Della nostra vita

Secondo un rapporto dell’ Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) la seconda causa di decessi e di invalidità nel 2020 sarà la depressione, subito dopo le malattie cardiovascolari. Per molti il dato è indubbiamente legato ai legami tra industria farmaceutica e psichiatria in quanto è innegabile che, da quando gli psicofarmaci hanno fatto la loro comparsa sul mercato, il numero di disturbi mentali è andato ampliandosi.

La questione degli psicofarmaci è da tempo controversa e dibattuta, alcuni studi mostrano che dei miglioramenti nelle persone considerate affette da disturbi mentali avvengono anche con dei placebo e molte malattie mentali non esisterebbero, se non ci fossero le medicine create appositamente per curarle.

Non sono uno psichiatra, non prescrivo farmaci e non voglio entrare troppo nel merito di argomenti che non padroneggio con la mia esperienza clinica. Durante la mia formazione mi hanno insegnato che i farmaci possono essere di aiuto in determinate situazioni e lo credo, ma ho anche visto la facilità con cui, a volte, sono stati prescritti ed ho anche visto degli effetti nulli ed inutili, quando non controproducenti, sulle persone.

Ritengo comunque il dato sulla depressione allarmante. Non credo che ci sia bisogno di prolungarsi eccessivamente sul significato di depressione in quanto è un concetto molto ben presente nell’immaginario comune e tutti sappiamo cosa significhi essere tristi e giù di tono, anche se certamente la depressione è qualcosa in più, è un reale disturbo dell’umore che compromette il normale funzionamento di una persona e la sua capacità di adattarsi alla vita sociale per un periodo di tempo consistente.

Il dato, ripeto, è allarmante, ma fondamentalmente non mi lascia particolarmente stupito, preoccupato si, ma non sorpreso. D’altronde non posso non guardarmi intorno soprattutto con il lavoro che svolgo e proprio in virtù dello stesso lavoro non posso non guardare anche dentro di me.

Negli ultimi due secoli abbondanti, dopo la rivoluzione industriale, il modello di vita è radicalmente cambiato e ci hanno abituato a pensare di poter ottenere uno sviluppo infinito da un mondo finito. A rigore di logica l’inganno è semplice da smascherare, non posso pensare di ricavare da una bottiglia di 1 litro 50 litri d’acqua (in realtà non posso pensare di ricavare una sola goccia in più rispetto alla capienza massima della bottiglia), chiunque affermasse una cosa del genere sarebbe deriso e preso come pazzo. Eppure, se allarghiamo il contesto, e sostituiamo con il nostro pianeta la bottiglia sono ben pochi quelli che mostrano piena presa di consapevolezza della truffa. Non potremo mai ottenere dal nostro pianeta più risorse di quelle che esso ha a disposizione.

Molti disturbi mentali, prima della rivoluzione industriale, non esistevano, poteva esserci “il pazzo del villaggio”, ma le sintomatologie ansiose,depressive e nevrotiche che colpiscono oggi una buona fetta della popolazione non avevano ragione di essere. I ritmi non erano così frenetici come sono quelli odierni.

La modernità nella quale viviamo è- usando la famosa espressione di Zygmunt Bauman- liquida ossia: individualizzata, privatizzata, incerta, vulnerabile e flessibile.  I nostri desideri ormai sono sempre più difficili da saziare, quando non impossibili e quindi ciò che prima non costituiva un problema, ora lo è.

Come ricordo di aver letto in un articolo di Massimo Fini i nostri nonni da bambini non avevano playstation, cellulari, computers e roba elettronica, eppure il loro divertimento non era certo minore con un pallone o con i classici giochi di nascondino e acchiapparello. Ciò significa che oggi ,per divertirsi, i bambini hanno bisogno di molto di più, mentre in passato era necessario molto di meno. Ed è su questo “molto di più” che ritengo si instauri molto del disagio psicologico che viviamo.

Consumare è d’obbligo, non sono nessuno se non consumo. Consumare mi dà la felicità, ma è una felicità effimera che non entra dentro di me, ma rimane in superficie tanto è vero che ho bisogno nuovamente di consumare per sentirmi vivo quando le cose non vanno. L’uomo trasforma tutto in merce, fino all’atto ultimo, che è trasformare sè stesso in merce senza rendersene conto e senza ribellarsi (le politiche sul lavoro che si stanno instaurando in Italia e quelle che già si sono instaurate lo confermano, in quanto non mettono mai al centro l’uomo, se non come merce).

Siamo impotenti, ma forse solo perché ci hanno insegnato ad esserlo. In realtà, personalmente, ritengo che l’uomo può essere altro, ma deve volerlo e per volerlo deve conoscere la sua situazione e prenderne atto in un modo tale che ciò gli consenta di agire. Tutto è concepito in modo che le persone però non ne prendano atto, ecco perché la gente non si sveglia realmente.

Un esempio classico è facebook, social network utilizzato e probabilmente pensato per incanalare in forme rabbiose, ma completamente innocue, il disagio della gente e la sua frustrazione. Basta condividere una informazione che molti credono di aver compiuto chissà quale atto rivoluzionario e di ribellione. E’ logico che l’informazione corretta è alla base di una azione che miri ad un cambiamento costruttivo, ma il meccanismo facebook fa si che il tutto si fermi molto prima di arrivare all’azione o meglio riduce l’azione al semplice atto di condivisione, ossia ad un click sul mouse. La persona pensa di aver fatto qualcosa che contribuisce ad una maggiore presa di consapevolezza ed in teoria è così, ma nella pratica poi ci si culla nell’autosoddisfazione di un gesto così semplice “che ha dato tanto, ha informato e ha fatto vedere come la penso bene su certe questioni”. Il guaio è che spesso finisce lì. Non c’è niente che ci spinga oltre quando, senza quell’oltre, siamo condannati a questa vita precaria ed instabile.

Sembra una beffa colossale, ma è la realtà.

Io stesso non sono immune dal meccanismo, sebbene mi sforzi quanto meno di esserne consapevole. Viviamo in una prigione che abbiamo imparato ad arredare, ma sempre prigione rimane.

C’è da meravigliarsi che la gente avverta sempre più spesso un disagio ed un vuoto che la attanaglia?

E’ di oggi la notizia di un piccolo imprenditore di 58 anni che si è dato fuoco a Bologna davanti all’Agenzia delle Entrate e all’origine del gesto sembrano esserci stati problemi economici. Cosa può portare un uomo a compiere un gesto del genere? Non ha cercato di farla finita in un modo che potesse essere indolore e veloce, ma ha scelto le fiamme, la carne che brucia, per gridare il suo no al vivere in questa società, dove il denaro troppo spesso sostituisce i reali bisogni delle persone.

Si calcola che i suicidi a metà del 1600 in Europa fossero 2,5 per 100.000 abitanti, nel 1850 erano 6,9 , oggi sono 20. Anche l’alcolismo di massa nasce con la Rivoluzione Industriale e così l’abuso di sostanze stupefacenti.

L’umanità ha fatto a meno della psicologia intesa come scienza e come pratica clinica fino a fine 800 ed una riflessione al riguardo andrebbe fatta. Significa che l’uomo stava meglio e nutriva un disagio minore nel rapportarsi al vivere fino ad allora? Non voglio dare una risposta,sicuramente ci sono molte variabili che andrebbero prese in considerazione, ognuno la pensi come crede, ma è indubbio, per quanto mi riguarda, che oggi l’uomo nutre un profondo disagio esistenziale nel rapportarsi a questo modello di società.

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