Archivio per 13 marzo 2016

Genitori violenti, PADOVA

• Docenza tenuta nel corso “Genitori violenti” organizzato dall’Equipe Specialistica Interprovinciale I Girasoli a Padova il 4/09/2015 e il 22/09/2015

• Docenza tenuta nel corso “Genitori violenti”/ seconda edizione organizzato dall’Equipe Specialistica Interprovinciale I Girasoli a Padova il 16/02/2016 e il 15/03/2016

Video-viaggio al Centro degli uomini che odiano le donne Video-reportage e testo di M. Pieraccioli – Intervista a Mario De Maglie

http://video.corrierefiorentino.corriere.it/video-viaggio-centro-uomini-che-odiano-donne/12b08136-e095-11e5-b2b6-2550f04c767f?playlistId=fd09988c-277c-11e3-94f0-92fd020945d8

Non è facile parlare della violenza contro le donne. Men che meno declinando la questione al maschile. Eppure, se vogliamo capire a fondo cosa si celi dietro questo fenomeno, non abbiamo alternativa: dobbiamo indagare sull’uomo, sulle sue ossessioni, sui suoi istinti. Per farlo ci siamo affidati al dottor Mario De Maglie, psicoterapeuta e coordinatore del Centro di Ascolto per uomini Maltrattanti di Firenze, una struttura che da cinque anni offre assistenza clinica agli uomini autori di violenza. Qua, in questi anni, si sono rivolti centinaia di uomini in cerca d’aiuto: chi a fronte di una segnalazione delle forze dell’ordine o dei servizi sociali; chi invece a seguito di un episodio particolarmente eclatante nei confronti della propria compagna (una lite furibonda, un ricovero in ospedale etc). «Nella quasi totalità dei casi la violenza fisica cessa già dopo le prime sedute – ci spiega De Maglie – ma per risolvere il problema è necessario un vero e proprio percorso clinico». Già, perché il problema in questione – il ricorso alla violenza – è molto più stratificato e complesso di quanto si possa immaginare. Anzi, la vera violenza – quella sì difficile da riconoscere e debellare – corre soprattutto sui binari dell’invisibile. Prima ancora che negli occhi neri o nei referti medici, la violenza sulle donne si manifesta infatti nei comportamenti, negli sguardi, nel tono di voce. Dettagli. Che se ignorati o sottovalutati rischiano però di portare ad una escalation molto pericolosa. È per questo che abbiamo deciso di rivolgerci a chi – come il dott. De Maglie – interagisce con gli uomini violenti ogni giorno.

Relazioni: ti lascio, ma forse no!

Quante volte capita di interrompere una relazione solo per avere il pretesto di continuarla? Non scomodiamo la logica, tanto sappiamo che, negli affari di cuore, entra dalla porta solo per avere l’occasione di scavalcare dalla finestra e le va bene se non si rompe l’osso del collo nel farlo. Quando, in una coppia, diventa chiaro che non si può più stare insieme, questo non significa che l’altro non diventi maggiormente presente, per non dire ingombrante, nella testa di quando era di fronte agli occhi. Scegliere di avere a che fare con il dolore altrui è solo un maldestro tentativo di celare il proprio. La misura dell’importanza dell’altro ce la dà l’ipotesi della sua assenza! Se questa diventa certezza, abbiate la premura di girare con qualche kleenex in più.

Non importa quanto la relazione possa aver creato disagio quando era in essere, finché l’altro è presente non si dovrà elaborarne la mancanza, la rabbia per quel che non va copre il dolore di quel che si porta dentro. Se una relazione crea sofferenza nei membri di una coppia (anche se la difficoltà nascesse da uno dei due, immancabilmente si riversersà su entrambi), ma imperterriti si continua ad insistere e sperare è perché l’altro riempie comunque una mancanza importante già presente, la evidenzia, ma con ogni probabilità non la crea. Prima di essere sposati col presente, siamo tutti figli del passato, per partorire il futuro bisogna essere ingravidati dall’irrazionale.

I vuoti si gestiscono con le dipendenze e certe relazioni lo sono purtroppo, ognuno di noi ha mancanze con le quali confrontarsi quotidianamente. Il bisogno di affetto incondizionato è il padre di tutte le dipendenze, la madre resta ignota. Se l’altro viene meno, talvolta, non sarà solo la sua assenza quella con cui si dovrà fare i conti, ma qualcosa di più antico che verrà fuori con maggiore impeto. Ci sono pezzi di noi che non si aggiustano più, i cocci di un vaso possono essere rimessi insieme, ma il vaso rimane rotto, le crepe rimesse in sesto contengono, ma rimangono come aperture inespresse.

La certezza dell’assenza dell’altro è la misura dell’importanza che diamo a noi stessi, a quel punto non abbiamo più coperture, dobbiamo guardare dentro di noi, solo farlo ci permette di creare e non di distruggere. L’individuo è fatto per andare alla continua ricerca del proprio benessere, interrompere un rapporto non per mancanza, ma per eccesso di attaccamento chiama in causa il volersi bene più sincero, rendersi disponibili al tormento è il prezzo da pagare per riaprirsi alle opportunità della vita.

I tira e molla sono una tradizione delle relazioni significative alle quali difficilmente si viene meno, le separazioni nette si fanno solo con la lama, quasi mai con l’anima, essa ha bisogno di più tempo, quel “ti lascio, ma forse no” sarà la compagnia di molte serate. Ci vuole ardire per dialogare con la propria sofferenza imparando a distinguerla da quella non nostra. Talvolta separarsi è l’unico modo per ricomporsi.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/03/relazioni-ti-lascio-ma-forse-no/2511403/

San Valentino, apro una parentesi su Amore (…bene, posso già chiuderla)

Apro una parentesi sull’amore (…bene, posso già chiuderla) perché Amore non si fa incarcerare tra intervalli decisi da me o da chiunque altro. Ci ho provato, mentirei se non lo confessassi, ma egli è sempre stato lesto a spostare i confini nei quali ingenuamente pensavo potesse esser recintato. I nostri desideri possono discostarsi dai bisogni di Amore, rendersene conto rende l’approccio con lui decisamente più piacevole.

Non è semplice parlare di Amore, definirlo trova nell’assenza di parole la sua più autentica espressione. Anche i poeti, di cui è il principale datore di lavoro, non possono che dar parole alla sua contemplazione, allo stato d’estasi che lo accompagna, nient’altro. Poetare su Amore è come descriverne le seducenti vesti, senza poter arrivare a quel che hanno l’intento di avvolgere.
Amore nasce dall’unione tra Coerenza e Contraddizione, non essendo i suoi genitori mai convolati a nozze possiamo, a ragione, considerarlo un figlio illegittimo, non per questo meno amato dai due che ne fanno territorio di scontro per le loro dispute. Giocavano a fare la coppia alternativa, incuranti della loro natura così diversa, e poi è nato lui, non atteso, ma, da quel momento, assai conteso.

Rimasto figlio unico Amore, attraverso la propria solitudine ha potuto incontrare la propria moltitudine, chi è innamorato sa di cosa parlo. Tanti modi di amare quante sono le persone sulla Terra o tante persone sulla Terra quanti sono i modi di amare? Amore direbbe la seconda, ma non è famoso per la sua imparzialità, mettiamola così.

Se parliamo di Amore dovremmo innanzitutto sempre farlo in sua presenza, parlare degli assenti, oltre che poco educato, è solo esercizio narcisistico, puro diletto dell’ego, Amore chiama in causa la relazione con l’altro. Amore è cresciuto viziato, sa che fare i capricci è arma vincente per farsi accontentare. Si dimostra maturo solo con taluni che gli hanno mostrato fedeltà a dispetto di tutto, fortunati loro. Amore è diritto di tutti, ma privilegio dei rari.

Amore ha un giardino, alla cui cura è sempre molto attento, a germogliare sono quesiti, incognite e incertezze, quasi mai soluzioni, quelle rare volte che succede egli ne fa un mazzo da regalare a coloro che lo vivono senza provare anche a spiegarlo. Amore flirta con il tempo convinto che, alla lunga, cederà alle sue lusinghe, pecca d’intensità, ma chi altro se lo potrebbe permettere? Le persone non cambiano per Amore, ma Amore cambia le persone.
Amore costruisce ponti tra gli esseri umani e, se talvolta scava fosse, è perché ha voluto piantarci un seme.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/14/san-valentino-apro-una-parentesi-su-amore-bene-posso-gia-chiuderla/2463519/

Violenza di genere: le donne continuano a subire. Talvolta a morire

Mentre le piazze si riempiono, più che di numeri di livori, mentre i detentori delle verità si scambiano denunce di intolleranza, omofobia, cattofascismo, comportamenti contronatura e via accusando, nessuna mobilitazione di pari sentimento mi sembra di rilevare mai per la violenza di genere. Non me ne voglia nessuno, senza nulla togliere all’importanza di certe tematiche, constato la presa che hanno sulla gente (l’emotività premia più del pensiero) e non posso non provare una certa forma di distanza per tutte le modalità che prediligono la derisione, l’insulto, la presunzione, a prescindere dalla presa di posizione.

Negli ultimi due giorni tre donne sono state vittime della violenza degli uomini. Una donna è stata strangolata dall’ex nel catanese, un’altra uccisa a coltellate dal marito, andatosi poi a schiantare in auto e morendo, a Brescia, e infine, a Pozzuoli, una terza, incinta all’ottavo mese, è stata aggredita dal compagno che le ha dato fuoco ed ora è in gravi condizioni, mentre la bimba è stata fatta nascere e, almeno lei, sta bene.
Non è un’epidemia e nessuno è uscito fuori di testa, questa è la realtà, che balzi in cronaca, in determinati frangenti, non toglie nulla al fatto che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale, trasversale, a tratti invisibile e accettato.

Mani nude, coltello e fuoco, queste le armi per uccidere, facilmente a disposizione di chiunque, non bisogna ingegnarsi, anzi è proprio il pensiero che viene eliminato perché si possa agire. Non pensare e farsi guidare dalla rabbia, volendo è tutto immediato. Il pensiero forse arriva dopo, ma ormai è troppo tardi e qualsiasi pena scontata da chi uccide non riporterà mai in vita chi è stato ucciso.
Condannare non basta, bisogna farsi promotori di un cambiamento culturale, la non violenza è una possibilità, non un destino, bisogna saper scegliere, bisogna insegnare a scegliere, bisogna far capire che si può scegliere. Agli uomini e anche alle donne. Certo una poilitica più attenta e un ministero delle Pari Opportunità aiuterebbero.
In questo momento, mentre io scrivo e voi mi leggete, ci sono donne che non possono sentirsi al sicuro nella loro intimità domestica. Io talvolta le incontro, le intuisco e non solo professionalmente. La violenza è visibile agli occhi di chi vuole vederla. Tante, troppe volte, non posso fare niente.

In questi due giorni non sono state aggredite solo tre donne, tre donne sono arrivate alla cronaca, ma, in questi due giorni, migliaia di donne hanno subito qualche forma di violenza, anche se non sono arrivate a fare notizia e il loro vivere è anche un po’ morire.

Di amore non si muore mai e soprattutto non si ammazza.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/03/violenza-di-genere-le-donne-continuano-a-subire-talvolta-a-morire/2428153/

Coppie: questo boomerang chiamato amore

Non si fugge da una persona per quel che è, si fugge perché il più delle volte finge di non esserlo. Benvenuti tra le contraddizioni dell’animo umano, non pensate di esserne gli unici detentori, illusi, capisco che vi piaccia sguazzarvi, ma il masochismo d’amore è privilegio dei tanti, non dei pochi.

L’immagine che vogliamo dare di noi è spesso una volgare maschera che indossiamo convincendoci sia il nostro vero volto.
Quando non si è sè stessi, tutto è cominciato perché si è sofferto quando lo si è stati, come se la sofferenza fosse evitabile con una maschera addosso o con qualsiasi altro espediente, essa cambia solo prospettiva. Dobbiamo credere che soffrire non sia parte del gioco della vita e per farlo paradossalmente non facciamo altro che liberare dolore pur di evitarlo. Quanto questo accomuna le persone e quanto le fa sentire davvero sole!

Uomini e donne in fuga dalla solitudine non fanno altro che rincorrerla. Penso ad alcune relazioni d’intimità, non a tutte, ma a quelle che si ostinano a non funzionare anche quando lo si vorrebbe con tutte le forze. Penso a quelle persone che si accorgono che le loro storie di non amore ricalcano sempre lo stesso copione con lo stesso finale. Cambiano alcuni attori, un po’ di ambientazione, ma poco altro. Arriva sempre quel momento in cui dicono: “Ci risiamo! Cos’ è che non va? Sono io?”

Se ci si convince che le cose non funzionano perché l’altro non ci accetta forse è anche perché, per paura, si è mostrato ben poco, pensando che, da quel poco, l’altro dovesse però intuire tutto il resto. Se non si va bene come si è, bisogna cambiare, difendersi, mostrarsi espone, si diventa vulnerabili, non ci si piace più. Si mentalizza il sentimento, lo si pensa anziché provare a lasciarlo andare, i perché strozzano i come, non di solo ferro sono fatte le catene più resistenti.

Se la miglior difesa è l’attacco, il miglior attacco è la fuga talvolta. In voi non c’è niente che non va, se non il fatto che siete convinti del contrario e per questo vi nascondete, vi date a dosi, mentre l’altro vi insegue ostinatamente o alla fine scappa desistendo. E’ anche vero che il logorio di una relazione è direttamente proporzionale alla forza degli affetti messi in campo.
Il fatto è che alcune persone tra di loro funzionano sin da subito o dopo breve rodaggio, mentre altre no, ma tutte le coppie dove uno dei due si nasconde per troppo tempo sono destinate a fallire.

Nulla può tenere a noi legata una persona quando questa ormai non ha più voglia o anche quando ci accorgiamo che starci insieme ha un prezzo troppo elevato. Soffrire per qualcuno non significa non voler bene, ma amare troppo. Solo se siamo noi comodi in una relazione possiamo accogliere l’altro nella nostra vita e da questa semplice regolina non si scappa davvero mai.
“Diventa ciò che sei” diceva Nietzsche. Quel che siamo è stato spesso quel che gli altri hanno voluto noi fossimo e da grandi ci portiamo dietro questa enorme menzogna, ecco perché dobbiamo diventare noi stessi ed è un atto rivoluzionario, quando ci hanno insegnato non solo a smettere di farlo, ma a dimenticarlo.
Da piccoli volevamo essere proprio come noi, da grandi forse lo possiamo. L’amore, proprio come un boomerang, se viene lanciato torna indietro, riprenderlo in mano o sulla fronte è un attimo.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/27/coppie-questo-boomerang-chiamato-amore/2405139/

Colonia, non abbiamo bisogno di proteggere le ‘nostre’ donne

Perché non ne ho scritto subito, ma ho volutamente aspettato qualche giorno? Perché quello che scrivo ritengo non abbia valore in seguito ai fatti di Colonia, questi gli danno risalto certamente, ma i problemi che la vicenda pone hanno una pregnanza che prescinde dal singolo episodio, per quanto deprecabile. E mettetevelo bene in testa: Colonia evidenzia il problema, non lo crea.

Cosa accade, nell’immaginario comune, quando avvengono casi in cui delle donne vengono ad essere oggetto di pesanti molestie e soprusi da parte di uomini? Non scriverò della vicenda prendendo in esame alcuni aspetti sicuramente degni di approfondimento come i suoi collegamenti con il fenomeno migratorio e le possibili mistificazioni riportate dai media. C’è chi ha molta più competenza di me per farlo, lo ha fatto e lo farà. Quello che a me interessa è invece il vissuto della gente al riguardo.

Il coro unanime è di condanna, non è possibile trovare chi da questa posizione si discosti, e questo ovviamente è un bene. Le vicende di Colonia non trovano giustificazione, a mio avviso, sotto due aspetti: il fatto che ci sia chi li ha compiuti tranquillamente e il fatto che, se sono accaduti, c’è chi non è stato in grado di prevenirli e contrastarli, nonostante le risorse a disposizione. Un terzo aspetto in ombra e che lascia perplessi è l’invisibilità del resto degli uomini presenti in quella piazza. Quelle donne, saranno state accompagnate da padri, fratelli, fidanzati, mariti, amici. Dov’erano? Non che voglia dire che sarebbe stata auspicabile una sorta di lotta di strada, ma non trovo spiegazione del “silenzio” di quegli uomini quella notte. E’ vero che un migliaio di maschi sprezzanti, ubriachi e solidali tra loro possono spaventarne altrettanti usciti con il solo intento di passare una serata di divertimento, ma che non ci sia stato, che mi risulti, qualche uomo tedesco che si sia opposto in modo forte (tanto da farne notizia quantomeno) certamente spiazza. Ma io non c’ero, è facile parlare da qui, il mio non vuole essere un puntare il dito, ma solo prendere atto di un qualcosa che comunque sorprende e fa riflettere.

Torniamo alla legittima condanna di un’azione così riprovevole. Una donna è stata violentata durante quella notte, una donna che non potrà più passare un Capodanno senza ricordarlo come l’anniversario del suo stupro. La collettività accoglie la notizia quindi offesa, indignata, quasi pronta a prendere la forca in mano se necessario. La gravità di quanto accaduto a Colonia e la rabbia che ne è conseguita però non cancella quanto, indipendentemente da quella notte, rimane ancora da fare per la parità di genere. Colonia o meno, oggi nel 2016 una donna non ha la stessa libertà di un uomo di girare per strada la notte, per dirne una, e di questo siamo responsabili tutti, non di certo solo gli aggressori della città tedesca. Questo non è meno vero, per una donna, questa sera stessa, nonostante le rinnovate condanne di ogni forma di aggressività maschile, se si decidesse ad uscire da sola. Deve stare attenta!

Allora la speranza è quella che la drammaticità di certi eventi, oltre la condanna, porti anche il pensiero del cambiamento, che non si esprime attraverso l’indignazione in rete o al bar o pensando di dover “proteggere” le donne come se fossero esseri deboli e indifesi e quindi avere pronta una bella scusa per aumentarne il controllo, non è col possesso che si acquista sicurezza.
Il cambiamento passa proprio attraverso il pensiero perché esso apre alla possibilità. Pensare il possibile è già cambiamento perché solo una volta pensato si trasforma in azione.
Non abbiamo bisogno di proteggere le “nostre” donne, dobbiamo lavorare quotidianamente per arrivare ad avere la certezza che non ci sia più alcun bisogno di proteggere nessuno.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/14/colonia-non-abbiamo-bisogno-di-proteggere-le-nostre-donne/2372825/

Psiche, che mondo sarebbe senza lamentela?

Quando ci lamentiamo di qualcosa è per dire che noi siamo diversi, il che equivale semplicemente a dirlo, non ad esserlo. Questo lo dimostra la vita vera, quella cosa che alcuni sostengono si svolga talvolta al di fuori dei social, whatsapp e pigiando tasti vari. Quello che noi non faremmo mai talvolta si rivela essere solo quello che non abbiamo mai avuto occasione di fare ancora, diamoci fiducia che ci riusciremo. Subiamo il fascino di quel che disattendiamo con costanza.

Eh sì, però lamentarsi è bello dai, ammettiamolo. Che mondo sarebbe senza lamentela?
I vantaggi della lamentela possono così riassumersi:

• permette una moderata regolazione dell’autostima;
• porta argomenti pronti all’uso in qualsiasi conversazione battendo, anche se di poco, le discussioni sulle condizioni meteo;
• favorisce la creatività laddove ci fosse bisogno di aggiungere un tocco di fantasia e anche laddove non ce ne fosse bisogno, quando uno è artista è artista, meglio una frottola oggi prima che venga smascherata domani;
• scarica lo stress o lo crea a seconda dei bisogni di ognuno;
• combatte la noia;
• permette di atteggiarsi un po’ da incompresi, il che fa sempre effetto nell’approccio con l’altro sesso;
• Dà vita a forme di saggezza popolare come: “si stava meglio quando si stava peggio”, “non ci sono più le mezze stagioni” “ai miei tempi”, classici intramontabili dell’acume umano.

Il lamentarsi sposta lo sguardo al futuro, se le cose non mi stanno bene, allora voglio cambiarle, se le voglio cambiare devo agire…ehm…in effetti, se mi fate notare che sono anni che ci lamentiamo della nostra classe politica e sembra che le cose peggiorino in modo costante o non agiamo o al contrario forse è meglio che la lamentela non porti all’azione, visti i discutibili risultati ottenuti. Sono comunque particolari.

Lamentela fa rima con cautela che è proprio quella che non manca al critico professionista, almeno fino a quando non corre il rischio di essere esposto all’oggetto della sua disapprovazione.
Tra la nostra collezione di figuracce ognuno di noi ha un posto d’onore riservato a tutte le volte che abbiamo parlato di qualcuno in modo non proprio gentile, non sapendo della sua presenza e del suo ascolto. Magari era dietro di noi, l’istante in cui ci si rende conto di ciò e i 4, 5 secondi successivi, se ben gestiti, valgono quanto un premio Oscar alla carriera. Se avete mai superato indenni quella situazione e non avete mai considerato il teatro, fatelo per favore.

Che al peggio non ci sia mai fine è un po’ la nostra fortuna, un mondo al meglio non lo reggeremmo, ha molto meno da dire. Se pensassimo solo al meglio come impiegheremmo poi tutto il tempo a disposizione che ne ricaveremmo? Non poniamoci domande di cui temiamo la risposta.
Ora potreste anche lamentarvi di questo post pensando, non a torto, che una sorta di elogio alla lagnanza sia un qualcosa di cui non si avvertiva il bisogno, ma l’autore ironizza sui difetti umani solo per non lamentarsene, se la lamentela è sterile, l’ironia è feconda.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/05/psiche-che-mondo-sarebbe-senza-lamentela/2349522/