Archivio per 24 luglio 2016

Docenza nel Master in Criminologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale

Docenza nel Master in Criminologia e Psicopatologia del Comportamento Sessuale organizzato dal CIS Centro Italiano di Sessuologia a Bologna il 21/05/2016

Questioni di genere: il maschilismo (r)esiste ancora, purtroppo

Maschilismo, vecchia e nuova piaga dell’incomunicabilità tra i generi. Non cominciate con la storia che sto attaccando il genere maschile, ne faccio parte, proprio per questo ho tutto l’interesse a migliorare la qualità del rapporto tra di noi e con il sesso femminile. Però effettivamente, se qualcuno parte con le solite polemiche, non fa altro che rinforzare quanto vado dicendo. Parlare del maschilismo non significa santificare il femminile, ma soffermarsi su quello che non è accettabile nel relazionarsi ad esso.

Incontro il maschilista più nelle mie relazioni interpersonali che nel lavoro, questo perché, nei contesti amicali o non professionali, si sta molto di meno sulla difensiva e si è certi di trovare la solidarietà degli altri maschi. Anche il maschio non maschilista, se in un gruppo di maschilisti, può, nel migliore dei casi, tacere, nel peggiore, diventare complice per non sentirsi escluso.

Il maschilista duro e puro toglie soggettività alla donna, la oggettivizza perché questo gli dà maggiori garanzie, relazionarsi a una persona è infinitamente più complesso che relazionarsi a un oggetto. Egli non dispone di capacità mentali adeguate e non vuole essere un’offesa, ma solo una constatazione. Lo stereotipo incanala in concetti mentali semplici, non dà modo di pensare perché il tutto è già pensato in forma statica e immutabile.

Il non maschilista fatica molto a parlare con il maschilista, di solito, gli viene scaricata rabbia repressa, il maschilista non concepisce il pensiero altro da sé, lo espelle come un corpo estraneo e può arrivare a complimentarsene. Il maschilista è autoreferenziale, ma dà il meglio quando si muove in branco, spingendosi in competizione. Chi c’è l’ha più lungo, chi c’è l’ha più duro, fate voi, l’importante è avercelo. Il gruppo sostiene, nel bene o nel male, talvolta potenzia.

Il maschilista è un insicuro, ecco perché ha bisogno che i ruoli siano ben definiti. Il maschilista è uomo, né più né meno del non maschilista, ma è un uomo condannato a stare nel limite, a farsi carico di una rigidità che lo condiziona nelle relazioni, ecco perché spesso non ha altri strumenti che la violenza e l’umiliazione per ripristinare la sua sedicente superiorità. Spesso il maschilista non sa di essere tale, magari pensa che le donne non si toccherebbero neanche con un fiore (le altre, su quelle in relazione con lui, nutro qualche perplessità).

Il maschilista non ha opinioni sul maschile/femminile, ma certezze, non si interroga, ha già tutte le risposte senza bisogno di partire dalle domande, ha bandito il punto interrogativo dalla sua vita in quanto insostenibile.

Purtroppo il maschilista è ben lontano dall’essere una razza in via di estinzione, ma vive e prospera tra di noi, è in grado di riprodursi attraverso un certo tipo di educazione, fortunatamente lo stesso mezzo di cui disponiamo per contrastare il suo proliferare.

Vanessi 2

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/22/questioni-di-genere-il-maschilismo-resiste-ancora-purtroppo/2914305/

Relazioni, piccole indicazioni per la salvaguardia della propria salute mentale

Breve storia felice: “Tra la chiave del tuo cuore e la chiave per la mia salute mentale, scelgo la seconda”. Lasciatemi usare un po’ di ironia per avviare alcune riflessioni.

Se una relazione non va, i motivi possono essere tanti. Alcune volte le cose non possono andare diversamente: si è troppo differenti o si nutre poco interesse per l’altro. Di solito questi rapporti finiscono senza troppi scombussolamenti. Una relazione che termina non è necessariamente una relazione che non funziona: il fatto che si sia conclusa può essere indice di una sana presa d’atto che si cerca altro.

Altre volte, le relazioni non vanno perché vi sono delle dinamiche disfunzionali che possono auto alimentarsi, a causa di sofferenze reciproche. Sicuramente, nelle relazioni violente, tutto questo è ancora più evidente, se non agli occhi di chi quei rapporti li sta vivendo, sicuramente per chi si trova a vedere dal di fuori.

Va detto, a tutti coloro (e non sono pochi) che sono convinti che certe dinamiche a loro non possano accadere che, molti di quelli che ci son passati, la pensavano allo stesso modo. Più ci si ritiene immuni da qualcosa, più si abbassano le difese.

Se ci fosse un modo semplice per uscire fuori dalle relazioni che fanno male, esse non farebbero poi così tanti danni: si eviterebbero o si troncherebbero, in tempi ragionevoli. Una relazione disfunzionale è tale anche perché è continuativa, in un arco temporale considerevole.

Quando una relazione non va? Provo a semplificare in alcuni punti:

Se ve lo state chiedendo, qualcosa non va.
Se avete paura, qualcosa non va.
Se temete di perdere il controllo, qualcosa non va.
Se pensate, in continuazione, a come potrebbe reagire l’altro, di fronte a ogni vostro comportamento o atteggiamento, qualcosa non va.
Se entrate in uno stato di confusione in cui non capite più cosa e giusto e cosa non lo sia, qualcosa non va.

Io non so definire l’amore. Non dico che in esso non possa esservi anche un certo grado di sofferenza, per i motivi più disparati, ma quando questa investe ogni aspetto del rapportarsi all’altro, non è un amare che fa bene. Ricordatevelo sempre, per quanto banale e scontato lo dimentichiamo: cerchiamo e vogliamo stare insieme a un’altra persona per stare bene, non per soffrire e soprattutto non per farci carico di difficoltà che non sono le nostre. Nessuno è carente, in quanto a problemi. Inutile andarli a cercare altrove, sicuramente dannoso.

All’interno della coppia, scegliete sempre voi e il vostro benessere, non ponetevi altri obiettivi che l’equilibrio. Tensioni e preoccupazioni non mancano al singolo, raddoppiano quando si è in due, ma non dovrebbe mai venire meno qualcosa da mettere dall’altra parte della bilancia.

Quello che passa è solo per restare in altre forme. Terminata una relazione abusante, possiamo prenderci cura non solo delle ferite causate da quel rapporto, ma anche di quelle che hanno consentito un legame con quel tipo di persona. Ogni crisi è un’opportunità.

Sì, lo so che le mie possono anche essere parole al vento. Nelle relazioni violente si inciampa e ci si affossa, senza rendersene conto, se non quando ormai si è troppo invischiati per uscirne incolumi. L’inutilità del mio scrivere è un rischio che voglio correre, non fosse altro perché vuole essere testimonianza di cambiamenti che credo possibili.

Capire dove sta la propria parte di responsabilità e dove quella dell’altro, in una dinamica disfunzionale, è arduo, ma non impossibile. Terminare un rapporto malsano non ha a che fare con la fortuna, il più delle volte, ma con scelte di cui prendersi il merito, consapevoli che si va incontro a un dolore, ma un dolore che pone le basi per costruire e non che distrugge.

Vanessi 1

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/13/relazioni-piccole-indicazioni-per-la-salvaguardia-della-propria-salute-mentale/2898307/

Violenza sulle donne, talvolta separarsi è l’unico modo per ricomporsi

Nelle situazioni di maltrattamento, all’interno di una coppia, la difficoltà di una donna non risiede esclusivamente nel lasciare il compagno violento ma, molte volte, anche nel sostenere il dolore che questa separazione comporta. Non è facile troncare una relazione violenta e spesso è anche più difficile reggere l’onda d’urto successiva. Per quanto ciò possa apparire paradossale, in quanto terminare un rapporto implica la presa d’atto che non è più possibile portarlo avanti, molte donne sanno di cosa sto parlando. Nonostante gli abusi, non si cessa di rimanere legati a qualcuno, anche nel tentativo di allontanarlo dalla propria vita. Se un determinato tipo di relazione, per quanto lesivo, è stato possibile, è perché c’è stato un incastro di dinamiche, vissuti e storie passate che ha creato terreno fertile, indipendente, in parte, dall’aver incontrato quella persona.

Non tutte le relazioni abusanti lo sono di continuo, ma possono essere intervallate da momenti differenti e, talvolta, ci si trova incatenati in una sorta di inconscia punizione che ci si vuole autoinfliggere, pensando che forse non ci si meriti altro oppure che lui possa essere salvato dal proprio “resistere”. Siamo bravi a trovare giustificazioni per tutto, anche per quello che può annientare. Alcune donne possono continuare a desiderare l’uomo che fa loro del male, consapevoli del dolore che, da lui, hanno ricevuto e del pericolo insito in ogni possibile interazione futura. Lasciare mentalmente un uomo violento costa tempo e fatica che non si esauriscono con l’aver deciso e l’aver messo in pratica questa scelta. La distruttività di un legame nel quale c’è violenza sta in questo, non se ne esce con un colpo di spugna, anche quando s’imbocca la strada giusta.

Si può aggiungere una sorta di senso di colpa, ci s’interroga riguardo a cosa si sarebbe potuto fare di diverso, non capendo che qualcosa di diverso l’avrebbe potuto solo fare chi la violenza l’ha agita, però non lo ha mai fatto. E’ lui il problema e non può essere lei la soluzione, altrimenti i maltrattamenti non avrebbero avuto luogo o si sarebbero interrotti. Una donna che lascia un uomo violento incorre nelle reazioni di lui, che possono essere in linea con quanto già avvenuto in passato. L’uomo può mettere in atto comportamenti di stalking, minacce e il reiterarsi di violenze. Più di una donna racconta di quanto questo spaventi e imponga troppe ingiuste restrizioni, ma anche di una sensazione di smarrimento e confusione se e quando lui cessa di “darle tutta questa attenzione”, arrivando finalmente a trovare una ragione della fine del rapporto. Non sto parlando di tutte le relazioni abusanti, ma succede.

Talvolta separarsi è l’unico modo per ricomporsi. Il dolore che segue alla separazione, unito all’immane fatica del ricomporsi, genera demoni che imperversano nella mente e nel cuore per un tempo indefinito. Rendersi disponibili al tormento è il prezzo da pagare per riaprirsi alle possibilità della vita. Volercela fare da sole è quasi eroico, ma non bisogna fare le eroine a tutti i costi; la possibilità di un sostegno adeguato da parte dei centri antiviolenza è di primaria importanza. Un trauma (e la violenza è traumatica) ha bisogno di uscire fuori attraverso le parole per potere tornare, nell’animo, limitando i danni. Le relazioni violente distruggono i parametri di riferimento ed è necessario che la donna possa ricostruirli anche attraverso l’oggettività di una persona altra a quel rapporto.

Chiedere un aiuto è il passo più importante. Se nel breve termine forse allevia poco, può fare la differenza nel lungo. Vedere dove è nascosta la buca nella quale si è inciampati, permette di riconoscerla se si dovesse ripassare dallo stesso posto. Si tenta sempre di colmare i vuoti, farlo in una relazione violenta li trasforma in buchi neri. Credo che una donna, quando esce fuori completamente da una storia di violenza, maturi dentro di sé una forza enorme; il prezzo che ha dovuto pagare non lo dimenticherà, in esso sta tutta la dignità che hanno tentato di toglierle. Il suo dire no alla violenza è il suo urlare si a un’esistenza migliore.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/29/violenza-sulle-donne-talvolta-separarsi-e-lunico-modo-per-ricomporsi/2868201/

Strage di Orlando, quel ‘Je suis’ che annulla le differenze

Negli ultimi tempi, la rete, principalmente attraverso i social network, ha espresso la propria solidarietà e rabbia in merito agli attentati tragici e particolarmente violenti che hanno occupato la cronaca. L’uso di determinate parole o immagini ha avuto una diffusione virale. Il miglior esempio è forse quel “Je suis” accompagnato dal luogo o da una parola simbolo della tragedia avvenuta. Si è partiti con “Je suis Charlie”, dopo la strage di Charlie Hebdo, in seguito della quale eravamo tutti parigini. E poi belgi, una volta avvenute le stragi di Parigi e Bruxelles. Ora, con la strage di Orlando, si è diffuso il “Je suis gay” con la variante “We are/we love Orlando”, anche se in modo decisamente più contenuto, forse perché ha implicazioni diverse e maggiormente legate alla propria intimità.

Fermo restando la condanna di ogni violenza da parte di una qualsiasi organizzazione o di un singolo individuo sano o squilibrato che sia, fermo restando i buoni propositi delle persone che, giustamente, sentono viva la necessità di esprimere la propria solidarietà, di fronte a questi eventi drammatici, vorrei però che potessimo riflettere maggiormente su alcune implicazioni meno evidenti di quei “Je suis”.

Io non sono una vittima di quelle tragedie. Certo ne rimango scosso e non posso non interrogarmi su responsabilità individuali e collettive che permettono a quel certo tipo di cultura di produrre il peggio di ciò che succede davanti ai nostri occhi, ma non ho vissuto sulla mia pelle quei drammi, non mi sento a mio agio nel pensare che una semplice frase, immagine, per quanto sentita, possa realmente avvicinarmi alla sofferenza di quelle persone. Non è il mio dolore e il mio modo di rispettarlo non deve azzerare le distanze, ma sottolinearle.

Le varie forme di “Je suis” & affini non fanno altro che rendere omaggio all’omologazione, anziché alla differenza. Ci vorrebbero tutti uguali, ma non lo siamo. Ed è bellissimo così. La diversità è naturale, vitale e sana, ma in essa non vi è nulla di eroico. Sono eterosessuale, sono omosessuale, sono Charlie, sono tutte le vittime o le minoranze di questo mondo, ma quando trovo il tempo di essere me stesso e fare davvero qualcosa? Essere quel che siamo non significa non provare dolore, non appoggiare un determinato tipo di causa con tutta la propria convinzione. Ho più cura del prossimo mettendo dei confini e non certo annullandoli. Se faccio finta che questi confini non ci siano, annullo me stesso e, se non do valore al mio essere diverso, come posso dare valore alla diversità dell’altro?

Quando parliamo di pari diritti e opportunità, non stiamo dicendo che siamo tutti uguali, ma solo che l’essere diversi non deve implicare vantaggi o svantaggi di sorta.

Se l’altro è diverso da me è perché io sono diverso da lui. Che un maggior numero di persone sia di un determinato orientamento sessuale, rispetto ad un altro, va vista come la norma, non come un qualcosa di cui andare fieri: non c’è niente di speciale nell’essere “normale”, per quel che può significare questa tanto abusata parola. Quel che fa la maggior parte della gente non necessariamente è giusto o sbagliato, è solo quel che fa la maggior parte della gente.

In gruppo, le dinamiche di pensiero e di comportamento cambiano, rispetto a quelle individuali. In rete, a causa del virtuale e di un’emulazione capillare che non vuole dissidenti, pena la beffa, l’insulto e l’esclusione, tutto questo si amplifica a dismisura. Gli altri pensano e agiscono per noi, ma gli altri siamo anche noi: inciampiamo continuamente in questo paradosso. Il web si nutre di ondate emotive, quindi farà sempre di tutto perché queste trovino terreno fertile. E’ solo il pensiero individuale che può imbrigliare il pensiero collettivo e deciderne il raggio d’azione in autonomia.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/16/strage-di-orlando-quel-je-suis-che-annulla-le-differenze/2834578/

C’è disagio? Ecco la soluzione: a(r)miamoci gente

La vita va sorseggiata. A berla tutta insieme dà alla testa, di astemi non si hanno notizie, mentre parecchie sono le spugne che non mancano di destare l’attenzione.

Nessuno ci ha chiesto se volevamo nascere, ma eccoci qui a vivere, gioire e soffrire: un po’ comici, un po’ tragici e un po’ eroici. Nessuno ci chiederà mai neanche se vogliamo morire perché voce in capitolo, rispetto alle uniche due certezze della vita, non ne abbiamo. Sarà, quindi, per una qualche forma di compensazione che riempiamo la quotidianità di scelte: quando giuste, quando meno, quando a nostra insaputa, dirsi sempre le cose come stanno non è sempre la mossa più amata.

Stabilire le regole al di fuori delle quali condurre la propria esistenza è pratica senza supporto di teoria. Ci cimentiamo con una certa esperienza acquisita in anni di battibecchi tra cuore e cervello, la coppia di fatto che ha visto riconoscersi diritti e doveri, prima ancora che qualsiasi Stato, ordinamento giuridico o opinione popolare potesse rivendicare cosa è normale e cosa della norma si fa beffe. Se bastasse la disfunzionalità in una relazione per farla terminare, saremmo tutti single. Ringraziate quel che di voi sta messo peggio, se ogni tanto tocca anche stare bene. Talvolta si sta talmente male che si comincia a stare meglio per fare dispetto.

La paura di ferire non è poi così diversa dalla paura di guarire: sarei quasi tentato di dirvi come l’ho scoperto, ma vi toglierei parte del divertimento. Datevi da fare!

Da Freud in poi abbiamo imparato a scomporre le relazioni: oggi con internet si dà una risposta a tutto, le diagnosi su se stessi e sugli altri proliferano, tutto pur di non vivere senza domande alle quali non troveremmo una risposta. Una domanda che ha trovato la sua risposta non è più tale, cambia natura. Il punto interrogativo è stato spacciato per segno di interpunzione perché, a rivelarne la natura di condizione umana permanente, qualcuno avrebbe potuto millantare la propria estraneità. Il sentirsi diversi è campione d’incassi al botteghino dei nostri interessi, salvo poi scoprire dai bagarini che il prezzo da pagare è solo un opinione tra le tante. E chi offre di più ha la meglio.

Cerchiamo di ridurre le relazioni a formule matematiche, senza capire che sono i nostri errori la nostra salvezza, sono solo cose dotate di senso sotto mentite spoglie. Pensateci, chi ce la farebbe fare altrimenti a continuare a sbagliare? Non basta tutta l’esperienza accumulata dalla storia, dai nostri avi, dai libri per metterci al riparo dall’errore. Errare humanum est. E se perseverare sarà diabolicum, almeno non passa mai di moda.

La ragione è un rischio che non dovremmo più correre: perdersi non è pericoloso come ritrovarsi. La sanità è come la santità, non esiste, se non per sentito dire o sulla fiducia. Chi sa chiedere aiuto sa fare la differenza, anzi la fa. Gli altri circolano ancora liberamente. C’è disagio! A(r)miamoci gente! Andiamo incontro all’altro diffidenti, ma speranzosi, non importa che i due stati d’animo siano inconciliabili, loro non lo sanno e noi stiamo ben attenti a non divulgare troppo la cosa. Quel che ci manca è l’avversione per la contraddizione.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/06/14/ce-disagio-ecco-la-soluzione-armiamoci-gente/2822835/

Fermate il tempo, devo scendere

Parliamo delle opportunità perse, senza la pretesa di esaurire, in poche righe, il mare magnum di occasioni che ci lasciamo scappare, di decisioni su cui torneremmo volentieri indietro o di cancellare dubbi e domande che fanno da sfondo perpetuo ai nostri pensieri sul “se alcune cose le avessimo fatte diversamente che cosa sarebbe successo?”Ora io qui ho la semplice pretesa di fermare il tempo, perché devo scendere. “Come si fa?” chiederete poco convinti della validità di quanto blatero. Non è possibile! Mettiamola così, se non riuscirò a spiegare quanto vado sostenendo, allora la considererò un’occasione persa, quindi almeno non andrò fuori tema.

Che cos’ è il tempo? “Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so”. Uso Sant’Agostino perché ben si presta questo suo aforisma a dare una definizione di quel che non può essere definito. Il tempo non può essere spiegato senza averlo vissuto, altrettanto quindi la sua interruzione, che però noi in realtà sperimentiamo, senza averne troppa coscienza, attraverso i ricordi o quando invece, al contrario, dimentichiamo. Il tempo scorre, ma la testa è piena di istantanee di momenti cruciali o meno della nostra vita, è altrettanto lo è quello che Freud ha reso così popolare, l’inconscio. Il non sapere di certe cose non implica il loro non esistere, le nostre dinamiche (con un occhio di riguardo a quelle più disfunzionali) sono lì a farci da promemoria.

E’ dentro di noi che il tempo può interrompersi, non solo come assurda ipotesi, ma come paradossale realtà. Fuori da noi il tempo non si preoccupa del nostro vissuto, va avanti incurante di quanto lascia dietro di sé o forse è lì che se la ride. Un momento indimenticabile lo è perché qualcosa di noi vi si è fermato e non è più andato via, la stessa cosa accade per un momento drammatico, subire un trauma ci blocca, non andiamo più avanti interi, ma solo in parte, divisi, qualcosa rimane indietro.

Il tempo ha quindi due dimensioni, quella esterna che mi relaziona agli altri e mi permette di vivere nella quotidianità dei rapporti e quella interna che paradossalmente dagli altri mi allontana e mi fa sentire intimamente dentro la mia individualità. D’altronde si afferma in continuazione che ognuno ha i suoi tempi e che questi vanno rispettati, no? Se il tempo ha velocità diverse e quindi può accelerare o rallentare, allora potrà anche fermarsi. Non si dice anche che il tempo può tutto?

L’uomo però, se pur ha trovato il modo di misurare il tempo esterno attraverso l’uso dei secondi, dei minuti, delle ore e via cronometrando, ha sempre fallito nella ricerca di altrettanta sicurezza per la misurazione di quanto le cose permangano al suo interno, lì il tempo è selvaggio ed indomabile, sfugge ad ogni controllo, non si lascia ingabbiare da un orologio al polso o da un calendario alla parete. Il tempo fa i conti con quel che fu molto più di con quel che sarà, se del domani non c’è certezza, essa abbonda in quanto è successo o meno ieri e ci influenza, nel bene o nel male.

I vorrei e gli avrei dovuto della nostra vita presidiano la nostra insoddisfazione, perché un po’ di insoddisfazione, ammettiamolo, ce l’abbiamo tutti, anche i più realizzati possono confessarcelo, li capiremo, l’essere umano ha sempre avuto con lei un rapporto tormentato. La vita è una ricerca continua, non è fatta per raggiungere dei traguardi, ma per spostarli, cambiarli, inventarli attraverso l’esperire.

Gli avrei dovuto condizionano i vorrei, li provocano e li stuzzicano in un incessante gioco di seduzione. I vorrei entrano in uno stato di dipendenza affettiva nei confronti degli avrei dovuto e non ne escono più fuori. Allora, se fermo il tempo perché voglio scendere, è solo per provare a fare un pezzo di strada senza pensare a quanto ho perso, ma a ritrovarmi nelle parti di me che sono rimaste indietro, da questo ho solo da guadagnarne.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/30/fermate-il-tempo-devo-scendere/2778574/

Relazioni, l’impotenza che genera l’ ‘in-potenza’

Si è destinati a contattare l’impotenza ogni volta che il cambiamento lo si cerca negli altri e non in sé stessi. Innamorati delusi segnatevi, da qualche parte, questa frase, possibilmente portatela sempre con voi e andate a rileggerla ogni tanto. Sebbene dubiti, in genere, che offrire soluzioni o consigli possa essere di qualche utilità, riassumere un po’ di “sana” comune esperienza credo possa permettere di sentirsi meno sbagliati. E, quando si parla di amare, le conseguenze possono essere anche tali, si sa. Della parola cambiamento c’è un utilizzo diffuso, soprattutto nel campo della psicologia; esso è il fine ultimo, vi si cerca la chiave per combattere ogni malessere, modificare vecchi schemi comportamentali, ridare slancio alla propria vita. Il risultato ottenuto è il primo parametro del grado di cambiamento realizzato, il semplice stare meglio può essere un esito più che decente.

Quando le cose non vanno, di solito, si danno due possibili spiegazioni: sono sbagliato io o sono sbagliati gli altri; le vie di mezzo possono essere soluzioni razionali, ma emotivamente poco convincenti. Se in medio stat virtus, non sempre è la virtus quello che sta maggiormente a cuore alle persone. Pensare di poter cambiare l’altro ha un potere di seduzione tale che, per trovare qualcuno che non ne abbia esperienza, bisognerebbe quanto meno spostarsi di pianeta, al momento cosa poco praticabile. Nulla di cui vergognarsi comunque, anzi siatene un po’ orgogliosi, è attraverso gli errori che ci si corregge. Per quanto poco si desideri parlare dei propri insuccessi, sono loro a formare quel che siamo. Vi assicuro che scriverlo è molto più facile che pensarlo, ma è così. Quel che non si realizza può avere da dire non meno di quel che si realizza, a patto di prestargli attenzione.

L’altro non cambia, se siamo noi a volerlo, ma se è lui a deciderlo e solo nell’ipotesi che sia sempre lui ad avvertire come necessaria la messa in discussione del proprio comportamento; in caso contrario rispedirà tutto al mittente, anche con una certa forza di persuasione e, sebbene egli agisca per il proprio unico interesse, pur non volendolo, qualcosa di sensato può esservi sempre preso. E’ semplice ed immediato pensare che siano gli altri ad essere sbagliati. Non che gli altri siano effettivamente sempre questo gran modello di salute mentale, siamo d’accordo, ma, se a questi ci leghiamo, siamo noi a sceglierlo, se le casualità esistono è possibile che non collaborino. E’ vero, con in campo i sentimenti, a parole, siam leoni, mentre a fatti, decisamente qualcosa in meno, ma è indubbio che ricerchiamo anche proprio la diversità nella quale non solo ci si è imbattuti, ma di cui ci si è anche invaghiti. Sono convinto che, se certe persone cambiassero come desidererebbero i loro partner, avremmo molti più fallimenti di coppia di quanti ce ne siano mai stati finora.

Non provate a spiegare con la ragione l’essere umano, della ragione si serve solo quando gli fa più comodo per poi dimenticarla nel momento del bisogno. Siamo a lei debitori nella vana speranza che non pretenda mai il saldo, ma possiamo solo aumentare il debito o rimandare continuamente l’ultima rata. Soffrire dà dipendenza, è una droga facile da reperire, molto potente, non costa nulla, non scatena riprovazione sociale ed è perfettamente legale. Le comunità per i tossici della sofferenza sono a cielo aperto e accolgono chiunque, senza distinzione. Se non si può cambiare una persona si contatta l’impotenza, ma anche l’“in- potenza” che è dentro di noi per uscire fuori da quella situazione, il cambiamento possibile è solo quello che parte da sé stessi e si conclude laddove è iniziato. E’ un attimo pensare che ad essere sbagliati siamo noi, ma, anche se così fosse, su di noi abbiamo il potere di agire che sull’altro non potremo mai avere. E’ proprio il caso di dire che, se siamo noi il problema, siamo noi anche la soluzione. Il sentirsi disarmati è solo essere diversamente armati.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/11/relazioni-limpotenza-che-genera-l-in-potenza/2715994/

Le possibilità scatenano le fantasie, ma la realtà non sbaglia un colpo

Cosa ci fa sentire la mancanza di qualcuno, anche quando, con quel qualcuno, le cose non sono andate come avremmo voluto e ce ne siamo separati? Le possibilità scatenano le fantasie, ma la realtà è un tiratore scelto, non sbaglia un colpo. Investimenti affettivi pronti al lancio, ben posizionati sui blocchi di partenza, si fratturano le ossa dopo pochi passi, correre come un centometrista una maratona è un supplizio volontario. Dove sta la fregatura? In quel che interessava di quella persona? In quel che si pensava che fosse? O in quel che si voleva che fosse, senza doverci fare i conti, che puntualmente però sono stati presentati e pagati. Se l’altro non corrisponde ai nostri bisogni tocca a noi farlo per non fare la fine di barche nel deserto e arenarci nel nulla.

Non sarebbe corretto allora dire che di quel qualcuno non si sente la mancanza, ma il desiderio? Eppure il desiderio è gravido della mancanza, anche se senza parto in prospettiva futura. Doglie continue per quella pancia sempre tonda ed ingombrante, uno stato pensato come transitorio che diviene permanente qualche aggiustamento costante lo deve pur comportare. L’etimologia della parola desiderio è tra le più belle che si possano andare a ricercare, viene da de che in latino ha accezione negativa e sidus che significa stella, desiderare significa quindi avvertire la mancanza delle stelle. La tragedia è che la mancanza delle stelle non si può soddisfare, perché esse sono troppo lontane perché possa mai risultare appagata la loro assenza. Il desiderio si staglia nello spazio che intercorre tra il nostro sguardo e gli astri notturni, sembra infinito, ma non lo è, pur rimanendo una distanza non colmabile, mentre la mano, indicando la stella, inganna dandoci l’illusione quasi di toccarla.

Sento il desiderio di quel che non ho e la mancanza di quello che non posso avere, se quel che non ho mi rapporta al futuro, quel che non posso avere apre una voragine tra presente e passato, caderci è tentazione non confessabile. Siamo anche quello che scegliamo, che lo si ottenga o meno. Trasformare gli oggetti del nostro desiderio in soggetti quantomeno riporta le mancanze ai bisogni che le hanno originate. Quanto il come ci relazioniamo agli altri ci dice di noi è qualcosa in più di quanto noi stessi siamo in grado di fare. Gli altri possono essere come una finestra con gli spifferi durante un temporale, possiamo tenerla chiusa quanto vogliamo, ma qualcosa entra sempre, spalancarla significa aprirsi alle intemperie e vedere che succede.

Alcune persone si scelgono per forme di compensazione “di quel che manca a me tu ne hai in abbondanza, perché non proviamo a stare insieme? “Altre si scelgono per forme di comunanza, “quel che manca a me, manca anche a te, mal comune mezzo gaudio e l’unione fa la forza, perché non proviamo a stare insieme?” Quelle che avanzano, fuori dai primi due tipi di accoppiata, si scelgono per forme di rimanenza, “non è rimasto altro che io e te, perché non proviamo a stare insieme? “ Nel noi, frutto maturo di due individui distinti, si trovano decine di fantasmi di relazioni significative precedenti, il compensare non è però un ricompensare qualcosa che ormai non è più, nonostante ferite ancora visibili. Se quindi a mancare è quanto si desidera perché quanto si desidera è quel che è mancato, si hanno buone possibilità di essere fregati. Siamo in tanti ad esserlo! L’intimità, difesa ed elargita nell’incostanza del momento, è moneta di scambio con quella che è la storia di ognuno.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/06/le-possibilita-scatenano-le-fantasie-ma-la-realta-non-sbaglia-un-colpo/2698175/

Psicologia, il tempo è il migliore psicoterapeuta di sempre

Del tempo invidio la pazienza, la capacità di aspettare, l’inconsistenza della fretta. Tanto tutto passa per poi ritornare, niente va mai via veramente. Nel lavoro di cura costante e reciproco che è la psicoterapia, gli appunti di viaggio mentale sono una risorsa alla quale poter accedere nei momenti di bisogno ed è così che nasce quanto vado scrivendo, come frutto di un lavoro di attenzione verso l’altro e verso me stesso. Il tempo rimane il miglior terapeuta di sempre, purtroppo non ha ancora deciso di metter su dei corsi di formazione, dovesse mai farlo mi avrebbe sicuramente tra i suoi più impegnati e interessati partecipanti. Attendo speranzoso.

tempoEssere in terapia consiste anche nel semplice parlare a orecchie che non attivino subito una bocca invadente; è indiscutibile che il tempo sia sprovvisto di labbra, ma a quanto pare non di denti con cui afferra, lacera, ma sa anche lasciar andare. Basta poco per cominciare a cambiare, non basta poco per cambiare, un primo passo nella giusta direzione non è mai l’intero percorso. C’è solo una cosa che l’uomo insegue con la stessa tenacia e speranza con cui insegue la sua soddisfazione ed è la sua insoddisfazione. La psicoterapia può essere una vera forma d’arte, non tutti possono essere artisti e ogni opera non si crea dall’oggi al domani e può non essere esente da errori, imperfezioni, irrequietudine. Dell’insoddisfazione sono figlie la ricerca e la creatività. A volte quel che vogliamo ottenere non si consegue come risultato, ma come punto di partenza.

Il terapeuta non solo facilita lo scrupoloso lavoro che fa il tempo, ma ha il compito di proporre delle visioni diverse delle cose, non di cambiarle, perché ad operare il vero cambiamento è sempre la persona ed è questo che la differenzia da un’opera d’arte, la capacità, da un certo momento in poi, di finire da sola il lavoro cominciato, l’artista e l’opera tendono a coincidere. Il prendersi cura di sé e degli altri investe la vita di ognuno, nasciamo, per lo più, da un atto di amore tra due persone, a farci crescere non sarà solo l’affetto però, ma la cura che, generata da esso, si ritaglierà subito un suo ruolo, rivendicando una sua indipendenza. Dire amare a sé stessi è dir-amare parti di sé in ogni dove e in ogni quando.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/29/psicologia-il-tempo-e-il-migliore-psicoterapeuta-di-sempre/2673973/