Archivio per 26 novembre 2016

“Strumenti di tutela dei minori vittime di reati, le sinergie in campo a Firenze”, Firenze 2 Dicembre 2016

Venerdì 2 Dicembre saró relatore presso il Palazzo di Giustizia al convegno STRUMENTI DI TUTELA DEI MINORI VITTIME DI REATI, LE SINERGIE IN CAMPO A FIRENZE. Evento organizzato dall’ AMI Associazione Avvocati Matrimonialisti Italiani.

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Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2016, il cambiamento parte dai singoli

Non è il sentire dell’altro che può ferire, quanto le azioni che, da quel sentire, possono scaturire. Non abbiamo in dotazione manopole in grado di calibrare quel che proviamo, così le sensazioni arrivano come e quando vogliono: bisogna pur fronteggiarle e talvolta scegliamo di farlo nelle forme meno opportune. Sottolineo la possibilità di scegliere perché, se è pur vero che non si scelgono le emozioni da provare, lo si può fare in merito alla loro espressione.

Non è la rabbia dell’altro o la mia che può essere lesiva, ma la sua espressione quando si vuole deliberatamente provocare un danno, ferire, punire.

Agire con violenza, all’interno di una relazione affettiva, significa aver scelto di utilizzare la propria forza per intimidire e indebolire l’altro e significa aver fallito nel riconoscere dignità al proprio sentire. Se si ha necessità di imporlo, non ci si reputa in grado di farci strada da soli verso l’altro, prima vittima di un’azione violenta. Si nega la possibilità di comprendere e di comprendersi: l’altro è il nemico, cela bisogni diversi che non ci si prende il tempo di conoscere, come se ci si reputasse sbagliati solo per il fatto di avere idee, pensieri e sentimenti che possono non coincidere con quelli di chi mi sta intorno. Gli altri e quel che di loro pensiamo spesso divergono, ma ci si ostina a voler far coincidere le due cose.

La violenza di genere è diffusa e trasversale, la cronaca lo ricorda ogni volta che una donna viene ammazzata, non potendo dare la stessa attenzione a tutto quello che avviene nascosto quotidianamente all’interno delle mura domestiche. Quando parlo con gli altri uomini, riscontro una grande difficoltà nel far loro capire come il maltrattamento si nutra di tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che noi spesso applichiamo alle donne, molte delle quali, allo stesso tempo, purtroppo sembrano pretendere quasi un determinato tipo di uomo che abbia anche quelle caratteristiche perché, dal peso della cultura patriarcale nella quale si vive, non sfugge nessuno.

La violenza sulle donne è un reato, probabilmente il reato più a lungo nascosto e giustificato nella nostra storia, un numero altissimo di uomini lo commette e solo una piccola parte di questi viene perseguita e ancora meno sono coloro che si rendono conto delle conseguenze che producono sulle loro partner o ex partner.

Pensare di possedere l’altro è oggettivizzarlo, la prima forma di violenza dalla quale segue tutto il resto. Se voglio bene a una persona, tengo allo stare insieme a lei, tengo al fatto che mi pensi, tengo al fatto che non dedichi, ad altri, attenzioni che vorrei fossero solo per me, ma dovrei tenere altrettanto al semplice fatto che lei sia libera di poterlo scegliere. Quando si impone il controllo, la donna può accettare e rimanere in posizione passiva, per paura o per un insano condizionamento culturale che suggerisce che così deve essere, scambiando l’insofferenza per il giusto prezzo da pagare per non rimanere sola, oppure può ribellarsi e cominciare a pensare alla fuga da un tipo di relazione, in cui i suoi spazi e i suoi tempi non vengono rispettati. Se si cerca di controllare la partner, per timore che possa andare via, si aumentano le possibilità che decida davvero di farlo, a causa di quel controllo, profezie che si autoavverano. Le aspettative sono desideri sporchi di paura.

Purtroppo non è lo scrivere di queste cose che cambierà gli uomini e le donne, non è una lettura che farà la differenza, non è una giornata come il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per quanto importante. Le donne violate e ammazzate devono costituire uno stimolo di riflessione e di cambiamento prima che vengano violate e ammazzate. Non c’è indignazione che possa competere con il reale rimboccarsi le maniche. Di indignazione siamo pieni ed è forse il motivo per cui l’azione viene rimandata sempre al domani oppure ci si convince debba riguardare gli altri e non noi. Abbiamo bisogno di una volontà, di una visione e di un’azione politica che permetta a tutti coloro che si occupano della violenza di genere di farlo senza ostacoli, a tempo pieno e con le risorse adeguate. E’ la nostra società ad avere le mani sporche di sangue, ancor prima dei singoli individui, ma è dai singoli che deve partire il cambiamento, quando la collettività non ha ancora sviluppato l’autoconsapevolezza necessaria.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/25/giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne-2016-il-cambiamento-parte-dai-singoli/3213964/

T’amo per com’eri

In una relazione che non funziona sembra continuare ad avere più importanza l’essere stati bene insieme nel passato, che l’effettivo stare bene insieme nel presente. Ecco perché la separazione può essere un travaglio. Il passato è despota del futuro, arriva per primo e va via per ultimo.

Questo meccanismo è presente in tutte le coppie che provano disperatamente a non essere più tali, un’estremizzazione è evidente nelle situazioni di maltrattamento domestico, quando le donne sono intrappolate in relazioni dalle quali non riescono a venire via, perché fondamentalmente non vogliono lasciare il loro compagno, sperano cambi e torni ad essere quello di un tempo, non accorgendosi che è esattamente quello di un tempo, solo che lo conoscono meglio.

Incredibile, a volte, come qualche momento di serenità possa perdurare molto più della sofferenza che ne può conseguire, quando alcune dinamiche si guastano o diventano violente. Certo ci sono situazioni, non sono poche, dove le donne non troncano una relazione per paura della reazione di lui o perché ormai si sentono isolate e non più in grado di fare fronte, in autonomia, alle incombenze pratiche della vita, ma ci sono anche altre storie. Per quanto tutte le relazioni possano essere simili, questo non toglie mai nulla al loro essere sempre differenti.

La logica vorrebbe che, se una relazione non funziona, questa termini in tempi tutto sommato accettabili, ma l’esperienza annienta questa ipotesi. Quanto è difficile separarsi lo sanno solo coloro che si stanno separando, persino coloro che già si sono separati possono tendere ad avere la memoria corta.

Se si vuole bene una persona, lo si fa per quello che è, il volerla diversa è solo un tranello della mente, se fosse diversa non ci saremmo legati a lei. Quello che unisce è paradossalmente più forte di quello che divide, anzi forse è proprio quello che non si accetta dell’altro a fare la differenza in merito all’attaccamento nei suoi confronti.

Se quello che divide è il non stare più bene con quella persona, allora perché ci si ostina a pensare che possa essere ancora possibile? Non saprei se fa più male la domanda o una sua eventuale risposta.

Ci si disinnamora delle persone molto più facilmente che delle dinamiche che a quelle persone ci legano, ecco perché non è casuale che ci si ritrovi in relazioni che spesso hanno molti tratti in comune. Chi agisce delle violenze e chi le subisce spesso lo fa in modalità che non sono sporadiche, eccezionali o legate a un determinato tipo di persona che attiva quel qualcosa che non si sa più gestire, se non con l’ausilio della forza e dell’imposizione.

Il desiderio di cambiare una persona dovrebbe presupporre innanzitutto la constatazione che questa lo voglia e che quindi abbia consapevolezza della necessità di cambiare, piccolo particolare che troppo spesso si ignora. Il cambiamento nasce da dentro, non è esportabile. Le nostre azioni devono tendere sempre a tutelare noi stessi, in seconda battuta l’altro, solo così l’aiuto si estende anche a lui, può vivere gli effetti dei suoi comportamenti, soffrirne e mettersi eventualmente in discussione. Molti degli uomini che vedo nel mio lavoro con gli autori di violenza chiedono un aiuto quando avvertono la possibilità concreta che la relazione termini oppure è già terminata. E’ la crisi che genera un’opportunità. Abbiamo un disperato bisogno di opportunità e possiamo farlo solo entrando in crisi, per migliorare noi e le nostre relazioni.

Si avvicina il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, proliferano iniziative e dibattiti, ma un giorno è solo un giorno, non si otterrà niente se gli altri trecentosessantaquattro non verranno in aiuto e per quanto questo possa apparire ridondante e scontato, io stesso l’ho scritto e detto più volte, è la verità dalla quale non si sfugge.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/14/tamo-per-comeri/3189953/

Violenza di genere: io vorrei…non vorrei…ma se vuoi…(E se non vuoi fa lo stesso)

“Io vorrei…non vorrei…ma se vuoi…e se non vuoi fa lo stesso” potrebbe essere il filo conduttore delle dinamiche di coppia che non funzionano. Battisti, ovunque sia, spero mi perdonerà l’utilizzo improprio e la modifica del titolo di una sua bellissima canzone: “Io vorrei…non vorrei” rappresenta il momento dell’indecisione o della confusione, “ma se vuoi” il tentativo di andare incontro all’altro, e – la parte aggiunta di mio pugno – “se non vuoi fa lo stesso” il fallimento di arrivare a comprenderlo.

Una coppia attraversa fisiologicamente momenti di crisi: ogni tanto l’equilibrio si rompe per trovare un nuovo assestamento o per far prendere strade diverse. Operare delle scelte non è semplice, l’indecisione può prendere il sopravvento. Essere in due implica avere il doppio delle domande, il doppio delle risorse, ma non necessariamente il doppio delle risposte. Troppa indecisione porta a momenti di confusione: ci si concentra sui perché, lasciando da parte i come.

Anche quando ci si interroga sui bisogni dell’altro (e non è sempre così scontato), si commette l’errore di credere di sapere con esattezza quali siano i propri bisogni e che chi abbiamo di fronte li debba automaticamente inferire, in virtù dell’affetto che lo dovrebbe legare a noi, quasi come se non potesse dimostrarci di volerci bene in altro modo che quello. Indubbiamente questa supposizione ha del vero, ma di solito porta ad azioni fallimentari per la stabilità dell’universo coppia. Lasciamo che le emozioni veicolino quelli che sono i nostri bisogni e, se da una parte è inevitabile, dall’altra bisognerebbe cercare di dare una forma all’emozione che sia adeguata al contesto e al rapporto che abbiamo con l’altro. Se si è arrabbiati con il proprio partner, investirlo di questa rabbia provocherà in lui probabilmente una reazione altrettanto rabbiosa oppure, se sa di non essere in posizione di forza o comunque paritaria, retrocederà. E’ l’inizio di un conflitto, se non paritario, possiamo benissimo pensarlo come un conflitto violento.

Quando qualcuno o qualcosa, da qualche parte, in qualche modo, ha pensato che non solo dovessero essere creati due sessi, ma che dovessero interagire tra di loro per la continuazione della specie, ha dimenticato di allegare un foglietto di istruzioni, non che tentativi di una sua stesura non siano stati fatti e non continuino a mietere vittime, ma vari meccanismi rimangono ignoti il più delle volte, oppure paradossalmente, anche conoscendoli, non si riescono a cambiare quando necessario. Se la psicologia avesse spiegato tutto, non avrebbe più ragion d’essere.

La facilità con cui calpestiamo i bisogni dell’altro è direttamente proporzionale alla difficoltà che abbiamo ad esprimere correttamente i nostri. Nelle situazioni di maltrattamento domestico questo principio è evidente, inconsapevole e spesso quotidiano. Per calpestare l’altro con minor senso di colpa possibile, bisogna pensare che sia l’altro a calpestare noi. Azione e reazione perdono la linea di confine e quindi la loro identità.

La storia umana è fatta di conflitti, tra popoli e tra persone. Non si sfugge agli interessi che collidono: la prima legge creata dall’uomo non a caso è stata la legge del più forte ed è tutt’ora in vigore in molti contesti, talvolta abbellita nella forma, ma immutata nella sostanza. La violenza di genere esiste perché l’uomo è fisicamente più forte e può imporsi con la forza e questo ha inevitabilmente influito sulla sua mentalità ed educazione. La storia della violenza sulle donne è fatta di uomini che hanno potuto impunemente compiere le violenze di cui si sono macchiati e che troppo spesso, altrettanto impunemente, hanno potuto sia modificare la percezione delle stesse donne rispetto alla realtà di sopruso che stavano vivendo, oltre che riuscire a chiamare i maltrattamenti con altri nomi, giustificandoli e normalizzandoli, anche per potersene fare una ragione loro per primi.

Fare del male all’altro accade, questo non significa che se ne ricavi piacere. Infatti nevrosi, psicosi, problemi esistenziali stanno lì a dimostrarci che il male che si fa è anche il male che si riceve, dando al concetto di cattiveria una relatività che si dovrebbe sempre tener presente. Sofferenza genera sofferenza, ma c’è anche altro nell’individuo che può permettergli di cambiare. La violenza di genere non è un destino, ma una scelta e credo che il lavoro da portare avanti sia proprio rendere uomini e donne consapevoli delle scelte che compiono, un lavoro lungo e pieno di ostacoli, ma che è cominciato.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/02/violenza-di-genere-io-vorreinon-vorreima-se-vuoie-se-non-vuoi-fa-lo-stesso/3157234/

Social network, deleghiamo alla Rete i compiti della memoria

Viviamo nell’epoca nella quale parlare al prossimo utilizzando espressioni quali “sono fatti miei” o “fatti i fatti tuoi” è diventato quasi senza senso, testimonianza più che altro di un tempo che fu, quando intimità e pudore avevano un legame che sembrava indissolubile, ma, come molte coppie, non hanno retto all’incedere del tempo e hanno cominciato a flirtare spudoratamente con le nuove tecnologie. L’intimità si trova sempre più spesso a fare a meno del pudore e non sembra risentirne, anche se, almeno personalmente, trovo che il loro fosse un gran bel rapporto e, in fondo, spero in una improbabile riconciliazione.

E’ difficile non rimanere affascinati e poi ingabbiati nel seducente web al quale affidiamo, tramite social network e affini, una mole di informazioni personali, impensabile fino a una decina di anni fa. E’ l’era del selfie, la cosa più vanesia e inutile da condividere con gli altri, ma scagli la prima pietra chi è senza almeno un narcisistico autoscatto.

Non è bacchettando l’autocompiacimento delle persone che questo ne guadagna in profondità, ma banchettando con qualche riflessione che sazi un po’ il cervello oltre che l’ego.

Sono convinto che, in verità, delle cose migliori, non c’è testimonianza. Ogni volta che si sente il bisogno di una condivisione/relazione virtuale, a scapito di una reale, perdiamo qualcosa della nostra autenticità. Tutto quello che riusciamo a sottrarre a questo perverso e automatico meccanismo invece è e rimarrà solo nostro, non potrà mai esserci portato via, impresso nell’anima in modo tale da non aver bisogno di altro per esistere e per resistere al tempo.

Un momento condiviso con tutti non ha lo stesso valore di un momento condiviso con pochi o solo con se stessi, lasciato a vivere da qualche parte dentro di noi. Quando parlo di valore tento, per quanto difficile, di non dare necessariamente un giudizio nel merito. Oggi la realtà è questa, facciamoci i conti. Questa sorta di alienazione collettiva è la norma, tanto da non potere essere forse più tale, l’essere umano tende a raggiungere un equilibrio per quanto precario.

Essere connessi comporta i suoi indubbi vantaggi, ma anche l’essere dissociati per potersi fare carico di una iperstimolazione mentale e sensoriale che ha bisogno di creare dei limiti e dei confini per fare rimanere minimamente centrato l’individuo.

Quel che lasciamo con una foto, un pensiero, il racconto di un momento lo viviamo in modo diverso, una volta condiviso in rete, se non altro cambia l’intenzionalità, non è più un piacere legato al mio mondo, ma un piacere scagliato verso il mondo. La solitudine è anche un luogo dove rifugiarsi e dal quale uscire ritemprati, adesso sembra che basti un clic per allontanarla. Quante cose acquistano valore, ai nostri occhi, a seconda del numero di persone che sapranno e commenteranno le stesse?

Da bambino ricordo come andassi periodicamente a guardare le foto di famiglia, un piccolo piacevole rito, queste erano tutte contenute in un paio di album, un numero grande per un ragazzino, ma limitato, niente a che vedere con le scorte di immagini che racchiudiamo nei nostri cellulari e che probabilmente guardiamo in modo diverso, senza quel carico di affetto, malinconia e stupore, senza quasi la cognizione del tempo che passa.

E’ come se, di tutte le cose che ho in memoria, prima dell’avvento degli smartphone, ci sia un ricordo che fa molto più affidamento al cuore, non ho scatti e video a non finire, molte delle persone che erano con me non so dove siano ora, ricordo tanti volti sbiaditi, ma nello stesso tempo più vivi, ero abituato a fare affidamento su di me, nessun particolare ausilio tecnologico.

Quanti appunti presi su taccuini sparsi che mai e poi mai avrei fatto leggere con la stessa estrema facilità con la quale, io per primo, oggi posso ritrovarmi a scrivere sui social. Nel virtuale siamo tutti autorizzati a essere un po’ poeti, scrittori, pittori, fotografi, opinionisti, intellettuali. Non lo siamo, ma siamo incentivati a fingere.

Possiamo essere localizzati ovunque, ma siamo noi a non riuscire a localizzare quel qualcosa di noi che rendeva unico il nostro essere diversi.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/27/social-network-deleghiamo-alla-rete-i-compiti-della-memoria/3114032/

Relazioni di coppia, separarsi non è morire

Per formarsi una coppia ha bisogno di due persone, per separarsi invece ne basta la metà, una sola. Sembrerebbe quindi che dividersi comporti un deciso risparmio energetico rispetto allo stare insieme, ecco perché le relazioni terminano, è la pigrizia che muove il mondo, per tanti immagino sia una bella notizia, un incentivo per andare alla riscoperta della propria passività, troppo spesso sottovalutata.

Due è il numero magico, uno quello decisivo, dal tre in poi sbrogliatevela da soli, è già difficile la disamina sui piccoli numeri per poterla sostenere anche sui grandi. Ora che spero di avere ottenuto la vostra attenzione con un po’ di leggerezza, riprendo l’argomento seriamente.

Se un membro di una coppia vuole terminare il rapporto, è libero di farlo, a livello teorico, però può riscontrare qualche difficoltà a livello pratico. Rifiutare è più semplice di saper accettare un rifiuto.

Lasciare una persona può comportare, da parte di quest’ultima, tre diversi tipi di reazione:

1) accettare la separazione, farsene una ragione, prendere forse atto che è reciproco non sentire un trasporto tale da continuare il rapporto, dispiace, ma si è quasi subito pronti ad andare avanti;

2) accettare la separazione, ma soffrirne enormemente, tentare di riagganciare il partner, facendo presente il proprio stato emotivo, non superando però dei limiti che condurrebbero a invadere e non rispettare la volontà dell’ altro, per un po’ ci si può muovere lungo delle linee di confine. E’ dura andare avanti, ma con il tempo si riesce. Nessuno muore per amore;

3) non accettare la separazione, non rispettare la volontà dell’altro, invaderlo con comportamenti fuori luogo che possono andare, alternandosi, da gesti estremi di affetto ad atteggiamenti e comportamenti aggressivi, rabbiosi, intimidatori, persecutori e violenti mossi da un personale e disfunzionale senso di giustizia. L’altro non solo deve essere consapevole della sofferenza inflitta, ma deve sentirsene responsabile. Nessuno muore per amore, ma ci si può fare davvero male per sentimenti spacciati come tale.

Le relazioni non sono scienze esatte, nonostante gli studiosi dell’argomento siano in numero identico ai loro oggetti di studio. Le tre possibili risposte al rifiuto le hanno sperimentate in molti, semplifico consapevole che non ci sono confini netti tra una reazione e l’altra.

Per fronteggiare certi no non basterebbe un esercito, figurarsi un singolo individuo, e questo, a mio avviso, vale ancora di più per gli uomini molto più legati delle donne all’idea di possesso, di virilità intesa come invincibilità, all’ansia di prestazione, al pensarsi come il sesso forte, quello che non accetta di ritrovarsi debole ossia fragile, un no espone al proprio limite e quindi alla propria vulnerabilità.

Se ci si sente vulnerabili lo si vuole negare, convincersi del contrario, e come affermarsi, se non utilizzando la forza della quale ci si sente mancanti trasformandola in aggressività di cui sono in pochi invece a essere carenti? Come sentirsi più uomini, nel momento in cui gli altri vorrebbero farci credere il contrario, se non entrando, a pieno titolo, nello stereotipo di uomo che non deve chiedere, ma ottenere? Come genere maschile, spesso siamo culturalmente indotti a convinzioni che risultano essere un pericoloso mix di presunzione, ideologia e frustrazione camuffata da rabbia.

Il fine giustifica i mezzi, ma a volte anche i fessi e questa è verità umana, non di genere. Lo stereotipo costituisce una zona di comfort nella quale rifugiarsi, quando ci si sente attaccati. Esso diventa una fortezza inespugnabile, se crediamo che i nostri valori e il nostro valore siano messi in discussione, è davvero difficile andare alle sue radici per provare a demolirlo, ecco perché bisogna pensarci prima, distruggere la fortezza, quando è ancora in costruzione, non quando è completata. I lavori in corso durano una vita intera, ma tutto viene sempre a essere costruito sulle prime fondamenta.

Educare viene dal latino e-ducere che significa condurre fuori, educare all’affettività deve significare portare fuori il sentimento, non tenerlo dentro, solo alla luce del sole lo si guarda in faccia e lo si riconosce, imparando a gestirlo.

Non si hanno relazioni che funzionano tra persone che non funzionano. Le relazioni dipendono dagli individui più di quanto gli individui possano dipendere dalle relazioni, perché in ogni singolo individuo, sono convinto, c’è quasi sempre la possibilità di operare delle scelte legate, ma in parte anche indipendenti, dalla storia passata. Una condanna è tale solo a patto che ci sia il condannato.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/09/relazioni-di-coppia-separarsi-non-e-morire/3075966/

Fedeltà a se stessi, un sapiente dosaggio di follia e impudenza

La fedeltà a se stessi implica sempre un sapiente dosaggio di follia e impudenza. Cosa significa essere fedeli a se stessi però? Sembra che si stia ragionando su un qualcosa che può voler dire tutto o niente. Quando si parla di cose profonde, il rischio è quello di non poter andare oltre la loro superficie ed è una possibilità concreta e ben accetta. La profondità, per essere tale, deve essere accessibile a pochi, nonostante sia bramata da tutti. Esiste una certa profondità usa e getta a uso e abuso della media delle persone, ad esempio, banalizzando, c’è chi si avvale delle citazioni perché rappresentino qualcosa di sé e di quello che si vuol dire, c’è chi quelle citazioni le crea e le scrive, c’è chi le pratica.

Essere fedeli a se stessi è essere se stessi, ma è mai pensabile essere altro? Ogni pensiero e ogni azione che da noi viene non può che rappresentarci inevitabilmente. Allora di cosa stiamo parlando?

Esiste uno scollamento tra quel che sentiamo, quel che pensiamo e quel che facciamo e maggiore è questo divario, maggiore è il malessere che ne deriva, in minime dosi è quasi accettabile e inevitabile, ma aumentando dà forma a un disagio sempre più consistente.

Quello che si sente è quello su cui si cominciano a generare i nostri pensieri che si sforzano di interpretarlo nelle forme che, in quel momento, probabilmente richiedono meno sforzo e fatica, quindi il parametro è una sorta di risparmio di energia che non dà garanzie che quel che pensiamo del nostro sentire sia corretto. In generale si può faticare a riconoscere le emozioni, si può arrivare a negarle o a darvi spiegazioni fuorvianti, pur di non saperne l’origine. Ci hanno insegnato che alcuni sentimenti sono buoni e altri cattivi, come se la natura non ci avesse semplicemente fornito di quanto avevamo bisogno, incurante dello giusto o sbagliato.

La rabbia viene a essere considerata negativa, quando, in realtà, a essere tale può solo essere l’utilizzo che se ne fa, infatti l’agire è direttamente conseguenza di quel che sentiamo e pensiamo e, se non c’è un accordo interno, esso può essere confuso, ambiguo e talvolta violento.

Quindi essere fedeli a se stessi significa saper leggere cosa si prova attraverso l’allenamento e l’onestà del pensiero e agire in conformità con quanto si sente e si pensa, fermo restando quello che Freud chiamava il principio di realtà, ossia il fatto di essere calati in un contesto sociale e relazionale che ha delle regole e dei limiti e che deve preservare l’incolumità dell’altro, perché vi si possa vivere in maniera equilibrata.

In parte, la fedeltà a se stessi è una chimera, qualcosa andrà sempre in contraddizione con tutto quel che posso celare al mio interno e con tutto quello a cui sono esposto nel mondo, questa contraddizione, se gestita, è positiva, anche se può comportare una certa fatica e sofferenza, ma genera talento, passione, arte.

Le contraddizioni, per essere scavalcate quel tanto che basta per vivere, devono affinare l’intelligenza, portare a una lucidità fuori dal comune che troverà i suoi modi per esprimersi. Nascono le domande migliori, quelle che non comportano sempre e comunque una risposta o la stessa risposta.

C’è solo una cosa che genera più disagio del dolore, ed è la sua mancata espressione. Ecco perché essere fedeli a se stessi, come scrivevo all’inizio, implica follia, perché non è con la ragione che spieghiamo tutto ed ecco perché implica impudenza, perché non bisogna aver vergogna di sentire quel che si sente, solo così il pensare può incanalare l’agire nelle forme più adeguate. Il dosaggio deve essere equilibrato, troppa follia ci caratterizza come pazzi e troppa impudenza ci priva dalla salvaguardia della nostra intimità che rimane uno dei beni più preziosi che possediamo.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/26/fedelta-a-se-stessi-un-sapiente-dosaggio-di-follia-e-impudenza/3041993/

Fertility day, l’incremento delle nascite degli indignati è già un successo

Vogliamo parlare della nuova campagna del Fertility Day? Ok facciamolo, ma velocemente, promuoviamo il buon senso e abbandoniamo presto lo sterile accanimento. Nell’immagine incriminata troviamo giovani ragazzi, stile serie televisiva di successo anni Novanta, contrapposti a giovani e variopinti fricchettoni, accettatemi la semplificazione, i termini buono e cattivo usati, in maniera infantile, nello slogan scelto per accompagnare questo parto che non vuol saperne di venire dall’intelletto.

Manifesto pessimo, siamo tutti d’accordo, non dilunghiamoci su questo, a mio avviso, il peggio è credere ingenuamente di trovarsi di fronte l’ennesima gaffe o errore di comunicazione dei nostri governanti, non invece a qualcosa di voluto per fare polemica, per far parlare, per distrarre da temi che magari dovrebbero ricevere maggiori attenzioni. Non è possibile pensare che, al Ministero della Salute, non avrebbero immaginato le reazioni a quel tipo di pubblicità, soprattutto dopo quanto già era accaduto con il primo lancio della campagna. Consentitemi di cadere nel banale affermando che errare humanum est, perseverare diabolicum.

I nostri politici danno prova spesso di incompetenza, generalmente meno di stupidità, pur con le dovute eccezioni. Facciamo il loro gioco, noi popolo dello sdegno a portata di clic, come sempre. L’incremento delle nascite riguarda gli indignati ed è già un successo.

Ora però, detto questo che mi sgorga davvero dal cuore, vedendo le prevedibili reazioni all’”imprevisto” manifesto, scelgo di non subirle e passo volentieri ad altro, ricordando Dante Alighieri, sommo poeta, che diceva “non ti curare di loro, ma guarda e passa”, essendo lui passato dal Paradiso e dall’Inferno, con in mezzo il Purgatorio, di buone abitudini e cattivi compagni qualcosa ne sapeva, intanto a noi tocca solo l’ultimo, rassegniamoci.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/22/fertility-day-lincremento-delle-nascite-degli-indignati-e-gia-un-successo/3048826/

Fertility Day, la difficoltà di partorire idee dotate di senso

“La vera ansia di prestazione dell’uomo moderno non è sessuale, ma genitoriale”, ha scritto Diego De Silva nel suo romanzo ‘Terapia di coppia per amanti’.

E’ da qualche giorno che le polemiche sul Fertility Day imperversano su social e notiziari. Su questo bizzarro evento (siamo gentili, ognuno ha il potenziale espressivo che si ritrova, accanirsi sì, ma con moderazione) molto è stato detto e scritto e molto sarà ancora da dire e scrivere fino al 22 settembre, giorno scelto per celebrare la frequente difficoltà umana a procreare idee dotate di senso. Se dicessi che la nostra classe politica mi ha sorpreso, mentirei: rimane sempre tutto abbastanza in linea con quanto, in passato, abbiamo visto e vissuto su tantissime altre tematiche e sono certo che il futuro non ci deluderà nel merito e ci regalerà nuove polemiche con cui trastullarci.

Non è semplice scrivere al riguardo qualcosa che non sia una ripetizione di giuste cose già evidenziate, dalla difesa di chi un figlio non lo vuole agli innumerevoli problemi pratici a cui i genitori devono far fronte per farlo crescere, dopo averlo messo al mondo. Scelte e difficoltà di cui il Fertility Day si fa paradossalmente portavoce proprio grazie alla mancanza di attenzione che vi pone. Non è quindi un completo danno questa giornata, che, se nata sotto altre finalità, sta in realtà evidenziando tutto quello che non va. Forse è proprio il caso di dire che non tutto il male viene per nuocere. L’effetto boomerang della campagna, non previsto dagli ideatori, mette il dito nella piaga, la quale brucia, ma almeno ci ricorda che esiste, fa male e andrebbe curata. Dal polemizzare al far cambiare le cose, il passo è lungo.Se non proprio una vera corsa ad ostacoli, la sana rabbia delle persone, se non si converte in azione costruttiva, è destinata ad esaurirsi appena uscirà una nuova applicazione, un nuovo evento, un’altra disputa. Qualche manifestazione di piazza e sui social e poi tutti a casa sedati e contenti.

Il problema è trovare azioni concrete in grado di rendere feconde le polemiche sul Fertility Day. Questa è l’aporia del nostro sistema: lamentarsi, condannare, polemizzare, ma fondamentalmente nulla cambia, al massimo gli si dà una rinfrescata. Necessariamente tutto deve passare sul piano politico, a meno di non voler fare la rivoluzione che non sia solo di intenti e belle parole, e qui tutto si blocca e si è sempre bloccato perché, se con le belle parole e i buoni intenti, noi facciamo la rivolta virtuale, i nostri politici con le stesse ci fanno il lavaggio del cervello reale.

Io, ad essere sincero, dell’istituzione di tutti questi “day” sarei anche un po’ stufo: sembrano solo dividerci, separarci in schieramenti. Non risolviamo più le cose a tarallucci e vino, ma a istituzione di day e post sui social. E questo lo scrivo non mettendo in dubbio le buone intenzioni che animano molte persone, ma sembriamo essere andati in loop.

Per essere un buon genitore condizione necessaria, ma non sufficiente, è volerlo un figlio, anche se questo non dà una garanzia di una buona genitorialità. Nello stesso tempo, un figlio può arrivare non previsto e non voluto, ma questo non dà garanzia di una cattiva genitorialità.

Sia chi è genitore, sia chi non lo è e vorrebbe diventarlo, sia chi lo è e non avrebbe voluto, ha dovuto o deve inevitabilmente relazionarsi con il desiderio di genitorialità, il quale si deve scontrare con la concreta possibilità di crescere al meglio i propri figli e, se questa manca, quella che dovrebbe essere una libera scelta diventa una forzata rinuncia, un’imposizione, una costrizione, una violenza.

Un figlio non è solo un piacere, comporta delle responsabilità singole e collettive, perché quel bambino diventerà grande e si staccherà dai suoi genitori, andrà a scuola, troverà un lavoro, potrebbe procreare a sua volta, sarà col tempo sempre meno in grado di badare a se stesso. I figli invecchiano, proprio come i genitori. Per loro si spera sempre qualcosa in più, ma, a quanto pare, quello che stiamo ottenendo è sempre qualcosa in meno.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/07/fertility-day-la-difficolta-di-partorire-idee-dotate-di-senso/3012896/

Ironia, il volto presentabile della profondità

Un giorno qualcuno scriverà il libro, all’interno del quale, mancheranno tutte le risposte alle domande essenziali della vita. Sarà un best seller! Finalmente code chilometriche e accampamenti notturni, negli spazi antistanti alle librerie, anziché a quelle dei rivenditori dell’ultimo modello di smartphone, tablet o personal computer.

Al momento, questo libro non ha ancora il suo autore e, nonostante siamo sicuramente in tanti a volerlo, dobbiamo accontentarci di aspettarlo e continuare a fare la fila e andare in ansia per le solite cose, per le quali siamo maestri nell’andare in fibrillazione, unici argomenti da insegnare nei quali a scarseggiare sono sempre gli allievi, tanto su cui poter istruire e così ben poco da apprendere.

L’essere umano è il miglior generatore d’ansia presente sul mercato, efficiente, non manca un colpo e non teme la concorrenza di altre forme di vita a noi conosciute, quelle sconosciute, per ora almeno, sembrano non avere troppa fretta di incontrarci. “Fortuna” che talvolta arriva, ad esempio, un terremoto tra capo e collo, e aiuta a ridimensionare molti dei problemi che ci assillano.

Incatenati dal soggettivo, poiché il nostro punto di vista è sempre prioritario, cerchiamo costantemente l’oggettivo, in quanto pretesa di verità, ma la verità è la più abusata tra tutte le parole, dovesse mai voler pareggiare i conti, saremmo di certo rovinati. Il consiglio è di non stuzzicarla troppo, non c’è gabbia dalla quale essa non sia in grado di fuggire e attaccare, quando meno ve lo aspettate.

Vi dico questo perché il tema di questo post è l’ironia. Cos’è l’ironia se non il volto presentabile della profondità? Ironia è fronteggiare il tragico convertendolo in un sorriso, significa rinunciare a parte del dolore per immolarlo all’altare della nostra salute mentale. Prendiamo dal disagio una giusta distanza, ce ne stacchiamo quel tanto che basta da guardarlo in faccia, mantenendoci comunque in sua prossimità. L’ironia ci salva dai nostri demoni, ripulendoli dallo zolfo, dando loro possibilità di esprimersi, senza che questo implichi necessariamente annullare e annullarsi per non sentire.

Per essere ironici quindi bisogna aver sofferto? Io credo proprio di sì, la profondità ha un rapporto di dipendenza diretta dal dolore. Non che qualcuno abbia possibilità di sfuggire, nell’arco della propria vita, a un certo grado di sofferenza, ma ci sono limiti che, se superati, trovano da soli il modo di esprimersi e purtroppo non sempre al meglio, come ho scritto, l’ironia è il volto presentabile della profondità, non l’unico.

Soffrire è condizione necessaria, ma non sufficiente perché l’ironia diventi propria compagna di battaglia. Un minimo, probabilmente, conta anche una certa predisposizione, se il terreno non è fertile, non è quello che vi si pianta a renderlo poi tale. Per avere possibilità di fronteggiare il malessere bisogna trovarcisi di fronte, dialogarci. Non è il sentito dire o l’aver visto che fa la differenza, è l’aver vissuto in prima persona, essere stato in trincea.

Attenti che dall’ironia il passaggio al sarcasmo può essere veloce, ma sono due cose diverse, non confondetele. Chi sa essere ironico, qualora l’oggetto della sua ironia susciti, in lui, poca simpatia o comunque vi abbia questioni irrisolte, può diventare sarcastico, senza neanche rendersene conto, quindi diventare pungente, amaro e con volontà di ferire, anche se, bisogna ammettere, che essere stronzetti, ogni tanto, può essere lenitivo, nocivo è farne un’abitudine. Moderate le dosi e più difficilmente avrete da pentirvene. Non ci sono regole, ma state tranquilli che la normalità è solo la fantasia di qualche buontempone, anche se i suoi spacciatori si trovano ormai in ogni angolo a venderla, a prezzi irrisori, per crearvi dipendenza. Non cascateci e denunciateli alle autorità competenti che da sempre fanno capo al miglior intelletto.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/01/ironia-il-volto-presentabile-della-profondita/3004298/