Archivio per 16 gennaio 2018

Molestie sessuali, cosa c’è di pericoloso nella posizione di Catherine Deneuve

Corteggiare e importunare hanno in comune la volontà di entrare nella sfera d’intimità dell’altro, scaturita da un desiderio di natura sessuale. Nel primo caso, si è in grado di gestire un rifiuto, nel secondo non si riesce ad accettarlo, talvolta, neanche a percepirlo, bloccando l’elaborazione necessaria a porre un limite ad qualcosa che diventa lesivo della tranquillità di coloro a cui rivolgiamo l’attenzione. La paura del rifiuto, seppure con modalità diverse e con presupposti diversi, rischia di paralizzare o innescare dinamiche disfunzionali, sia negli uomini che nelle donne, e spesso lo fa senza guardare in faccia nessuno.

Gestire un rifiuto rimane per un uomo un ostacolo, mina il suo stesso essere tale, ha appreso che gli uomini, per essere tali, ottengono dei risultati, mentre una donna ha appreso che, per essere accettata, non (si) deve rifiutare. Permettetemi questa semplificazione, ha ovviamente le sue eccezioni. Molto clamore e molta discussione stanno nascendo dopo il caso Weinstein e quello che ne è seguito e le parole di Catherine Deneuve e delle altre firmatarie dell’appello sul giornale francese Le Monde e quello che ne sta seguendo.

Credo che, comunque la si voglia pensare, la Deneuve raccolga e faccia sua una buona parte del malessere maschile circolante, in merito a queste vicende, il che non è necessariamente un male, in quanto intercetta dei pensieri e dei sentimenti maschili reali con cui bisogna confrontarsi, senza subito delegittimarli, per quanto scomodi e in parte dettati probabilmente da un retro pensiero patriarcale.

Se è vero che l’uomo non può più riproporre certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non ancora appreso delle alternative valide. Se è vero che la donna non può più tollerare certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non sempre ha ancora la possibilità di rilevarli e denunciarli nelle modalità più opportune. Una certa confusione mista a rabbia e paura è comprensibile e inevitabile, ma non va fomentata, altrimenti riproduciamo gli stessi meccanismi che proviamo a sradicare. Esistono delle regole relazionali generali per lo più condivise, anche se non scritte, ma anche delle regole relazionali di due specifiche persone che non necessariamente coincidono con le generali.

Tutto questo non toglie nulla al fatto che non si possa più fare finta che certi soprusi non avvengano e che bisogna abbassarne, quanto più possibile, la soglia di tolleranza, affinché vengano smascherati ogni volta che vengono riproposti.

Se una cosa esiste, la si affronta, così come la violenza di genere e il sessismo esistono e vanno affrontati. La metodica deve essere la stessa per tutti, usare parametri diversi significa non aver compreso da dove nasce in origine la violenza, ossia dall’incapacità di ascoltare e dall’impossibilità di sentirsi ascoltati. Non nego di aver pensato, vedendo i vari commenti e dibattiti in giro, che, ancora una volta, per un problema degli uomini (la violenza sulle donne) sembrano essere le donne coloro che si fanno maggiori domande, ma che purtroppo arrivano talvolta anche a contrapporsi fortemente.

Il vero cambiamento nasce dal non sentire la necessità di rispondere a quel che si vive come un’aggressione, in modo aggressivo, farsi esempio di gestione della rabbia, anche quando questa legittimamente straborda. Deneuve dichiara: “Lo stupro è un crimine. Ma tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio. Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”.

Ecco il passaggio che lancia un messaggio sbagliato e pericoloso: “la difesa della libertà di importunare”. Importunare e corteggiare sono due cose diverse, non si può trattarle alla stessa stregua. Il tentativo, non credo intenzionale, di confonderle denota la difficoltà che abbiamo, in questo momento, di fare distinzione tra il lecito e l’illecito.

Il corteggiamento non ha bisogno del consenso, perché venga espresso un si o un no, bisogna fare la richiesta. Il sì permette di continuare a mostrare sempre maggiore interesse, il no non permette che questo accada e dovrebbe costituire uno stop netto. L’andare avanti con un no è molestia e non è un diritto di nessuno, parlare di libertà di importunare è indispensabile non alla libertà sessuale, ma alla legittimazione della violenza sessuale.

E se molti uomini dichiarano di non capirci più granché o che le donne dicono no, ma in realtà intendono si, rispondo che questo non giustifica comunque il riproporsi con modalità via via più insistenti e invadenti. Credo che, se due persone vogliono conoscersi e frequentarsi, questo succede e basta. L’essere umano può essere ambiguo e anche emozionalmente confuso, gli stessi codici comportamentali sono soggetti ai tempi e agli stati emotivi che cambiano in ognuno di noi, ma nella forzatura e nell’insistenza dubito ci sia qualcosa di funzionale. Interagire con l’altro non nasce come una forma di violenza, ma come una forma di comunicazione, il violare ne è un possibile disfunzionale risultato.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/14/molestie-ancora-una-volta-sono-le-donne-ora-francesi-porsi-domande-per-un-problema-degli-uomini/4091056/

Relazioni di coppia, sappiamo davvero cosa funziona e cosa no?

Sappiamo sempre più cose delle relazioni che non funzionano, ma conosciamo ancora troppo poco delle relazioni che invece funzionano. E’ una caratteristica abbastanza comune, nell’essere umano, quella di concentrarsi su quello che non va, anziché guardare a quello che, tutto sommato, procede bene. Toglieteci tutto, ma non la possibilità di lamentarci, a torto o a ragione non importa, qualcosa di cui dolersi si trova sempre, senza dover faticare troppo.

Sappiamo che saper riconoscere una relazione che non funziona è un processo che raramente è immediato, ci vuole tempo. Se una relazione funziona, dovrebbe essere dimostrato dal semplice starci, qualcuno potrebbe pensare, ma quanti si incaponiscono a stare insieme anche quando le cose non vanno, oppure vi rimangono per abitudine o paura della solitudine? Lo stare insieme non può essere considerato un buon parametro per sapere che la relazione va bene, dobbiamo considerare il come si sta, la qualità dell’essere in due.

Una relazione funziona se si sta bene, ma stare bene non significa non litigare, non arrabbiarsi, non fare degli sbagli, non avere idee diverse, il tutto però deve essere sentito, da ognuno dei due membri della coppia, come un qualcosa che non snatura se stessi, un qualcosa in cui è possibile un compromesso e non un annullamento dell’altro, di quello che prova e che pensa.

In una relazione in cui si sta bene si può paradossalmente permettersi di stare male, mentre in una relazione in cui si sta male non ci si può ormai più permettere di stare bene. Una relazione funziona quando non si avverte il bisogno di cambiare l’altro, questo si azzera in favore della possibilità più concreta e fattibile di cambiare me di fronte a lui, si comprende che si è l’unica persona su cui si ha una reale possibilità di intervento e può significare anche decidere di terminare il rapporto, si prende atto che non viene soddisfatto quello che si sta cercando.

Cosa posso cambiare di me per aiutare l’altro ad accorgersi maggiormente di quello di cui ho bisogno, senza che questo costituisca un tradire quello che sono e quello in cui credo? Fino a che punto posso spingermi in tale direzione, senza sentirne un peso eccessivo o provare impotenza? Non sono domande alle quali è possibile rispondere con la testa, bisogna sapersi leggere dentro senza troppi filtri. L’ammettere di stare male porta a un cambiamento, negarlo è accanimento terapeutico autoinflitto.

Ogni relazione è molto più della somma dei due singoli individui che la compongono e molto meno delle aspettative che la alimentano. Le relazioni, non solo quelle di coppia, sono il più potente fattore di cura che io conosca, ma al contempo anche ciò da cui si generano i nostri disagi più profondi. Una relazione è una delle possibilità che la vita mi dà di esprimere quel che sono, quel che sono può cambiare, ma quel che cambia non può essere diverso da quel che sono.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/26/relazioni-di-coppia-sappiamo-davvero-cosa-funziona-e-cosa-no/4045342/

Violenza sulle donne, il primo nemico è la rabbia degli uomini. Anche di quelli non violenti

Esco da questo 25 Novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con due importanti considerazioni. La prima è che ormai si parla con sempre maggiore interesse, attenzione e capacità al fenomeno della violenza di genere. Ancora tantissimo il lavoro, ma i centri antiviolenza urlano forte la loro voce, i centri per autori di maltrattamento si diffondono sul territorio e si coordinano, la gente comune comincia a capirne qualcosa, al di là degli scoop mediatici, e la politica, a modo suo, prova a fare su un argomento che non può più essere preso sottogamba. Ripeto, non è abbastanza. Le troppe donne abusate quotidianamente sono lì a ricordarcelo, ma qualche passo in avanti lo stiamo facendo. Se fino a poco tempo fa, i media parlavano del 25 Novembre relegandolo tra le ultime notizie o a trafiletti, oggi ne danno notizia in apertura delle loro testate.

La seconda considerazione che faccio riguarda invece gli uomini. Parlo con molti di loro, professionalmente e non, ed escludendo una minoranza sensibilizzata, ascolto discorsi che mi fanno capire quanta incomprensione ci sia rispetto al messaggio che noi del settore cerchiamo di veicolare. Esiste una rabbia latente pronta a venire fuori alla prima occasione, questo è preoccupante e mi spaventa, non stiamo riuscendo a far passare il contenuto che vorremmo.

Moltissimi uomini, come risposta al diffondersi della consapevolezza della violenza sulle donne, si lamentano del fatto che nessuno parli della violenza delle donne o che ormai bisogna stare attenti a tutto quello che si dice a una donna o a come la si approccia, lo fanno con livore e sprezzo. E’ vero che bisogna parlare della violenza delle donne, pur con le dovute distinzioni, e che la violenza è condannabile sempre, indipendentemente dal sesso, come è vero che bisogna quantomeno cercare di stare maggiormente attenti, quando ci si approccia a una donna, a non invaderla, infastidirla, spaventarla e accettare il fatto che non è interessata (imparassimo ad accettare il rifiuto, a comprendere che non è un parametro accettabile per farci sentire uomini o meno uomini..)

Il problema è che gli uomini, senza volerlo, perché il merito di questo va esclusivamente alla caparbietà e al coraggio delle donne, sono con i riflettori puntati addosso come non lo sono mai stati, abitudini e consuetudini accettate e consolidate (vedi il caso Weinstein e tutto quello che ne è seguito) stanno esplodendo in faccia a coloro che le hanno applicate senza che ci sia una reale consapevolezza di quello che si è fatto. Ci si allerta e ci si preoccupa delle conseguenze, ma non si arriva a comprendere il significato dei comportamenti che ne sono stati causa.

Ho sentito uomini parlare in pubblico della violenza sulle donne diversamente da come ne hanno poi parlato in privato. Si mantiene una faccia a livello sociale, ma a livello personale e relazionale la si getta alle ortiche. Avverto chiaramente la rabbia degli uomini ed è facilmente dimostrabile andando a vedere i commenti che verranno fatti, da uomini, a questo stesso post, come le altre decine e decine fatte ad altri post miei o di chiunque altro affronti le tematiche di genere. Per dirne una.

Non ci siamo, il nostro messaggio deve essere chiaro e dirompente, ma nello stesso tempo accogliente. Non tutti gli uomini sono violenti, ma fanno parte di un sistema, io per primo, che permette la violenza e il sessismo, nessuno vuole proclamare la santità del genere femminile, ma una donna, oggi, non è ancora libera di camminare per strada di sera in una strada secondaria come lo potrebbe essere un uomo. Sempre per dirne una.

Impegniamoci non solo per parlare degli uomini, ma anche per parlare con gli uomini, non so ancora esattamente come, ma la strada deve essere quella e dobbiamo ragionarci insieme. Puntare il dito non è mai servito a nulla, se non a crescere quella stessa rabbia che finisce in violenza.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/28/violenza-sulle-donne-il-primo-nemico-e-la-rabbia-degli-uomini-anche-di-quelli-non-violenti/4005290/

Violenza sulle donne, gli effetti indelebili del maltrattamento domestico

Assumersi le responsabilità delle proprie azioni passa inevitabilmente dall’accettarne le conseguenze. Nelle situazioni di maltrattamento domestico, gli autori compiono spesso un faticoso percorso per capire le loro responsabilità, ed è tramite gli effetti della violenza su chi sta loro vicino e di cui riescono a rendersi conto che possono muovere il primo passo per chiedere un aiuto, comprendono, a qualche livello interiore, di esserne la causa.

Prendere consapevolezza del maltrattamento però non lo cancella, anzi rende tutto più difficile, capito il problema non ci si può più nascondere in alcun modo e bisogna intervenire esclusivamente su sé stessi, abbandonando l’illusione che debba essere la donna a cambiare qualcosa, eventualmente lo farà come risposta a diverse modalità di interagire del compagno.

La donna non dimentica, non può dimenticare e non deve dimenticare e lo stesso vale per i figli, qualora la violenza sia agita anche su di loro in forma diretta o assistita.

La difficoltà di molti uomini non risiede tanto nel comprendere la gravità di quanto possono aver commesso, ma nell’accettare che gli effetti prodotti possono rimanere a lungo, non scomparire mai completamente e riattivarsi al primo momento di tensione, anche se non è più presente l’intenzione di ripetere atteggiamenti e comportamenti aggressivi. Se non accettano questo, non fanno altro che far rinascere la propria rabbia, perché frustrati, aumenta così il rischio di spaventare nuovamente la donna, quando non di farle del male, si crea terreno fertile per le vecchie dinamiche. Non esistono vie d’uscita comode, la responsabilità e gli effetti della violenza rimangono sempre. Questo non toglie che sia ancora possibile una vita relazionale funzionale e senza violenza, bisogna non avere la pretesa che la donna cancelli quanto ha vissuto e che qualcosa, in lei, non si possa riattivare.

Ogni sforzo dell’uomo deve andare nella direzione di un cambiamento di atteggiamento e di comportamento, in nessun caso l’obiettivo deve essere far dimenticare il maltrattamento, volerlo non è altro che l’ennesimo tentativo di far soccombere i bisogni della donna o dei figli di fronte ai propri.

Cambiare si può, ma è necessario accettare che non bisogna mai scordare quello che ha costituito la motivazione a farlo, ossia un disagio presente nei propri affetti più cari e che spesso è lì a ricordare non solo il danno fatto, ma quello che non si vuole più fare.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/25/violenza-sulle-donne-gli-effetti-indelebili-del-maltrattamento-domestico/4000188/

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui per vivere, solo che non lo sai e gli permetti di condizionarti impunemente nella vita di tutti i giorni.

Nella quotidianità delle relazioni intime tra uomini e donne, tante sono le cose che ci si sente obbligati a dimostrare, in primis l’essere abbastanza uomo e l’essere donna. Poco comune il parlare dell’essere abbastanza donna, una donna è considerata tale a prescindere di solito, difficilmente viene accusata di non esserlo, al massimo si crede che vada forzata ad essere come un uomo si aspetta che lei debba essere.

Per un uomo è più facile credere che non lo sia “abbastanza”, deve dimostrarlo, una donna non deve, le viene richiesto di aderire a quei comportamenti che fanno in sostanza sentire l’uomo abbastanza uomo. Come se non ci fosse neanche spazio, non solo sociale e culturale, ma mentale, per pensare a una donna che non aderisca all’essere donna che la cultura patriarcale le ha creato e imposto.

Sarebbe bello non dover dimostrare niente che non sia già nella dinamica di un incontro tra un uomo e una donna, ma raramente ci si riesce. Gli stereotipi creano delle aspettative, uomini e donne sono fatti in certo modo e le loro interazioni devono confermarlo, altrimenti ci si sente spaesati, frustrati, persi, arrabbiati.

Le differenze sono importanti, non tutto è stereotipo, ma talvolta sembra che lo stereotipo sia tutto. Nelle relazioni viene negato uno spazio mentale e temporale per differenziare, fare la differenza tra quello che si vorrebbe realmente e quello che si è appreso bisogna volere per essere accettati da tutti.

Differire permette di porre dei limiti, il limite mi consente di fermarmi e tornare verso di me e quindi apre alla possibilità di ripensarmi. Quello che vedo dell’altro, o meglio come lo vedo, può darmi più informazioni più su di me che sull’altro. Il come gli uomini vedono le donne dice molto non del loro essere uomini, ma di che uomini vogliono essere. Mi riconosco in un genere nella misura in cui non mi riconosco nell’altro.

Educare alle differenze significa prendere atto che esistono e riguardano, atteggiamenti, comportamenti, modi di pensare, di vivere le emozioni e interagire tra di noi.

Il bisogno di cambiare l’altro è proporzionale all’incapacità di cambiare sé stessi, più voglio che l’altro cambi, più sto evidenziando che io non sono in grado di adattarmi. Anche l’adattarsi ha dei limiti certo, è per questo che le relazioni possono nascere, ma anche terminare e va bene così.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/25/uno-stereotipo-di-genere-ha-bisogno-di-te-per-sopravvivere-ma-tu-non-hai-bisogno-di-lui/3931761/

Asia Argento vittima di Weinstein, sante non ne esistono. Ma certe logiche devono cambiare

“Ho cambiato lavoro e ambiente appena se ne è presentata l’opportunità, ero stufa di essere una bionda in mezzo a tanti uomini e di dover fare il doppio della fatica per ottenere qualsiasi cosa, cercando poi di scavalcare le innumerevoli e continue avances sessuali“.

A pronunciare queste parole, una mia cara amica, pochi giorni fa. Fidatevi che sono vere, anche se, per ovvi motivi di privacy, non aggiungo ulteriori elementi al racconto. Purtroppo, credo che di quanto ho appena scritto si fideranno più le donne che gli uomini, ma ciò è parte integrante di quello di cui stiamo parlando. Come uomo, non mi è mai capitato di dover dimostrare di valere più di una donna perché ero uomo. E, lo ammetto, di avances sessuali nemmeno l’ombra. Su quest’ultimo punto, io ci posso anche ironizzare un minimo, come ho appena fatto, sono un uomo e mi è consentito, abusi di potere ne ho ricevuti, ma non collegati al mio essere uomo, mentre tanti degli abusi che le donne ricevono hanno a che fare con il loro essere donne.

Poi capiamoci, sante non ne esistono e non ho intenzione di crearne, ma questo non toglie che gli uomini godano di certi privilegi a livello sociale e culturale, non sempre necessariamente all’interno delle relazioni affettive, io per primo ho conosciuto donne dalle quali sono scappato a gambe levate.

Nonostante sappia perfettamente che certe cose accadono, quando me ne parlano quasi non ci credo. Sarò ingenuo probabilmente, ma faccio quello che faccio perché sono convinto che certe cose possano e debbano cambiare. E mi dimentico che lavoro solo su un’infinitesima parte del problema. Lì fuori, le cose vanno avanti come sempre e se non c’è un impegno consapevole e collettivo non cambieranno.

Non è un paese o forse un mondo per donne, ma le donne ne sono parte integrante e produttiva e noi uomini dobbiamo conviverci, viverci insieme, questo mondo o paese è tanto nostro quanto loro.

Ho scritto questo, prendendo spunto dalla vicenda che coinvolge il regista Harvey Weinstein e l’attrice Asia Argento. Da quanto esce fuori finora, Asia Argento si è sentita obbligata, nel lontano 1997, ad avere rapporti sessuali con Harvey Weinstein per cui stava lavorando. La paura era che il non acconsentirlo avrebbe danneggiato la sua carriera. L’ attrice pensa di aver permesso quanto ha subito e molti possono essere portati a credere che, in fondo, è quello che ha fatto. Da quei rapporti sessuali ha avuto dei vantaggi e non sembra essersi ribellata più di tanto. Magari non le andava, ma alla fine ha accettato, tanto che parla di sesso consenziente, dopo le prime esperienze.

Molte vittime, di fronte ad un abuso, hanno il pensiero di averlo permesso e quindi accettato. Se ne sentono responsabili e da qui nasce il senso di colpa che va a rinforzare e giustificare l’abuso stesso, permettendo anche il reiterarsi degli episodi di violenza. Chi abusa è in una posizione di forza o fisica o psicologica, spesso entrambe, e gioca sul “condividere” quanto ha fatto con la vittima. Se si convince l’abusato che pecca nello stesso identico modo di chi abusa, allora la colpa è di entrambi, meglio tacere, non parlarne, da qui il segreto che caratterizza le forme di abuso sessuale e che le rende spesso invulnerabili.

Le pressioni che subiscono le donne, in tanti contesti, non le immaginiamo, noi non solo non le viviamo, ma ne siamo gli autori, dovremmo confrontarci con tutto quello che non riusciamo ad ottenere, se non con la forza, e quindi ammettere la nostra debolezza. E’ umano che se una donna piace, un uomo possa provare attrazione e mostrarle interesse, ma ha imparato a farlo a prescindere dai contesti, quando non approfittandosene.

Accettare un no è ancora troppo difficile, se lo facciamo è come se fossimo meno uomini e allora niente ci fa sentire più uomini che imporre qualcosa. La superiorità della donna non esiste, se non come paura dell’uomo, così come la superiorità dell’uomo non esiste, se non travestita da costrizione. La natura ci ha voluti entrambi e ancora adesso, a distanza di tantissimo tempo, ci permette di esistere solo se siamo insieme.

Il fatto che alcune donne “accettino” di avere dei rapporti sessuali con uomini in posizione di potere non toglie che quegli stessi uomini usino quella posizione per avere qualcosa che altrimenti non otterrebbero. E il fatto che alcune donne possano anche cercare di arrivare prima a far carriera, offrendo il proprio corpo, non toglie nulla al fatto che queste donne hanno imparato a ragionare così, a conoscere cosa vogliono e pretendono da loro gli uomini. E tutto questo non toglie nulla al fatto che tante donne non accettano e non cercano proprio nulla dagli uomini, ma da essi vengano costretti, come vari fatti di cronaca recente purtroppo ci ricordano.

Troppe volte, quello che una donna sceglie è solo quello che la società ha già scelto per lei.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/asia-argento-vittima-di-weinstein-sante-non-ne-esistono-ma-certe-logiche-devono-cambiare/3908531/

Psicoterapia, la salute mentale non è assenza di malessere, ma la sua presenza consapevole

E il settimo giorno Dio, prima di riposarsi, avendo un po’ la coscienza sporca, creò la psicoterapia e vide che era cosa buona e giusta. Non me ne vogliate, se utilizzo con ironia un famoso passo della Genesi, sono convinto che, eventualmente, anche lassù faranno un sorriso e che le fiamme dell’inferno mi saranno risparmiate, almeno per questa volta, o almeno per questo motivo.

Alzi la mano chi non è mai andato in terapia! Caspita siete in tanti! Dovreste andarci solo per chiedervi come mai non ci siete ancora stati. Certo che sono di parte, ma di entrambe le parti, quella del terapeuta e quella del cliente, fortuna riservata a pochi che hanno scelto non solo di sorbirsi i problemi della vita come tutti, ma di trovarvi anche le motivazioni e di accogliere quelli degli altri. I punti interrogativi non mancano nella vita, li spacciano come segni di interpunzione, ma in realtà sono stati mentali a tutti gli effetti. Potreste giustamente pensare che scegliere di non farseli bastare sia un chiaro segno di disagio.

Lungi dal pensare che gli psicologi scoppino di salute mentale, se ben formati, è proprio attraverso il loro malessere che riescono ad aiutare l’altro e a dare un senso al proprio. La salute mentale non è assenza di malessere, ma la sua presenza consapevole. Ogni relazione è un rischio e quello del terapeuta è il mestiere più rischioso al mondo.

Si smetta di pensare alla psicoterapia come un rimedio esclusivamente per la patologia. Certo tenta di esserlo, ma la sua funzione non è solo in questo perché la psicoterapia è potenziamento delle proprie risorse e capacità di riflessione, qualsiasi siano le basi di partenza, nel momento in cui esiste la motivazione a mettersi in gioco e a potersi pensare diversamente, farsi altro nella mente per poi farsi altro nei rapporti interpersonali.

La psicoterapia lavora con il patologico, ma non patologizza ogni cosa che tocca. Sebbene sia di supporto nelle situazioni più tragiche, in esse non trova il suo esclusivo campo di intervento. Queste sono state una buona palestra: saper sollevare 100 kg non significa che non si sia più in grado di sollevarne 10 o che non sia necessario.

Una certa dose di malessere è inevitabile nella vita di ciascuno. Tante volte lo fronteggiamo da soli, a volte è gradito un supporto da parte chi ci vuole bene, altre volte ancora si chiede un aiuto professionale e tutte e tre le situazioni vanno bene, costituiscono delle risposte sane a delle difficoltà. Non chiedere aiuto, quando se ne ha bisogno, può rappresentare una soluzione peggiore del problema che ci affligge. La solitudine, quando non voluta, annienta.

Le possibili resistenze nel chiedere una mano non sono mai immotivate, l’ambiente in cui si è vissuto non sempre tutela. Molti problemi nascono da esperienze passate e nessuno garantisce che le nuove possano essere diverse dalle precedenti. Ecco perché fa la differenza come si reagisce alle situazioni più che le situazioni stesse. Non ho potere sulla realtà esterna, ma ho potere su di me.

L’intervento psicologico è una stampella che consente di camminare, quando le gambe da sole non lo consentono. Quando però, si è perfettamente in grado di muoversi, può costituire un buon paio di scarpe che migliorano e rendono comodo e agevole arrivare a delle mete che raggiungeremmo anche scalzi, ma meno velocemente e con qualche callo. E perché fermarsi a delle buone scarpe? Per qualcuno la psicoterapia è la propria Ferrari: non darà il prestigio sociale della vettura reale, ma fidatevi che il prestigio mentale vi fa vivere meglio.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/psicoterapia-la-salute-mentale-non-e-assenza-di-malessere-ma-la-sua-presenza-consapevole/3820868/

Lloret de Mar, perché nessuno dovrebbe morire come è successo a Niccolò

I mostri servono a rassicurarci della nostra normalità, gli indifferenti servono a rassicurarci della nostra differenza. Siamo un popolo di gente normale e differente, verrebbe da pensare, ma se lo facciamo, siamo solo dei cialtroni.

La violenza di alcuni dei fatti di cronaca, di cui leggiamo quasi quotidianamente, non cessa di destare stupore, sdegno, dolore, ma vi si reagisce con la stessa violenza o peggio con ignoranza. Occhio per occhio, dente per dente, ma gli occhi sono solo due e i denti, anche se trentadue, sono comunque destinati a esaurirsi e senza vedere e mangiare non si ha un bel destino di fronte.

La rabbia legittima di certi avvenimenti è la stessa che potremmo provare tutti i giorni, guardandoci semplicemente intorno, le cose che non funzionano, le ingiustizie, le violenze che non lesinano la loro presenza, eppure determinati fatti, lontani da noi, che non ci riguardano direttamente, danno sfogo al peggio del nostro sentire, ma in un modo che risulta spesso sterile, anzi ci tutela dal prendere atto che non occorre andare lontano per assistere al peggio della natura umana.

Credo che questo succeda perché, se la cosa accade lontano, non ci riguarda, mette a nudo tutta la nostra impotenza e questo è rassicurante, sapere di non poter fare niente ci legittima a dire e pensare di tutto, tanto non potremmo mai mettere alla prova il nostro pensiero e le nostre parole.

Se davvero avessimo la possibilità di testare il nostro “valore”, quanti di noi sarebbero corrispondenti all’immagine che vantano implicitamente? Perché, capiamoci, in tutto quello che non va e ci riguarda, abbiamo sicuramente più possibilità di agire, ma troppo spesso non lo facciamo, pensarsi impotenti, anche quando non sempre lo si è, ci tutela dalla fatica e ci permette di avere sempre qualcosa di cui lamentarsi.

Nel tragico episodio di Niccolò Ciatti, il ragazzo di Scandicci ucciso in discoteca a Lloret del Mar, in Spagna, da tre ceceni per futili motivi, l’odio nei confronti di chi si è reso responsabile di quel gesto è comprensibile, ma non è difficile capire come mai nessuno è intervenuto. Non giustificabile forse, ma comprensibile. Non viviamo in un mondo di eroi, sebbene ancora ce ne sia in giro qualcuno e la parte migliore dell’uomo sappia ancora contrapporsi alla sua parte peggiore in tante circostanze. Purtroppo, non in questa.

Immagino di essere in una discoteca, sono in vacanza, c’è un sacco di gente e confusione. Molti sono su di giri, voglio divertirmi. A un certo punto tre ragazzi cominciano a pestare un quarto, non capisco perché. Non conosco le dinamiche precedenti, la violenza a cui sto assistendo mi spiazza, ho paura, mi paralizzo, comincio a pensare che qualcuno dovrebbe intervenire, quelli del locale. Nessuno interviene, forse allora dovrei farlo io, cerco nella gente intorno i miei stessi pensieri, qualcuno che mi faccia coraggio, niente. Mentre corre tutto questo nella mia testa, la violenza si è già conclusa.

Sì, qualcuno sarebbe potuto intervenire, sarebbe dovuto succedere. Qualcuno che non si è messo a pensare o che lo ha fatto solo quella frazione di secondo che gli ha permesso di capire che un ragazzo stava per essere fatto fuori, ma quel qualcuno purtroppo non era tra i presenti. Probabilmente il senso di colpa, il sentirmi in parte responsabile per non aver fatto niente, me lo porterei fuori da quella discoteca e da quella serata. In realtà, non so se e cosa sarebbe cambiato se io e/o qualcun altro fossimo intervenuti. Avremmo salvato Niccolò o forse qualcun altro ci avrebbe rimesso la pelle. Col senno di poi mi sarei detto che sono stato comunque un vigliacco, ma il senno di poi fa tanto il gradasso, ma non c’è mai quando sarebbe davvero utile.

Quello che però si dovrebbe capire dalla tragicità è che essa colpisce quando uno meno se lo aspetta, colpisce il ricco, come il povero, chi ha fatto qualcosa per meritarselo e chi no. La violenza non è mai giustificabile, ma il puntare il dito è quanto di più inutile ci possa essere. Se l’indifferenza uccide, anche il pensarsi differenti miete le sue vittime. Ora speriamo solo che giustizia sia fatta. La morte non ha bisogno di motivazioni per reclamare quanto prende ,ma nessuno dovrebbe morire come è successo a Niccolò.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/18/lloret-de-mar-perche-nessuno-dovrebbe-morire-come-e-successo-a-niccolo/3800311/

Studenti: perché dire ‘E’ intelligente, ma non si applica’ è controproducente

La grande falla del nostro sistema scolastico, ma non solo, educativo in generale, è che si punta tutto sulla valutazione delle capacità dei ragazzi, anziché sul loro riconoscimento. Chi è in grado di capire la differenza è avanti, perché esiste ed è sostanziale. Ogni allievo ha potenzialità e la cosa migliore che gli può capitare è riuscire a esprimerle, in ogni ragazzo esiste una scintilla, un campo dove brillare e trovare soddisfazione, anche se non sempre questo avviene, quella scintilla vive con lui tutta la vita, deve trovare spazio e attenzione.

Il periodo e il luogo migliore per scoprirsi, certamente non l’unico, è la scuola. L’istituzione scolastica ha una responsabilità, l’insegnamento delle singole materie non basta, anche se qualcuno riesce a farselo bastare e splendere, per troppi non è così.

La scuola deve essere il luogo che aiuta i ragazzi a capire cosa sono in grado di fare e poi a farlo al meglio. La scuola raggruppa una collettività attraverso la quale dare valore all’individualità. Differenziare e valorizzare, non omologare e valutare. Una base comune per tutti dalla quale man mano far diramare le varie specializzazioni. Il problema è che il sistema valutativo, se da una parte stimola molti, dall’altra fa sì che tanti altri si perdano, perché non riconosciuti come in grado di rendere.

Il voto è la valutazione di una prestazione e la cultura non deve essere una prestazione, ma un piacere, l’interesse deve nascere dentro. Partendo dal presupposto che dell’altro non ci si possa fidare, meglio porre la votazione come vincolo, castigo o premio, ma così il ragazzo viene stimolato a rendere e non a dare, è un limite all’autonomia dell’individuo in formazione.

Capiamoci, il voto è comodo, semplifica la vita di chi insegna, ma fa scomparire tutto quello che non può o non vuole essere oggetto di parametro. Non è un caso che spesso grandi menti o artisti non fossero brillanti a scuola.

Quando il ragazzo ha problemi inerenti o indipendenti dal contesto scolastico, il voto si rivela spesso inutile e controproducente, lo etichetta come scarso e a nulla valgono le classiche giustificazioni “è intelligente, ma non si applica” anzi una frase del genere è sintomo di un malfunzionamento del sistema, non del ragazzo. Perché la scuola non riesce a farlo “applicare”, visto che è “intelligente”? Non è a lui che manca qualcosa.

Immagino tanti insegnanti che, con anni di esperienza alle spalle, potrebbero raccontare di studenti dai quali pensano di non essere riusciti a ricavare abbastanza, nonostante ce l’abbiano messa tutta, potrebbero raccontare di lotte caparbie e inutili, di tanti ragazzi testardi, svogliati, che fanno perdere la pazienza. Un singolo insegnante può fare la differenza, ma non essere la differenza per tutti, è il sistema che deve “rivalutarsi”.

Maggiore spazio agli psicologi nelle scuole perché possano aiutare i ragazzi e gli stessi adulti a leggere correttamente le loro emozioni, individuare situazioni a rischio, stimolare e accrescere le loro scintille, spazi dove ci si possa aprire in merito alle relazioni.

La scuola educa e l’educazione non si ferma al sapere. Quello che si investe sui formatori andrà a portare benefici a chi viene formato. Se da una parte mi sembra di dire delle ovvietà, dall’altro tutto questo raramente si verifica.

Un allievo con difficoltà non è un problema, ma una possibilità che si dà a un ragazzo di cambiare e vivere meglio. Non esiste metro di valutazione di un ragazzo che possa misurare quanto può realisticamente dare di sé e apprendere.

Se valuto le capacità non le sto valorizzando, ma solo quantificando. Le persone non sono quantificabili, ma qualificabili.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/21/studenti-perche-dire-e-intelligente-ma-non-si-applica-e-controproducente/3735701/

Dipendenze dal web, riusciremmo a sopravvivere senza internet?

Il web è ormai presente in ogni tipologia di rapporto: il virtuale e il reale dialogano e si scontrano fino a confondersi l’uno nell’altro. Quando si conosce una persona, si può vedere se e cosa è presente su di lei su internet, se ha un profilo social, come lo usa e, se lo usa nella media, prendere tutte le informazioni volute, queste poi potrebbero guidare atteggiamenti e futuri comportamenti nei suoi riguardi. Se si ha il suo numero di telefono, si interagisce con i sistemi di messaggistica, in modalità diverse dal vis a vis, che dilatano o restringono i tempi utili a una reciproca conoscenza. Le distanze si accorciano, l’essere vicini muta forma, le forme di contatto sono multiple, ma private dei sensi, occhi, odori, mani, orecchie, sapori che, nell’etere, non hanno valenza, in quanto tutto viene mediato ancor prima dal mentalizzare ogni scambio.

Ci sono persone che ancora resistono a tutto questo: non hanno un profilo Facebook, Whatsapp o altro, ma sono poche, anche se caparbie, per resistere alle lusinghe dei social e affini. Loro hanno fatto dell’esclusione una scelta: pochi per fare numero, molti per manifestare la qualità delle intenzioni. L’autoescludersi dal virtuale è a buon diritto una capacità, scegliere di dar valore alla propria intimità, darle pudore. Anche se sono una minoranza non rappresentativa, ricordano che il necessario di oggi è il superfluo di ieri. I social radono al suolo l’espressione “per pochi intimi”, ma i pochi intimi sono una moltitudine ormai.

Il web non si controlla, ogni intenzione in proposito è illusoria, una volta che vi si è avuto accesso. Una delle finalità per cui il virtuale esiste è quella di non poterne avere il controllo, ma farsi da esso controllare. È tutto più facile, è tutto più a portata di occhio e di clic, ma si paga un prezzo e ha a che fare con la libertà, di cui rimane potente l’illusione, ma non la consistenza. Basta pensare di essere liberi, non esserlo. Io faccio parte di una generazione che ha comunque vissuto i suoi primi 20 anni senza telefonino e senza internet, anche se quasi fatico a ricordare come si viveva quando ci si incontrava e ci si organizzava senza dover fissare tramite messaggi, ci si ritrovava senza problemi nei soliti posti, i gruppi non erano su Whatsapp, ma sulla strada, a scuola, a casa, in parrocchia, da un amico. Un mondo che esisteva e funzionava.

La rete è una comodità diventata dipendenza, provate a stare forzatamente senza qualche giorno (cosa che, so già, non farete), per non dire qualche ora, più di qualcuno potrebbe sentirne una mancanza simile a un’astinenza. Il web è ineducabile, per quanto ci si sforzi, ecco perché ad esserlo sul suo utilizzo sono solo le persone che lo adoperano. È come per un coltello, che può essere usato sia per tagliare il pane sia per infilzare una persona: non è certo colpa dell’utensile, ma di chi lo utilizza. Nel mio mestiere, in colloquio con le persone, osservo come il ruolo di internet estremizzi le relazioni, aumentano le possibilità di incontri, di tradimenti virtuali e reali, le forme di controllo, le gelosie giustificate, ma soprattutto quelle ingiustificate, i fraintendimenti.

La tentazione di guardare il telefonino o i profili del partner, dell’amico, del parente è forte e lo è anche la tentazione di aprirsi a nuove possibilità “di nascosto”. Ma, ripeto, non è il mezzo ad essere preoccupante, ma come lo si utilizza. Questo ha a che fare anche con una migliore conoscenza e gestione delle emozioni, perché sono queste ad essere esacerbate e a rimanere più scoperte a causa della rete. Ma il web può diventare un’occasione per conoscere meglio i propri limiti, guadagnare qualcosa di nuovo attraverso quello che si è perso non è impensabile, ma bisogna che chi nasce in un contesto dove tutto lascia pensare che di internet non si possa fare a meno, abbia l’esempio di chi sa che è possibile vivere senza di esso, senza che questo pregiudichi la qualità delle relazioni.

La scuola risulta sempre un luogo privilegiato. L’intervento psicologico non agisce solo su un eventuale malessere, ma ha tutte le carte in regola per poterlo prevenire e i malesseri dati dal virtuale purtroppo sono fin troppo reali. Vedo crescere l’attenzione, negli istituti scolastici, verso aree che non siano solo quelle del sapere e questo è un bene e lo è anche capire che tutto quello che vi si insegna di diverso dalle materie ha forti collegamenti che devono essere evidenziati. Emozioni, bullismo, cyberbullismo, educazione al rispetto delle differenze, all’utilizzo della rete parlano solo di diversi aspetti di una buona educazione.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/06/17/dipendenze-dal-web-riusciremmo-a-sopravvivere-senza-internet/3651978/