Archivio per 31 maggio 2017

Video della presentazione del libro “IN DIALOGO” avvenuta a Milano il 17 Maggio 2017

“La violenza in famiglia:una realtà a più voci” Scandicci, 27 Maggio 2017

Scandicci 2

Presentazione libro “In dialogo”, Milano 17 Maggio 2017

Milano 2

Presentazione libro “In dialogo”. Milano 13 Maggio 2017

Milano

Relazioni di coppia, siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni

Ricerchiamo la stessa tipologia di persone con cui relazionarci o siamo noi ad attivare, in queste, le stesse modalità relazionali? Non ne ho la minima idea, lasciate che vi confonda le idee, per sentirmi meno solo nella moltitudine di ragionamenti che possono essere fatti sui legami intimi e che non smetto di fare grazie e a causa della mia professione.

Rileggete bene la domanda, non è difficile come può sembrare. Quando siamo in una relazione con una persona, la scegliamo perché abbiamo trovato, in lei, determinate caratteristiche che ci attraggono sempre, oppure siamo noi a comportarci in modo tale che queste possano o debbano venire fuori? Che quello che ricerchiamo corrisponda a dei bisogni, funzionali o meno, è un’altra questione, anche se strettamente legata alla prima.

Quanto del conflitto dipende dalla prima o dalla seconda ipotesi? In entrambe, il conflitto è inevitabile, una certa dose di tensione è normale nella vita di coppia, ma, nel primo caso, questa si può trasformare in violenza, se si ricerca una persona che esprima rabbia e disagio con aggressività, nel secondo, si può trasformare in violenza quando, anche se l’altro non è propenso a reagire con l’uso della forza, si fa in modo che lo diventi attraverso provocazioni, esagerazioni, propria aggressività. Una reazione forte è quello che interessa, deve dare misura dell’investimento che viene a esserci tra due persone. Il costrutto mentale è il seguente: “Mi vuoi bene se ti arrabbi, se ti agiti, altrimenti non stai investendo affettivamente su di me, ho bisogno che ti arrabbi, questo significa che non ti sono indifferente”.

Bramiamo amore, disposti all’odio e alla violenza pur di ottenerlo, su questo si gioca tutta l’ambivalenza dell’essere umano che ha inventato il detto “il fine giustifica i mezzi” per goderselo spudoratamente. Il senso di quanto scrivo sta nella domanda, non in una improbabile risposta, è un modo di riflettere che può creare nuova consapevolezza, base di partenza per costruire strumenti sicuramente più pratici per gestire le relazioni.

La coppia è la somma di due individui, ogni membro non necessariamente ne rappresenta l’esatta metà in ogni momento temporale, la coppia è un movimento continuo, un fluire in cui l’identità può cambiare, rinforzarsi, annullarsi. Una storia comincia, il più delle volte, senza conoscere l’altro, c’è un’attrazione fisica, qualche momento piacevole passato insieme e si prova a vedere come va. La teoria è semplice, la pratica non gode dello stesso privilegio. Voi che mi leggete sapete bene di cosa sto parlando. Poco dopo, passata la fase di conoscenza, anche la teoria può diventare più complessa.

“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” diceva Shakespeare, io credo che non sia male affermare che siamo più che altro fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni. Non è il sognare che tradisce, ma il suo disperato adattamento a una realtà che è fatta di concretezza che richiede attenzione pratica per il proprio soddisfacimento.

L’obiettivo è non rimanere soli, scegliere di condividere qualcosa con qualcuno che sembra somigliarci, poi si constata che, per quanto ci possano essere delle affinità, l’altro non è noi, accettarlo rende magnifica la vita di coppia, pur con le innumerevoli difficoltà, non accettarlo significa semplicemente stare in una solitudine peggiore di quella che avremmo avuto non investendo in un legame sentimentale.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/12/relazioni-di-coppia-siamo-fatti-della-stessa-sostanza-di-cui-sono-fatti-i-bisogni/3574644/

Siamo virtuali, ma abbiamo perso il confine tra bisogni e desideri

“Le aspettative sono solo desideri sporchi di paura”. Tutti siamo in aspettativa: passiamo una vita nell’attesa di raggiungere quel che ci proponiamo di fare, timorosi di non dover mettere radici nella sterminata terra del rimpianto. Fare previsioni è uno dei modi maggiormente utilizzati per rapportarsi con il futuro, eterno sconosciuto.

Dalle aspettative germoglia la speranza e, se non si sta attenti, appassisce e si tramuta in delusione.

Il senso della vita è, in fin dei conti e sinteticamente, sentire di non averla sprecata, di avere costruito qualcosa che possa durare, almeno nel tempo della nostra breve permanenza su questa terra. Se ci pensate, l’ansioso è chi fa previsioni in continuazione, mentre il depresso è chi ha smesso di farne da tempo. Il passato ci condiziona, ma anche il futuro non si tira indietro, quando c’è da mettere i bastoni tra le ruote al presente.

È cambiato il rapporto tra bisogni e desideri, i secondi hanno ormai vita facile nel spacciarsi per i primi, i quali elemosinano la visibilità di un tempo, ma nessuno dà loro attenzione.

I desideri si travestono da bisogni, mentre questi ultimi cessano di essere desiderati come un tempo. L’etere non è solo quello che naviga tra i bit di internet, ma è ciò che si è intromesso prepotentemente nelle nostre relazioni e nella nostra visione di vita, cambiandole radicalmente.

Siamo virtuali non solo davanti a un pc o uno smartphone, lo siamo in tutto quello che ci aspettiamo. La tecnologia (così com’è utilizzata) ha tolto i confini a troppe cose, tra cui quello che è legittimo attendersi. La realtà è diventata un’opinione, salvo quando ci piomba addosso, rivendicando la sua presenza.

Casa, lavoro e famiglia sono normali bisogni (in realtà, il lavoro non è un bisogno, è una necessità, ma intendiamolo come una modalità per procurarsi da vivere e, nei casi più fortunati, sentirsi realizzati). Solo che, negli ultimi anni, da punti di riferimento piuttosto stabili questi sono diventati desideri, in quanto non sono garantiti come, tutto sommato lo erano per le generazioni precedenti.

Mille euro al mese o poco più, l’aiuto di una famiglia di origine che ancora può dare una mano, la tecnologia che ci fa pensare che quello che succede al suo interno sia più rilevante di quello che succede all’esterno, rendono le cose sopportabili, l’essere umano si adatta, deve farlo per sopravvivere, ma sopravvivere non è vivere.

Il desiderio è seguito dall’intento di vederlo realizzato, ma questo rimane una possibilità, non una certezza. Siamo disabituati a reggere la frustrazione, in un mondo pieno di scelte, ma carente di decisioni. Se le scelte aumentano, lo fa anche l’ansia da prestazione che blocca il troppo e genera il poco. Se si pensa di essere in grado di fare tutto, ma poi ovviamente si trovano dei confini, allora si è portati a pensare di aver fallito.

Se non è l’individuo a rendersi conto dei limiti, attraverso una personale presa di consapevolezza, la realtà esterna troppo spesso rimanda ad un loro superamento o addirittura al’’idea che questi non ci siano.

Accettare il limite crea equilibrio tra bisogni, desideri e aspettative e di conseguenza un sano agire, senza di esso siamo destinati all’insoddisfazione eterna e chi è sempre insoddisfatto non può che consumare e consumarsi.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/10/siamo-virtuali-ma-abbiamo-perso-il-confine-tra-bisogni-e-desideri/3502922/

Bullismo a scuola, da destino a questione di scelta e responsabilità

Il bullismo consiste in una serie di comportamenti aggressivi, fisici e psicologici, nei confronti di soggetti che non sono in grado di difendersi. Si basa su tre presupposti:

-intenzionalità;

-persistenza nel tempo;

-asimmetria nella relazione.

Per contrastare il bullismo, bisogna contrastare la prima delle sue caratteristiche: l’intenzionalità. Le altre due decadranno di conseguenza. Il “volere fare male” lo si elimina con un lavoro attraverso il quale i ragazzi possano riconoscere e riconoscersi i propri stati emotivi, senza sentirsene minacciati.

Quando Hannah Arendt parlava della “banalità del male” capiva che l’intenzionalità di ferire, in realtà, è, tante volte, più un presupposto della vittima che dell’aggressore, il quale confrontato con gli effetti di quanto provoca, ha sicuramente maggiori possibilità di modificare il suo comportamento.

Il bullo, nell’immaginario comune, non necessariamente viene a coincidere con una figura completamente negativa. Anzi, rappresentando l’ostentazione di un maschile che non deve chiedere, ma prevaricare, solo per il fatto di poterselo permettere, è spesso uno status ambito dai ragazzi che ne vedono una certificazione di forza, senza che nasca un’attenzione alle conseguenze dell’aggressività agita e quindi senza che maturi la capacità di vedere realmente gli effetti, a breve e lungo termine, di certi comportamenti sulle persone oggetto di soprusi.

Lo stesso vale per la “bulla”, il fenomeno è anche femminile certamente, anche se mi concentro maggiormente sulle dinamiche maschili.

Il bullismo non è un fenomeno causato dalla presenza dei ragazzi, ma dall’assenza degli adulti. Un’assenza che non è fisica e formale, ma educativa e sostanziale. Da adulti poi, si trovano solo nuovi modi per denominarlo, non scompare, ma gli adulti hanno un rapporto ormai conflittuale con il cambiamento. Agire prima del disagio, non quando il disagio è conclamato, lo sanno i molti, ma lo fanno i pochi.

Se non interveniamo sui ragazzi nelle scuole, forse meglio dire con i ragazzi (insieme), potrebbero avere lo stesso nostro destino, sempre in lotta per poter esprimere la legittimità di un mondo emotivo che sembra essere sbagliato, solo per il fatto di esporci e renderci vulnerabili, ma che nascosto porta vuoto e violenza.

Tutti abbiamo prevaricato e/o siamo stati prevaricati, in contesti dove ci sarebbe dovuta essere una tutela maggiore e credo che, sia quando siamo stati bulli, sia quando siamo stati vittime, spesso non eravamo dotati di strumenti in grado di relazionarci in modo sano a quanto stavamo provando e di farci capire come questo abbia potuto influenzare le nostre relazioni successive e abbia potuto contribuire a farci diventare “grandi”.

Il bullismo non è un destino, ma una scelta e solo riportando i ragazzi alla dimensione della responsabilità delle loro azioni è possibile un cambio di rotta.

Negli ultimi anni ho fatto vari interventi nelle scuole, chiamato a parlare dei miei argomenti: violenza e stereotipi di genere. La via maestra, per stare con i ragazzi, dentro quelle tematiche, è stato parlare di emozioni, rabbia e paura, ma non solo. Mi confronto con studenti svegli, in grado di tenere banco per ore, se stimolati adeguatamente, mi trovo spesso a chiedermi cosa si vada perdendo da adulti, quando precisamente il cambiamento è tale da non permettere più altro cambiamento.

Non mi piace parlare di educazione all’affettività: le emozioni non si insegnano, si provano. Si può facilitare la loro gestione, quello che si può insegnare è come esprimere certi sentimenti, anche quando sono scomodi o mettono a rischio. Educare all’espressione dell’affettività, questo è possibile e necessario.

Non si può controllare quello che avviene fuori dalla famiglia e dalla scuola e va bene, il mondo non è ovattato, esente da pericoli, ma se solo i ragazzi apprendessero quando, come e dove chiedere un aiuto, se necessario, sarebbe un risultato importante.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/27/bullismo-scuola-da-destino-questione-di-scelta-e-responsabilita/3478092/