“Da persona ad individuo oltrepassando il concetto di paziente e cliente”

Nella sua attività clinica, lo psicologo si trova a dover dare, a colui che usufruisce della sua prestazione, un termine generico con il quale indicarlo.

In principio il termine fu mutuato dalla pratica medica e si considerò normale e ovvio utilizzare la definizione di paziente. La parola deriva dal latino patiens, participio presente del verbo deponente pati e significa “sofferente” o “che sopporta”.  Colui che arriva dallo psicologo è sofferente/sopporta e logica vuole che, se arriva a chiedere un aiuto professionale, è realmente portatore di un disagio consapevolizzato. Il termine paziente ha comunque implicitamente una valenza passiva e nel linguaggio italiano corrente la pazienza può riguardare appunto una sopportazione in cui si controlla la propria emotività, considerando ciò quasi una qualità. Non necessariamente però chi usufruisce di un aiuto psicologico deve “pazientare”  ossia non necessariamente deve controllare la sua emotività o sopportare una sofferenza per rendersi virtuoso, anzi sappiamo bene che spesso si lavora in una direzione contraria a questo.

Il primo a criticare apertamente l’utilizzo della parola paziente è stato Carl Rogers che ha preferito sostituirla con la parola cliente. Rogers ha avuto il merito di evidenziare i limiti impliciti nel termine paziente con la conseguenza diretta di bandirlo completamente dal suo approccio perché non congruente con la sua visione della relazione terapeutica. Il termine cliente ha una accezione sicuramente più attiva e più di assunzione di responsabilità da parte di chi richiede un aiuto professionale per un disagio mentale. Non sono “succube di un trattamento su cui non ho alcun controllo”, ma partecipo attivamente al trattamento di cui ho sentito la necessità. Indiscutibile il merito di Rogers di aver criticato la visione dominante della terminologia classica. Il termine cliente è però un termine che non mi ha mai soddisfatto completamente e sono andato a guardarne l’etimologia.

Cliente deriva da cliens participio presente di cluere che significa “obbedire” “prendere ordini”. Nell'antica Roma i clienti erano persone che, rinunciando ai propri diritti, si sottomettevano ad un patrono per averne la protezione. Se poi vogliamo mettere momentaneamente da parte l’etimologia e vogliamo concentrarci sul significato attuale della parola cliente ho trovato su www.dizionario-italiano.it:

  • chi , con regolarità, compra da uno stesso negoziante o si vale dell’opera di un professionista;
  • nell’antica Roma, chi si poneva al servizio di un cittadino potente detto patrono;
  • (in senso figurato) chi, per interesse o altro motivo, si pone al servizio di qualcuno.

Quindi possiamo notare che, oltre al significato originario di “sottomissione”, è in primo piano un significato commerciale del termine e del resto non credo che ci sia bisogno di andare a fare ricerche specifiche perché la parola cliente non evochi nel nostro immaginario: economia, marketing, profitto, vendita  e altro  che sappiamo benissimo spesso essere guidato da logiche che fanno degli interessi non necessariamente diretti al benessere degli uomini (non di tutti almeno).

Né l’uno, né l’altro significato sono, a mio parere, utili a definire le logiche che guidano il mio lavoro nei confronti di chi mi richiede una prestazione psicologica.

Esaminiamo il termine persona. In ambito filosofico una persona è un essere che ha coscienza di sé ed è in possesso di una propria identità. Detto così il termine comincia a diventare convincente, ma andiamo avanti. Il termine persona deriva dal latino persona  parola utilizzata per indicare la maschera che gli attori utilizzavano durante le rappresentazioni teatrali dell’antica Roma e questa aveva un collegamento diretto con il ruolo recitato dall’attore. E’ possibile pensare a colui che richiede un aiuto psicologico come ad una persona con una maschera/ruolo che contribuisce al suo malessere?

Proprio secondo Rogers per appagare il bisogno di considerazione positiva da parte degli altri e quindi per essere amato, il bambino percepisce come bene non più quello che giudica lui come bene, ma quello che i suoi genitori giudicano come tale e pensa che ciò che invece sente sia "cattivo" perché  lo allontana dall'approvazione e dall'amore dei suoi. Vengono così introiettati come propri giudizi che invece vengono dall'ambiente esterno e si rinuncia al proprio spontaneo metro di giudizio, alla saggezza del proprio organismo. Si crea una incongruenza tra i propri valori e i nuovi valori introiettati e questa incongruenza può  essere fonte di disagio psicologico. Possiamo pensare al malessere dell’uomo come alla maschera che ha dovuto indossare per far fronte alla vita e per sopravvivere?

Supponiamo allora che colui che arriva dallo psicologo vi arrivi come persona ossia come essere cosciente in possesso di una identità, ma che non abbia un accesso diretto a sé stesso in quanto portatore di una maschera/ruolo che gli causa malessere.

Esaminiamo ora il termine individuo. Esso deriva dal latino individuum che possiamo tradurre con “particella indivisibile” o “cosa unica”, quindi indica ciò che non può essere diviso senza perdere le sue particolari caratteristiche. Ogni individuo possiede qualità che lo portano verso la sua unicità intesa anche a livello relazionale. Specifico che il termine individuo può riferirsi anche a qualsiasi ente costituente una collettività, ad esempio un animale, ma limitiamoci volontariamente alla donna/uomo.

In biologia l’individuo è originale, ossia non esistono due individui identici ed è solidale, ossia tutte le sue parti sono interdipendenti e cooperano per la vita dell’insieme.

In I and Thou ("L'io e il tu")], Martin Buber presenta l'individuo come qualcosa che cambia al variare delle circostanze con il quale esso si relaziona con il mondo esterno; ciò può avvenire in due modi. Nel rapporto "io-esso", l'individuo si relaziona con il mondo esterno in termini di oggetti che sono da lui separati (un "lui" che guarda un "esso"). Nel rapporto "io-tu" l'individuo ha invece un legame personale con l'esterno, e si sente quasi una parte di ciò con cui è relazionato; la dicotomia soggetto-oggetto scompare.

Nella concezione buddista l’individuo è una serie di processi interconnessi che, lavorando insieme, danno l’impressione di essere un tutto singolo e separato. Il termine non indica un indivisibile sé, ma un essere interrelazionato di un impermalente universo in continua evoluzione.

Per Sartre l’individuo è importante in virtù della sua autenticità, della sua responsabilità e del suo libero arbitrio. L’individuo (e questo è valido anche per Nietzsche) crea da solo i propri valori non tenendo conto di codici esterni ed imposizioni sociali.

Quindi se l’individuo è un ente in grado di autodeterminarsi sfruttando a pieno le proprie potenzialità/caratteristiche intrinseche potrebbe essere la sua realizzazione lo scopo della terapia? Possiamo dire che il nostro utente arriva da noi come persona e il nostro obbiettivo è quello di trasformarlo in un individuo?

Di certo questi due termini ci coinvolgono in una dimensione più umana rispetto all’utilizzo di  paziente/cliente.

2 commenti

  1. Virginia ha detto:

    Un articolo e una riflessione molto interessanti. Soprattutto è bella la concezione della terapia come processo di realizzazione da persona a individuo. Dove si colloca il terapeuta in questa visione? Per me nel ruolo di colui che accompagna, sostiene, in alcuni casi guida il processo di trasformazione intrapreso dall'utente con la terapia, affinché la persona possa dischiudersi alla consapevolezza di essere un individuo o almeno questa è la mia esperienza personale.
     

  2. Mario ha detto:

    Il terapeuta dovrebbe essere già un individuo, essendo egli stesso frutto di terapia (se non sempre, spesso). Io non credo ci sia bisogno di guidare, ma solo di facilitare ciò che la persona ha già dentro di sè. Grazie per l'apprezzamento.

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