La violenza è semplice, le alternativa alla violenza sono complesse

Mi chiedo come si possa riuscire a scrivere qualcosa sulla violenza di   genere  che sia originale e che valga la pena di essere letta in quanto, in rete e sui mezzi di informazione tradizionali, questa parola periodicamente viene analizzata e dibattuta in tutte le sue sfaccettature, a volte in modo molto intelligente, altre volte meno. Ci provo.

Nutro innanzitutto un profondo disagio rispetto al rischio di spettacolarizzazione che si può fare sull’argomento, fin troppo spesso la sensibilizzazione sul tema della violenza rivolta nei confronti della gente è si necessaria, ma non di rado fine a sé stessa o ad un momento di interesse giornalistico/televisivo che cavalca semplicemente l’emotività della gente in modo non necessariamente legato ad una reale presa di consapevolezza del problema. Se ne può parlare quanto se ne vuole, ci si può indignare quanto si vuole, ma se poi i centri antiviolenza, primi sul campo nel far fronte all’emergenza, chiudono per mancanza di fondi cosa abbiamo ottenuto realmente? Abbiamo riempito semplicemente qualche salotto o qualche piazza. Non basta e la realtà con i suoi numeri è pronta a farsi beffe di noi.

Devo comunque darmi atto di godere, parlando di violenza,  di una posizione privilegiata come coordinatore ed operatore del primo Centro in Italia (ed attualmente ancora tra i pochi) che si occupa della presa in carico degli uomini autori di violenza: Il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze( C.A.M.). Ne parlo con cognizione di causa perché io i cosidetti “violenti” “maltrattanti” “mostri” “non veri uomini” li accolgo nella nostra Associazione e li accolgo nel senso più ampio ed umano del termine cercando, per quanto possibile, di non farmi vincolare da stereotipi e pregiudizi facili e offro loro uno spazio di ascolto.

La violenza non la vedo direttamente nel mio lavoro, ma la ascolto dalle parole di coloro che direttamente la agiscono  e , all’interno del colloquio, può  trapelare qualcosa di essa attraverso le loro insicurezze e la loro titubanza nell’assumersi le proprie responsabilità e mettersi in discussione.

Il presupposto dal quale nasce la possibilità che ritengo di poter dare per ascoltare le loro storie ed i loro vissuti è la capacità di riuscire a separare nettamente quella che è la persona da quello che poi è il suo comportamento. Accetto in modo positivo ed incondizionato l’uomo, condanno senza mezze misure il comportamento violento.

E’ sufficiente? La mia esperienza mi dice che per un numero significativo di uomini (parlo naturalmente solo degli uomini che si presentano al C.A.M.) questo basta per dare avvio ad un processo di cambiamento riguardo alla capacità di agire un comportamento non violento nelle inevitabili situazioni di potenziale conflittualità all’interno delle coppie. Per altri i blocchi e le ferite sono molto più profondi e difficili da gestire.

Un post è troppo poco e forse sarebbe troppo didattico e di interesse più che altro clinico se mi soffermassi eccessivamente sul lavoro appunto più clinico, cerco quindi di andare avanti sulle considerazioni che mi premono.

La violenza è evitabile? Io personalmente giustifico un comportamento violento solo in tre diverse situazioni:

  • Legittima difesa.
  • Eventuale possibilità/necessità di difesa di una o più persone in stato di debolezza di fronte ad un comportamento violento che sta subendo o sta per subire e a cui mi trovo ad assistere.
  • Rivolte sociali e popolari, quando un popolo o una comunità vessata e martoriata ha esaurito i metodi non-violenti per farsi ascoltare.

 

La violenza su di sé  fatta nel pieno delle proprie facoltà mentali (il suicidio) meriterebbe uno spazio su che qui non affronterò, ma sarebbe sicuramente un’analisi interessante.

Non credo che, in qualsiasi situazione diversa dalle tre esplicitate,  un comportamento violento possa trovare un qualche tipo di legittimazione. La violenza può trovare forse (amaramente) comprensione o “simpatia”, ma non legittimazione.

Penso a quello che è successo negli ultimi giorni in cui un allenatore di calcio ha colpito con violenza un giocatore della sua squadra ricevendo critiche, ma anche plausi e solidarietà di fronte ad immagini molto forti che non lasciano dubbi sulla aggressività incontrollata del gesto. Non difendo il giocatore che ha provocato, ma mi chiedo quanto poi si è distanziato eticamente e moralmente il suo allenatore (e rimarco allenatore ossia colui che dovrebbe comunque essere selezionato per avere delle qualità che lo rendano più padrone e super partes delle situazioni e delle dinamiche rispetto a coloro che allena).Il suo ruolo non richiedeva forse un autocontrollo in più rispetto al giocatore? Nonostante la condanna ufficiale, la difesa popolare che se ne è fatta in certi contesti mi ha ricordato la difesa che si fa di alcuni uomini (quando non sono loro stessi a farsela da soli) rispetto al fatto che di fronte ad una provocazione pesante hanno sbagliato, ma non si poteva reagire diversamente.” Ho sbagliato, ma” dove quel ma è la premessa ad una assoluzione interiore piena in cambio di una ammissione di responsabilità di facciata.  Se non si poteva quindi evitare di sbagliare, lo sbaglio (in questo caso la violenza) viene inesorabilmente giustificato e legittimato. Mi viene da pensare al padre che picchia il figlio perché si comporta in un modo che lo fa arrabbiare ed esasperare ( almeno il genitore questo percepisce). Come se l’emozione giustificasse il comportamento quando in realtà l’emozione giustifica pienamente solo l’emozione stessa e non altro, l’altro è una nostra scelta. Certo estremizzo, sono situazioni e dinamiche diverse quelle tra l’allenatore ed il suo giocatore e quelle tra un padre ed il figlio, ma io personalmente un fondo comune di presupposti lo avverto.

Cinquantasei donne dall’inizio del 2012 sono state uccise da uomini i cui ragionamenti probabilmente non distanziavano molto da quelli appena esposti  ed un numero enormemente più grande vive tra le mura domestiche sulla propria pelle i limiti di questo modo di ragionare e per loro non sono ragionamenti astratti come i miei  su questo post, sono lividi sul corpo e nell’anima. Rendiamocene conto.

La nostra società si trova in una fase storica di passaggio, siamo fortemente in crisi partendo dal dato economico fino ad arrivare al livello più intimo e personale e la violenza in molte situazioni può essere vista come un inevitabile approdo. Ma è quell’inevitabile che dobbiamo analizzare e scomporre in tutte le sue parti perché di inevitabile ci potrebbe essere solo la tendenza a giustificare i nostri comportamenti quando non siamo stati in grado di gestire le nostre emozioni in modo funzionale.

Come si può evitare la violenza? Innanzitutto conoscendola e nominandola solo così possiamo avere un parametro con cui valutare i nostri comportamenti. E’ la mancanza di parametri soggettivi che poi ci blocca nello stabilire parametri oggettivi. Quanti uomini non arriveranno mai ad ammettere di avere un comportamento violento solo perché non hanno la minima consapevolezza che uno schiaffo non è “solo uno schiaffo”, è violenza. Anche se fossero pochi (e non lo sono se consideriamo le statistiche) saranno sempre troppi.

Per usare una felice espressione di Friedrich Hacker , psicologo austriaco :”La violenza è semplice, le alternative alla violenza sono complesse”

 

2 commenti

  1. Fabrizio ha detto:

    Bella analisi, i cui contenuti fa piacere condividere, perché si capisce che derivano da esperienza e ascolto critico. Deve essere molto difficile restare disponibili e davvero aperti all'ascolto con  persone che compiono usualmente gesti violenti sulle proprie compagne, e magari anche sui propri figli! Sento però il bisogno di qualche chiarimento: immagino che molti di questi uomini che si rivolgono al CAM siano profondamente feriti e anche "spaventati", dal mondo e da se stessi, e così hanno sviluppato un comportamento semplificatorio che gli dà sicurezza, anche se a un prezzo altissimo.  Però questi soggetti hanno almeno la lucidità di porsi in discussione quel tanto che basta per chiedere un appoggio (e non è poco). I veri psicopatici vengono? Una parte della loro personalità gli permette occasionalmente di accettare questo aiuto psicologico, oppure persone così potranno essere avvicinate solo "dopo", magari in carcere? 

    • Mario De Maglie ha detto:

      Grazie per l’apprezzamento. Chi ha disturbi psichiatrici conclamati in realtà agise un comportamento che è conseguenza del disturbo psichiatrico ed è quindi a quello che bisogna in primis porre l’attenzione. In quel caso la violenza non è una scelta.

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