Archivio per 18 dicembre 2015

“Strumenti di Prevenzione e di assistenza delle vittime di violenza (e di coloro che agiscono violenza)”

Docenza nel corso “Strumenti di Prevenzione e di assistenza delle vittime di violenza (e di coloro che agiscono violenza)” organizzato da Associazione Programma Sviluppo per la Provincia di Brindisi nell’ambito del Piano di Interventi Locali per la prevenzione e contrasto alla violenza e agli abusi tenutosi a Brindisi il 30/11 e il 1/12 2015

Scrittura: non è il poeta a fare la poesia, ma la poesia a fare il poeta

Non è il poeta a fare la poesia, ma la poesia a fare il poeta. La poesia si avvicina al poeta e gli sussurra: “Me e te, cambia una lettera, il resto è identico.”
A tutti, almeno una volta nella vita, capita di avere una voglia incontenibile di scrivere, esprimere un qualcosa degno di rimanere conservato su di un foglio di carta lasciato ad ingiallire, sulle pagine di un diario dimenticato in qualche cassetto, nella memoria di un pc in compagnia di innumerevoli inutili file, qualcosa a cui si possa tornare prima o poi, una frase, un pensiero, un emozione, una poesia, un racconto, un romanzo, un saggio.

Chi ama leggere sviluppa per lo scrivere una dipendenza da desiderio che deve fare i conti con le capacità. Un ottimo scrittore è, di solito, un ottimo lettore, ma un ottimo lettore è raro sia anche un ottimo scrittore. Ed è bene così, la qualità vive dell’assenza della quantità.

Personalmente amo definirmi un lettore prestato alla scrittura, essa mi viene a singhiozzi e non come un fiume in piena, come penso dovrebbe accadere a chi vive delle proprie parole. Mi devo accontentare o sfidarmi e dedicare del tempo, senza aspettative, davanti alla tastiera. Tutto quello che si vorrebbe fare rimanda inesorabile a tutto quello che si vorrebbe essere.

La scrittura è visione onirica ad occhi aperti, prima ancora di essere parole sulla carta o sullo schermo, è uno scalfire la vita come quando sul tronco di un albero si incidono le proprie iniziali per dare segno del proprio passaggio,

Scrivere fa bene all’anima, ma non tutto lo scrivere ha un animo, trascendere il singolo sentire per espandersi a un sentire collettivo è parto dell’ispirazione, la quale può esser resa gravida solo da coloro che hanno saputo sedurla con promesse d’immortalità. La scrittura è in odore di eternità.

Scrivere è patrimonio dell’umanità, saper scrivere dono per pochi, siamo soliti chiamarli poeti o scrittori e non è il sentirsi tali che rende tali, ma solo la qualità di quel che esce dalla mente in forma di parole, una qualità che deve essere riconosciuta tale perché non soccomba. La poesia è come la notte, non può che trovare compimento nel giorno. Saper scrivere è sapienza innata, non capienza indotta.

Viviamo abituati a dare libero sfogo all’autoreferenzialità e al consumo istantaneo di opinioni e sentimenti, quasi fossero anch’essi dei prodotti atti a logorarsi presto per essere prontamente sostituiti dalle opinioni e dai sentimenti di nuova generazione.L’obsolescenza non riguarda ormai solo il mercato, ma anche la nostra intimità venduta in piazza a suon di like.

Saper leggere (cosa diversa dal leggere) rimane baluardo di una intimità che va altrimenti perdendosi tra gli innumerevoli imput del progresso.
Quando le radici non sono ben piantate sotto il terreno, non possono altro che affondare nell’immensità del cielo che ci sovrasta. Divoriamo inquietudine, solo alcuni riescono però a fare del tormento nutrimento e lo mettono nero su bianco.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/15/scrittura-non-e-il-poeta-a-fare-la-poesia-ma-la-poesia-a-fare-il-poeta/2301294/

Psicologia: l’indifferenza, mito o realtà?

L’indifferenza è ben accetta solo se viene dal tempo o al tempo è data, fino a diventare pregio. Se il tempo non si curasse del suo passare sul corpo e sulla mente pochi se ne lamenterebbero, anche se egli, al massimo, può concedere qualche lusinghiero ritardo, ma implacabile la sua attenzione arriva a noi. Quando invece si dà indifferenza al tempo, ci si dà possibilità di non curarsi di lui, di non essere schiavi dell’orologio, vivere seguendo e non inseguendo i ritmi della vita, anche se nella società odierna tutto questo sembra solo un puro esercizio di fantasia.

Per il resto possiamo concordare che l’indifferenza non ci piace in quanto implica la non possibilità di essere riconosciuti per quello che proviamo e per come agiamo, anche quando possiamo risultare più sconvenienti di quel che vorremmo. Non dovete necessariamente volerci bene, criticateci, attaccateci, disapprovateci, dateci i vostri no, ma degnateci di una risposta. Dignità è la tutela del valore di quanto vado sentendo, dimmi che non sei d’accordo, che non vuoi avere a che fare con me, ma che mi vedi, ne prendi atto e mi rispetti affrontandomi. Si sa, e se non lo sapete ve lo dico io, che quando l’altro tace non è necessariamente per acconsentire, ahimè, ma può essere per creare una distanza attraverso il silenzio.

Ma cos’è l’indifferenza? Esiste davvero o sono solo pavide emozioni che si nascondono nella non-azione?
L’indifferenza può essere l’incapacità di pensare che l’altro sappia farsi carico di una nostra emozione, di un nostro rifiuto, di un no, sempre che, in realtà, dietro di essa non si nasconda invece la propria incapacità di farsi carico di tutto questo.
Se pensiamo all’indifferenza come mancanza di emozioni, abbiamo un concetto migliore che è quello di apatia. Mi chiedo se l’indifferenza, tante volte, non sia un furbo non volersi far carico del proprio sentire.

Chiunque merita una risposta, non necessariamente una seconda, se il nostro interlocutore non sa gestire, ad esempio, un rifiuto ben esplicitato è affar suo. E’ più facile chiamare mancanza di passione la nostra incapacità di comunicazione, dicendo “non mi interessa” forse intendiamo “questa cosa io non te la so dire”. Certo è, come dicevamo, che non sempre l’altro è attento e capace di accettare un rifiuto, quindi non rispondere può significare anche aver imparato a difendersi ed è più semplice fare di tutta l’erba un fascio anziché differenziare, fare la differenza tra le persone. Ognuno si difende con i mezzi che ha e si lecca le proprie ferite, questo non è un male, ma non è male neanche essere consapevoli che è qualcosa che è dentro di noi quello con cui abbiamo a che fare, non sempre con qualcosa che riguarda l’altro.
E’ il rifiuto che temiamo, riceverlo, ma anche darlo. I no pesano, ma fanno crescere, è il limite che ci contiene, quanta fatica però nel riconoscerlo e saperlo correttamente marcare.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/09/psicologia-lindifferenza-mito-o-realta/2288101/

Maltrattamento domestico, semplificare non fa altro che rinforzarlo

Ogni tentativo di semplificare il maltrattamento domestico non fa altro che rinforzarlo. L’aggettivo domestico, appartenente alla casa, in parte inganna, in quanto la violenza è presente in ogni singolo, individuo, famiglia, comunità, società. Non è prendendone le distanze che contrasteremo il fenomeno, ma solo avvinandovisi. Siamo noi a doverci addomesticare, non l’aggressività che tale è e tale rimane, ineluttabile forse, ma non per questo non incanalabile in comportamenti diversi e non lesivi della dignità e della fisicità dell’altro.

La difficoltà è far capire alla gente comune il senso di quanto vado scrivendo e sostenendo. I “non addetti ai lavori” replicano che la violenza sulle donne è una gran brutta cosa e la condannano, ma, nello stesso tempo, se ne chiamano fuori; non è raro che qualcuno cominci ad opporsi con una certa veemenza mistificando e distorcendo anche il senso alle parole. Ci si sente attaccati in quello che non si vuole riconoscere, anche quando l’altro lo pone semplicemente all’attenzione come elemento di discussione.

Ad esempio, sembra che parlare della violenza degli uomini significhi disconoscere la violenza delle donne, quando questo non è mai stato voluto intendere. Eppure, ancora troppe volte, quando parlo di violenza sulle donne, in tanti mi rimproverano di non occuparmi di quella delle donne. Sono convinto che siano due fenomeni reali con caratteristiche numeriche, sociali e culturali diverse, così come sono convinto che entrambe necessitino di adeguati studi e ricerche. L’aggressività fa parte della natura umana non è prerogativa dell’uno o dell’altro sesso.

Io mi occupo principalmente di violenza degli uomini e di stereotipi maschili ed è di questo che posso parlare, della mia esperienza professionale e personale. Far avvicinare le persone al maltrattamento domestico fa parte del lavoro delle tante operatrici e ormai dei tanti operatori che quotidianamente si confrontano con le conseguenze psicologiche e fisiche di quest’ultimo e il lavoro di sensibilizzazione non è certo meno importante del lavoro più clinico e di supporto alle vittime e agli autori. E’ sicuramente, oserei dire, più difficile in quanto, se è vero che comportamenti provocatori e aggressivi sono ricorrenti è pur vero che meno è riuscire ad ammetterlo. Pensiamo che non sia normale quel che comunque risulta essere quotidiano. La normalità però non è altro che un semplice dato statistico, quello che fa la maggior parte delle persone. Siamo persone comuni con emozioni comuni, rendersene conto è fuori dal comune.

Daltronde fosse semplice parlare di violenza questa diminuirebbe, parlarne implicherebbe riconoscerla, riconoscerla implicherebbe aprirsi alle proprie fragilità, a tutte le volte che, con la forza, cerchiamo di nasconderle a noi e agli altri. Il genitore che non sa comunicare la sua paura e la sua rabbia, sentimenti umani e comprensibili nella cura dei figli, può utilizzare schiaffi, sculaccioni e minacce e si deve dire e si deve convincere che va bene così, il figlio non rifarà più gli stessi sbagli, probabilmente però cercherà semplicemente di non farlo più arrabbiare per non prendere le botte o le sgridate. Il pericolo a lungo termine non è l’azione che ha scatenato la paura del genitore, il bambino fa il bambino e rimane compito dell’adulto educarlo e dargli un limite, ma la rabbia che il genitore ha agito verso di lui (ha agito, non che ha provato) e gli effetti che questa avrà nella sua crescita .

C’è ancora tanto da fare e da riflettere. La Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne è appena passata. Riporre queste riflessioni è uno dei miei modi per prendervi parte.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/11/27/maltrattamento-domestico-semplificare-non-fa-altro-che-rinforzarlo/2250453/