Limiti o stereotipi

Partecipando ad un incontro all’ Ordine degli Psicologi della Toscana sul corretto utilizzo della pubblicità per la promozione della propria professione, ho avuto modo di riflettere su di un tema che, secondo me, ha una sua peculiare importanza.

Il tutto prende il via dalla richiesta, fatta ai partecipanti dell’incontro, di pensare ad una convinzione limitante nella promozione del proprio lavoro e ad una convinzione invece potenziante.

Mi voglio concentrare su ciò che mi è venuto in mente come mia personale  convinzione limitante: dare un sostegno psicologico ad una persona bisognosa dietro la richiesta di un compenso economico può far nascere una sensazione poco piacevole  di “lucrare” sul malessere altrui, anche se ciò si sa benissimo non corrispondere alla realtà.

Sto parlando naturalmente di una mia possibile sensazione che ho definito limitante e quindi intrinsecamente poggiata su delle difficoltà che potrebbero essere di ostacolo allo sviluppo delle mie potenzialità lavorative. Ci voglio comunque fare delle osservazioni e delle precisazioni.

Sono assolutamente convinto che una prestazione in una qualsiasi relazione di aiuto  è una prestazione lavorativa che deve essere retribuita adeguatamente. Non credo neanche possano nascere difficoltà particolari nel farsi retribuire in modo congruo  quando chi usufruisce della prestazione è una persona che può permetterselo. Pensare che però non possa nascere un minimo di disagio nel professionista nel chiedere un compenso a chi è in una difficoltà economica, che magari si sa anche contribuire al suo malessere, può essere forse illusorio. Certamente bisogna essere pagati e certamente si possono anche adeguare i prezzi valutando la situazione economica di ogni singola persona, ma quello su cui voglio riflettere è che, proprio in virtù della particolarità del lavorare con le relazioni di aiuto, questo può essere un momento delicato nel vissuto del l’operatore.

Mi si obbietterà: “In ogni altro tipo di lavoro la professionalità viene pagata ed in genere i professionisti  dei vari settori non si fanno troppe remore se i costi del loro servizio sono molto elevati. Un medico ha la sua parcella e quella è, noi non siamo da meno degli altri, se chiediamo meno ci sottostimiamo, facciamo male alla professione. E’ dequalificante per lo psicologo non esigere ciò che le altre categorie di professionisti richiedono senza difficoltà. Significa allora che lo psicologo è meno professionista? Assolutamente non bisogna dare questa immagine! “ Vige inoltra la regola : più pago migliore è il servizio al quale accedo. Se questo psicologo si fa pagare 100 offrirà sicuramente un servizio migliore di quest’altro che invece chiede 50 **

Sono tutti argomenti condivisibili, ma quello che mi chiedo e chiedo a tutti coloro che possono essere stati o sono impegnati in relazioni di aiuto, non a titolo di volontariato: “Siamo sicuri che un professionista, formato per lavorare valorizzando le relazioni umane e che conosce da vicino il disagio psicologico, non ponga, per forza di cose, alla base dei propri interventi un’ attenzione a tutte quelle che possono essere le difficoltà della persona, nessuna di esse esclusa, e quindi non possa nascere una dissonanza sapendo che il proprio onorario può contribuire ad un disagio reale della persona?

Non è pensabile operare gratuitamente, non ho in mente soluzioni diverse da come in linea di massima si è soliti comportarsi, quello che però mi colpisce e che mi trova in disaccordo è come, quando si parla di questo argomento, le reazioni dei “più esperti” sono del tipo: “Devi imparare a valorizzarti di più” come se il problema fosse un problema di autostima dell’operatore. Sembra quasi che dire semplicemente:” E’ una cosa che mi risulta difficile, anche se non nutro dubbi sulla sua inevitabilità” sia una eresia, se lo affermi allora non sei abbastanza professionale o hai una sorta di complesso di inferiorità. Non credo che esplicitare una difficoltà, che, a mio modesto parere, non deve essere poi così rara, porti poi come conseguenza il non saperla gestire.

Lo psicologo non è “più essere umano” del resto del mondo, ma sicuramente ha una capacità di ascolto e di empatia più matura e spontanea ed è naturale che queste vengano comunque sempre fuori in tutte quelle che possono essere le dinamiche con l’utente.

Faccio il mio lavoro per passione perché credo fermamente in quella che Carl Rogers chiama tendenza attualizzante dell’individuo ed è mio reale interesse che chi assisto possa trarre un vantaggio da quello che insieme costruiamo. Ciò non toglie che la vita ha un costo e che il mio lavoro mi deve permettere di fare fronte a questo costo. Ciò non toglie però anche che ci siano situazioni particolari in cui non è facile lavorare con un disagio dietro un compenso economico, ma nel consapevolizzarlo e nel parlarne non ho una mancanza di stima o di valorizzazione nei confronti di me stesso come professionista, sono semplicemente umano e voglio essere libero di sentirmi un essere umano senza per questo credere di essere in difetto.

 

 

** Questo può essere sicuramente valido in molti casi, ma è anche una regola basata su un costrutto mentale perché non necessariamente può trovare oggettivamente riscontro. Credo che ognuno di noi, nel corso della propria vita, possa aver usufruito di ottimi servizi a basso costo e di pessimi servizi ad alto costo. Stiamo attenti a non essere troppo rigidi cullandoci negli stereotipi. La positività di un intervento e/o di una prestazione devono avere come primo parametro di efficacia il risultato ottenuto e non il prezzo pagato per quel risultato.

2 commenti

  1. Sara ha detto:

    ciao mario,
    sabato ero allo sesso incontro all'ordine… e ricordando le "parole chiave" del tuo indirizzo web sono venuta a curiosare.
    credo che il tema che hai toccato con il tuo intervento meritasse un confronto più approfondito di quello che era possibile fare sul momento. l'esercizio che ci è stato sottoposto doveva essere uno strumento per conoscere i vari punti di vista, ma è sembrato quasi diventare un momento in cui qualcuno "+ esperto" ci doveva dire se le nostre convinzioni erano giuste o sbagiate. questo non mi è piaciuto… anche perchè se tu stesso l'hai definita una convinzione limitante, è evidente che sei il primo a individuare in tale atteggiamento un errore di fondo.
    anche se talvolta ti può capitare di pensarlo o di sentirti in difficoltà per i motivi che hai spiegato (e che evidentemente condivido:-)
    sicuramente il contesto e il tempo non hanno consentito di poterci spiegare tutti un po' meglio.
    buon lavoro e complimenti per il sito!
    ciao sara
     

  2. Mario ha detto:

    Ti ringrazio Sara, ho piacere nel leggere il tuo commento. Quello che cercavo di dire è che se è vero che alcune convinzioni sono limitanti, i limiti sono imprenscindibili dalla natura umana. Non tutti hanno colto cosa volevo dire, non è che se mi dispiace per delle effettive difficoltà economiche di un mio cliente, andando poi dal supervisore questo dispiacere scompare. Non ponevo soluzioni perchè è logico che la prestazione va retribuita, ma osservavo un dato di fatto. Se è limitante mi rende anche molto umano e questo nel nostro lavoro aiuta.

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