Archivio per 27 aprile 2016

Violenza sulle donne: quella psicologica non è una violenza di serie B

“Non l’ho mai toccata con un dito, urla, minacce reciproche, insulti, ma non le ho mai fatto alcuna violenza fisica”, una frase come tante che, troppe volte, ascolto nel mio lavoro con gli uomini autori di violenza all’interno delle relazioni di coppia. Ogni volta che sento, nelle sue mille varianti possibili, un’espressione del genere ho di fronte un uomo che sta sostenendo che la violenza psicologica è meno grave di quella fisica e che quindi è, volendo, anche ammissibile o lo è certamente di più della seconda. Falso, lo so io e lo sa ogni altro professionista del settore. Fare una gradazione di cosa sia più violento e di cosa lo sia meno rischia di diventare giustificatorio e autoassolutorio, ma questo è ancora qualcosa che non posso far comprendere a quell’uomo, ci vorrà tempo, fatica e tanti colloqui affinché possa farlo. Questo succede anche con uomini che hanno agito delle violenze fisiche, ma non sono ancora pronti o capaci di riconoscerle come tali o ammetterle, quindi passano attraverso l’ammissione di qualche abuso verbale e dintorni, spesso minimizzando anche quello.

La riflessione quindi verte tutta sul considerare quanto, nell’immaginario comune, la violenza psicologica, anche quando riconosciuta (e sappiamo che non è “semplice” riconoscerla come quella fisica) sia considerata una violenza di serie B.Un livido sul corpo è un qualcosa di tangibile, un livido nell’anima no. Non c’è trattato medico o psicologico che forse possa davvero esprimersi con competenza sul male all’animo perché vi è insita una tale soggettività che esclude a priori ogni schema che raggruppi le persone, se non per sommi capi. Forse, mi sbilancio, ci riescono solo i romanzi. Se da una parte è vero che la natura umana con la quale ci confrontiamo è sempre la stessa, è altrettanto vero che essa ha nel cambiamento individuale e inter-relazionale, non nella staticità, la sua ragion d’essere.

La violenza psicologica è molto più radicata all’interno della propria percezione, si può percepire anche come violento un qualcosa che altri non reputerebbero tale, questo entro certi limiti perché se uno schiaffo è indiscutibilmente una violenza anche un insulto lo è. Certo i confini sono più sfumati, ma questo non significa che la gravità sia diversa, anzi forse proprio la consapevolezza di quanto questa sia meno decifrabile dovrebbe far allarmare maggiormente. Laddove dei confini precisi mancano l’arbitrarietà abbonda e la confusione fa razzia di ogni sentimento. Anche nelle relazioni di coppia nelle quali non si hanno forme di violenza lo scivolamente in dinamiche conflittuali sappiamo essere una certezza prima o poi, è sempre un equilibrio e uno scontro di bisogni che si diversificano tra le persone e cambiano con il tempo. L’uso psicologico di alcune modalità può trasformarsi in abuso e l’espressione ferire per il gusto di ferire, in certi frangenti, si avvera.

Ogni relazione esige attenzione costante all’altro, pur nell’impossibilità di una continuità in tal senso, da qui l’inevitabilità del conflitto che non implica però necessariamente delle forme di violenza. La facilità con cui si può scivolare in forme di abuso psicologico non indica che ciò debba accadere, ma ci fa riflettere su di un tipo di violenza maggiormente subdolo e pervasivo, quindi non di certo meno grave e sicuramente non meno presente. Porre attenzione all’altro è faticoso perché ci decentra dal nostro punto di vista, ma è solo a partire dall’altro che possiamo tornare dentro di noi con maggior vigore e soprattutto scoprire del nuovo. Attenzione deriva dal latino attentio che significa “volgere l’animo a qualcosa”, l’animo è quanto ho di più intimo ed è esso che devo esternare nel rapportarmi all’altro. L’invito è, come sempre, quando parliamo di violenza di genere, ad allontanarci da ogni forma di semplificazione.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/21/violenza-sulle-donne-quella-psicologica-non-e-una-violenza-di-serie-b/2657484/

Amore, scoperta la formula per la relazione perfetta

E’ di questi giorni la notizia che un gruppo di ricercatori dell’Università di Chimera, nello Stato di Utopia, è riuscito a isolare e a dimostrare l’esistenza della Relazione Perfetta, quella che, tante volte è stata spacciata solo come una fiaba da raccontare ai bambini la sera per farli addormentare e far loro sognare un mondo migliore, esisterebbe realmente. Cautela e speranza sono convolate a nozze nel cuore di milioni di single per scelta che finora avevano sempre tenuto a precisare l’impossibilità di far parte di una coppia a causa dell’inesistenza di un rapporto che potesse essere considerato minimamente soddisfacente. Cari single per scelta, se tutto corrispondesse a verità, avete i giorni contati, vi aspetta l’estinzione invece della tanto agognata distinzione.

Nonostante da parte di eminenti studiosi ed intellettuali di tutto il mondo si siano cominciati a sollevare dubbi e scetticismi tesi a screditare anche solo l’ipotesi di una qualsivoglia relazione del genere, sembra invece che l’annuncio non sia affatto privo di fondamento. Gli studi, sebbene condotti finora in gran segreto, sono stati voluti e finanziati dai discendenti dei Montecchi e dei Capuleti, ancora colpevolizzati dall’opinione pubblica per quel fattaccio di Romeo e Giulietta. Il loro quindi vuole essere una forma di riscatto sociale, difficile metterne in dubbio la buona fede.

In esclusiva su questo blog posso già dare voce a qualche indiscrezione, purtroppo, nella miglior tradizione giornalistica, non posso rivelare le mie fonti, quindi sono consapevole di chiedervi un atto di fiducia non di poco conto, spero di meritarlo. Se avete bisogno di sapere qualcosa in più di me, per darmi credito, vi direi di leggere i miei vecchi post, se non rischiassi di farmi pubblicità occulta, ma, in fondo, è un rischio che sono disposto a correre. Cosa non si fa per guadagnarsi la simpatia dei lettori!?

Secondo i ricercatori della prestigiosa Università, per avere la Relazione Perfetta bisognerebbe essere in due e quindi sostengono, in partenza, i risultati degli studi condotti in precedenza e che vedevano in questo numero l’unico dato certo a disposizione.La Relazione Perfetta esisterebbe ed è quella fatta di mille imperfezioni ed anche qualcuna in più, non bisogna mai lesinare di fronte l’abbondanza e quindi, se è possibile dimostrare i difetti dei rapporti di coppia, in modo molto semplice, ossia rivolgendosi all’esperienza che ognuno ha con sé, troviamo che l’ipotesi sostenuta non è affatto peregrina, ma poggia su basi solide e inconfutabili.

Sembra inoltre che, nella Relazione Perfetta, i due membri della coppia comunichino, questo è sempre stato un aspetto controverso e lungamente dibattuto in tanti anni di ricerche(non dimentichiamoci tutte le seguitissime serie tv di fantascienza nate sulla scia di queste teorie) e che ha visto la comunità scientifica letteralmente spaccarsi in due con toni tutt’altro che spenti, da una parte i sostenitori della comunicazione e dall’altra i detrattori che invece vedevano, nella mancanza di quest’ultima, l’ingrediente principale per la Relazione Perfetta. Il fatto che queste due fazioni non riuscissero a comunicare tra loro, se non con insulti e improperi, andava a tutto vantaggio dei secondi che vedevano rafforzata così la loro posizione, ma ora i primi possono cominciare meritatamente a festeggiare e riprendersi la rivincita.

Se non siete single per scelta, ma accoppiati per convinzione, leggete questo post in compagnia del vostro partner e, se qualche tensione tra voi ha cominciato a sciogliersi, grazie ad un sorriso ed uno sguardo complice, allora siete la migliore prova vivente della Relazione Perfetta. Ovviamente tutto nell’attesa dei risultati che saranno presto dati da Chimera e dal suo team.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/12/amore-scoperta-la-formula-per-la-relazione-perfetta/2624673/

Psiche, l’unico abuso buono è quello di pensiero

L’unico abuso buono è quello di pensiero, purtroppo ad oggi non si rilevano vittime! Nell’era delle connessioni, quelle neurali vengono ad essere abbandonate con disarmante facilità e con altrettanto disarmante felicità. Il pensiero unico che sfocia in convincimenti, atteggiamenti e comportamenti legittimati dalla massa non è altro che una forma di non pensiero. Il pensare in gruppo come il gruppo non comporta fatica e isolamento cose che invece può comportare il pensare individuale.

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Abbiamo il mondo nel palmo di una mano, attraverso un cellulare, tradendo così l’universo delle nostre potenzialità relazionali. Siamo affamati di contatto social forse perché è proprio il contatto sociale che siamo andati perdendo. Basta comunque non rendersene conto e tutto va bene, in pochi si chiedono se e dove stia un problema, perché ogni insofferenza sembra trovare una valvola di sfogo istantaneo nel web, salvo poi accumularsi al di fuori di esso e trovare canali di scarico 2.0.

Quando sono io a chiedermelo, non posso che prendere atto di una certa parzialità con cui riesco a fronteggiare il dilemma. Non sono contrario alla tecnologia, la utilizzo e mi faccio utilizzare da essa più di quanto potrebbe sembrare scrivendone, questo non significa non osservarne alcuni effetti collaterali, anche se vi si è talmente assuefatti da considerarli sempre nell’ambito del ‘nuovo che avanza‘ intendendo con ‘nuovo’ sempre e comunque qualcosa di positivo, a cui al massimo bisogna darsi il tempo appunto di abituarsi.

Mi rendo conto di quanto il cellulare e internet abbiano modificato il senso della mia privacy e di quanto mi spingano agli altri in modalità che fino a pochi anni fa non sarebbero state possibili, non tanto per motivi tecnologici, ma di semplice pudore. L’avanzamento della tecnologia è direttamente proporzionale all’arretramento della nostra intimità.

Si può esprimere un’opinione su tutto perché, aprendo internet, si è bombardati di notizie, se si presta attenzione a più cose contemporaneamente si è necessariamente parziali, se poi c’è in gioco qualche evento che attiva l’emotivo, ci si sente quasi in dovere di esprimere la propria opinione, pur non avendone le competenze. Il proprio sentire è importante, ma non fornisce capacità di analisi, se non puramente introspettive. E l’introspettivo poi ormai è venduto in piazza, non più al miglior offerente, ma a chiunque vi ci passi accanto, il quale fortunatamente può ancora sempre scegliere di non fare alcuna offerta. L’emotivo può escludere il semplice buon senso, la legittima necessità di condanna può acciecare ogni altra considerazione.

L’esperienza non è data solo dagli anni, ma anche dai metri di paragone che si acquisiscono con il loro passare. Non è l’interesse per una notizia a validare il proprio punto di vista, soprattutto se spacciato come verità, eventualmente solo un approfondimento dovrebbe suscitare un certo interesse o un possibile dibattito nel merito. Oggi un certo tipo di violenza ha ormai mutato aspetto per poter sopravvivere senza subire la riprovazione collettiva , aliena l’individuo rimpinzandolo del superficiale e svuotandolo di profondità.

Anche se cambiamo nome alle cose, esse rimangono quello che sono, la guerra non è solo quella che ‘esportiamo’ insieme alla democrazia, ma anche quella che ci facciamo gli uni contro gli altri, quando le nostre posizioni divergono, e gli attentati non sono solo quelli nel cuore dell’Occidente, ma anche quelli contro la nostra intelligenza quando scambiamo le conseguenze di un evento per le sue cause, il tutto seduti di fronte ai nostri comodi pc dai quali guardiamo il mondo e sembriamo flirtare con l’onniscienza. Solo allenare il come pensare alle cose può rivelarsi il canale privilegiato per arrivare ad un cosa pensare delle stesse che non ne tradisca la logicità.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/07/psiche-lunico-abuso-buono-e-quello-di-pensiero/2610964/

“Uomini Maltrattanti. Vittime e carnefici” Padova 29 Aprile 2016

Padova Locandina

Psiche: perché scrivo del dolore? Perché tutto il resto parla bene da sé

Il dolore non ha parole, ecco perché si serve del poeta o dello scrittore per averne. Scrivere è sof-fermarsi, soffrire, fermarsi, amarsi, non necessariamente in quest’ordine. Tutto questo non può avere a che fare anche con la psicoterapia, sebbene le distinzioni non manchino e le parole in essa non siano scritte, ma incise. Ogni cosa che fa bene all’animo è inevitabilmente terapeutica, ma la psicoterapia, prima di fare bene all’animo, deve, almeno in parte, anche devastarlo, perché solo dalle macerie è possibile ricostruire qualcosa, morire per rinascere a nuova vita. Cambiare significa farsi altro rimanendo sé stessi, una tale contraddizione non può che costare tempo, fatica, amore e dolore.

Il terapeuta deve necessariamente essere artista con la parola e con la sua assenza, il cambiamento del cliente dipende da questo, da parole che scavino in profondità e da silenzi che riportino in superficie le parole aprono e chiudono ferite, ma in modo opportuno solo se scelte, usate con uno scopo, altrimenti è un inutile sanguinare.

psicanalisi

Molti sono i momenti in cui incontro il dolore, lo vedo negli occhi della gente, nelle loro parole, nei loro gesti, in quello che appare, ma anche in quello che sembra non avere importanza e scompare, lo vedo dentro di me, fin troppo umano come tutti. Al dolore non serve il nostro consenso, trova sempre i modi per esprimersi. Se la sofferenza avesse le ali saremmo tutti in paradiso.

Oggi esiste non solo il malessere a cui eravamo generalmente abituati, ma anche quello di nuova generazione.

I cambiamenti epocali e radicali che stiamo vivendo non hanno corrispondenza con i cambiamenti dei singoli che hanno tempi e modalità ancora troppo legati alla natura, ma che cercano disperatamente di adeguarsi ai coinvolgimenti e agli sconvolgimenti portati dalla tecnologia degli ultimi anni. Se prima il disagio era prettamente del singolo e/o in riferimento alla sua cerchia familiare e amicale ora il disagio individuale si intreccia con un disagio sociale enorme, relazioni liquide e precariato della vita lavorativa, ma non solo.

Notiamo costantemente che si comunica più tramite cellulare con persone fisicamente lontane che a voce con persone fisicamente vicine, tanto per fare un esempio alla portata dell’esperienza di tutti. La tecnologia di cui disponiamo è in parte alienante e in parte un’aggravante del malessere che ognuno può avere, cambia la rete di relazioni di cui si dispone e come con essa si interagisce.

Si deve dialogare con il proprio disagio, perché se è vero che fa male, è altrettanto vero che dirotta nel profondo come nessun’altra emozione è in grado di fare, fa apparire fragili ossia per quello che in fondo si è, nonostante si passi la vita a convincere noi e gli altri del contrario.

Pasolini, che del malessere sociale a cui partecipiamo era stato profeta, scriveva: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la mia solitudine che è la mia debolezza”.

Ascolto spesso storie tragiche di uomini e di donne, i nessuno di questa società diventano qualcuno ogni volta che trovano chi è disposto ad accogliere le loro parole. Siamo fatti di solitudine, forse è per questo che accettiamo di stare con gli altri, perché l’ essere soli ci insegna a stare con noi stessi e solo allora possiamo essere con gli altri in misura tollerabile.

Questo può sembrare folle, ma non importa. Non bisogna chiedersi cosa sia la follia, perché l’abbiamo davanti tutti i giorni, chiediamoci cosa sia la normalità, perché è questa ad essere un mistero non risolto ed è questa ad entrare nella stanza di un terapeuta molto più di quanto si pensi. Se la normalità fosse definibile non se ne discuterebbe mai, in quanto realtà assodata, non si nutrirebbe alcun bisogno di rivendicarla.

I “folli” sono tra noi, camminano con noi, lavorano con noi, giocano con noi, mangiano con noi, dormono con noi, non ne ho le prove, ma lo so!

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/29/psiche-perche-scrivo-del-dolore-perche-tutto-il-resto-parla-bene-da-se/2588154/

Relazioni, storie di ordinario amore impossibile

“Cominciò come comincia sempre, con uno sguardo! Gli occhi fanno l’amore molto prima del resto del corpo. Se lo sguardo è preludio, la parola è attesa.
L’attesa, se prolungata, da diletto diventa struggimento, ma tocca a lui interromperla, lei lo sa e lo spera, ma lui tergiversa: ‘E se non le piaccio?’ è lo slogan che lo tormenta, gli fa comprimere il torace, torcere l’immaginazione, torchia il proprio agire perché lo porti a lei, ma niente, si ritrova in un mare torbido di timori.
Così l’attesa si prolunga ancora, struggimento genera sfinimento, si sedimenta il sentimento. Quando capita si vedano, lo sguardo da incontenibile diventa incoerente, incostante, quasi inconcepibile, lui incodardì, lei non sopportò l’incognita e il possibile incontro si rivelò solo un’incollatura di pensieri inespressi.
Finì come finisce talvolta, con un desiderio! La mente dice addio all’amore molto dopo tutto il resto del corpo. Se la mente è infinito, il silenzio è punto di non ritorno”.

7. Amore e Psiche (Antonio Canova)Una breve parodia senza pretesa alcuna, se non semplificare, con leggerezza e un pizzico di poesia e luoghi comuni, le relazioni umane. Dell’approccio all’altro sesso molti hanno fatto un’arte, tanti altri una caricatura. Semplice possiamo dire che non lo è, Cupido, se lavorasse a tempo pieno, svilupperebbe un disturbo bipolare conclamato e Cupido in terapia non deve essere un cliente facile da gestire.

Quel che sarebbe potuto essere si fa parametro di quel che non si è riusciti ad essere. Se c’è un esame a cui saremo sempre rimandati è l’esame di realtà. Tutto quello che non è stato riempirebbe nuove vite intere da vivere, ecco perché, avendone solo una certa, dobbiamo stare solo a quel che invece è stato. Certo, la mente è traditrice, non si accontenta di vivere il certo, ma si diletta fin troppo con i se e i ma, in certi casi ne fa tormento. In ogni tormento c’è un pizzico di diletto, altrimenti chi ce la farebbe fare a stare in tale condizione? Niente è completamente negativo, altrimenti abbandonarlo sarebbe cosa molto più semplice di quel che risulta essere.
Quanto ci aspettiamo dall’altro che capisca le nostre speranze, paure e desideri? Quanto l’altro si aspetta poi la stessa cosa? Si chiama fraintendimento, spesso il risultato di aspettative non condivise. Sentiamo di non poterci fidare di noi e degli altri. Il dar fiducia è fatto del risalire di antiche lacrime che solcano il nostro volto a ritroso, anche se non sono visibili e tangibili, come quando scesero dai nostri occhi la prima volta, questo non le rende meno reali e dense.

Fiducia viene dal latino fidere, significa aver fede, la fede riguarda il credere e non il sapere, è un atto di volontà con il quale ci abbandona al prossimo, pensando di poterne essere tutelati. Il primo fidarsi è un af-fidarsi, quello che il bambino trova naturale fare nei confronti dei propri genitori. Il secondo af-fidarsi avviene nell’adolescenza, quando non abbiamo più a che fare solo con un ambiente familiare protettivo e limitato, ma ci allarghiamo al mondo e alle relazioni altre. I primi amici con cui non si gioca più soltanto, ma con cui si comincia anche a parlare e a condividere le nuove esperienze, pensieri, emozioni. Parte di questa fiducia verrà tradita, è un processo inevitabile del crescere. Il genitore ci deluderà, l’amico ci deluderà, il primo legame intimo ci deluderà, se non è una regola è una consuetudine, essere umano significa avere dei limiti rispetto a quanto posso offrire e a quanto posso ricevere.

Il benessere dell’individuo è legato a doppio filo con quello del suo prossimo, non saremo mai in grado di accontentare tutti e gli altri non potranno mai accontentarci sempre. Ogni cattiva relazione ha insito in sé il potere di cancellarne un numero imprecisato di buone, ma è altrettanto vero che ogni buona relazione ha il potere di cancellarne un numero imprecisato di cattive. La psicoterapia è domanda costante di come si possa riacquistare fiducia nei legami attraverso il rapporto cliente-terapeuta. È nata una professione perché l’essere umano potesse fare esperienza di sé stesso in ambiente protetto, per quanto la psicoterapia sia utile e necessaria, il pensarla in questi termini ha anche un qualcosa di inquietante.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/14/relazioni-storie-di-ordinario-amore-impossibile/2542800/