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Rapporti di coppia, nessuna relazione ha bisogno di violenza per (r)esistere

Ogni violenza per esistere ha bisogno di una relazione, ma una relazione non ha alcun bisogno di violenza per esistere. In ogni coppia troviamo un livello di conflittualità che è in grado di sostenere, superato il quale entra in crisi e una delle possibilità è che l’aggressività di uno dei due prenda il sopravvento sull’altro.

Solitamente è l’uomo a utilizzare modalità violente, in preda alla rabbia; la tentazione di usare la forza per imporsi c’è, ma non esiste solo la violenza fisica e l’aggressività non è solo una componente del maschio. L’uomo è comunque più incline alla violenza perché:

– può farlo in quanto (di solito) è più forte;

– può faticare maggiormente a esprimere le emozioni e questo può implicare un minore rilascio di tensioni rispetto a una donna;

– la rabbia (l’emozione che di solito genera un comportamento violento) viene pensata spesso come maschile e quindi quasi giustificata nei rapporti, quando non addirittura pretesa.

Certo che ogni uomo è perfettamente in grado di porsi in antitesi a questi tre fattori e non dover mai ricorrere a modalità violente. La violenza non è quasi mai un destino ma una scelta, anche se (come collettività) abbiamo il dovere di lavorare ancora tantissimo su tanti aspetti che favoriscono dinamiche conflittuali e violente all’interno delle relazioni tra i generi e non solo.

Un lavoro strutturato e continuativo nelle scuole con i ragazzi – perché imparino non soltanto dai libri di testo ma anche a leggersi dentro e a empatizzare con l’altro grazie ad adulti qualificati – è il miglior investimento che si possa fare oggi.

Talvolta la violenza è un modo altamente disfunzionale e pericoloso di tenere in vita un rapporto che non ha più futuro, se non quello ottenuto con l’imposizione e la paura. Per chiudere un rapporto bisogna ammettere di aver fallito con quella persona, ma bisognerebbe anche capire che fallire in un rapporto non significa fallire nella vita. Più si tarda a chiudere qualcosa, più si tarda ad aprirsi a nuove possibilità.

Per cambiare si passa necessariamente attraverso il dolore. Se le cose non vanno bene nella coppia non si può eliminare il disagio in modo veloce e indolore, ma questo è privo di senso se fa vivere in una situazione di stallo. Paradossalmente il malessere è il più potente fattore di cambiamento. Chi sta bene non ha alcun bisogno di cambiare qualcosa fortunatamente, ma a tutti avviene di dover cambiare qualcosa per stare meno male in situazioni che si riconoscono come difficili.

La violenza è un’opzione che può sembrare inevitabile: si crede di non aver alternative, ci si convince che in fondo, anche se si sbaglia, si ha ragione, ci si difende dall’altro come meglio si può. Altre volte può essere una modalità di interazione acquisita e ben radicata nell’individuo, che la utilizza perché non ha appreso altro che quella. Le motivazioni e le giustificazioni possono essere diverse ma il risultato è sempre la distruzione di uno o più rapporti; non ci sono eccezioni, anche quando chi subisce è poi in grado di ricorrere a risorse ambientali e personali che ne favoriscono la ripresa, i sentimenti verso gli aggressori saranno sempre conflittuali bene che vada.

Riconoscere di aver avuto dei comportamenti violenti e voler cambiare è un percorso ad ostacoli. La strada verso l’assunzione di responsabilità di quanto si compie è lunga e non elimina i danni che sono stati già provocati; ma il proprio benessere si misura forse più per le scelte che compiamo oggi e quindi quello che possiamo ancora cambiare che per le scelte che abbiamo fatto in passato e con cui dobbiamo necessariamente convivere.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/24/rapporti-di-coppia-nessuna-relazione-ha-bisogno-di-violenza-per-resistere/4304511/

Convegno nazionale Relazioni libere dalle violenze, una sfida per il cambiamento maschile

Il 23 e 24 Marzo si svolgerà a Trento il primo convegno nazionale dell’Associazione Relive -Relazioni Libere dalle Violenze, il coordinamento italiano, istituitosi nel 2014, a cui aderiscono molti dei centri che, negli ultimi anni, si sono andati creando per affrontare il lavoro con gli uomini autori di violenza. Il Convegno rappresenta un’importante e unica occasione di confronto e valutazione delle iniziative in atto sul territorio nazionale, a tre anni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul, che individua la rieducazione degli uomini autori di violenza quale parte integrante della strategia per il contrasto alla violenza di genere. Il Convegno è organizzato da Relive in collaborazione con Fondazione famiglia materna, Alfid Onlus e la Provincia autonoma di Trento, in corso di accreditamento Ecm e presso Ordine degli assistenti sociali, Ordine degli avvocati, Ordine degli psicologi e Iprase.

A prendere parte al convegno saranno relatori che, da anni, lavorano per il contrasto alla violenza di genere, nomi conosciuti a livello nazionale e internazionale.

Fare rete e condividere le esperienze più importanti che hanno prodotto dei risultati positivi o, al contrario, hanno evidenziato delle criticità riguardo alla presa in carico degli uomini autori di violenza su donne e minori è alla base di questo storico momento di confronto.

Un punto fondamentale che il convegno, ma l’Associazione Relive in generale, vuole ribadire è che, oltre ad avere delle linee guida comuni e una visione condivisa della violenza di genere, bisogna fare arrivare, alle istituzioni e a chiunque si affacci all’argomento, la specificità del lavoro con l’uomo autore di violenza.

Recenti e meno recenti fatti di cronaca rendono evidente che siamo in grossa difficoltà a riconoscere la violenza e i suoi pericoli, quindi gli operatori e le operatrici necessitano di una formazione specifica sul maltrattamento domestico perché questo non sfugga anche a tanti professionisti preparati e in gamba, ma che, senza aver sviluppato sensibilità e strumenti adeguati, possono sottostimare delle situazioni in cui donne e minori sono a rischio.

Rendere visibile l’invisibilità di cui si nutre e in cui prolifera la violenza di genere è un obiettivo fattibile a patto che istituzioni e professionisti si rimbocchino le maniche e ci sia una reale volontà politica verso il cambiamento, in modo che tragedie annunciate si verifichino sempre meno.

La libertà degli uomini passa necessariamente e ineluttabilmente dalla libertà delle donne.

Vi aspettiamo a Trento, chiunque desideri maggiori informazioni può rivolgersi alla segreteria organizzativa comunicazione@famigliamaterna.it

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/15/convegno-nazionale-relazioni-libere-dalle-violenze-una-sfida-per-il-cambiamento-maschile/4215597/

Masochisti dei sentimenti, quando una storia finisce chiedetevi com’era iniziata

Diamo troppa attenzione alla fine di un rapporto, ne dessimo altrettanta al suo inizio, ci risparmieremmo molte prevedibili chiusure. La prevedibilità è uno degli affari più complicati che io conosca.

Quando una storia si chiude, non è quasi mai una passeggiata, solitamente chi ha lasciato se la passa meglio di chi è stato lasciato, ma si trova spesso a fronteggiare quella sensazione di solitudine e di aver perso tempo, tipica dell’elaborazione di una separazione. Il dispiacere per l’altro è presente, se la relazione è stata significativa, ma gestibile, quando l’altro accetta la chiusura senza eccessivi colpi di coda. Se si viene lasciati, il dolore, la rabbia, il rancore possono essere più difficili da contenere. Elaborare un fine rapporto non è scontato, quello che però spesso manca è l’elaborazione del suo inizio, di quando, come e perché il tutto è cominciato.

A quanti è capitato di chiudere una storia, pensando di essere arrivati esattamente alla conclusione che ci si aspettava? Sono convinto che non siete in pochi. C’erano già dei segnali significativi che qualcosa non andava, ma questo non ha costituito un freno, quasi come se godessimo nel darci ragione di stare a fare tutto ciò che, in un secondo momento, potremmo, a buon ragione, considerare sbagliato. Una sorta di masochismo relazionale innato perseguita molti di noi. Prevedere la drammaticità in una relazione è un po’ come pregustarla e sembrerebbe non avere peso alcuno nel prevenirla.

L’amore lo ricerchiamo con lo stesso impeto con cui bramiamo il dolore, amiamo soffrire per un qualcosa che, se fosse così facile da raggiungere, non avrebbe poi tutto il valore che vi attribuiamo.

La realtà tragica è che il malessere ci fa sentire più vivi del benessere, lo stare male ci fa raggiungere profondità che lo star bene non potrà mai darci. Il parametro di chi siamo e cosa vogliamo ce lo dà l’insoddisfazione molto più dell’appagamento. Siamo esseri complicati e l’amore è un affare complicato.

La sfida con il mondo non è altro che la sfida con noi stessi, l’avversario ci conosce, ci precede e ci segue contemporaneamente e chiunque vinca perde ugualmente. A volte innamorarsi è come dichiararsi guerra.

La logica non è amica nelle questioni di cuore, ma non dobbiamo farcela necessariamente nemica, una posizione di neutralità sarebbe auspicabile.

Vogliamo dall’altro che risponda alle nostre aspettative, ma se vi aderisce non ci dà modo di confrontarci con esse e capire se sono realistiche, se siamo disposti a disfarcene, a cambiarle o a difenderle senza eccezioni e dall’altro ricerchiamo soprattutto che sia in grado di metterci in discussione, altrimenti perdiamo interesse.

La verità è che la coppia è molto più dei due singoli individui che la compongono, ma i due individui che la compongono sono anch’essi molto più della coppia a cui il loro stare insieme dà vita.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/15/masochisti-dei-sentimenti-quando-una-storia-finisce-chiedetevi-comera-iniziata/4156321/

Molestie sessuali, cosa c’è di pericoloso nella posizione di Catherine Deneuve

Corteggiare e importunare hanno in comune la volontà di entrare nella sfera d’intimità dell’altro, scaturita da un desiderio di natura sessuale. Nel primo caso, si è in grado di gestire un rifiuto, nel secondo non si riesce ad accettarlo, talvolta, neanche a percepirlo, bloccando l’elaborazione necessaria a porre un limite ad qualcosa che diventa lesivo della tranquillità di coloro a cui rivolgiamo l’attenzione. La paura del rifiuto, seppure con modalità diverse e con presupposti diversi, rischia di paralizzare o innescare dinamiche disfunzionali, sia negli uomini che nelle donne, e spesso lo fa senza guardare in faccia nessuno.

Gestire un rifiuto rimane per un uomo un ostacolo, mina il suo stesso essere tale, ha appreso che gli uomini, per essere tali, ottengono dei risultati, mentre una donna ha appreso che, per essere accettata, non (si) deve rifiutare. Permettetemi questa semplificazione, ha ovviamente le sue eccezioni. Molto clamore e molta discussione stanno nascendo dopo il caso Weinstein e quello che ne è seguito e le parole di Catherine Deneuve e delle altre firmatarie dell’appello sul giornale francese Le Monde e quello che ne sta seguendo.

Credo che, comunque la si voglia pensare, la Deneuve raccolga e faccia sua una buona parte del malessere maschile circolante, in merito a queste vicende, il che non è necessariamente un male, in quanto intercetta dei pensieri e dei sentimenti maschili reali con cui bisogna confrontarsi, senza subito delegittimarli, per quanto scomodi e in parte dettati probabilmente da un retro pensiero patriarcale.

Se è vero che l’uomo non può più riproporre certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non ancora appreso delle alternative valide. Se è vero che la donna non può più tollerare certi atteggiamenti e certi comportamenti, è anche vero che non sempre ha ancora la possibilità di rilevarli e denunciarli nelle modalità più opportune. Una certa confusione mista a rabbia e paura è comprensibile e inevitabile, ma non va fomentata, altrimenti riproduciamo gli stessi meccanismi che proviamo a sradicare. Esistono delle regole relazionali generali per lo più condivise, anche se non scritte, ma anche delle regole relazionali di due specifiche persone che non necessariamente coincidono con le generali.

Tutto questo non toglie nulla al fatto che non si possa più fare finta che certi soprusi non avvengano e che bisogna abbassarne, quanto più possibile, la soglia di tolleranza, affinché vengano smascherati ogni volta che vengono riproposti.

Se una cosa esiste, la si affronta, così come la violenza di genere e il sessismo esistono e vanno affrontati. La metodica deve essere la stessa per tutti, usare parametri diversi significa non aver compreso da dove nasce in origine la violenza, ossia dall’incapacità di ascoltare e dall’impossibilità di sentirsi ascoltati. Non nego di aver pensato, vedendo i vari commenti e dibattiti in giro, che, ancora una volta, per un problema degli uomini (la violenza sulle donne) sembrano essere le donne coloro che si fanno maggiori domande, ma che purtroppo arrivano talvolta anche a contrapporsi fortemente.

Il vero cambiamento nasce dal non sentire la necessità di rispondere a quel che si vive come un’aggressione, in modo aggressivo, farsi esempio di gestione della rabbia, anche quando questa legittimamente straborda. Deneuve dichiara: “Lo stupro è un crimine. Ma tentare di sedurre qualcuno in maniera insistente o maldestra non è un reato, né la galanteria è un’aggressione del maschio. Noi difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”.

Ecco il passaggio che lancia un messaggio sbagliato e pericoloso: “la difesa della libertà di importunare”. Importunare e corteggiare sono due cose diverse, non si può trattarle alla stessa stregua. Il tentativo, non credo intenzionale, di confonderle denota la difficoltà che abbiamo, in questo momento, di fare distinzione tra il lecito e l’illecito.

Il corteggiamento non ha bisogno del consenso, perché venga espresso un si o un no, bisogna fare la richiesta. Il sì permette di continuare a mostrare sempre maggiore interesse, il no non permette che questo accada e dovrebbe costituire uno stop netto. L’andare avanti con un no è molestia e non è un diritto di nessuno, parlare di libertà di importunare è indispensabile non alla libertà sessuale, ma alla legittimazione della violenza sessuale.

E se molti uomini dichiarano di non capirci più granché o che le donne dicono no, ma in realtà intendono si, rispondo che questo non giustifica comunque il riproporsi con modalità via via più insistenti e invadenti. Credo che, se due persone vogliono conoscersi e frequentarsi, questo succede e basta. L’essere umano può essere ambiguo e anche emozionalmente confuso, gli stessi codici comportamentali sono soggetti ai tempi e agli stati emotivi che cambiano in ognuno di noi, ma nella forzatura e nell’insistenza dubito ci sia qualcosa di funzionale. Interagire con l’altro non nasce come una forma di violenza, ma come una forma di comunicazione, il violare ne è un possibile disfunzionale risultato.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/14/molestie-ancora-una-volta-sono-le-donne-ora-francesi-porsi-domande-per-un-problema-degli-uomini/4091056/

Relazioni di coppia, sappiamo davvero cosa funziona e cosa no?

Sappiamo sempre più cose delle relazioni che non funzionano, ma conosciamo ancora troppo poco delle relazioni che invece funzionano. E’ una caratteristica abbastanza comune, nell’essere umano, quella di concentrarsi su quello che non va, anziché guardare a quello che, tutto sommato, procede bene. Toglieteci tutto, ma non la possibilità di lamentarci, a torto o a ragione non importa, qualcosa di cui dolersi si trova sempre, senza dover faticare troppo.

Sappiamo che saper riconoscere una relazione che non funziona è un processo che raramente è immediato, ci vuole tempo. Se una relazione funziona, dovrebbe essere dimostrato dal semplice starci, qualcuno potrebbe pensare, ma quanti si incaponiscono a stare insieme anche quando le cose non vanno, oppure vi rimangono per abitudine o paura della solitudine? Lo stare insieme non può essere considerato un buon parametro per sapere che la relazione va bene, dobbiamo considerare il come si sta, la qualità dell’essere in due.

Una relazione funziona se si sta bene, ma stare bene non significa non litigare, non arrabbiarsi, non fare degli sbagli, non avere idee diverse, il tutto però deve essere sentito, da ognuno dei due membri della coppia, come un qualcosa che non snatura se stessi, un qualcosa in cui è possibile un compromesso e non un annullamento dell’altro, di quello che prova e che pensa.

In una relazione in cui si sta bene si può paradossalmente permettersi di stare male, mentre in una relazione in cui si sta male non ci si può ormai più permettere di stare bene. Una relazione funziona quando non si avverte il bisogno di cambiare l’altro, questo si azzera in favore della possibilità più concreta e fattibile di cambiare me di fronte a lui, si comprende che si è l’unica persona su cui si ha una reale possibilità di intervento e può significare anche decidere di terminare il rapporto, si prende atto che non viene soddisfatto quello che si sta cercando.

Cosa posso cambiare di me per aiutare l’altro ad accorgersi maggiormente di quello di cui ho bisogno, senza che questo costituisca un tradire quello che sono e quello in cui credo? Fino a che punto posso spingermi in tale direzione, senza sentirne un peso eccessivo o provare impotenza? Non sono domande alle quali è possibile rispondere con la testa, bisogna sapersi leggere dentro senza troppi filtri. L’ammettere di stare male porta a un cambiamento, negarlo è accanimento terapeutico autoinflitto.

Ogni relazione è molto più della somma dei due singoli individui che la compongono e molto meno delle aspettative che la alimentano. Le relazioni, non solo quelle di coppia, sono il più potente fattore di cura che io conosca, ma al contempo anche ciò da cui si generano i nostri disagi più profondi. Una relazione è una delle possibilità che la vita mi dà di esprimere quel che sono, quel che sono può cambiare, ma quel che cambia non può essere diverso da quel che sono.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/12/26/relazioni-di-coppia-sappiamo-davvero-cosa-funziona-e-cosa-no/4045342/

Violenza sulle donne, il primo nemico è la rabbia degli uomini. Anche di quelli non violenti

Esco da questo 25 Novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, con due importanti considerazioni. La prima è che ormai si parla con sempre maggiore interesse, attenzione e capacità al fenomeno della violenza di genere. Ancora tantissimo il lavoro, ma i centri antiviolenza urlano forte la loro voce, i centri per autori di maltrattamento si diffondono sul territorio e si coordinano, la gente comune comincia a capirne qualcosa, al di là degli scoop mediatici, e la politica, a modo suo, prova a fare su un argomento che non può più essere preso sottogamba. Ripeto, non è abbastanza. Le troppe donne abusate quotidianamente sono lì a ricordarcelo, ma qualche passo in avanti lo stiamo facendo. Se fino a poco tempo fa, i media parlavano del 25 Novembre relegandolo tra le ultime notizie o a trafiletti, oggi ne danno notizia in apertura delle loro testate.

La seconda considerazione che faccio riguarda invece gli uomini. Parlo con molti di loro, professionalmente e non, ed escludendo una minoranza sensibilizzata, ascolto discorsi che mi fanno capire quanta incomprensione ci sia rispetto al messaggio che noi del settore cerchiamo di veicolare. Esiste una rabbia latente pronta a venire fuori alla prima occasione, questo è preoccupante e mi spaventa, non stiamo riuscendo a far passare il contenuto che vorremmo.

Moltissimi uomini, come risposta al diffondersi della consapevolezza della violenza sulle donne, si lamentano del fatto che nessuno parli della violenza delle donne o che ormai bisogna stare attenti a tutto quello che si dice a una donna o a come la si approccia, lo fanno con livore e sprezzo. E’ vero che bisogna parlare della violenza delle donne, pur con le dovute distinzioni, e che la violenza è condannabile sempre, indipendentemente dal sesso, come è vero che bisogna quantomeno cercare di stare maggiormente attenti, quando ci si approccia a una donna, a non invaderla, infastidirla, spaventarla e accettare il fatto che non è interessata (imparassimo ad accettare il rifiuto, a comprendere che non è un parametro accettabile per farci sentire uomini o meno uomini..)

Il problema è che gli uomini, senza volerlo, perché il merito di questo va esclusivamente alla caparbietà e al coraggio delle donne, sono con i riflettori puntati addosso come non lo sono mai stati, abitudini e consuetudini accettate e consolidate (vedi il caso Weinstein e tutto quello che ne è seguito) stanno esplodendo in faccia a coloro che le hanno applicate senza che ci sia una reale consapevolezza di quello che si è fatto. Ci si allerta e ci si preoccupa delle conseguenze, ma non si arriva a comprendere il significato dei comportamenti che ne sono stati causa.

Ho sentito uomini parlare in pubblico della violenza sulle donne diversamente da come ne hanno poi parlato in privato. Si mantiene una faccia a livello sociale, ma a livello personale e relazionale la si getta alle ortiche. Avverto chiaramente la rabbia degli uomini ed è facilmente dimostrabile andando a vedere i commenti che verranno fatti, da uomini, a questo stesso post, come le altre decine e decine fatte ad altri post miei o di chiunque altro affronti le tematiche di genere. Per dirne una.

Non ci siamo, il nostro messaggio deve essere chiaro e dirompente, ma nello stesso tempo accogliente. Non tutti gli uomini sono violenti, ma fanno parte di un sistema, io per primo, che permette la violenza e il sessismo, nessuno vuole proclamare la santità del genere femminile, ma una donna, oggi, non è ancora libera di camminare per strada di sera in una strada secondaria come lo potrebbe essere un uomo. Sempre per dirne una.

Impegniamoci non solo per parlare degli uomini, ma anche per parlare con gli uomini, non so ancora esattamente come, ma la strada deve essere quella e dobbiamo ragionarci insieme. Puntare il dito non è mai servito a nulla, se non a crescere quella stessa rabbia che finisce in violenza.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/28/violenza-sulle-donne-il-primo-nemico-e-la-rabbia-degli-uomini-anche-di-quelli-non-violenti/4005290/

Violenza sulle donne, gli effetti indelebili del maltrattamento domestico

Assumersi le responsabilità delle proprie azioni passa inevitabilmente dall’accettarne le conseguenze. Nelle situazioni di maltrattamento domestico, gli autori compiono spesso un faticoso percorso per capire le loro responsabilità, ed è tramite gli effetti della violenza su chi sta loro vicino e di cui riescono a rendersi conto che possono muovere il primo passo per chiedere un aiuto, comprendono, a qualche livello interiore, di esserne la causa.

Prendere consapevolezza del maltrattamento però non lo cancella, anzi rende tutto più difficile, capito il problema non ci si può più nascondere in alcun modo e bisogna intervenire esclusivamente su sé stessi, abbandonando l’illusione che debba essere la donna a cambiare qualcosa, eventualmente lo farà come risposta a diverse modalità di interagire del compagno.

La donna non dimentica, non può dimenticare e non deve dimenticare e lo stesso vale per i figli, qualora la violenza sia agita anche su di loro in forma diretta o assistita.

La difficoltà di molti uomini non risiede tanto nel comprendere la gravità di quanto possono aver commesso, ma nell’accettare che gli effetti prodotti possono rimanere a lungo, non scomparire mai completamente e riattivarsi al primo momento di tensione, anche se non è più presente l’intenzione di ripetere atteggiamenti e comportamenti aggressivi. Se non accettano questo, non fanno altro che far rinascere la propria rabbia, perché frustrati, aumenta così il rischio di spaventare nuovamente la donna, quando non di farle del male, si crea terreno fertile per le vecchie dinamiche. Non esistono vie d’uscita comode, la responsabilità e gli effetti della violenza rimangono sempre. Questo non toglie che sia ancora possibile una vita relazionale funzionale e senza violenza, bisogna non avere la pretesa che la donna cancelli quanto ha vissuto e che qualcosa, in lei, non si possa riattivare.

Ogni sforzo dell’uomo deve andare nella direzione di un cambiamento di atteggiamento e di comportamento, in nessun caso l’obiettivo deve essere far dimenticare il maltrattamento, volerlo non è altro che l’ennesimo tentativo di far soccombere i bisogni della donna o dei figli di fronte ai propri.

Cambiare si può, ma è necessario accettare che non bisogna mai scordare quello che ha costituito la motivazione a farlo, ossia un disagio presente nei propri affetti più cari e che spesso è lì a ricordare non solo il danno fatto, ma quello che non si vuole più fare.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/25/violenza-sulle-donne-gli-effetti-indelebili-del-maltrattamento-domestico/4000188/

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui

Uno stereotipo di genere ha bisogno di te per sopravvivere, ma tu non hai bisogno di lui per vivere, solo che non lo sai e gli permetti di condizionarti impunemente nella vita di tutti i giorni.

Nella quotidianità delle relazioni intime tra uomini e donne, tante sono le cose che ci si sente obbligati a dimostrare, in primis l’essere abbastanza uomo e l’essere donna. Poco comune il parlare dell’essere abbastanza donna, una donna è considerata tale a prescindere di solito, difficilmente viene accusata di non esserlo, al massimo si crede che vada forzata ad essere come un uomo si aspetta che lei debba essere.

Per un uomo è più facile credere che non lo sia “abbastanza”, deve dimostrarlo, una donna non deve, le viene richiesto di aderire a quei comportamenti che fanno in sostanza sentire l’uomo abbastanza uomo. Come se non ci fosse neanche spazio, non solo sociale e culturale, ma mentale, per pensare a una donna che non aderisca all’essere donna che la cultura patriarcale le ha creato e imposto.

Sarebbe bello non dover dimostrare niente che non sia già nella dinamica di un incontro tra un uomo e una donna, ma raramente ci si riesce. Gli stereotipi creano delle aspettative, uomini e donne sono fatti in certo modo e le loro interazioni devono confermarlo, altrimenti ci si sente spaesati, frustrati, persi, arrabbiati.

Le differenze sono importanti, non tutto è stereotipo, ma talvolta sembra che lo stereotipo sia tutto. Nelle relazioni viene negato uno spazio mentale e temporale per differenziare, fare la differenza tra quello che si vorrebbe realmente e quello che si è appreso bisogna volere per essere accettati da tutti.

Differire permette di porre dei limiti, il limite mi consente di fermarmi e tornare verso di me e quindi apre alla possibilità di ripensarmi. Quello che vedo dell’altro, o meglio come lo vedo, può darmi più informazioni più su di me che sull’altro. Il come gli uomini vedono le donne dice molto non del loro essere uomini, ma di che uomini vogliono essere. Mi riconosco in un genere nella misura in cui non mi riconosco nell’altro.

Educare alle differenze significa prendere atto che esistono e riguardano, atteggiamenti, comportamenti, modi di pensare, di vivere le emozioni e interagire tra di noi.

Il bisogno di cambiare l’altro è proporzionale all’incapacità di cambiare sé stessi, più voglio che l’altro cambi, più sto evidenziando che io non sono in grado di adattarmi. Anche l’adattarsi ha dei limiti certo, è per questo che le relazioni possono nascere, ma anche terminare e va bene così.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/25/uno-stereotipo-di-genere-ha-bisogno-di-te-per-sopravvivere-ma-tu-non-hai-bisogno-di-lui/3931761/

Asia Argento vittima di Weinstein, sante non ne esistono. Ma certe logiche devono cambiare

“Ho cambiato lavoro e ambiente appena se ne è presentata l’opportunità, ero stufa di essere una bionda in mezzo a tanti uomini e di dover fare il doppio della fatica per ottenere qualsiasi cosa, cercando poi di scavalcare le innumerevoli e continue avances sessuali“.

A pronunciare queste parole, una mia cara amica, pochi giorni fa. Fidatevi che sono vere, anche se, per ovvi motivi di privacy, non aggiungo ulteriori elementi al racconto. Purtroppo, credo che di quanto ho appena scritto si fideranno più le donne che gli uomini, ma ciò è parte integrante di quello di cui stiamo parlando. Come uomo, non mi è mai capitato di dover dimostrare di valere più di una donna perché ero uomo. E, lo ammetto, di avances sessuali nemmeno l’ombra. Su quest’ultimo punto, io ci posso anche ironizzare un minimo, come ho appena fatto, sono un uomo e mi è consentito, abusi di potere ne ho ricevuti, ma non collegati al mio essere uomo, mentre tanti degli abusi che le donne ricevono hanno a che fare con il loro essere donne.

Poi capiamoci, sante non ne esistono e non ho intenzione di crearne, ma questo non toglie che gli uomini godano di certi privilegi a livello sociale e culturale, non sempre necessariamente all’interno delle relazioni affettive, io per primo ho conosciuto donne dalle quali sono scappato a gambe levate.

Nonostante sappia perfettamente che certe cose accadono, quando me ne parlano quasi non ci credo. Sarò ingenuo probabilmente, ma faccio quello che faccio perché sono convinto che certe cose possano e debbano cambiare. E mi dimentico che lavoro solo su un’infinitesima parte del problema. Lì fuori, le cose vanno avanti come sempre e se non c’è un impegno consapevole e collettivo non cambieranno.

Non è un paese o forse un mondo per donne, ma le donne ne sono parte integrante e produttiva e noi uomini dobbiamo conviverci, viverci insieme, questo mondo o paese è tanto nostro quanto loro.

Ho scritto questo, prendendo spunto dalla vicenda che coinvolge il regista Harvey Weinstein e l’attrice Asia Argento. Da quanto esce fuori finora, Asia Argento si è sentita obbligata, nel lontano 1997, ad avere rapporti sessuali con Harvey Weinstein per cui stava lavorando. La paura era che il non acconsentirlo avrebbe danneggiato la sua carriera. L’ attrice pensa di aver permesso quanto ha subito e molti possono essere portati a credere che, in fondo, è quello che ha fatto. Da quei rapporti sessuali ha avuto dei vantaggi e non sembra essersi ribellata più di tanto. Magari non le andava, ma alla fine ha accettato, tanto che parla di sesso consenziente, dopo le prime esperienze.

Molte vittime, di fronte ad un abuso, hanno il pensiero di averlo permesso e quindi accettato. Se ne sentono responsabili e da qui nasce il senso di colpa che va a rinforzare e giustificare l’abuso stesso, permettendo anche il reiterarsi degli episodi di violenza. Chi abusa è in una posizione di forza o fisica o psicologica, spesso entrambe, e gioca sul “condividere” quanto ha fatto con la vittima. Se si convince l’abusato che pecca nello stesso identico modo di chi abusa, allora la colpa è di entrambi, meglio tacere, non parlarne, da qui il segreto che caratterizza le forme di abuso sessuale e che le rende spesso invulnerabili.

Le pressioni che subiscono le donne, in tanti contesti, non le immaginiamo, noi non solo non le viviamo, ma ne siamo gli autori, dovremmo confrontarci con tutto quello che non riusciamo ad ottenere, se non con la forza, e quindi ammettere la nostra debolezza. E’ umano che se una donna piace, un uomo possa provare attrazione e mostrarle interesse, ma ha imparato a farlo a prescindere dai contesti, quando non approfittandosene.

Accettare un no è ancora troppo difficile, se lo facciamo è come se fossimo meno uomini e allora niente ci fa sentire più uomini che imporre qualcosa. La superiorità della donna non esiste, se non come paura dell’uomo, così come la superiorità dell’uomo non esiste, se non travestita da costrizione. La natura ci ha voluti entrambi e ancora adesso, a distanza di tantissimo tempo, ci permette di esistere solo se siamo insieme.

Il fatto che alcune donne “accettino” di avere dei rapporti sessuali con uomini in posizione di potere non toglie che quegli stessi uomini usino quella posizione per avere qualcosa che altrimenti non otterrebbero. E il fatto che alcune donne possano anche cercare di arrivare prima a far carriera, offrendo il proprio corpo, non toglie nulla al fatto che queste donne hanno imparato a ragionare così, a conoscere cosa vogliono e pretendono da loro gli uomini. E tutto questo non toglie nulla al fatto che tante donne non accettano e non cercano proprio nulla dagli uomini, ma da essi vengano costretti, come vari fatti di cronaca recente purtroppo ci ricordano.

Troppe volte, quello che una donna sceglie è solo quello che la società ha già scelto per lei.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/10/12/asia-argento-vittima-di-weinstein-sante-non-ne-esistono-ma-certe-logiche-devono-cambiare/3908531/

Psicoterapia, la salute mentale non è assenza di malessere, ma la sua presenza consapevole

E il settimo giorno Dio, prima di riposarsi, avendo un po’ la coscienza sporca, creò la psicoterapia e vide che era cosa buona e giusta. Non me ne vogliate, se utilizzo con ironia un famoso passo della Genesi, sono convinto che, eventualmente, anche lassù faranno un sorriso e che le fiamme dell’inferno mi saranno risparmiate, almeno per questa volta, o almeno per questo motivo.

Alzi la mano chi non è mai andato in terapia! Caspita siete in tanti! Dovreste andarci solo per chiedervi come mai non ci siete ancora stati. Certo che sono di parte, ma di entrambe le parti, quella del terapeuta e quella del cliente, fortuna riservata a pochi che hanno scelto non solo di sorbirsi i problemi della vita come tutti, ma di trovarvi anche le motivazioni e di accogliere quelli degli altri. I punti interrogativi non mancano nella vita, li spacciano come segni di interpunzione, ma in realtà sono stati mentali a tutti gli effetti. Potreste giustamente pensare che scegliere di non farseli bastare sia un chiaro segno di disagio.

Lungi dal pensare che gli psicologi scoppino di salute mentale, se ben formati, è proprio attraverso il loro malessere che riescono ad aiutare l’altro e a dare un senso al proprio. La salute mentale non è assenza di malessere, ma la sua presenza consapevole. Ogni relazione è un rischio e quello del terapeuta è il mestiere più rischioso al mondo.

Si smetta di pensare alla psicoterapia come un rimedio esclusivamente per la patologia. Certo tenta di esserlo, ma la sua funzione non è solo in questo perché la psicoterapia è potenziamento delle proprie risorse e capacità di riflessione, qualsiasi siano le basi di partenza, nel momento in cui esiste la motivazione a mettersi in gioco e a potersi pensare diversamente, farsi altro nella mente per poi farsi altro nei rapporti interpersonali.

La psicoterapia lavora con il patologico, ma non patologizza ogni cosa che tocca. Sebbene sia di supporto nelle situazioni più tragiche, in esse non trova il suo esclusivo campo di intervento. Queste sono state una buona palestra: saper sollevare 100 kg non significa che non si sia più in grado di sollevarne 10 o che non sia necessario.

Una certa dose di malessere è inevitabile nella vita di ciascuno. Tante volte lo fronteggiamo da soli, a volte è gradito un supporto da parte chi ci vuole bene, altre volte ancora si chiede un aiuto professionale e tutte e tre le situazioni vanno bene, costituiscono delle risposte sane a delle difficoltà. Non chiedere aiuto, quando se ne ha bisogno, può rappresentare una soluzione peggiore del problema che ci affligge. La solitudine, quando non voluta, annienta.

Le possibili resistenze nel chiedere una mano non sono mai immotivate, l’ambiente in cui si è vissuto non sempre tutela. Molti problemi nascono da esperienze passate e nessuno garantisce che le nuove possano essere diverse dalle precedenti. Ecco perché fa la differenza come si reagisce alle situazioni più che le situazioni stesse. Non ho potere sulla realtà esterna, ma ho potere su di me.

L’intervento psicologico è una stampella che consente di camminare, quando le gambe da sole non lo consentono. Quando però, si è perfettamente in grado di muoversi, può costituire un buon paio di scarpe che migliorano e rendono comodo e agevole arrivare a delle mete che raggiungeremmo anche scalzi, ma meno velocemente e con qualche callo. E perché fermarsi a delle buone scarpe? Per qualcuno la psicoterapia è la propria Ferrari: non darà il prestigio sociale della vettura reale, ma fidatevi che il prestigio mentale vi fa vivere meglio.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/08/29/psicoterapia-la-salute-mentale-non-e-assenza-di-malessere-ma-la-sua-presenza-consapevole/3820868/