Il Bhutan e la Felicità Interna Lorda (FIL)

Il  Regno del Bhutan è un piccolo stato montuoso dell’Asia nella catena himalayana. La sua attuale forma di governo è una monarchia costituzionale ed il reggente è Jigme Khesar Namgyel Wangchuck.

Questo regno negli anni 70, grazie all’allora monarca Jigme Singye Wangchuck, cominciò a far sviluppare la propria economia in relazione non più al Prodotto Interno Lordo (PIL), ma bensì alla Felicità Interna Lorda (FIL). Il PIL non è altro che la produzione complessiva annua di prodotti finiti e servizi all’interno di una economia quantificata in termini monetari.

Nel FIL vi è incluso il benessere spirituale e la preservazione dei valori culturali e dell’ambiente fisico. Per il re il PIL non prendeva assolutamente in considerazione variabili che invece dovevano essere prese in considerazione in quanto il benessere non può essere costituito intrinsecamente da una mera crescita economica, bensì dalla felicità.

Il FIL pone la persona al centro dello sviluppo, riconoscendo che l’individuo ha bisogni non solo di natura materiale, ma anche spirituale ed emozionale. Esso infatti si basa su 5 parametri:

 

– lo sviluppo umano

– la governance

– lo sviluppo equilibrato ed equo

– il patrimonio culturale

– l’ambiente e la sua conservazione

 

Solo rispettando questi parametri per il Bhutan è possibile garantire : indipendenza, sovranità e sicurezza.

Il Dalai Lama è un convinto sostenitore della FIL. A questo proposito ha dichiarato: «Come buddhista, sono convinto che il fine della nostra vita è quello di superare la sofferenza e di raggiungere la felicità. Per felicità però non intendo solamente il piacere effimero che deriva esclusivamente dai piaceri materiali. Penso ad una felicità duratura che si raggiunge da una completa trasformazione della mente e che può essere ottenuta coltivando la compassione, la pazienza e la saggezza. Allo stesso tempo, a livello nazionale e mondiale abbiamo bisogno di un sistema economico che ci aiuti a perseguire la vera felicità. Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità».

Il benessere quindi è più importante dei consumi. La felicità è da intendersi, non tanto come sentimento in sé, quanto come percezione di un equilibrio globale. E’ un dato di fatto che il PIL invece non ci dica niente al riguardo del vero benessere di una persona e niente riguardo alle relazioni umane che è in grado di instaurare. Se una persona consuma ciò non è affatto indice del fatto che stia bene, anzi solitamente è proprio quando si nutre un disagio che si consuma di più, quasi come tentativo di colmare un vuoto (il cosidetto “shopping terapeutico” che di terapeutico però ha ben poco).

Il PIL promuove un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata cosa che in natura non è possibile perché le risorse a disposizione sono limitate e sostiene che il benessere si poggi sul denaro.

“Sono ricco” non equivale a “sono felice”. La  ricchezza è facilmente misurabile, la felicità (intesa come equilibrio biopiscosociale) non lo è, ma non per questo è cosa impossibile (l’esperienza del Bhutan ce lo insegna) e di certo è più utile è aderente alla realtà.

In un periodo dell’anno come questo dove il consumismo esplode, forse fermarsi a riflettere su cosa ci rende realmente sereni( se l’eventuale dono ricevuto/offerto o la persona e la relazione che sta dietro a quel dono) può avere ancora maggiore senso.

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