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Intolleranza e narcisismo, quando il confronto cede il posto all’affronto

La capacità di tollerare il pensiero altro da sé è una delle più alte forme di intelligenza, il resto è solo rabbia e livore a buon mercato. La politica e i social network ne sono un buon esempio, anche se – mentre i social network sono giustificati dall’accogliere chiunque al loro interno – ci si aspetterebbe dalla politica una selezione migliore, ma non sempre così è. La costante divisione in schieramenti permette alle convinzioni di degenerare e le persone non ragionano con le idee e i fatti, ma con l’autoreferenzialità e l’ideologia. Quanti articoli, ad esempio, vengono commentati in base al titolo senza che ci sia dietro una lettura attenta dei contenuti? Tanti, troppi!

Quando la politica si fa anche sui social network, assistiamo spesso al peggio del narcisismo e dell’intolleranza umana. Tollerare significa che accetto che l’altro possa avere un’idea diversa dalla mia, senza che questo implichi che la debba accettare, ne accetto solo la diversità, evitando di ergermi a detentore di verità assolute. Tollerare è una scelta, accettare, il più delle volte, significa più semplicemente trovarsi d’accordo. Il confronto cede il posto all’affronto. La nostra è un’epoca nella quale – nonostante il bombardamento di stimoli e le molteplici possibilità di conoscenza accessibile – quando due o più persone si confrontano invece di arricchirsi vicendevolmente, guardare la stessa cosa sotto punti di vista diversi, preferiscono accusare, offendere, non ascoltare.

L’incontro con l’altro sembra avvenire solo per assonanza, quasi mai per dissonanza, con tanti saluti alla tolleranza appunto. Accetto dell’altro solo quello che egli riflette di me. Questo limita la crescita intellettuale, ma anche emotiva (le emozioni vengono immediatamente scaraventate sull’altro senza che vi sia prima una loro elaborazione/gestione e l’altro è facile risponda allo stesso modo). Quanto si vede di diverso, invece di attirare, spaventa. Da qualche parte abbiamo imparato che dobbiamo avere ragione e per ottenerla siamo disposti a smettere di usarla.

Una società che non si sa incontrare è una società fatta di individui soli. La collettività è una forma senza sostanza ed ecco perché invece di godere di un bel tramonto sono lì a fotografarlo, postarlo e aspettare like e commenti. I vuoti relazionali vengono colmati dal virtuale, così la solitudine la sento, ma non la vivo veramente. L’inganno è sublime. Prendiamo l’estetica, quanto questa sia sopravvalutata. Il complimento più facile e più gettonato è sempre “sei bello/a”, anche quando belli non si è. Nessuno dice con la stessa semplicità “quanto sei intelligente”, anche quando intelligenti non si è. Elargendo bellezza a destra e manca il risultato è un paradosso a quanto affermato dianzi, ossia sottovalutarla.

Privati del contenuto ci aggrappiamo alla forma, erigiamo una fortezza inespugnabile, ma di essa ci rimane la chiave del portone di ingresso e quindi sta solo a noi accorgerci della ricchezza dell’altro, quando è diverso da noi. Nella diversità dell’altro, oltre ad incontrarlo, incontriamo la nostra stessa immensità.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/03/intolleranza-e-narcisismo-quando-il-confronto-cede-il-posto-allaffronto/4726282/

L’ansia anticipatoria non serve a nulla, ma lei non lo sa

L’ansia anticipatoria non serve a nulla, ma lei non lo sa e ama interporsi tra noi e il quieto vivere ogni volta che le è possibile. Possiamo chiamare ansia anticipatoria quell’agitazione dovuta al pensiero di eventi che si verificheranno o potrebbero verificarsi in futuro e di cui, di solito, non abbiamo il controllo, ci si preoccupa per una possibilità senza avere la certezza che questa si realizzi, la sola ipotesi è sufficiente a scuoterci. Solo il futuro ci confermerà, o meno, l’avverarsi di un evento, dovrebbe essere inutile sprecare in ansia l’intervallo di tempo tra il presente e quell’evento stesso, ma la maggior parte di noi ama vivere sul filo del rasoio, mettiamola così. L’essere umano è il miglior generatore d’ansia presente sul mercato, sicuro, preciso e affidabile.

Ricordo di un mio amico che mi confidò come risolse, dopo svariato tempo in cui non ne veniva a capo, i suoi attacchi di panico e l’ansia che gli provocava il pensiero che potessero presentarsi in qualunque momento, anche i meno opportuni e più rischiosi, mi disse che si arrese. Se qualcosa di brutto gli doveva succedere, a causa di un attacco di panico, non aveva il potere di prevenirlo qualsiasi cosa facesse o pensasse, quindi tanto valeva continuare a vivere come aveva sempre fatto, non avrebbe sprecato il tempo, tra il presente e quello che gli sarebbe potuto succedere, preoccupandosi ancora per ciò che gli era impossibile controllare. Questo cambio di prospettiva fu rivoluzionario, smise di aver paura, accettò quello che poteva venire, anche di male, e non ebbe più attacchi di panico. Quante psicoterapie e analisi ci risparmieremmo, se la razionalità potesse farsi maggiormente spazio nel nostro mondo emotivo, ma è pur vero che la ragione senza il sentimento ci annoierebbe.

Chiariamo: l’ansia è sana e protettiva, tanto da essere data in dotazione a ognuno sin dalle prime fasi della vita, è solo il suo eccesso a essere deleterio. L’ansia ci avverte che qualcosa non va e che quindi bisogna correre ai ripari, se ho un esame tra pochi giorni è normale che sarò ansioso, a essere maggiormente problematico è un eccesso d’ansia. Se arrivo all’esame preparato, l’ansia non sparirà completamente (è stata inoltre positiva nella misura in cui mi ha incentivato a studiare), ma sarà gestibile, se vi arrivo impreparato questa sarà maggiormente invasiva, se ovviamente mi interessa superare la prova. Se sono preparato, ma l’ansia non mi permette di dare l’esame perché vado in tilt, questo è un problema e l’ansia ha superato il limite sano (e in quel caso è opportuno chiedere un aiuto).

Anche le cose migliori hanno un limite e una volta superato si trasformano nelle peggiori, se il limite lo si sa riconoscere, una sosta di riflessione nei suoi dintorni è consigliata, si impara qualcosa in più su di noi, con una certa fatica sicuramente, ma che si è ancora in grado di reggere.

Alcune cose possono essere prevenute, altre contenute, di certo non tutte possono essere controllate. Si fa poco per le prime due e ci si giustifica tanto con la terza, ansia permettendo.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/23/lansia-anticipatoria-non-serve-a-nulla-ma-lei-non-lo-sa/4642709/

Relazioni, a metterci in crisi sono le opportunità

L’attribuzione spontanea (ma inevitabilmente prepotente) nella relazione con l’altro di significati solo nostri ai suoi atteggiamenti e comportamenti, è la prima causa di incomprensione nelle relazioni. La comprensione è il più importante fattore protettivo e curativo in ogni tipo di relazione, la psicoterapia cura attraverso di essa, mentre l’incomprensione è uno dei maggiori limiti e ha il potere di far terminare anche i rapporti più consolidati. Tutti abbiamo esperienza dell’una e dell’altra, ma non sono sicuro di quanto consapevolizziamo la funzione di collante emotivo che può avere l’una o di rottura dell’altra.

Credere che l’altro la pensi come noi è una tendenza comune, peggio ancora convincersi che l’altro la debba pensare come noi o debba arrivare a farlo, qualora esprima un’opinione diversa. Ad esempio, quando si parla di politica e religione, campi dove spesso si scontrano visioni differenti, quello che portiamo avanti sono le nostre convinzioni a scapito di quelle altrui. Trasformiamo un bisogno in un pensiero, poi in una convinzione, infine in un credo o in un’ideologia, cioè qualcosa che deve essere giusto a priori, assolve la funzione di identificarci, di conseguenza l’intento è salvaguardare la nostra identità ormai appiattita su determinate convinzioni immutabili nel tempo, anche se logica e fatti remano contro.

Certo, c’è chi è in grado di cambiare idea e non farsi imprigionare, c’è chi ammette di aver sbagliato o che le cose non sono più quelle del passato, di conseguenza bisogna operare dei cambiamenti. Ma nell’era del web per tutti la competizione è spesso sovrana, l’elasticità mentale è tipica di chi ha una cultura e un’intelligenza emotiva e questi quando si apre un account su un social network non sono requisiti richiesti, anche se in molti sono convinti di possederli. Per fortuna che in questo campo le autocertificazioni non sono previste, almeno per ora.

Di fronte all’incomprensione si hanno due possibilità: fare retromarcia, riesaminare la propria e altrui posizione e vedere se si arriva ad un risultato diverso e, qualora così non fosse, accettarlo proponendo un compromesso o avviando una separazione, oppure andare avanti, insistere, credersi detentori della verità e arrivare allo scontro. Personalmente parteggio per la prima possibilità, ma ad ognuno il suo.

L’atteggiamento e il comportamento dell’altro non possono che essere visti con gli occhi di chi li guarda, ma non necessariamente l’interpretazione che ne dà è corretta, anzi si deve partire proprio da questo elementare presupposto che l’essere umano non si limita a osservare, ma spesso e volentieri dà un’interpretazione di quello che osserva e subito dopo ci affianca una valutazione che può essere in linea o meno con i suoi valori, la valutazione è quindi positiva se mi conferma in quello che penso, negativa se invece non lo fa.

Non capiamo che metterci in crisi è la più grande opportunità che l’altro possa regalarci e, se siamo chiusi alla crisi, lo siamo alle relazioni più autentiche, quelle che cercano l’incontro e non lo scontro o l’appiattimento. La prova più grande che la nostra autostima possa sostenere è quella di potersi districare nel difficile equilibrio tra il bisogno dell’approvazione altrui e il nostro sentire che non deve necessariamente dipendere da quest’ultimo, ma che anzi se ne deve spesso difendere.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/08/26/relazioni-a-metterci-in-crisi-sono-le-opportunita/4578589/

Violenza assistita, i bambini hanno bisogno di vivere in un clima sereno. Proteggiamoli da noi adulti

“Violenza assistita, in 5 anni 427mila minori hanno visto le madri maltrattate dal compagno”, sono cifre che dicono chiaramente che non stiamo facendo abbastanza per proteggere chi avrebbe il diritto di vivere i suoi primi anni in un clima sereno ed equilibrato, non privo certo di conflitti e frustrazioni, inevitabili e necessari alla crescita e all’autonomia, ma che possono essere affrontati senza soccombere a sentimenti quali la paura, l’impotenza e la rabbia.

Per il Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia) “per violenza assistita intrafamiliare si intende l’esperire da parte della/del bambina/o e adolescente qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale, economica e atti persecutori (stalking) su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative, adulte o minorenni. La violenza sulle donne è un fenomeno diffuso, ancora sottovalutato e scarsamente rilevato, che può mettere a rischio, a partire dalle prime fasi della gravidanza, la salute psicofisica e la vita stessa, sia delle madri che dei figli”.

Un fenomeno per lungo tempo sottovalutato, di cui si è parlato poco, ma di cui oggi siamo in grado di rilevare tutto il devastante impatto per la salute fisica e mentale del minore e dell’adulto che diventerà. Non è un qualcosa di scontato, viste già le notevoli difficoltà che spesso la nostra società riscontra nel riconoscere persino la violenza diretta. Quanti uomini e donne ancora sostengono che schiaffi e sculaccioni sono solo un metodo educativo, a loro avviso, inevitabile ed efficace? Troppi!

Non esiste niente che la forza fisica, usata per imporsi, possa costituire un vantaggio per un bambino, chi scrive – insieme ai tanti professionisti del settore – è convinto che ci siano sempre delle alternative alla violenza che – seppure faticose (niente di più semplice che tirare uno schiaffo, quando si è in posizione di forza) – aiutano il minore a crescere e sbagliare anche, ma con un supporto dell’adulto che sia una guida, non una costrizione o una minaccia.

Per la Franco Angeli, a cura di Gloria Soavi ed Elena Buccoliero sono appena usciti due volumi che affrontano con completezza il tema della violenza assistita: Proteggere i bambini dalla violenza assistita-Volume 1- Riconoscere le vittime e Proteggere i bambini dalla violenza assistita-Volume 2- Interventi in rete.
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In entrambi i volumi, le autrici raccolgono vari professionisti (psicologi, assistenti sociali, magistrati, avvocati) che si occupano della protezione dei minori da vari punti di vista e il risultato è sicuramente un ottimo punto di partenza per tutto coloro che vogliono conoscere e saper affrontare questo dramma che sconvolge l’evoluzione psicologica, emotiva ed esistenziale di bambine e bambini.

Se la violenza non colpisce direttamente, si può essere portati a pensare che non faccia danno, ma alla violenza basta entrare in una casa perché tutti ne siano coinvolti, senza eccezione, la violenza ha molti volti. Il bambino ha diritto a vivere in un ambiente dove il disaccordo possa anche esprimersi col conflitto, ma se questo diventa violento allora ne trarrà solo svantaggi. Da adulti ci dimentichiamo facilmente cosa sia stato essere dei bambini, tendiamo a giustificare e a ripetere certi comportamenti che in passato ci facevano male, come se l’adulto, alla fine, avesse sempre ragione. L’adulto non ha sempre ragione.
Proteggere i bambini dalla violenza assistita: 2

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La verità è che i bambini spesso hanno parametri naturali molto più sani e, sì certo, hanno bisogno di limiti e di regole, ma un bambino che prova paura per se stesso o per la madre è un bambino che incontra un limite non suo, ma di chi lo accudisce che non è in grado di tutelarlo e responsabilizzarlo in modo sano. La protezione dei minori passa attraverso il miglioramento generale delle capacità genitoriali e, laddove ci siano situazioni a rischio, questo è ancora più drammaticamente vero.

I danni della violenza assistita riguardano la vita relazionale familiare, scolastica, tra pari, di coppia, sessuale. Quante volte mi sono sentito dire, nell’ambito del mio lavoro con gli uomini autori di violenza: “I bambini erano in casa quando litigavamo, ma dormivano o erano nell’altra stanza, non hanno sentito o capito nulla”. Quanto lavoro c’è ancora da fare per far comprendere che non c’è stanza o sonno che argini la violenza e che i bambini assorbono, capiscono molto più di quel che sembra e fanno proprie problematiche che non sono le loro?

Allora di violenza sui minori e di violenza assistita parliamo e parliamo sempre di più!

Non siamo sempre felici. Ed è giusto così

Sbagliando si impara ma, diciamolo senza timore di smentita, apprendere è un processo continuo, evitare errori non solo non è possibile ma nemmeno auspicabile se l’obiettivo finale è crescere, laddove crescere implica solo l’andare avanti con un equilibrio che consenta di affrontare la vita, tenendo testa a tutto quello che vivere comporta.

La felicità è un giocattolo per bambini, da adulti bisognerebbe capire che è un concetto il cui unico scopo è non farci prendere contatto con la vita reale, dandoci in dote frustrazione e ansia da prestazione in eccesso. Essere felici non è un diritto e nessuna legge o costituzione ci metterà al riparo dalle intemperie della vita. Ricchezza e potere non danno accesso al benessere interiore e, sebbene comprensibilmente desiderabili, chi ne ha di solito non fa altro che provare ad accumularne ancora.

Qualcosa non torna. Se non si trova un limite allo stare bene, non è di certo perché questo non esiste ma semplicemente perché lo si sposta di volta in volta, l’obiettivo diventa sempre più grande e si allontana. Le nostre capacità sono finite e non possono svilupparsi all’infinito, cosa che invece può fare il desiderio. Essere felici è una possibilità che si verifica ogni tanto, dura qualche istante o poco più, siamo in grado di riconoscere che stiamo bene solo nella misura sappiamo riconoscere quanto siamo stati male e possiamo ancora starlo.

C’è modo di stare bene, nonostante le cose non sempre vadano vorremmo, anzi è proprio quando si mette in conto che le difficoltà non mancheranno che le si affronta con lo spirito adatto, senza perdere troppo tempo a deprimersi, giusto quel tanto che basta. L’unico investimento proficuo a lungo termine che si possa fare in vita sono le relazioni, tutte, nessuna esclusa, anche quelle che consideriamo sbagliate, ci mettono a confronto con i nostri di sbagli più di quanto facciano le altre più rassicuranti.

Pensandoci bene, altro buon investimento sono i libri, leggete finché non vi si chiudono gli occhi e la curiosità ve lo consente. Se le relazioni sono rischiose, i libri possono esserlo altrettanto, ma almeno non si muovono da dove li abbiamo lasciati e non ci rispondono mai in malo modo.

Si ha bisogno delle ferite per andare avanti, è quello che rende forti e fa essere diversi. Nella nostra diversità, troviamo l’opportunità di sentirci come tutti gli altri. La contraddizione è pane quotidiano per il nostro sentire di superficie, se poi abbiamo la fortuna o troviamo il coraggio di scendere più a fondo, quello che pensavamo contraddittorio sono solo i nostri sentimenti e pensieri più autentici, crediamo sia sbagliato dare loro voce e ne paghiamo le conseguenze. Non si impongono regole, se non quelle del sentire.

Gli errori sono solo cose dotate di senso sotto mentite spoglie, bisogna dare loro il giusto tempo per fidarsi e aprirsi a noi per cosa veramente significhino.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/27/non-siamo-sempre-felici-ed-e-giusto-cosi/4448834/

Aquarius, sacrificare il consenso sull’altare del buon senso

La logica ha annunciato di volersi ritirare a vita privata, preferendola al quotidiano ed estenuante match con l’ideologia. I social network esultano e ringraziano!

L’indignazione, per quanto legittima, non salva vite umane, ma fa dormire meglio la notte, almeno finché i media non smettono di parlare di quel che ci scuote, ovviamente se lo fanno, l’argomento finisce presto nel dimenticatoio, non esiste più. Quando la potenza dei media incontra la superficialità delle menti, la manipolazione ha vita facile.

Di fronte alla tragicità di alcuni degli eventi di cronaca che hanno invaso i cuori (meno le menti) di moltissimi italiani, forte è il grido di “noi siamo i Buoni, loro sono i Cattivi” , a quanto pare il Buono non si fa scrupoli ad usare un linguaggio spesso ai limiti dell’offensivo e dell’aggressivo. Quando la causa è giusta, si sa, ogni cosa è lecita, anche usare gli stessi mezzi di chi si va criticando, quando ad usarli sono i Buoni è tutto lecito e non può essere criticato. Il Buono, per definizione, pensa, dice e fa solo cose buone e il dubbio non è un qualcosa che può albergare in lui. In alcuni casi, assistiamo all’evoluzione del Buono che diventa Giustiziere, sperate che la sua ira non cada su di voi.

Vogliamo parlare dell’aiuto concreto che diamo a risolvere i problemi che affliggono il mondo attraverso i nostri rabbiosi post sui social e le vigorose conversazioni che imbastiamo, cercando di convincere l’altro, o forse più che altro noi stessi, di quanto abbiamo ragione? Eviterei, anche se è all’ultima moda.

– “Hai una laurea specifica? Hai studiato l’argomento? Hai letto diversi articoli o libri che lo riguardano? Hai qualche esperienza nel merito?”

– “No, ma sono iscritto a Facebook, colleziono likes, cambio l’immagine profilo con i suggerimenti dello stesso Facebook per perorare le cause più giuste e leggo tantissimi titoli sulle social home, pur non avendo il tempo poi di aprire e leggerne i contenuti. Ah, ovvio che se dovessi leggere qualcosa, leggerei tutto quello che va nella direzione che io ho deciso più giusta, perché il cuore mi dice così e al cuore non si comanda. Non mettere in dubbio l’amore, mai!”

La cultura ai tempi dei social è questa: bombardati di stimoli che sembrano portarci a pensare con più facilità e velocità, in realtà, siamo incappati in un mezzo potentissimo atto a toglierci il pensiero più importante ossia quello critico, non riusciamo più a discernere, a distinguere, a ridimensionarci e collocarci nel contesto reale, quello virtuale è più semplice e sicuro, gratificazione narcisistica massima garantita al minimo sforzo di pochi click.

L’accesso all’informazione è per tutti, la scelta e l’analisi delle informazioni è un’altra cosa ed è per pochi, presuppone formazione, studio ed esperienza. Informarsi non equivale necessariamente a formarsi, essere formati, ad esempio, significa saper distinguere tra emotività e ragione. Le ondate emotive sono probabilmente inevitabili, ma è la ragione che deve essere chiamata in causa per adottare le soluzioni più adeguate. Nulla toglie che emozione e ragione possano condividere le scelte di azione, ma se non ne traccio i confini, posso solo fare una gran confusione.

“Restiamo umani” sento dire, ma perché i peggiori crimini della storia li hanno compiuti gli alieni? Umano non significa buono, come alcuni sostengono, ogni volta che nego l’esistenza del lato oscuro dell’uomo, non faccio altro che incitarlo a venire fuori e lo fa, state sicuri che lo fa.

Talvolta è necessario sacrificare il consenso sull’altare del buon senso.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/14/aquarius-sacrificare-il-consenso-sullaltare-del-buon-senso/4426489/

Abusi su minori, anche i maschi possono essere vittime di violenza sessuale. Parliamone

Undici fatti riguardanti la violenza sessuale sui bambini/ragazzi:

1. Di cosa si tratta? Per violenza sessuale s’intende qualsiasi contatto fisico indesiderato a sfondo sessuale, molestie con o senza contatto diretto o tramite realtà virtuali, via Internet, social network e molto altro.

2. Chi la subisce? Chiunque può essere vittima di violenza sessuale, succede a bambine e ragazze e anche ai maschi! Un minorenne su 10 è stato vittima di violenza sessuale.

3. Chi ne è l’autore? Può essere un uomo, una donna o un altro ragazzo o una ragazza. Si indica come aggressore.

4. Come succede? Di solito il bambino/ragazzo ha un rapporto di fiducia con l’aggressore; per questa ragione spesso dopo gli riesce difficile fidarsi di nuovo di qualcuno.

5. Cosa può succedere durante una violenza sessuale? Ci può essere aggressione, inganno, manipolazione, si può provare paura o confusione. Il bambino/ragazzo potrebbe avere un’erezione o un’altra reazione fisica/fisiologica, questo non significa che gli piaccia o che lo voglia!

6. Chi è il colpevole? È sempre l’aggressore, questo è fuori di dubbio, anche se cercherà di discolparsi e di darne la responsabilità alla vittima dicendo che lo voleva e gli ha procurato piacere.

7. Aver subito violenza da un aggressore di sesso maschile non significa che il bambino/ragazzo diventerà omosessuale. Il desiderio di un bambino/ragazzo non dipende dal sesso dell’aggressore. A un maschio possono piacere le femmine o i maschi o entrambi; e ciò è ok, perché ognuno è libero di scegliere chi più gli piace.

8. La violenza sessuale è sesso? No! La violenza sessuale è violenza, mentre il sesso è piacere e affetto. Le due cose non hanno niente in comune.

9. Come ci si sente dopo? Ognuno può reagire in maniera diversa: con il silenzio, la rabbia o con tristezza, paura, senso di colpa, vergogna ecc. Ogni reazione è ok, non ce n’è una giusta e una sbagliata!

10. Come si può superare? Con il tempo, pazienza e l’aiuto di adulti e coetanei. Fidati di te e rispetta i tuoi tempi, così capirai di cosa hai bisogno.

11. Un amico può aiutare? Un buon amico è lì per ascoltare e parlare con chi ha bisogno di condividere quello che gli è successo.

Tutti coloro che subiscono violenza sessuale hanno diritto ad aiuto e a supporto!

Questo poster è stato realizzato nell’ambito del progetto europeo Culture of care di cui l’Istituto degli Innocenti di Firenze è uno dei partner e merita la massima diffusione possibile. Il progetto mira a creare e a rafforzare un ambiente che supporti i bambini e ragazzi potenzialmente vittime di violenza sessuale, in modo da ridurre il rischio che questi ne facciano esperienza, andando a costituire un importante lavoro di protezione e prevenzione.

È stato approntato un programma di formazione rivolto ad operatori appartenenti a diverse realtà che si relazionano con i minori: scuole, servizi sociali, comunità residenziali e organizzazioni giovanili. Gli stessi ragazzi all’interno di queste realtà sono beneficiari di specifiche azioni di supporto dirette a potenziare la loro conoscenza sul tema della violenza sessuale. Al termine del progetto saranno organizzate una specifica campagna di sensibilizzazione e delle conferenze nei Paesi coinvolti nel progetto che, oltre all’Italia, sono: Austria, Germania, Spagna e Bulgaria.

L’abuso sessuale sui minori (maschi e femmine) è grave e molto più diffuso di quanto si possa supporre. Culture of Care ha scelto di dare particolare attenzione ai minori maschi per cercare di individuare delle caratteristiche possano migliorare sia la rilevazione che la segnalazione, a seconda delle differenze di genere che sappiamo avere rilevanza per tutta una serie di aspetti psicologici e sociali. Aiutateci a diffondere la cultura della prevenzione e del contrasto contro ogni forma di abuso sessuale minorile.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/05/16/abusi-su-minori-anche-i-maschi-possono-essere-vittime-di-violenza-sessuale-parliamone/4358020/

Rapporti di coppia, nessuna relazione ha bisogno di violenza per (r)esistere

Ogni violenza per esistere ha bisogno di una relazione, ma una relazione non ha alcun bisogno di violenza per esistere. In ogni coppia troviamo un livello di conflittualità che è in grado di sostenere, superato il quale entra in crisi e una delle possibilità è che l’aggressività di uno dei due prenda il sopravvento sull’altro.

Solitamente è l’uomo a utilizzare modalità violente, in preda alla rabbia; la tentazione di usare la forza per imporsi c’è, ma non esiste solo la violenza fisica e l’aggressività non è solo una componente del maschio. L’uomo è comunque più incline alla violenza perché:

– può farlo in quanto (di solito) è più forte;

– può faticare maggiormente a esprimere le emozioni e questo può implicare un minore rilascio di tensioni rispetto a una donna;

– la rabbia (l’emozione che di solito genera un comportamento violento) viene pensata spesso come maschile e quindi quasi giustificata nei rapporti, quando non addirittura pretesa.

Certo che ogni uomo è perfettamente in grado di porsi in antitesi a questi tre fattori e non dover mai ricorrere a modalità violente. La violenza non è quasi mai un destino ma una scelta, anche se (come collettività) abbiamo il dovere di lavorare ancora tantissimo su tanti aspetti che favoriscono dinamiche conflittuali e violente all’interno delle relazioni tra i generi e non solo.

Un lavoro strutturato e continuativo nelle scuole con i ragazzi – perché imparino non soltanto dai libri di testo ma anche a leggersi dentro e a empatizzare con l’altro grazie ad adulti qualificati – è il miglior investimento che si possa fare oggi.

Talvolta la violenza è un modo altamente disfunzionale e pericoloso di tenere in vita un rapporto che non ha più futuro, se non quello ottenuto con l’imposizione e la paura. Per chiudere un rapporto bisogna ammettere di aver fallito con quella persona, ma bisognerebbe anche capire che fallire in un rapporto non significa fallire nella vita. Più si tarda a chiudere qualcosa, più si tarda ad aprirsi a nuove possibilità.

Per cambiare si passa necessariamente attraverso il dolore. Se le cose non vanno bene nella coppia non si può eliminare il disagio in modo veloce e indolore, ma questo è privo di senso se fa vivere in una situazione di stallo. Paradossalmente il malessere è il più potente fattore di cambiamento. Chi sta bene non ha alcun bisogno di cambiare qualcosa fortunatamente, ma a tutti avviene di dover cambiare qualcosa per stare meno male in situazioni che si riconoscono come difficili.

La violenza è un’opzione che può sembrare inevitabile: si crede di non aver alternative, ci si convince che in fondo, anche se si sbaglia, si ha ragione, ci si difende dall’altro come meglio si può. Altre volte può essere una modalità di interazione acquisita e ben radicata nell’individuo, che la utilizza perché non ha appreso altro che quella. Le motivazioni e le giustificazioni possono essere diverse ma il risultato è sempre la distruzione di uno o più rapporti; non ci sono eccezioni, anche quando chi subisce è poi in grado di ricorrere a risorse ambientali e personali che ne favoriscono la ripresa, i sentimenti verso gli aggressori saranno sempre conflittuali bene che vada.

Riconoscere di aver avuto dei comportamenti violenti e voler cambiare è un percorso ad ostacoli. La strada verso l’assunzione di responsabilità di quanto si compie è lunga e non elimina i danni che sono stati già provocati; ma il proprio benessere si misura forse più per le scelte che compiamo oggi e quindi quello che possiamo ancora cambiare che per le scelte che abbiamo fatto in passato e con cui dobbiamo necessariamente convivere.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/24/rapporti-di-coppia-nessuna-relazione-ha-bisogno-di-violenza-per-resistere/4304511/

Convegno nazionale Relazioni libere dalle violenze, una sfida per il cambiamento maschile

Il 23 e 24 Marzo si svolgerà a Trento il primo convegno nazionale dell’Associazione Relive -Relazioni Libere dalle Violenze, il coordinamento italiano, istituitosi nel 2014, a cui aderiscono molti dei centri che, negli ultimi anni, si sono andati creando per affrontare il lavoro con gli uomini autori di violenza. Il Convegno rappresenta un’importante e unica occasione di confronto e valutazione delle iniziative in atto sul territorio nazionale, a tre anni dall’entrata in vigore della Convenzione di Istanbul, che individua la rieducazione degli uomini autori di violenza quale parte integrante della strategia per il contrasto alla violenza di genere. Il Convegno è organizzato da Relive in collaborazione con Fondazione famiglia materna, Alfid Onlus e la Provincia autonoma di Trento, in corso di accreditamento Ecm e presso Ordine degli assistenti sociali, Ordine degli avvocati, Ordine degli psicologi e Iprase.

A prendere parte al convegno saranno relatori che, da anni, lavorano per il contrasto alla violenza di genere, nomi conosciuti a livello nazionale e internazionale.

Fare rete e condividere le esperienze più importanti che hanno prodotto dei risultati positivi o, al contrario, hanno evidenziato delle criticità riguardo alla presa in carico degli uomini autori di violenza su donne e minori è alla base di questo storico momento di confronto.

Un punto fondamentale che il convegno, ma l’Associazione Relive in generale, vuole ribadire è che, oltre ad avere delle linee guida comuni e una visione condivisa della violenza di genere, bisogna fare arrivare, alle istituzioni e a chiunque si affacci all’argomento, la specificità del lavoro con l’uomo autore di violenza.

Recenti e meno recenti fatti di cronaca rendono evidente che siamo in grossa difficoltà a riconoscere la violenza e i suoi pericoli, quindi gli operatori e le operatrici necessitano di una formazione specifica sul maltrattamento domestico perché questo non sfugga anche a tanti professionisti preparati e in gamba, ma che, senza aver sviluppato sensibilità e strumenti adeguati, possono sottostimare delle situazioni in cui donne e minori sono a rischio.

Rendere visibile l’invisibilità di cui si nutre e in cui prolifera la violenza di genere è un obiettivo fattibile a patto che istituzioni e professionisti si rimbocchino le maniche e ci sia una reale volontà politica verso il cambiamento, in modo che tragedie annunciate si verifichino sempre meno.

La libertà degli uomini passa necessariamente e ineluttabilmente dalla libertà delle donne.

Vi aspettiamo a Trento, chiunque desideri maggiori informazioni può rivolgersi alla segreteria organizzativa comunicazione@famigliamaterna.it

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/15/convegno-nazionale-relazioni-libere-dalle-violenze-una-sfida-per-il-cambiamento-maschile/4215597/

Masochisti dei sentimenti, quando una storia finisce chiedetevi com’era iniziata

Diamo troppa attenzione alla fine di un rapporto, ne dessimo altrettanta al suo inizio, ci risparmieremmo molte prevedibili chiusure. La prevedibilità è uno degli affari più complicati che io conosca.

Quando una storia si chiude, non è quasi mai una passeggiata, solitamente chi ha lasciato se la passa meglio di chi è stato lasciato, ma si trova spesso a fronteggiare quella sensazione di solitudine e di aver perso tempo, tipica dell’elaborazione di una separazione. Il dispiacere per l’altro è presente, se la relazione è stata significativa, ma gestibile, quando l’altro accetta la chiusura senza eccessivi colpi di coda. Se si viene lasciati, il dolore, la rabbia, il rancore possono essere più difficili da contenere. Elaborare un fine rapporto non è scontato, quello che però spesso manca è l’elaborazione del suo inizio, di quando, come e perché il tutto è cominciato.

A quanti è capitato di chiudere una storia, pensando di essere arrivati esattamente alla conclusione che ci si aspettava? Sono convinto che non siete in pochi. C’erano già dei segnali significativi che qualcosa non andava, ma questo non ha costituito un freno, quasi come se godessimo nel darci ragione di stare a fare tutto ciò che, in un secondo momento, potremmo, a buon ragione, considerare sbagliato. Una sorta di masochismo relazionale innato perseguita molti di noi. Prevedere la drammaticità in una relazione è un po’ come pregustarla e sembrerebbe non avere peso alcuno nel prevenirla.

L’amore lo ricerchiamo con lo stesso impeto con cui bramiamo il dolore, amiamo soffrire per un qualcosa che, se fosse così facile da raggiungere, non avrebbe poi tutto il valore che vi attribuiamo.

La realtà tragica è che il malessere ci fa sentire più vivi del benessere, lo stare male ci fa raggiungere profondità che lo star bene non potrà mai darci. Il parametro di chi siamo e cosa vogliamo ce lo dà l’insoddisfazione molto più dell’appagamento. Siamo esseri complicati e l’amore è un affare complicato.

La sfida con il mondo non è altro che la sfida con noi stessi, l’avversario ci conosce, ci precede e ci segue contemporaneamente e chiunque vinca perde ugualmente. A volte innamorarsi è come dichiararsi guerra.

La logica non è amica nelle questioni di cuore, ma non dobbiamo farcela necessariamente nemica, una posizione di neutralità sarebbe auspicabile.

Vogliamo dall’altro che risponda alle nostre aspettative, ma se vi aderisce non ci dà modo di confrontarci con esse e capire se sono realistiche, se siamo disposti a disfarcene, a cambiarle o a difenderle senza eccezioni e dall’altro ricerchiamo soprattutto che sia in grado di metterci in discussione, altrimenti perdiamo interesse.

La verità è che la coppia è molto più dei due singoli individui che la compongono, ma i due individui che la compongono sono anch’essi molto più della coppia a cui il loro stare insieme dà vita.

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/15/masochisti-dei-sentimenti-quando-una-storia-finisce-chiedetevi-comera-iniziata/4156321/