Intervista a Mario De Maglie per QI Questioni e Idee in Psicologia

Qi, il magazine online di Hogrefe Editore.Ogni mese, cultura, scienza ed aggiornamento in psicologia.

di seguito il link dell'intervista a Mario De Maglie e sotto l'intervista per intero:

 

http://qi.hogrefe.it/it/rivista/intervista-mario-de-maglie/

 

Intervista a Mario De Maglie

Il fenomeno della violenza sulle donne è in gran parte ancora sommerso perché c’è paura di denunciare. Secondo l'indagine ISTAT del 2007 sulla violenza e i maltrattamenti contro le donne (l'ultima effettuata sul fenomeno) oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita; nel 2012, 113 sono state uccise. Tra le iniziative per far fronte a queste forme di violenza c’è il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM), il primo in Italia che si occupa dal 2009 della presa in carico di uomini autori di comportamenti violenti. Mario De Maglie, che ne è il coordinatore, ha recentemente parlato di violenza sulle donne all’interno dell’inchiesta condotta da Repubblica “Uomini che odiano le donne”. Lo abbiamo intervistato, per comprendere meglio i vissuti che caratterizzano gli uomini maltrattanti e il percorso psicologico che viene fatto presso il Centro.

D. Ci presenta l’attività che svolgete presso il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti?

R. Il CAM Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti è il primo centro in Italia che si occupa della presa in carico di uomini autori di comportamenti violenti all’interno delle relazioni affettive. E’ nato da un’idea e da una costola dell’Associazione Artemisia, il centro antiviolenza di Firenze e provincia, e il 17 Novembre 2009 si è costituito in Associazione Onlus, diventando autonomo ed indipendente. E’ quindi, da poco, entrato nel suo quarto anno di vita. Il CAM si propone come un luogo dove poter aiutare gli uomini autori di comportamenti maltrattanti verso le loro compagne e/o i loro figli ad interromperli.
Il nostro servizio consiste nell’offrire, all’uomo, una prima serie di colloqui individuali (di solito cinque sono sufficienti, ma non c’è rigidità in proposito) nei quali si cerca di creare una relazione positiva e si cerca di valutare la gravità della violenza agita e la motivazione al cambiamento. In seguito, valutati questi elementi, c’è la possibilità, per l’utente, di entrare in un gruppo psicoeducativo cocondotto da due facilitatori, un uomo e una donna. Per scelta metodologica, i colloqui individuali sono tenuti da uomini, mentre il gruppo da un operatore ed un’operatrice. Riteniamo importante la presenza di una donna all’interno di un gruppo di soli uomini autori di violenza proprio nei confronti dell’altro sesso. Il ruolo dell’operatrice è quello sia di far confrontare gli uomini con il femminile sia, essendo una persona con una esperienza pluriennale in un centro antiviolenza, di aiutarli ad empatizzare con le vittime. All’interno del ciclo di valutazione, l’uomo firma una liberatoria che ci permette di contattare la partner coinvolta nella situazione di abuso. Il contatto con la partner viene effettuato da un’altra operatrice ed ha lo scopo di informare la donna che il suo compagno sta usufruendo del nostro servizio e di ricevere un suo feedback rispetto al maltrattamento subito. La partner viene ricontattata a metà ed a fine percorso oppure se l’uomo interrompe la frequenza o se valutiamo sussistere una situazione di rischio di reiterazione della violenza. Sin dai primi colloqui, per poter andare avanti, l’utente si impegna a non agire più comportamenti violenti e, se dovessero avvenire, a riferirlo agli operatori da cui è seguito. Il Centro è impegnato anche in attività di sensibilizzazione sulla violenza e sulla diseguaglianza di genere. Abbiamo da poco avviato una formazione su questi temi all’interno delle aziende (prima esperienza in Italia) e ci prepariamo, per il 2013 ad avviare dei lavori all’interno delle scuole per aiutare le ragazze e i ragazzi a riconoscere e a rompere gli stereotipi di genere. Stiamo anche concludendo un corso di formazione specifico per operatori che vogliono lavorare con la nostra utenza e ci stiamo organizzando per tenerne un altro nel 2013. Nuove realtà come la nostra sono nate e stanno nascendo, nonostante la scarsità di fondi sia un problema serio, pensiamo quindi sia importante offrire l’esperienza del nostro lavoro. Da pochissimo è operativa una sede CAM anche a Ferrara.

D. Sono gli uomini autori di violenza a mettersi in contatto con voi in prima persona?

R. Esistono due diversi tipi di arrivo al Centro: il volontario e l’invio obbligato (o comunque fortemente consigliato da avvocati, tribunali, assistenti sociali). Al momento, su 130 uomini che hanno chiamato l’Associazione, un centinaio abbondante lo ha fatto senza esservi costretto legalmente. Di solito sono eventi critici che li portano a chiedere un aiuto: la donna minaccia di chiudere definitivamente la relazione o è stata messa sotto protezione, la donna è finita all’ospedale dopo l’ultimo episodio di maltrattamento o sono intervenute le forze dell’ordine e quindi gli uomini si sono spaventati, oppure possono essersi resi conto di un forte malessere dei loro figli in relazione al loro modo di comportarsi.

D. Come è articolato, di solito, il percorso psicologico degli uomini autori di violenze?

R. Molti uomini, anche se non tutti, minimizzano il loro comportamento violento e si sentono loro le reali vittime. Possono riconoscere di aver sbagliato usando le mani, ma ritengono di non aver avuto altra scelta. È stata la donna a non permettere loro di comportarsi in modo non violento, è lei, secondo loro, il vero elemento aggressivo della coppia. A volte, possono anche non riconoscere in uno schiaffo una vera violenza e possono arrivare da noi con una idea di maltrattamento inconsapevolmente strumentale a giustificarli. Violenza è quella che finisce nel fatto di cronaca, non la loro. All’interno dei colloqui individuali, punto molto sulla responsabilizzazione dell’agito violento. È sicuramente possibile che anche la donna possa avere delle criticità, questo però non giustifica il comportamento violento. Non condanno mai la persona che compie l’atto violento, ma solo l’atto violento. Preferisco parlare di uomini autori di comportamenti violenti, anziché maltrattanti proprio perché ritengo necessario porre l’attenzione su ciò che è realmente sbagliato, ossia il comportamento e non la persona. Non mi interessa dare etichette, ma porre l’evidenza su ciò che di negativo vi è nel comportamento aggressivo utilizzato. D’altro canto agire una violenza è una scelta; così come l’uomo è parte attiva del comportamento violento così lo deve essere della sua interruzione. Considerare la violenza come una malattia è deresponsabilizzare l’uomo, la violenza è un modo di comportarsi che viene scelto e non subito. Le tensioni in ogni coppia sono inevitabili ed il mio lavoro con loro è riuscire ad aiutarli a gestirle senza l’utilizzo di atti prevaricanti. Trovo molto utile lavorare sulle modalità comunicative.

D. Attraverso questo percorso, le violenze dopo quanto iniziano a interrompersi?

R. Abbiamo constatato che la violenza fisica, nella maggior parte dei casi, cessa immediatamente, già dal primo colloquio, mentre il discorso è più complicato per quanto riguarda la violenza psicologica. Gli uomini non capiscono facilmente come certi sguardi, certi atteggiamenti e certe frasi possano intimorire ancora la donna, anche in assenza di comportamenti lesivi fisici, perché riattivano i ricordi delle violenze subite in passato. Non comprendono che le donne sono state vittime di traumi e che per loro non è facile dimenticare con la stessa facilità con cui dimenticano i compagni. È proprio in queste fasi che è estremamente rilevante avere nel gruppo un’operatrice donna con esperienza con le vittime.
Naturalmente io parlo di quegli uomini che continuano il percorso e non del drop-out che, comunque, è diminuito nel corso del tempo, spero anche grazie ad una nostra maggiore esperienza.

D. Ci sono, secondo lei, uomini più predisposti di altri a mettere in atto comportamenti violenti?

R. Non esiste un profilo sociale o psicologico specifico del “maltrattante”; ho accolto in Associazione medici, avvocati, operari, liberi imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine, agricoltori, pensionati etc. Sono persone con cui si può prendere tranquillamente un caffè al bar senza avere minimamente idea del loro comportamento violento. Anche per noi psicologi e terapeuti è difficile, senza una formazione adeguata, riconoscere questo tipo di uomini in contesti di setting privato, rischiamo facilmente di colludere con la violenza e “pensare che lei sia proprio una stronza”. Sono molto bravi a fare dei ritratti poco lusinghieri delle loro compagne ed il rischio è quello di considerarli veramente delle vittime. Per questo motivo credo che tutti, uomini e donne, siamo a rischio di mettere in atto comportamenti violenti, così come siamo capaci di subirli. Il discorso è molto amplio ed interessante e non posso che farvi pochi accenni, ma più vado avanti con il mio lavoro e con la mia vita, più mi rendo conto di quanto la gente in casa, per strada, sui luoghi di lavoro non sia in grado di riconoscere dei comportamenti violenti e prevaricanti e di dare a questi  il loro nome ed il loro peso. C’è una sorta di normalizzazione della violenza. Quanti genitori possono arrivare a dare uno schiaffo al proprio figlio considerando l’atto giusto e meritato? Uno schiaffo è un comportamento violento, non viene riconosciuto, ma giustificato e la cosa peggiore è che viene considerato educativo. Non c’è niente di educativo in uno schiaffo, il bambino non impara niente, modifica in modo innaturale un suo comportamento solo perché ha paura della punizione corporale. Viene allontanato con la violenza e la paura da quello che sente e imparerà a fare altrettanto con gli altri.
Pur non essendo una regola, alcuni degli uomini, prima di agire delle violenze, le hanno anche subite. Se, da bambino, si vede il proprio padre umiliare la propria madre e avere ragione su di lei con la forza è facile che si pensi che ciò sia normale e lo si ripropone con la propria donna. Se, da bambino, ricevere delle botte dai genitori è normale, lo sarà anche, da adulto, darle ai propri figli. Se una cosa la fanno tutti è normale, se la fanno tutti la posso fare anche io e non sentirmi in colpa. C’è una predisposizione sociale e culturale che crea terreno fertile per gli atti violenti. Anche se considerassimo esclusivamente la violenza di genere le statistiche sono allarmanti e non tengono conto di tutta la violenza che si consuma all’interno delle mura domestiche e che da lì mai uscirà.

D. I comportamenti violenti sono associati esclusivamente all’emozione della rabbia. Ci sono altre emozioni, oltre alla rabbia, che caratterizzano i comportamenti violenti?

R. La rabbia è sicuramente ciò che prevale durante il nascere e l’esplosione della violenza. Spesso gli uomini riportano che la rabbia è stata innescata dal non sentirsi riconosciuti dalla donna in qualcosa, per loro, molto importante. È un mancato riconoscimento dei loro bisogni che fa nascere la collera, anche se, loro per primi, non sono in grado di riconoscere i bisogni della partner. Una relazione è funzionale e libera solo se entrambi i membri sono in grado di esprimere i propri bisogni e di riconoscere quelli dell’altro. Quello che constato è che la violenza nasce dal non essere stati in grado di comunicare. Molto spesso nessuno ci ha insegnato a comunicare in modo non violento. Dopo l’esplosione di collera in alcuni uomini prevale il senso di colpa e quindi un disagio che evidenzia, nell’intimo, che hanno commesso qualcosa di sbagliato.

D. Secondo i dati forniti da Telefono Rosa, quest’anno In Italia le violenze sulle donne sono arrivate a coprire l’85% rispetto al totale delle violenze. Come mai, secondo lei, in Italia gli episodi di violenza sulle donne sono in aumento?

R. Io credo che il sommerso, al riguardo, sia un dato molto elevato che non può non essere preso in considerazione. Le cifre ufficiali sono soltanto la punta di un iceberg e anche solo una donna o un bambino che subiscono delle violenze saranno sempre una donna e un bambino di troppo. Lo stesso discorso vale per uomini che subiscono soprusi da parte di donne; lo preciso perché spesso sono “rimproverato” di non dire nulla sulla violenza delle donne verso gli uomini facendo finta che non esista. Non faccio finta che non esista, semplicemente non me ne occupo e sono convinto che comunque ci sia un innegabile sbilanciamento sociale e culturale a sfavore delle donne. Basta accendere la televisione oppure guardare alla storia recente e passata.

D. Ci sono degli stereotipi culturali che alimentano la violenza sulle donne secondo lei?

R. Ogni stereotipo è un vero salto mortale che compie il pensiero, e nelle relazioni tra uomini e donne ne siamo pieni, ecco perché considero prioritario un lavoro con i ragazzi delle scuole per cercare di abbatterli. Io stesso, nonostante faccia questo lavoro, spesso fatico ad allontanarmi dagli stereotipi del mio genere perché ne sono stato imbevuto come tutti gli altri. Pensiamo alla grammatica dove i termini “uomo” e “uomini” sono onnicomprensivi di “donna” e “donne”. In una classe i professori e le professoresse entreranno sempre dicendo “buongiorno ragazzi”, anche se magari c’è un solo ragazzo e tutte le altre sono ragazze. Cosa penseremmo noi maschietti se un docente entrando dicesse “buongiorno ragazze” e fossimo tutti ragazzi eccezion fatta per una alunna? Le stesse donne sono talmente immerse in questo clima che non è scontato che riflettano sull’evidenza. Un medico donna molto giovane, durante un gruppo di discussione sul genere, mi disse che era stufa che i pazienti la chiamassero tutti signorina, mentre il suo collega coetaneo maschio era chiamato dottore. Non tanto tempo fa sono stato ad un convegno in cui quattro differenti scuole di psicoterapia confrontavano le loro diverse modalità di intervento nelle relazioni di aiuto. Il 90% degli allievi e dei docenti erano donne, ma tutti i caposcuola erano uomini. Statisticamente sarebbero dovute essere delle donne anche i caposcuola, ma erano uomini. Lo vogliamo chiamare caso? Sbaglierò, ma io lo faccio rientrare nei vantaggi dell’essere uomo.
Sia chiaro che non sono contro il mio sesso, sono solo per la parità dei sessi che è cosa differente. Sta a noi fare delle nostre differenze di uomini e donne una risorsa o un limite.
Carl Rogers diceva: "Una delle ragioni principali della resistenza a comprendere, è la paura del cambiamento: se veramente mi permetto di capire un'altra persona, posso essere cambiato da quanto comprendo. Tutti abbiamo paura di cambiare!» Se veramente ci permettiamo di capirci tra uomini e donne possiamo cambiare ed è questo cambiamento che fa paura, ma io lo ritengo necessario e potenzialmente costruttivo. Sugli stereotipi di genere ci sarebbe molto da dire, da riflettere e discutere.

D. Quando si parla di violenza, si tende a pensare solo alla violenza fisica sottovalutando quella psicologica. Ci parla delle conseguenze della violenza psicologica?

R. Non c’è violenza fisica senza che ci sia anche una violenza psicologica, ma ci può essere violenza psicologica senza arrivare a quella fisica. Credo che solo un nostro utente abbia agito esclusivamente violenza di tipo psicologico. La violenza fisica è tangibile, un livido è qualcosa che per un po’ ti porti sulla pelle e che puoi guardare, quando vuoi, per dirti che non ti stai inventando tutto, per dirla in termini semplicistici. Una violenza psicologica non la puoi riconoscere così facilmente, è molto più subdola e devastante nell’animo. Molte donne in situazioni di maltrattamento vengono allontanate dalle loro relazioni più significative e “rimangono sole” con lui. Lui diventa il loro esclusivo parametro di valutazione di ciò che sentono e di ciò che accade all’interno della coppia. È tremendo. Per gli stessi uomini, come accennato prima, può essere molto difficile riconoscere la violenza psicologica. E se già faticano a riconoscere un atto lesivo fisicamente come violento, si può immaginare quanto il lavoro per il riconoscimento del maltrattamento psicologico possa essere faticoso. Anche qui però non vorrei soffermarmi solo sui “nostri uomini” che sono arrivati a commettere degli atti violenti fisici e a chiedere un aiuto. Maltrattamento psicologico sono anche gli stessi stereotipi di genere presi in considerazione prima e quindi è un fenomeno diffusissimo. Tempo fa ero con una coppia sposata di conoscenti in auto che mi stavano dando un passaggio. Guidava lei e lui è stato durante tutto il tragitto a fare il puntiglioso sulla sua guida manifestando un aperto nervosismo. Il tratto di strada ed il parcheggio necessario perché mi riaccompagnassero erano stati realmente difficili, ma lo devono essere stati ancora di più per quella donna che si è dovuta sorbire l’ansia causata dal nervosismo fuori luogo del marito. In una situazione del genere è facile fare incidenti. Sono certo che, con un uomo al volante, lui non sarebbe stato così denigratorio, indipendentemente dalle capacità di guida. Con la moglie (donna) non si è fatto scrupoli. Non credo lui sia mai arrivato a colpire lei, ma non credo che per lei la vita con lui sia facile nonostante questo. Quello che voglio dire è che, una volta che si è sensibilizzati al problema del maltrattamento, i nostri occhi vedono molte cose sotto una luce diversa e “osiamo chiamare la violenza per nome”.

 

Mario De Maglie ospite di Mattino 5 su Canale 5

Martedì 22 Gennaio sono stato ospite della trasmissione di Canale 5 Mattino 5 per parlare del lavoro del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze.

Di seguito il link che riporta alla puntata, sono visibile intorno al 57esimo minuto:

 

http://www.video.mediaset.it/video/mattino_5/full/368916/martedi-22-gennaio.html

Uomini autori di comportamenti violenti. Quattro posizionamenti possibili rispetto al maltrattamento

I lavori clinici sui “maltrattanti” hanno reso evidente come non sia possibile arrivare ad un profilo specifico dell’uomo “violento”. La violenza è un fenomeno trasversale nelle classi sociali e culturali e non possiamo considerarla una malattia, ma una scelta di cui, chi la compie, deve assumersi la responsabilità. Siamo tutti a rischio di agire e di subire dei comportamenti prevaricanti e aggressivi. Operare una classificazione non è mai stato possibile e su questo, dopo tre anni di lavoro al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze (C.A.M.), primo Centro in Italia che si occupa della presa in carico dell’utenza in questione, concordo pienamente. All’interno dell’ Associazione, mi sono occupato principalmente dell’accoglienza degli uomini, offrendo loro una serie di colloqui individuali per poter valutare la consapevolezza del maltrattamento agito e la motivazione al cambiamento implicante, in primis, una interruzione dell’agito violento stesso. Ho lavorato con avvocati, operai, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine, agricoltori, impiegati, pensionati e con tanti altri delle più disparate fasce lavorative. Non ho riscontrato un “maltrattante tipico”, ma , in base alla consistenza dell’esperienza maturata, ho trovato possibile operare una suddivisione degli uomini rispetto alla modalità con la quale arrivano a formulare la richiesta di aiuto e quindi a presentarsi al C.A.M.

All’interno di questo ciclo di valutazione, viene effettuato il contatto partner che ha lo scopo di informare la donna del percorso intrapreso dal compagno e di ricevere un suo feedback rispetto al maltrattamento subito. Se l’uomo è motivato e disponibile viene introdotto al lavoro di gruppo con altri uomini e due facilitatori di differente sesso. Questo, in breve, il servizio offerto.

Prima di passare alla suddivisione, da me formulata, mi preme fare una considerazione che è sempre stata alla base del mio lavoro e che ho necessità di esporre per rispetto mio e dell’ utenza. In questo articolo non parlerò mai di “maltrattanti” o “violenti”, se non virgolettando le parole e questo ha una motivazione non banale. Considero l’utilizzo del termine “maltrattante” una etichetta che limita ed impoverisce l’aiuto che posso dare ad un uomo. Non mi interessa dare un giudizio sulla persona, quello che condanno è il comportamento violento, non chi lo agisce. La differenza può apparire sottile, ma è sostanziale. Parlo e parlerò sempre di uomini autori comportamenti violenti per porre l’accento sulla differenza tra ciò che si è e come ci si è comportati. Sebbene faccia parte di un Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, specifico che la questione terminologica è una posizione personale che è rappresentativa solo del mio punto di vista.

Torniamo alla “classificazione”. Essa non vuole essere rigida, ma dare delle indicazioni che ritengo possano essere di qualche utilità. Non necessariamente un uomo appartiene ad una sola delle categorie che vado a presentare o ne possiede tutte le caratteristiche, ma in base all’esperienza, ho individuato delle tendenze abbastanza comuni. L’invito è a prendere la suddivisione proposta comunque in modo flessibile.

Dopo aver ripercorso, tramite le schede cliniche tre anni di lavoro, e quindi con alle spalle una settantina di uomini e circa trecento colloqui, ho individuato quattro categorie di uomini:

 

  • Gli uomini “Io non sono un violento”

  • Gli uomini “Io sono un violento e sto male”

  • Gli uomini “Va tutto bene”

  • Gli uomini “Aiutami a capire”

 

 

Gli uomini “Io non sono un violento” sono coloro che non ammettono di essere considerati dei “violenti” o dei “maltrattanti”. Gli episodi per i quali si sono presentati sono stati occasionali, fraintesi, esagerati e non intenzionali. Si ritengono innocenti rispetto alle accuse che gli sono state mosse e lo chiariscono subito. Durante il colloquio, possono assumere un’aria innocente e sorpresa, se si cerca di concentrarsi sugli agiti violenti, oppure possono mostrarsi arrabbiati e indignati. Sono molto bravi a presentare la loro partner come una donna problematica, affermando o lasciando intendere che è lei il vero elemento violento della coppia, bisogna imputarle il motivo della loro insofferenza e di alcune reazioni aggressive. Mettono in atto una deresponsabilizzazione del maltrattamento agito e innescano facilmente polemiche sulle donne e la violenza femminile non riconosciuta. Immaginano una qualche sorta di macchinazione contro di loro, messa in atto dalla compagna, per screditarli e apparire una povera vittima. Non sono in grado di empatizzare con la donna e non arrivano a comprenderne le paure.

La definizione di violenza che danno e si danno è strumentale ad una “normalizzazione” del loro comportamento e la descrizione degli episodi violenti è vaga e minimale. Parlano poco del passato nella loro famiglia di origine e, se ne parlano, lo fanno come di un passato privo di qualsiasi forma di violenza.

Possono avere l’illusione di controllarsi durante l’espressione della loro rabbia, anche quando agita con aggressività. La loro idea è che, se si sono controllati, non possono essere stati violenti, il “violento” non si controlla.

Sono uomini che, di solito, arrivano al C.A.M. dietro spinte esterne che vivono come obblighi (invio da assistenti sociali, processi in corso, relazione di coppia in crisi, figli allontanati). Tale condizione non porta a una chiara ammissione di responsabilità, di conseguenza molte volte essi non proseguono il percorso. Può accadere che siano loro ad abbandonare il servizio oppure è la valutazione degli operatori che porta a una conclusione dello stesso. Questi uomini non riescono a mettersi in discussione perché, se esiste un problema nella coppia, non sono loro a doversene far carico.

Durante il colloquio, può essere utile affrontare la violenza in modo diretto e centrato, se non in prima battuta, a causa di forti resistenze, sicuramente in una seconda fase. E’ particolarmente importante con loro chiarire verbalmente la distinzione tra il non sentirsi un “violento” (legittimo) ed il comportamento agito (violento e condannabile).

La posizione che essi assumono nei confronti dell’operatore è spesso di sfida, opposizione, polemica o seduttiva manipolazione. Sono colloqui molto impegnativi e carichi di energia, le contraddizioni vengono scavalcate con semplicità disarmante, confrontare l’uomo con l’evidenza è tutt’altro che scontato.

 

Gli uomini “ Io sono un violento e sto male” sono coloro che si presentano consapevoli di aver avuto un comportamento violento e non faticano a considerarlo e chiamarlo tale, la richiesta di aiuto è semplice e diretta. Vivono con malessere il maltrattamento agito e se ne sentono responsabili in modo abbastanza limpido e non manipolativo. Vogliono essere aiutati a prevenire nuove violenze che si sentono a rischio di compiere, hanno paura di non riuscire a controllarsi e che, prima o poi, possa succedere il peggio. Vogliono essere fermati. Possono sentirsi addosso la paura della donna e viverla come un dramma, essendone loro la causa. Riescono a soffermarsi con più facilità nella descrizione degli episodi violenti. L’evidenziare delle criticità della donna è possibile, ma meno centrale, chiedono un aiuto indipendentemente da questo.

Possono aver subito delle violenze nella famiglia di origine, ma, rispetto ad altri uomini che possono avere una storia di violenza alle spalle, loro ne hanno, per qualche motivo, una consapevolezza maggiore.

I colloqui sono molto belli ed intensi. Il lavoro preliminare che l’operatore fa per tentare di ridurre i meccanismi difensivi dell’utente salta, cedendo il posto a maggiori elementi di terapia, riflessione e cura delle proprie ferite. Sono uomini che mostrano una sensibilità ed una emotività che li motiva ad andare avanti nel percorso perché capiscono l’utilità e l’inevitabilità di un lavoro su stessi per poter stare meglio, accedono facilmente al gruppo. Cercano di contrastare un senso di solitudine e di fallimento con il quale si sono dovuti confrontare ogni volta che hanno agito un maltrattamento.

 

 

Gli uomini “Va tutto bene” sono coloro che arrivano ad ammettere un singolo (o poco più) atto violento riferito al passato, ma, in breve tempo, affermano di aver risolto la crisi con la compagna e di essere ormai in grado di controllarsi.

Possono essersi molto spaventati in seguito ad un episodio in cui hanno agito violenza ed è questo che li rende maggiormente disponibili ad un confronto. Attivano velocemente un processo di interpretazione e razionalizzazione dell’episodio il cui scopo è renderlo comprensibile e giustificabile, circostanziandolo e contestualizzandolo. La loro responsabilità è fortemente mitigata da una corresponsabilità della donna. Affermano di aver imparato la lezione e, ad ogni colloquio, esplicitano che la relazione con la partner è migliorata, non ci sono più stati momenti di tensione sfociati in violenza oppure sono stati ben gestiti grazie al time-out* e ricordando la paura provata durante l’episodio in cui hanno corso il rischio di farle del male. Possono affermare di ricorrere ad un atteggiamento di indifferenza ogni volta che si sentono provocati e questa li tutela dalla rabbia esplosiva provata in passato.

La violenza è stata un incidente di percorso, da una parte ne sono responsabili, ma dall’altro, se incidente è stato, come tale va considerato. L’incidente non è premeditato, è casuale e deresponsabilizza. Un episodio circostanziato e quindi giustificabile a causa di eventi eccezionali.

La descrizione dell’episodio è molto vaga.

I “Va tutto bene”possono essere contenti del contatto partner perché questo può dimostrare, alla donna, il loro “cambiamento” ed il loro fare “penitenza” venendo al Centro. Tendono ad interpretare le parole dell’operatore per rafforzare le loro teorie ed è importante che quest’ultimo sia chiaro e mai ambiguo nell’esprimersi. Possono essere molto concentrati sui loro bisogni e poco propensi a mettersi in discussione.

L’aspetto maggiormente critico e problematico riscontrato nel lavorare con questa tipologia di utenza consiste nel provare a soffermarsi sui possibili momenti di tensione perché questi sembrano essere scomparsi o sotto controllo. Il passato familiare è okay e non parlano di criticità particolari. Riportano sempre le stesse argomentazioni e, poiché va tutto bene nelle nuove dinamiche di coppia, possono produrre un senso di noia nell’operatore perché ripetitivi e monotoni. Questi colloqui sono i più noiosi e demotivanti.

Nei confronti della paura della donna, da loro causata, sono ambivalenti, la avvertono e ne dubitano contemporaneamente. La donna è descritta come una provocatrice e quindi, se provoca, può davvero avere paura? Non di rado affermano che la donna è stata vittima di violenze passate e quindi è possibile che ora sia così sensibilizzata in proposito che ingigantisce alcune sue preoccupazioni.

Pur ammettendo di aver avuto un problema, sono convinti che il loro errore è stato negarlo finché non è esploso con la violenza. Il semplice esplicitare, ora, di aver avuto un problema lo risolve automaticamente. Un primo passo viene ad essere considerato come l’intero percorso.

Poiché le criticità sono diminuite o scomparse gli uomini, appena possibile, interrompono il percorso, è inutile continuare se non avvertono di dover cambiare qualcosa. E’ possibile che alcuni di loro stiano realmente attraversando un momento positivo, all’interno della relazione di coppia, e credano che l’emergenza sia passata. I colloqui effettuati li vivono come più che sufficienti per sentirsi al sicuro dal reiterare nuovi comportamenti maltrattanti.

La chiusura del percorso è rischiosa, pochi incontri non risolvono la situazione. L’operatore deve sempre dare una restituzione che tenga conto della reale possibilità che l’uomo si trovi al punto di partenza, cercando di motivarlo al consolidamento del periodo positivo. Non facile, fondamentalmente la motivazione è scarsa.

Paradossalmente i “Va tutto bene” arrivano con una certa motivazione, ma nel ciclo di valutazione, nonostante gli sforzi dell’operatore questa, invece di consolidarsi o aumentare, diminuisce.

 

Gli uomini “Aiutami a capire” sono coloro che si presentano molto confusi, non si considerano violenti, ma constatano che hanno realmente fatto del male alla loro compagna o che comunque lei può avere paura di loro. Dubitano sulla natura del loro comportamento, non sono in grado di decifrare gli agiti. Vivono una dissonanza, la parola violenza è una parola che non hanno mai associato a loro e quindi sono scioccati dal verificarsi di episodi in cui riconoscono un loro maltrattamento attivo. Si sentono responsabili, ma non sanno bene di cosa. Possono descrivere uno o due episodi in cui hanno “esagerato”, normalizzandone altri che sembrano comunque prevaricanti,ma che considerano di scarso rilievo.

Necessitano di un confronto iniziale su cosa sia un maltrattamento e di un feedback sui comportamenti messi in atto. Se questo avviene in modo chiaro ed accogliente, mostrano un maggiore interesse a mettersi in discussione e accettano volentieri di continuare il percorso.

Gli “Aiutami a capire” possono avere subito delle “lievi violenze” in famiglia, ma non le riconoscono come tali. Schiaffi e sculaccioni, se ci sono stati, sono stati inevitabili e con intento educativo.

Riescono a sviluppare facilmente empatia verso la loro compagna ed è proprio questa la chiave per agganciarli e motivarli, vengono gradualmente responsabilizzati.

All’interno di questa classificazione, potrebbero rientrare o avere un posto completamente loro, altre due tipologie di utenza che, per ora, causa necessità di maggiore esperienza in proposito nomino, ma lascio in disparte e sono:

 

  • Gli stalker
  • Gli uomini dietro invio obbligato

 

La presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti, in Italia, è una realtà molto giovane e noi del C.A.M, per primi, ci siamo dovuti confrontare con la mancanza di operatori più esperti sul territorio nazionale. La nostra formazione è avvenuta, principalmente, lavorando a stretto contatto con l’utenza, della teoria iniziale, ma soprattutto tanta pratica. Quello che ho scritto vuole essere un mio personale contributo alla tematica ed un aiuto concreto per i nuovi operatori che si approcciano a questo lavoro e che quindi hanno bisogno di maggiori riferimenti. Forse la lettura può essere utile anche ad alcuni uomini che possono riconoscersi in degli atteggiamenti di cui ho parlato e farne stimolo per ulteriori riflessioni.

Un uomo, durante un primo colloquio mi disse: “Ho un lupo in gabbia e questo lupo ne ha le chiavi”. Fu una frase che mi colpì. Il mio obiettivo è permettere al lupo di uscire dalla gabbia senza che sbrani nessuno o forse dovrei dire più realisticamente che non credo nell’esistenza di lupi o mostri, ma solo di essere umani che hanno bisogno di essere ascoltati e non giudicati per quello che sono. Giudicare una persona è il miglior modo per vincolarla a quel giudizio e non permetterle di cambiare. Se motivato, un uomo può interrompere la violenza. L’operatore può agevolare, in lui, dei processi di presa di consapevolezza, per farlo deve familiarizzare con quello che gli uomini portano con sé. Questa è la mia esperienza.

 

*il time-out consiste nell’allontanarsi dalla situazione di conflitto con la propria compagna, quando si sente il rischio di non riuscire a controllarsi e di agire un comportamento violento. E’ una soluzione solo temporanea, ma che consente, nell’immediato, di non recare un danno fisico alla donna e di solito evita all’uomo i sensi di colpa e il malessere che scaturiscono dopo un episodio di maltrattamento di cui si rende responsabile. E’ necessario che il time-out sia concordato con la partner ossia che la donna sappia che, se l’uomo va via improvvisamente, durante un momento di tensione, non è per mancanza di rispetto, ma per tutelarla da gesti violenti.

 

di Mario De Maglie

Psicologo, Psicoterapeuta, Coordinatore Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti

www.centrouominimaltrattanti.org

www.aiutopsicologicofirenze.it

Per contattarmi direttamente:

madek5@hotmail.com

 

da:

 

http://www.forumlousalome.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=208%3Auomini-autori-di-comportamenti-violenti-quattro-posizionamenti-possibili-rispetto-al-maltrattamento&catid=73%3Aviolenza-di-genere&Itemid=95

Intervista Mario De Maglie per Repubblica.it “Uomini che odiano le donne”

Una mia intervista del 25/11/2012 per Repubblica.it in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne. Parlo in qualità di Coordinatore del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze.

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