Relazioni di coppia, siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni

Ricerchiamo la stessa tipologia di persone con cui relazionarci o siamo noi ad attivare, in queste, le stesse modalità relazionali? Non ne ho la minima idea, lasciate che vi confonda le idee, per sentirmi meno solo nella moltitudine di ragionamenti che possono essere fatti sui legami intimi e che non smetto di fare grazie e a causa della mia professione.

Rileggete bene la domanda, non è difficile come può sembrare. Quando siamo in una relazione con una persona, la scegliamo perché abbiamo trovato, in lei, determinate caratteristiche che ci attraggono sempre, oppure siamo noi a comportarci in modo tale che queste possano o debbano venire fuori? Che quello che ricerchiamo corrisponda a dei bisogni, funzionali o meno, è un’altra questione, anche se strettamente legata alla prima.

Quanto del conflitto dipende dalla prima o dalla seconda ipotesi? In entrambe, il conflitto è inevitabile, una certa dose di tensione è normale nella vita di coppia, ma, nel primo caso, questa si può trasformare in violenza, se si ricerca una persona che esprima rabbia e disagio con aggressività, nel secondo, si può trasformare in violenza quando, anche se l’altro non è propenso a reagire con l’uso della forza, si fa in modo che lo diventi attraverso provocazioni, esagerazioni, propria aggressività. Una reazione forte è quello che interessa, deve dare misura dell’investimento che viene a esserci tra due persone. Il costrutto mentale è il seguente: “Mi vuoi bene se ti arrabbi, se ti agiti, altrimenti non stai investendo affettivamente su di me, ho bisogno che ti arrabbi, questo significa che non ti sono indifferente”.

Bramiamo amore, disposti all’odio e alla violenza pur di ottenerlo, su questo si gioca tutta l’ambivalenza dell’essere umano che ha inventato il detto “il fine giustifica i mezzi” per goderselo spudoratamente. Il senso di quanto scrivo sta nella domanda, non in una improbabile risposta, è un modo di riflettere che può creare nuova consapevolezza, base di partenza per costruire strumenti sicuramente più pratici per gestire le relazioni.

La coppia è la somma di due individui, ogni membro non necessariamente ne rappresenta l’esatta metà in ogni momento temporale, la coppia è un movimento continuo, un fluire in cui l’identità può cambiare, rinforzarsi, annullarsi. Una storia comincia, il più delle volte, senza conoscere l’altro, c’è un’attrazione fisica, qualche momento piacevole passato insieme e si prova a vedere come va. La teoria è semplice, la pratica non gode dello stesso privilegio. Voi che mi leggete sapete bene di cosa sto parlando. Poco dopo, passata la fase di conoscenza, anche la teoria può diventare più complessa.

“Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni” diceva Shakespeare, io credo che non sia male affermare che siamo più che altro fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i bisogni. Non è il sognare che tradisce, ma il suo disperato adattamento a una realtà che è fatta di concretezza che richiede attenzione pratica per il proprio soddisfacimento.

L’obiettivo è non rimanere soli, scegliere di condividere qualcosa con qualcuno che sembra somigliarci, poi si constata che, per quanto ci possano essere delle affinità, l’altro non è noi, accettarlo rende magnifica la vita di coppia, pur con le innumerevoli difficoltà, non accettarlo significa semplicemente stare in una solitudine peggiore di quella che avremmo avuto non investendo in un legame sentimentale.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/05/12/relazioni-di-coppia-siamo-fatti-della-stessa-sostanza-di-cui-sono-fatti-i-bisogni/3574644/

Siamo virtuali, ma abbiamo perso il confine tra bisogni e desideri

“Le aspettative sono solo desideri sporchi di paura”. Tutti siamo in aspettativa: passiamo una vita nell’attesa di raggiungere quel che ci proponiamo di fare, timorosi di non dover mettere radici nella sterminata terra del rimpianto. Fare previsioni è uno dei modi maggiormente utilizzati per rapportarsi con il futuro, eterno sconosciuto.

Dalle aspettative germoglia la speranza e, se non si sta attenti, appassisce e si tramuta in delusione.

Il senso della vita è, in fin dei conti e sinteticamente, sentire di non averla sprecata, di avere costruito qualcosa che possa durare, almeno nel tempo della nostra breve permanenza su questa terra. Se ci pensate, l’ansioso è chi fa previsioni in continuazione, mentre il depresso è chi ha smesso di farne da tempo. Il passato ci condiziona, ma anche il futuro non si tira indietro, quando c’è da mettere i bastoni tra le ruote al presente.

È cambiato il rapporto tra bisogni e desideri, i secondi hanno ormai vita facile nel spacciarsi per i primi, i quali elemosinano la visibilità di un tempo, ma nessuno dà loro attenzione.

I desideri si travestono da bisogni, mentre questi ultimi cessano di essere desiderati come un tempo. L’etere non è solo quello che naviga tra i bit di internet, ma è ciò che si è intromesso prepotentemente nelle nostre relazioni e nella nostra visione di vita, cambiandole radicalmente.

Siamo virtuali non solo davanti a un pc o uno smartphone, lo siamo in tutto quello che ci aspettiamo. La tecnologia (così com’è utilizzata) ha tolto i confini a troppe cose, tra cui quello che è legittimo attendersi. La realtà è diventata un’opinione, salvo quando ci piomba addosso, rivendicando la sua presenza.

Casa, lavoro e famiglia sono normali bisogni (in realtà, il lavoro non è un bisogno, è una necessità, ma intendiamolo come una modalità per procurarsi da vivere e, nei casi più fortunati, sentirsi realizzati). Solo che, negli ultimi anni, da punti di riferimento piuttosto stabili questi sono diventati desideri, in quanto non sono garantiti come, tutto sommato lo erano per le generazioni precedenti.

Mille euro al mese o poco più, l’aiuto di una famiglia di origine che ancora può dare una mano, la tecnologia che ci fa pensare che quello che succede al suo interno sia più rilevante di quello che succede all’esterno, rendono le cose sopportabili, l’essere umano si adatta, deve farlo per sopravvivere, ma sopravvivere non è vivere.

Il desiderio è seguito dall’intento di vederlo realizzato, ma questo rimane una possibilità, non una certezza. Siamo disabituati a reggere la frustrazione, in un mondo pieno di scelte, ma carente di decisioni. Se le scelte aumentano, lo fa anche l’ansia da prestazione che blocca il troppo e genera il poco. Se si pensa di essere in grado di fare tutto, ma poi ovviamente si trovano dei confini, allora si è portati a pensare di aver fallito.

Se non è l’individuo a rendersi conto dei limiti, attraverso una personale presa di consapevolezza, la realtà esterna troppo spesso rimanda ad un loro superamento o addirittura al’’idea che questi non ci siano.

Accettare il limite crea equilibrio tra bisogni, desideri e aspettative e di conseguenza un sano agire, senza di esso siamo destinati all’insoddisfazione eterna e chi è sempre insoddisfatto non può che consumare e consumarsi.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/10/siamo-virtuali-ma-abbiamo-perso-il-confine-tra-bisogni-e-desideri/3502922/

Bullismo a scuola, da destino a questione di scelta e responsabilità

Il bullismo consiste in una serie di comportamenti aggressivi, fisici e psicologici, nei confronti di soggetti che non sono in grado di difendersi. Si basa su tre presupposti:

-intenzionalità;

-persistenza nel tempo;

-asimmetria nella relazione.

Per contrastare il bullismo, bisogna contrastare la prima delle sue caratteristiche: l’intenzionalità. Le altre due decadranno di conseguenza. Il “volere fare male” lo si elimina con un lavoro attraverso il quale i ragazzi possano riconoscere e riconoscersi i propri stati emotivi, senza sentirsene minacciati.

Quando Hannah Arendt parlava della “banalità del male” capiva che l’intenzionalità di ferire, in realtà, è, tante volte, più un presupposto della vittima che dell’aggressore, il quale confrontato con gli effetti di quanto provoca, ha sicuramente maggiori possibilità di modificare il suo comportamento.

Il bullo, nell’immaginario comune, non necessariamente viene a coincidere con una figura completamente negativa. Anzi, rappresentando l’ostentazione di un maschile che non deve chiedere, ma prevaricare, solo per il fatto di poterselo permettere, è spesso uno status ambito dai ragazzi che ne vedono una certificazione di forza, senza che nasca un’attenzione alle conseguenze dell’aggressività agita e quindi senza che maturi la capacità di vedere realmente gli effetti, a breve e lungo termine, di certi comportamenti sulle persone oggetto di soprusi.

Lo stesso vale per la “bulla”, il fenomeno è anche femminile certamente, anche se mi concentro maggiormente sulle dinamiche maschili.

Il bullismo non è un fenomeno causato dalla presenza dei ragazzi, ma dall’assenza degli adulti. Un’assenza che non è fisica e formale, ma educativa e sostanziale. Da adulti poi, si trovano solo nuovi modi per denominarlo, non scompare, ma gli adulti hanno un rapporto ormai conflittuale con il cambiamento. Agire prima del disagio, non quando il disagio è conclamato, lo sanno i molti, ma lo fanno i pochi.

Se non interveniamo sui ragazzi nelle scuole, forse meglio dire con i ragazzi (insieme), potrebbero avere lo stesso nostro destino, sempre in lotta per poter esprimere la legittimità di un mondo emotivo che sembra essere sbagliato, solo per il fatto di esporci e renderci vulnerabili, ma che nascosto porta vuoto e violenza.

Tutti abbiamo prevaricato e/o siamo stati prevaricati, in contesti dove ci sarebbe dovuta essere una tutela maggiore e credo che, sia quando siamo stati bulli, sia quando siamo stati vittime, spesso non eravamo dotati di strumenti in grado di relazionarci in modo sano a quanto stavamo provando e di farci capire come questo abbia potuto influenzare le nostre relazioni successive e abbia potuto contribuire a farci diventare “grandi”.

Il bullismo non è un destino, ma una scelta e solo riportando i ragazzi alla dimensione della responsabilità delle loro azioni è possibile un cambio di rotta.

Negli ultimi anni ho fatto vari interventi nelle scuole, chiamato a parlare dei miei argomenti: violenza e stereotipi di genere. La via maestra, per stare con i ragazzi, dentro quelle tematiche, è stato parlare di emozioni, rabbia e paura, ma non solo. Mi confronto con studenti svegli, in grado di tenere banco per ore, se stimolati adeguatamente, mi trovo spesso a chiedermi cosa si vada perdendo da adulti, quando precisamente il cambiamento è tale da non permettere più altro cambiamento.

Non mi piace parlare di educazione all’affettività: le emozioni non si insegnano, si provano. Si può facilitare la loro gestione, quello che si può insegnare è come esprimere certi sentimenti, anche quando sono scomodi o mettono a rischio. Educare all’espressione dell’affettività, questo è possibile e necessario.

Non si può controllare quello che avviene fuori dalla famiglia e dalla scuola e va bene, il mondo non è ovattato, esente da pericoli, ma se solo i ragazzi apprendessero quando, come e dove chiedere un aiuto, se necessario, sarebbe un risultato importante.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/27/bullismo-scuola-da-destino-questione-di-scelta-e-responsabilita/3478092/

Violenza, una guida per chi lavora in ambito di maltrattamento domestico

Sono otto anni che mi occupo di relazioni violente, in modo più specifico con gli uomini autori di maltrattamento domestico, ma, non di rado, mi è capitato di incontrare, conoscere e lavorare con donne che la violenza la subivano e ne ho invece visto altre utilizzare il loro “potere” abusandone, mentre erano degli uomini a subirla.

Constatare e provare a “riparare” gli effetti di un comportamento abusivo fa parte del mio lavoro, passare al setaccio i miei comportamenti, le mie reazioni e i loro effetti su chi ho di fronte è stata una conseguenza naturale. Che gran fatica e confusione! Intendiamoci, in tanti contesti, la violenza è chiara e non opinabile, ma soprattutto di fronte all’abuso psicologico, i confini possono essere sfumati.

Sul banco degli imputati c’è la percezione, essa è soggettiva, ma in grado di sovvertire l’oggettivo con una facilità impressionante. La paura, nelle relazioni, la conoscono tutti, chi ci lavora dovrebbe non solo riconoscerla, ma rimandarla al mittente, purtroppo i rapporti di forza che si instaurano non sempre lo permettono, questo fa crescere la rabbia. Chi ha potere, chiunque sia, avrà sempre la tentazione di utilizzarlo, scegliere di non farlo fa la differenza. I rapporti paritari spaventano, nel conflitto, bisogna farsi valere per quello che si è, non per quello che si ha.

Credo che le operatrici e gli operatori che si occupano di un tema così complesso e pervasivo siano spesso chiamati a interrogarsi, nel loro intimo, sui propri comportamenti e su quelli che ricevono, nell’ambito della loro vita professionale e non. Nel momento in cui si ha chiaro come sia semplice non riuscire a controllare la propria rabbia, ferire l’altro e scivolare in comportamenti punitivi, per la voglia di accaparrarsi il diritto alla ragione, si entra in un mondo di domande senza chiare risposte. L’operatore e l’operatrice esperti sanno riconoscere la violenza, quando la vedono negli altri, ma, quando coinvolti in prima persona, questo è più difficile.

La mia “soluzione” personale, in un momento di confusione, rispetto a quello che stavo agendo e subendo, è stata tornare in terapia. Questo mi ha permesso di comprendere maggiormente come la mia formazione personale non può esulare dal mettermi costantemente in discussione con l’aiuto di un professionista altro da me.

Diffidare di me stesso, di quello che penso e di quello che sento è il primo passo per dargli forza e legittimità. E’ il sentirsi sicuri che frega, quando si lavora tanto su di una tematica, si diventa automaticamente considerati esperti e si può sviluppare una pericolosa dipendenza dai propri parametri di riferimento, invece è bene, periodicamente, smontarli e riassettarli. Facile a dirsi, meno a farsi, come tutte le cose per le quali vale la pena di spendersi, ma è solo in quel modo che il termine esperto acquista davvero una validità che non sia autoreferenziale o data dal semplice tempo trascorso a lavorare su qualcosa, quantità non è qualità.

La formazione è valida se insegna a uscire dalle zone di comfort. I parametri imposti dall’esterno sono essenziali (una buona formazione non può garantire un buon lavoro, figurarsi non averla), ma non sono tutto.

Lavorare sulla violenza insegna come violare le proprie convinzioni più radicate. Le operatrici e gli operatori svolgono un compito faticoso, di una difficoltà immane ed è facile scoraggiarsi o chiudersi nella propria autoreferenzialità. E’ una cosa profondamente umana cercare la comodità nelle cose, ma le difficoltà rimangono le migliori insegnanti di sempre.

Scrivendo questo, la mia speranza è quella di intercettare i pensieri e le emozioni dei colleghi che, a vario titolo, si occupano di maltrattamento domestico. Quello che si può insegnare passa necessariamente attraverso quello che l’altro è disposto ad apprendere.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/08/violenza-domestica-una-guida-per-chi-lavora-con-le-vittime-di-maltrattamento/3435777/

La stanchezza di lottare si misura dalla forza che si trova per reagire

La stanchezza di lottare si misura attraverso la forza che si trova per reagire. Non è vero che, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Il più delle volte i duri sono in campo già da un po’ ed è, per questo, che la partita è diventata sempre più difficile: non si sono arresi.

Ci sono momenti nella vita, e non sono pochi, in cui sembra di non farcela. Impegnati su più fronti, si hanno aspettative diverse, rispetto ai risultati che si ottengono, oppure si desidera raggiungere obiettivi con quella semplicità spesso negata, a causa di chissà quale peccato originale.

La felicità, spacciata come uno stato da raggiungere, in realtà è solo una serie di intervalli, durante i quali le cose vanno meglio rispetto al resto del tempo. No, non è una visione pessimistica: la tempra e la soddisfazione di una persona si misurano dalle avversità che è in grado di affrontare. Se proprio dovessi trovare un concetto che esprima bene cosa sia davvero la felicità, affermerei che essa sta nell’essere soddisfatti di se stessi, nonostante tutto. E’ il nostro approccio al mondo, e non il mondo in sé, a dire di noi e a qualificarci, darci qualità.

Non credo al diritto alla felicità, ma al diritto di essere anche infelici, senza che questo debba costituire una minaccia per la propria autostima. Rilassiamoci e smettiamo di inseguire il paradiso. Ammesso che esista, è parere unanime che si trovi in cielo. Noi teniamo i piedi ben piantati in terra, per ora.

Scopo della psicoterapia non è il superamento dei problemi, bensì la loro consapevolizzazione e la migliore gestione che potrebbe seguirne. La psicoterapia non necessariamente rende diversi, ma sicuramente, poiché non si può cambiare quello che non si conosce, essa aiuta a relazionarsi con se stessi in modalità più profonde.

Con la vita si lotta ad armi impari: è in giro da molto più tempo di noi. Si parla dei tempi frenetici che corrono, senza rendersi conto che, a essere frenetici, sono ormai solo gli esseri umani che addossano, al tempo, responsabilità non sue. Si cerca un equilibrio in una vita che statica non lo è mai.

Il concetto di benessere viene semplificato ed equiparato alla possibilità di avere le app aggiornate o di essere sempre in connessione con il mondo, a scapito della presenza reale di coloro che abbiamo intorno. Un benessere alla portata di tutti che trova l’opposizione di pochi che non si adattano. Oggi un disadattato è solo colui che dice no a tutto questo, una persona sana in un mondo non sano .

Un pensiero, mentre scrivo questo, va a Michele, il trentenne che si è suicidato, lasciando un’intensa lettera ai propri genitori. In quel testo sta tutta la lucida testimonianza di una società che non va. Un uomo che ha rivendicato l’utilità e la dignità della propria vita attraverso il gesto più estremo e lo ha fatto scegliendolo, facendone un’analisi e scrollandosi di dosso ogni possibile dubbio. “Siete voi che non funzionate a dovere, non io” è stato il suo messaggio.

I processi di scelta sono diventati più laboriosi del passato, le opzioni sono aumentate, ma quello che cerchiamo, in termini di contenuti e vissuti, non è cambiato. Ci mettiamo di più per ottenere, in fondo, le stesse cose. Perdiamo spontaneità, guadagniamo connessione virtuale, simuliamo condivisione reale.

La filosofia è nata da domande quali: “Chi sono?”, “da dove vengo?”, “dove vado?”. La psicologia ha preso avvio da domande più complesse: ”Perché sono così?” “come hanno influito le mie origini su di me?”, “cosa posso fare per cambiare?”. La tecnologia, facendosi beffe della filosofia e strumentalizzando la psicologia, ha smesso di fare domande e genera solo risposte a bisogni superficiali.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/10/la-stanchezza-di-lottare-si-misura-dalla-forza-che-si-trova-per-reagire/3377746/

Fidarsi del prossimo o giudicarlo?

Un gelo penetrante si è abbattuto su Firenze. Salgo sul bus, ho finito una giornata di lavoro, sono stanco, ho voglia di cenare e di un bicchiere di vino rosso. Sul mezzo, mentre mi dirigo nel punto più isolato, scorgo solo pochi passeggeri, ho una ventina di minuti buoni prima di scendere e arrivare a casa. Prendo un libro dalla borsa, neanche volevo leggerlo inizialmente, invece scopro, dopo poche pagine, che non è male, mi immergo nella lettura.

Passa qualche minuto, poi improvvisamente mi accorgo di un uomo che si è seduto accanto a me, il suo braccio ha urtato il mio, il suo corpo è troppo vicino, mi infastidisce.

Alzo lo sguardo e la prima cosa che vedo sono le sue lunghe gambe appoggiate sui sedili vuoti anteriori ai nostri. La sua invasione di campo irrita, mi irrigidisco, tento di distaccarmi, ma lo spazio non mi è amico, ho poca possibilità di manovra, l’unica sarebbe farglielo notare. Lo guardo meglio, tre quarti del volto coperti da cappuccio e sciarpa, vedo solo i suoi occhi, si chiudono qualche secondo e si riaprono.

In braccio, come fosse un bambino, l’uomo ha un cartoccio di vino bianco di bassa qualità chiuso in una busta, ci gioca. Sembra voglia aprirlo, desiste, lo rimette nell’involucro di plastica. Il suo braccio continua a trovarsi a stretto contatto con il mio, incurante lo spinge verso di me, ogni volta che si muove. Decido di rassegnarmi e resistere. Provo a rimettermi a leggere, ma lui fa dei versi sconclusionati, ridacchia. Inutile, sono distratto, rimetto il libro nella borsa e aspetto la fine della corsa, comincio a valutare l’idea di cambiare sedile, il posto c’è. Mentre penso a questa possibilità, poco prima, probabilmente, di concretizzarla, è l’uomo a cambiare posto. Sull’altro lato del bus ci sono quattro sedili vuoti frontali, nel “nostro spazio” uno è occupato da me, gli devo essere di ingombro. Vedo che si distende utilizzando tutto lo spazio disponibile, noto che il cartoccio di vino, non so come e quando, è stato aperto, dà qualche sorsata.

Sono “libero” eppure nuovamente a disagio. Mi darebbe fastidio chiunque entrasse nel mio spazio intimo, senza averne la confidenza o il permesso, fosse anche in giacca e cravatta, ma sento di avere giudicato quella persona, di averci messo altro, per via del suo aspetto, del cartoccio di vino, della sua noncuranza. Certo, per come si è presentato e comportato, non potevo pretendere altro da me, ma sento di avergli tolto umanità e questa è una cosa che ha a che fare con me, non con lui. Attenzione, lo ripeto, non sto dicendo che avrei potuto fare qualcosa o sentire qualcosa di diverso, rispetto al suo modo di comportarsi, ma che, da questo, è stato facile scivolare nel pregiudizio, in una sorta di etichettamento. Ho la sensazione che si prova quando si gira il capo dall’altra parte per non vedere, per non doversi fare carico di qualcosa per cui non si ha la soluzione o della quale non ci si vuole sentire responsabili.

Sento di avergli fatto torto. Io sono quello del bicchiere, lui quello del cartoccio di vino. Non mi sono scontrato, dentro di me, con quello che ha fatto e per cui non potevo che lamentarmi, ho giudicato automaticamente quello che è, senza sapere nulla di lui, lui che neanche si è accorto della mia presenza. Con uno sconosciuto “presentabile” non lo avrei fatto, avrei espresso il mio disagio, lo avrei visto come persona, confrontandomi, rischiando anche di non capirsi, di arrabbiarsi, ma questo avrebbe presupposto un riconoscimento, da parte mia, di lui come persona.

Lavoro con la sofferenza, ma quando questa passa accanto, fuori dallo studio, basta un attimo per giudicare, attaccare, non vedere, girarsi dall’altra parte, sentirsi non responsabili, tutto pur di non ammettere la propria misera impotenza.

Se l’insofferenza verso l’altro è in grado di trasformarsi anche in insofferenza nei propri confronti per un esame critico, che metta in crisi, allora forse posso restituire umanità a entrambi. Scendo, sono arrivato, ma i venti minuti calcolati non basteranno per finire il viaggio cominciato su quel bus.

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http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/22/fidarsi-del-prossimo-o-giudicarlo/3330354/

Messina, lui le dà fuoco e lei lo difende: non è un caso isolato

La vicenda di Ylenia Grazia Bonavera, avvenuta a Messina, lascia senza parole. I fatti sono eloquenti.

Ylenia apre la porta di casa, l’ex fidanzato Alessio Mantineo le getta addosso della benzina, le dà fuoco e scappa. La 22enne viene subito soccorsa, non è in pericolo di vita, anche se riporta ustioni sul 13 per cento del corpo, lo stesso corpo che diventa un campo di battaglia dove fare la conta dei danni riportati.

Ci troviamo, quindi, di fronte all’ennesimo episodio di violenza sulle donne, balzato agli “onori” delle cronache per la gravità del gesto (parola che uso per comodità, ma con fatica, perché presupporrebbe che ci siano violenze più gravi e altre meno) e per la spettacolarizzazione televisiva che ne è stata data. Ylenia, infatti, invitata a Pomeriggio Cinque, il programma di Barbara D’Urso, ha difeso contro ogni evidenza l’ex fidanzato ripetendo quanto già detto appena arrivata all’ospedale: “Non è stato Alessio, sarei una pazza a dire che è stato lui, vero?”.

Fermato dopo una giornata di fuga, Mantineo è stato accusato di tentato di omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà. La Procura messinese ha ribadito che il fermo di Alessio è corroborato da altri elementi di prova, e non dalla fidanzata. Fino a qui i fatti.

Nonostante l’evidenza, la ragazza ha tutto il diritto di difenderlo. Certo, siamo di fronte, probabilmente, a una delle tante donne che non riescono a interrompere, dentro di loro prima ancora che con il compagno, una relazione nella quale la violenza è stata protagonista del rapporto o fatto conseguente alla separazione.

Dire no a una relazione in cui non si sta più bene, non riguarda il semplice allontanamento fisico da una persona, ma principalmente un allontanamento emotivo che ha bisogno di tempo per maturare. In una relazione violenta, questo processo si amplifica: per le violenze subite la donna diventa più vulnerabile, si può sentire in colpa e non smette di provare sentimenti rimanendo all’interno della peggiore delle trappole: continuare a sperare che lui cambi, se lei cambia.

Quanto di meglio ho letto sulla vicenda, lo ha scritto Eretica nel blog pubblicato su questo sito. Quando la blogger afferma che “non puoi legare una donna che vuole tornare dall’ex che la picchia” dice una cosa che, se può risultare scomoda e priva di una logica comune, è verità dalla quale non si sfugge. Non è imponendo qualcosa a una donna che la si mette in condizione di prendere consapevolezza delle imposizioni precedenti. L’abuso non si combatte con un ulteriore abuso mascherato da buonismo o anche abbellito dalle migliori intenzioni, le quali, anche se comprensibili, sono dannose. Ecco perché, a occuparsi di questi temi in ambito clinico, sociale e mediatico dovrebbero essere sempre persone che hanno una formazione adeguata e una reale esperienza sul campo.

Le dinamiche uomo-donna in situazioni di violenza non sono le stesse dinamiche in situazioni in cui non c’è violenza, pensarle simili è sbagliato e pericoloso.

Non puoi legare una donna che vuole tornare dall’ex che la picchia e purtroppo non puoi evitare che l’ex la picchi. Ogni possibile azione di prevenzione e di tutela della donna deve essere operativa ed efficiente e lo stesso ogni possibile azione di prevenzione e contrasto ai comportamenti violenti degli uomini.

Se la donna non si rende conto di quello che sta subendo e trova mille giustificazioni ai comportamenti violenti dell’altro, queste non fanno che aggiungersi alle altre mille che l’uomo trova per giustificare i propri comportamenti, pensando di avere il diritto di controllare, offendere o picchiare la compagna, quando non si comporta come lui crede debba comportarsi; di tornare insieme se lei prova a interrompere la relazione, di punirla drasticamente, se lei si nega e prova a ricominciare un’altra vita. Ogni diritto a lui, ogni dovere a lei. E’ un meccanismo terribile.

Quello che è accaduto a Ylenia è grave, ma è ancor più grave pensarlo come a un caso isolato o pensare che gli atteggiamenti e i pensieri di questa 22enne messinese siano poi così diversi da quelli di molte donne che si trovano coinvolte e intrappolate in relazioni violente.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/13/messina-lui-le-da-fuoco-e-lei-lo-difende-non-e-un-caso-isolato/3313575/

Psicoterapia, distinguiamo tra bisogni dello spirito e disagi profondi della mente

Si parla tanto dei benefici dei libri, non solo leggerli, cosa alla portata di tutti, ma anche scriverli, cosa alla portata di pochi privilegiati che ne hanno la capacità, senza che questo voglia dire che non faccia comunque bene lasciare parole su un pezzo di carta o su una pagina word, senza altro scopo che raccontarsi a se stessi.

Attraverso questo blog, appare il mio amore per i libri e il piacere che la loro compagnia è in grado di procurarmi. Amici e lettori cominciano a chiedermi quanto leggere e scrivere abbia una reale valenza terapeutica, essendo io stesso uno psicoterapeuta di professione, lettore e scrivente (scrittore è un livello superiore) per passione.

Esiste una certa confusione riguardo a quello che può far bene e quello che è terapia. Parlare fa bene, ascoltare fa bene, ma parlare e ascoltare non bastano a fare psicoterapia, se non c’è una formazione e una visione della persona e della salute mentale che sostengano le parole da dire e da ascoltare tra due persone che si relazionano in un chiaro contesto di aiuto.

La parola terapia deriva dal greco “therapeia” e significa cura, guarigione. La terapia implica necessariamente cura – è la sua funzione principale – mentre la guarigione (bisognerebbe intendersi meglio su cosa si voglia significare con questo termine, semplifichiamo e pensiamola come a un’uscita da uno stato di malessere conclamato e duraturo, ndr) può essere uno dei risultati, non necessariamente il risultato. “Guarire” è una possibilità, prendersi cura una certezza, se lo si vuole e lo si sa fare.

La cura permette attenzione nei propri confronti, può aumentare la propria consapevolezza: sapere è il primo passo per agire diversamente e aprirsi al cambiamento. Chiariamo però che cambiare non ha automaticamente valenza positiva perché significa passare a uno stato diverso dal precedente e diverso non equivale necessariamente a migliore. Certo, se si decide di voler cambiare è per migliorare, non per peggiorare, altrimenti uno se ne starebbe tranquillo con i suoi bei disagi. La mente umana, tuttavia, è complessa e interagisce con l’ambiente in toto, difficile avere degli schemi predefiniti validi a tempo indeterminato.

La capacità di cambiare non include quella di farlo in meglio, è solo una possibilità auspicabile. Avere una persona altra da sé e qualificata dà un parametro di riferimento non autoreferenziale, cosa oggi ancor più importante di ieri visto che viviamo in un mondo che ci fa sguazzare liberi tra autoreferenzialità selvaggia e narcisismo a buon mercato.

Non bisogna confondere la psicoterapia con ciò che non è psicoterapia, pur avendo una valenza terapeutica.

La psicoterapia lavora “chirurgicamente” sulla persona, con la persona e per la persona e ha gli strumenti specifici per farlo acquisiti con degli studi mirati.

Leggere e scrivere, proprio come la psicoterapia, sono azioni che vivono di parole e hanno certamente una valenza terapeutica enorme, ma non possono sostituirsi alla psicoterapia. Leggete e scrivete, questo vi farà stare meglio, ma se doveste nutrire un disagio profondo, leggere e scrivere non basteranno, pur continuando a sostenervi e non arrecando alcun danno collaterale.

Ogni cosa che fa bene all’animo e al corpo è terapeutica: la scrittura, la lettura, il ballo, lo sport, il teatro e tantissimo altro. Le passioni salvano da una realtà troppo spesso problematica, difficile da comprendere, frustrante. Le passioni permettono di vivere e resistere alle intemperie della vita, ma qualora si abbatta su di noi qualcosa di troppo invasivo e destabilizzante, è necessario ricorrere all’aiuto di un professionista.

Diffidate di chi vi spaccia per terapia tutto quello che, pur avendo valenza terapeutica o di cura, non lo è e non può esserlo. Se non sta mentendo a voi, nella migliore delle ipotesi, sta mentendo a se stesso.

Soluzioni semplici e a buon prezzo io personalmente non ne ho mai trovate, tempo e fatica sono indispensabili, se aspiriamo a risultati e cambiamenti positivi che possano durare.

La psicoterapia è terapeutica, ma quel che è terapeutico non necessariamente è psicoterapia.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/11/psicoterapia-distinguiamo-tra-bisogni-dello-spirito-e-disagi-profondi-della-mente/3303097/

Libri e lettura: viviamo per leggere, ma non leggiamo per vivere

Cosa differenzia il leggere dal vivere?

1) Quando si legge si vive, ma quando si vive, non necessariamente si legge;

2) Si può leggere per vivere, ma non vivere per leggere;

3) Un libro può racchiudere una vita, ma una vita non può racchiudere un libro.

Se siete come me, perennemente con un libro in mano e almeno una mezza dozzina nella testa, potrei anche fermarmi qui, sapete bene le emozioni date dal leggere, non sono neanche sicuro di saperle riprodurre a parole, ma quello che scrivo lo faccio per me, per restituire ai libri una piccola parte di quello che da loro ho avuto in dono.

Non credo che tutti i libri siano uguali, ma siamo certamente noi a esserlo per loro. Alcuni libri li scegliamo, altri preferiscono essere loro a farlo, un po’ come nei rapporti d’amore in fondo, se l’attrazione è reciproca, si potrebbe parlare di attrazione fatale, voluta dal fato.

Vi è mai capitato, mentre stavate leggendo un libro, di pensare che stesse proprio parlando di voi, della vostra storia, del vostro vissuto, del vostro modo di pensare, del vostro modo di fare? A me capita così tante volte che arrivo a perdermi tra tutto quello che potrei essere, vorrei essere e che, alla fine, sono. Il libro giusto al momento giusto non è altro che la dimostrazione che i libri ci conoscono molto meglio di noi e di tanti altri.

Ogni libro è come un alfabeto, lo scrittore potremmo paragonarlo alla prima delle lettere che lo compongono, ma ce ne sono altre venticinque ed è dalla loro combinazione che nascono infinite possibilità di espressione.

Tra lo sfogliare delle pagine si impara ad amare per la prima volta, un libro di solito viene prima di qualsiasi relazione amorosa (altrimenti, scusatemi, avete davvero avuto un infanzia terribile) solo che, se il primo amore non si dimentica mai, il primo libro forse sì, almeno io non lo ricordo, dopo di lui ho avuto troppe storie, ho cambiato genere, autore, dimensione, colore, non mi sono mai fatto problemi in proposito.

I libri sono diversi dalle persone, ma da queste sono scritti, quindi quel che fanno è prendere il meglio dell’essere umano e dargli contenuto e forma tali da resistere nel tempo. Essi sopravvivono alle persone, insegnano l’immortalità senza che nessun lettore possa mai raggiungerla, un giorno finiranno le pagine della vita di ognuno, solo lo scrittore vedrà sopravvivere qualcosa di sé, è un privilegiato, ma se l’è meritato. Un buon lettore è solo uno scrittore sfaticato o che non vuol lasciare traccia. Mi chiedo se sia nato prima lo scrittore o il lettore molto più di quanto mi sia mai chiesto se sia nato l’uovo o la gallina.

Una categoria da arginare sono i finti lettori, in crescita purtroppo. La cultura è diventata più accessibile a tutti con il web, ma accedervi non è prendervi parte. Ad esempio introdurrei il reato di “citazione di libro non letto”, un comportamento piuttosto comune oggi, centinaia di bellissime citazioni vengono strappate, senza ritegno, dalle loro pagine e buttate, senza difesa alcuna, in pasto ai profili pubblici dei social network. La condanna dovrebbe essere severissima: se utilizzi la citazione di un autore non letto, devi impegnarti a leggere il testo da cui è stata presa. La citazione deve essere uno stimolo alla lettura, altrimenti è solo sfoggio di superficialità.

Leggete e moltiplicatevi, attraverso le storie che leggiamo, non possiamo che immedesimarci con infiniti protagonisti ed è bello fare finta ogni tanto di avere più di una vita. L’unica cosa che compensa la consapevolezza che non potrò mai leggere tutti i libri che vorrei è la compagnia dei libri che ho già letto che, nonostante aumentino, non potranno mai niente, numericamente, contro tutti quelli che ancora sono da leggere, ma se ne fregano e sono lì a lottare per avere il loro spazio.

Chiudo con la Serenity Prayer del Bibliomane Anonimo: Dio (o chi per lui), concedimi la serenità di accettare che non potrò leggere tutti i libri del mondo, il coraggio di non comprare tutti quelli che vorrei e lo spazio dove infilare quelli che ho già.

Buona lettura ovunque voi siate.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/12/16/libri-e-lettura-viviamo-per-leggere-ma-non-leggiamo-per-vivere/3260361/

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne 2016, il cambiamento parte dai singoli

Non è il sentire dell’altro che può ferire, quanto le azioni che, da quel sentire, possono scaturire. Non abbiamo in dotazione manopole in grado di calibrare quel che proviamo, così le sensazioni arrivano come e quando vogliono: bisogna pur fronteggiarle e talvolta scegliamo di farlo nelle forme meno opportune. Sottolineo la possibilità di scegliere perché, se è pur vero che non si scelgono le emozioni da provare, lo si può fare in merito alla loro espressione.

Non è la rabbia dell’altro o la mia che può essere lesiva, ma la sua espressione quando si vuole deliberatamente provocare un danno, ferire, punire.

Agire con violenza, all’interno di una relazione affettiva, significa aver scelto di utilizzare la propria forza per intimidire e indebolire l’altro e significa aver fallito nel riconoscere dignità al proprio sentire. Se si ha necessità di imporlo, non ci si reputa in grado di farci strada da soli verso l’altro, prima vittima di un’azione violenta. Si nega la possibilità di comprendere e di comprendersi: l’altro è il nemico, cela bisogni diversi che non ci si prende il tempo di conoscere, come se ci si reputasse sbagliati solo per il fatto di avere idee, pensieri e sentimenti che possono non coincidere con quelli di chi mi sta intorno. Gli altri e quel che di loro pensiamo spesso divergono, ma ci si ostina a voler far coincidere le due cose.

La violenza di genere è diffusa e trasversale, la cronaca lo ricorda ogni volta che una donna viene ammazzata, non potendo dare la stessa attenzione a tutto quello che avviene nascosto quotidianamente all’interno delle mura domestiche. Quando parlo con gli altri uomini, riscontro una grande difficoltà nel far loro capire come il maltrattamento si nutra di tutta una serie di atteggiamenti e comportamenti che noi spesso applichiamo alle donne, molte delle quali, allo stesso tempo, purtroppo sembrano pretendere quasi un determinato tipo di uomo che abbia anche quelle caratteristiche perché, dal peso della cultura patriarcale nella quale si vive, non sfugge nessuno.

La violenza sulle donne è un reato, probabilmente il reato più a lungo nascosto e giustificato nella nostra storia, un numero altissimo di uomini lo commette e solo una piccola parte di questi viene perseguita e ancora meno sono coloro che si rendono conto delle conseguenze che producono sulle loro partner o ex partner.

Pensare di possedere l’altro è oggettivizzarlo, la prima forma di violenza dalla quale segue tutto il resto. Se voglio bene a una persona, tengo allo stare insieme a lei, tengo al fatto che mi pensi, tengo al fatto che non dedichi, ad altri, attenzioni che vorrei fossero solo per me, ma dovrei tenere altrettanto al semplice fatto che lei sia libera di poterlo scegliere. Quando si impone il controllo, la donna può accettare e rimanere in posizione passiva, per paura o per un insano condizionamento culturale che suggerisce che così deve essere, scambiando l’insofferenza per il giusto prezzo da pagare per non rimanere sola, oppure può ribellarsi e cominciare a pensare alla fuga da un tipo di relazione, in cui i suoi spazi e i suoi tempi non vengono rispettati. Se si cerca di controllare la partner, per timore che possa andare via, si aumentano le possibilità che decida davvero di farlo, a causa di quel controllo, profezie che si autoavverano. Le aspettative sono desideri sporchi di paura.

Purtroppo non è lo scrivere di queste cose che cambierà gli uomini e le donne, non è una lettura che farà la differenza, non è una giornata come il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, per quanto importante. Le donne violate e ammazzate devono costituire uno stimolo di riflessione e di cambiamento prima che vengano violate e ammazzate. Non c’è indignazione che possa competere con il reale rimboccarsi le maniche. Di indignazione siamo pieni ed è forse il motivo per cui l’azione viene rimandata sempre al domani oppure ci si convince debba riguardare gli altri e non noi. Abbiamo bisogno di una volontà, di una visione e di un’azione politica che permetta a tutti coloro che si occupano della violenza di genere di farlo senza ostacoli, a tempo pieno e con le risorse adeguate. E’ la nostra società ad avere le mani sporche di sangue, ancor prima dei singoli individui, ma è dai singoli che deve partire il cambiamento, quando la collettività non ha ancora sviluppato l’autoconsapevolezza necessaria.

da:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/11/25/giornata-internazionale-contro-la-violenza-sulle-donne-2016-il-cambiamento-parte-dai-singoli/3213964/