire la rilevanza che ha per ogni comune persona, costituisce anche il mio campo di lavoro. E’ la parola che cura, se inserita con efficacia in un dialogo. Essa, alternata sapientemente alla sua assenza, il silenzio, può fare la differenza nelle situazioni di disagio. La parola è il bisturi del terapeuta, il suo uso chirurgico permette di sanare o riaprire le ferite emotive nascoste sottopelle.

Lavorando in situazioni di maltrattamento domestico o di conflitto, quello che risalta è che spesso è una comunicazione disfunzionale l’origine del malessere di una coppia e questo può portare uno dei due membri ad agire un comportamento violento, ritenendolo talvolta giustificabile, in quanto ci si convince che non ci siano altri modi per far rispettare le proprie posizioni (“se l’è cercata”, “non avevo alternative”, “non capiva” dicono alcuni uomini autori di violenza).

L’esperienza personale e professionale mi ha portato a evidenziare due diverse forme di dialogo che possono presentarsi nelle interazioni.
Nella prima due persone concordano sostanzialmente con quanto discutono, è una comunicazione serena in cui ognuno rinforza le tesi dell’altro, perché sostanzialmente sono le proprie o vi si avvicinano, non vengono messi in discussione i valori e le credenze, ci possono essere momenti di vivacità, ma il tutto è sempre contenuto. Si esce da queste conversazioni con una serie di conferme, si è soddisfatti, ci si è sentiti capiti, riconosciuti e non soli. Tutto questo non è banale e scontato ed è indubbiamente positivo, ma lo sforzo che ci ha portato ad essere d’accordo con l’altro è stato minimo, in quanto l’accordo esisteva. Non mi dirigo verso l’altro, ci troviamo già nello stesso punto.

Le cose si complicano quando invece l’altro ha tesi e vissuti diversi, quando non diametralmente opposti ai nostri, è a quel punto che può nascere, a mio avviso, un’altra forma di dialogo molto più genuina ed utile ed è la seconda categoria che evidenzio, perché è a quel punto che le due persone devono trovare l’energia, la capacità e soprattutto l’intenzione a comprendere senza giudicare e a farsi comprendere senza imporre. Se questo non accade, la comunicazione fallisce, può cessare o assumere forme aggressive. Non c’è sforzo dove c’è accordo in partenza, esso può diventare invece notevole quando questo manca. Chi non è d’accordo viene giudicato inesorabilmente, non riconosciamo l’altro se non come altro da noi, dando però alla diversità con la quale ci confrontiamo una valenza negativa, perché valutativa, creo dei parametri di cui mi faccio metro di misura universale. Il leitmotiv è “Ho ragione io, l’ultima parola spetta a me”. Avere un riconoscimento diventa un accanimento del proprio ego, da una sana richiesta di attenzione si passa ad una disfunzionale pretesa. Si esce da queste conversazioni con della rabbia dentro e con dubbi che proprio questo totalizzante sentimento non ci permette di approfondire.

E’ però solo in questa seconda forma di dialogo che può avvenire il vero incontro tra due persone, se si imparano a gestire pensieri ed emozioni diversamente. Non c’è incontro nel trovarsi già in accordo, esso è insito nella sua ricerca comune e nella consapevolezza della possibilità anche di non trovare un’ intesa. Non trovarsi in accordo non preclude la possibilità di incontrarsi, anzi la incoraggia. Stare nella diversità di pensiero, senza minare il rispetto per l’altro, è una conquista che mi qualifica come persona. Anche laddove un’intesa è necessaria per forza di cose, se io non parto con questa forma di dialogo potrò solo arrivare ad imporre il mio pensiero e quindi ad una costrizione.

Nel momento in cui due persone hanno un’opinione diversa non necessariamente devono entrare in contrasto, ma la possibilità che questo succeda è presente, il voler aver ragione è una gabbia che isola. Marshall Rosemberg con la sua comunicazione non violenta ha teorizzato e praticato molto in questo senso e rimando alla sua lettura per chi voglia approfondire quanto vado scrivendo e acquisire nuovi strumenti.

Il dialogo vero tra due persone consiste nella capacità di accogliere l’opinione dell’altro, qualsiasi essa sia, a patto che non venga tramutata in azione senza il consenso dell’interlocutore (pensieri ed emozioni sono relativamente innocui se paragonati alle azioni) e nella capacità di affermarsi senza imporsi. La violenza non è solo il fallimento del riconoscimento dell’altro, ma lo è del proprio. Se non imparo a guardare il mio vissuto e cosa lo genera non sarà possibile farlo con coloro che ho di fronte e, se è vero che noi psicologi abbiamo una formazione specifica e professionale, è anche vero che non bisogna essere tali per guardare al proprio mondo emotivo ed esprimerlo in modo assertivo. Fabrizio De Andrè cantava “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior.”

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/10/07/psicologia-fuori-dalla-violenza-dentro-il-dialogo-le-possibilita-di-un-incontro/2098840/

Psicologia: tutto quello che avreste voluto sapere sul ‘chiedere’, ma non avete mai osato chiedere

Parli ora chi ha paura di chiedere o taccia per sempre! Bel controsenso potreste giustamente obiettare, se si ha paura di chiedere tacere risulta preferibile all’esporsi con una richiesta o una domanda, ma siamo tra gli invitati al matrimonio tra l’assennatezza e e quel che di essa poi ne facciamo, i controsensi sono portata principale del ricco buffet.

Sto parlando di qualcosa che molti di voi conoscono, vero? Possiamo parlare francamente in questo spazio, d’altronde siamo in rete e non abbiamo mica le sane remore presenti nelle nostre interazioni non virtuali. La difficoltà di chiedere ci riguarda un po’ tutti, mi assumo la responsabilità di questa facile generalizzazione.

Chiedere all’altro è faticoso, amiamo tutti l’indipendenza e l’autonomia, ma talvolta è un amore, ahinoi, non corrisposto. Poveri stalker del non possibile di cui ricopriamo l’ingrato ruolo, infatuati da sempre delle nostre mancanze. La difficoltà di chiedere la incontriamo negli altri così come in noi, possiamo averci lavorato su e aver ottenuto notevoli miglioramenti, ma qualcosa rimane sempre di questo disagio del desiderio.

E’ una situazione comune quella in cui ci peritiamo di chiedere qualcosa per paura di disturbare, l’Ufficio Complicazione Affari Semplici lavora a pieno regime anche nei weekend, La soluzione più quotata si chiama assertività, ma state sicuri che è più facile spiegarla che applicarla. L’assertività è la capacità di riuscire ad esprimersi (chiedendo ciò di cui si ha bisogno) in modo chiaro ed efficace senza essere passivi o aggressivi. Una parola! Chiedi e ti sarà dato, chiedere non costa nulla, domandare è lecito rispondere è cortesia sono alcune espressioni utilizzate nel linguaggio comune per sottolineare la legittimità ed i vantaggi del chiedere. Allora perché, per tanti, domandare non è così scontato?

Chiedere ci fa sentire in obbligo verso l’altro. Chiedere ci fa sentire dipendenti dall’altro. Chiedere può scomodare l’altro. Chiedere è un rischio perché l’altro potrebbe dirmi di no, un no che potrebbe essere vissuto giudicante, se l’altro si nega, io non valgo per lui, se non valgo per l’altro, potrei pensare di non valere in generale. L’altro è assunto a parametro delle mie capacità.
In “Che cosa sono le nuvole” filmato del 1967 di Pier Paolo Pasolini c’è un breve, ma significativo dialogo tra i burattini Otello e Jago interpretati da Ninetto Davoli e Toto’ , parlano della “verità”.

Otello burattino: Ma qual è la verità? E’ quello che penso io de me, o quello che pensa la gente, o quello che pensa quello là lì dentro [indica il burattinaio]
Jago burattino: Cosa senti dentro di te? Concentrati bene… cosa senti, eh?
[pausa di silenzio]
Otello burattino: Sì, sì, si sente qualcosa che c’è!
Jago burattino: Quella è la verità! Ma sssssshhh… [si porta l’indice sulle labbra] non bisogna nominarla, perchè appena la nomini, non c’è più…

La verità è relativa, esposta ai capricci della soggettività e alla risolutezza dell’oggettività, se la nomini la limiti e scompare, è il solo modo che ha di sopravvivere, ribellarsi a chi se ne proclama detentore. Con quello che gli altri pensano di noi, corrispondente o meno a quel che siamo veramente, ci dobbiamo fare i conti perché l’altro, in ogni relazione, ce lo becchiamo per contratto.
La vita ci insegna presto che, nonostante e grazie l’altro, viviamo in una solitudine ineluttabile.

E’ una solitudine sana quella che sa riconoscersi e accettarsi, nasciamo e moriamo soli dicono, beh è vero d’altronde. La solitudine è diagnosi, prognosi e terapia di noi stessi, ma non ci è nemica. Non parlo di una solitudine scelta, o imposta, ma della consapevolezza che l’interazione con gli altri può spingersi fino ad un certo punto, il corpo delinea i confini della mente in cui c’è spazio solo per il singolo L’intimità non è doppia o multipla, ma unica.

La difficoltà di chiedere può essere innata o appresa, può essere cambiata e si può scegliere, la legittimità sta sempre dalla parte del nostro sentire. Chiedere non dà garanzie, ma il valore che ho di me si misura dalle domande che riesco a porre più che dalle risposte che riesco ad ottenere. Vale più una domanda talvolta che una risposta mancata o mancante nei confronti delle nostre aspettative.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/21/psicologia-tutto-quello-che-avreste-voluto-sapere-sul-chiedere-ma-non-avete-mai-osato-chiedere/2052890/

Psicoterapia, la tensione ‘a trascendere’ va facilitata

Assecondare la tensione a trascendere del cliente è prassi ed istinto di ogni buon terapeuta. Prendersi cura della persona lascia il posto al prendersi cura per la persona e fornisce al professionista un funzionale prendersi cura di sé attraverso la persona.

Il concetto di trascendenza è utilizzato in filosofia e in teologia, indica una realtà che va oltre, al di là di questo mondo, qualcosa di non esattamente definibile perché superiore all’esperienza sensibile e alla percezione fisica umana. Spesso l’uomo, ad esempio, ha dato sfogo alla sua necessità di trascendenza attraverso le religioni e la creazione di divinità. Essi sono comunque solo alcuni dei modi possibili per incanalare il bisogno di trascendenza, atei ed agnostici provvedono in modi differenti e non meno validi.

Ognuno di noi è mancante in quanto essere finito, uno spazio corporeo con limiti fisici ben precisi ed una entità psichica che sembra al corpo indissolubilmente legata, almeno finché siamo su questa Terra. A qualche livello, sentiamo questa mancanza e tendiamo a provare a colmarla, pur sapendolo intimamente non possibile, ma troviamo in questo una ricerca di senso che permette di sostenere la vita. Quando il peso di questo cercare è insopportabile oppure qualche capacità è stata alterata e non permette di fare fronte ai nostri “ineluttabili limiti” si può cercare un aiuto. Esso non deve necessariamente provenire da un professionista della mente, a meno che non ci siano compromissioni importanti, in quel caso è caldamente consigliabile, ma può venire dalle “cose”. Lettura, scrittura, utilizzo delle potenzialità insite nel corpo sono, ad esempio, alcune delle “cose” che tentano di soddisfare il mio personale bisogno di trascendenza con risultati per me soddisfacenti.

Il terapeuta si trova inevitabilmente ad imbattersi, nel corso di una terapia, nel bisogno di trascendenza del cliente che spesso è vivibile dai sensi come una tensione invisibile, ma palpabile o forse meglio dire, con un gioco di parole, palpitabile in quanto avvertibile di sentimento più che di intelletto. Il cuore palpita quando la incontra perché richiama un destino e una traccia comune tra terapeuta e cliente, a separarli è solo un diverso livello di consapevolezza.

Qualsiasi sia il fine della terapia, la tensione a trascendere dovrebbe essere sempre facilitata e assecondata, è prassi, ma non può essere tecnica perché parte dall’istinto, dal percepire più profondo, direttamente collegato all’autentico sentire del terapeuta, è quel qualcosa senza nome che lo ha portato a scegliere ed esercitare la propria professione, dando così contenimento e direzione alla sua tensione a trascendere. Essa non si spiega, ma si ascolta, le si dà spazio, se la si mortifica essa si crederà sbagliata e potrebbe far fallire il senso ultimo della terapia che è quello di rendere la persona in grado di rinunciare alla terapia stessa perché ormai autonoma. Quando una buona psicoterapia finisce, terapeuta e cliente lo avvertono insieme e sono in grado di fare fronte a possibili resistenze e dubbi in poche sedute. Niente è lasciato al caso, purché al caso venga lasciato il tutto, intendendo con il caso le infinite possibilità che possono esternarsi in un individuo se si ha fiducia in quella che Carl Rogers chiama tendenza attualizzante, la capacità innata dell’individuo di direzionare le proprie potenzialità alla loro piena espressione e realizzazione, se immerso in un ambiente facilitante.

Non c’è liberazione se prima non si è in uno stato di tensione, tensione è proprio tendere verso una liber-azione, agire senza vincoli, mettersi in moto per giungere al massimo della propria espressività, al proprio essere sé stessi che rende indipendenti.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/09/11/psicoterapia-la-tensione-a-trascendere-va-facilitata/2022926/

“Per-donare” la nostra rabbia al convegno ” I minori e la violenza in famiglia”, Cinquale 31 Ottobre 2015

L’Associazione Sabine vi invita al Convegno che si terrà Sabato 31 Ottobre presso l’hotel Eden di Cinquale dalle ore 9,00 alle 13,00 sul tema della violenza con un particolare occhio di riguardo a
I MINORI E LA VIOLENZA IN FAMIGLIA

Interverranno professionisti e esperti nella materia di violenza di genere
portando i loro contributi e relazioni:

Dott.ssa Patrizia Vannucci;
Dott. Mario De Maglie;
Avv. Anna Corallo
Dott.ssa Alessandra Conforti

e le professioniste di Associazione Sabine:
Avv. Paola Brondi
Dott.ssa Maria Letizia Orsi
Dott.ssa Aldina Cucurnia
Dott.ssa Alice Pucciarelli

Cinquale

ATTI PERSECUTORI E VIOLENZE IN AMBITO FAMILIARE AZIONI E TUTELE, Sansepocro 16 Ottobre 2015

Locandina 16 Ottobre 2015(3)