Peccato che il suicida non possa essere intervistato

In Italia, nel 2012 106 persone (fonte reperita su internet, se non è esatta è comunque una buona approssimazione) si sono tolte la vita per motivi economici.

La morte costituisce, da sempre, una delle maggiori paure dell’uomo, per trovare un senso alla vita bisogna necessariamente confrontarsi con il tentativo di trovare un senso alla morte. Far parte degli esseri dotati di un intelletto evoluto crea delle domande, ma non dà sempre delle risposte. Vivere una vita così come viene, come fanno il resto degli esseri viventi, seguendo istinto, bisogni primari, voglia di sopravvivere, continuando semplicemente la specie, non può soddisfare l’uomo. Per avere l’impressione di “dominare la natura” bisogna pagare questo prezzo. Nessuno sa cosa venga dopo la morte, nessuno sa se viene qualcosa, si può credere, ma credere non è sapere.

Pirandello nella commedia “La Patente” dice:”L’arcana solennità che acquistano i pensieri produce quasi sempre, specie a certuni che hanno in sé una certezza su quale non possono riposare, la certezza di non poter nulla sapere e nulla credere non sapendo”.

Epicuro affermava di non temere la morte perché “quando ci sono io non c’è la morte, quando c’è la morte non ci sono io”. La logica non batte ciglio al riguardo, ma dubito che il ragionamento possa rasserenare l’animo dei più. L’unica cosa certa che abbiamo, una volta nati,ossia il morire, è anche la più enigmatica. Diciamocelo: se ne farebbe volentieri a meno, almeno quando le condizioni di vita sono tali da permettere un minimo di equilibrio e serenità. Nella civiltà occidentale, dove l’avere ormai è sempre più avvezzo a far violenza dell’essere, invecchiare e poi morire è diventato ancor meno sopportabile di quanto potesse essere in passato. L’anziano, tanto per dirne una, ha sempre avuto un valore, all’interno della famiglia, prima che la società moderna lo relegasse ad un ruolo più marginale.

Tra tutte le morti c’è ne è una che la persona può arrivare a guardare in modo diverso, che arriva a desiderare ed è la morte per propria mano: il suicidio. Visto dai tanti come un gesto estremo, per i pochi che lo scelgono è solo l’ultimo gesto, la “soluzione”. Se vivere mi toglie senso, allora tolgo senso al vivere. Arrivare a pensare di non avere niente da perdere, scegliere l’ignoto quando l’uomo, di fronte ad esso, ha sempre innalzato le sue più potenti difese non fa parte del “normale sentire”, ne è una deviazione.

Pensare di togliersi la vita, in momenti di disagio emotivo non è raro, ma tra il rifletterci ed il farlo c’è un abisso ed è proprio quello che l’aspirante suicida risale per dare vita al suo ultimo atto, di solito non chiede aiuto, non parla dei suoi pensieri, agisce. Chi vuole veramente farlo lo fa.

I suicidi della lista traggono origine da un’unica parola:crisi. Da qualche anno questo termine, viene ripetuto quotidianamente e, anche nel 2013, tutto lascia intuire che sarà molto quotato. La crisi , una entità astratta che sta causando sofferenze e ristrettezze e che, per la sua impersonalità, sembra quasi sfuggire, a livello immaginativo collettivo, a qualsiasi responsabilità. Troppo grande, troppo vaga , fatta di troppi termini economici sconosciuti. A livello razionale si può ben intuire che delle responsabilità devono esserci, ma chi ci governa ha anche un buon accesso alle nostre parti più irrazionali ed infantili. D’altronde quanti continueranno a votare i vari schieramenti che sono gli stessi che ci hanno portato dove siamo?

In Occidente siamo soliti pensare al concetto di crisi in modo sostanzialmente negativo. L’ideogramma cinese Wej.ji rappresenta bene quello che invece dovrebbe essere lo spirito del termine in quanto racchiude in sé due parole: pericolo ed opportunità. Pensare alla crisi come ad un momento di pericolo in cui possono svilupparsi delle opportunità è sicuramente un modo costruttivo di affrontare le avversità. Non è solo un modo di pensare positivo, è un dato di realtà che un momento di crisi implica la necessità di un cambiamento e questo dovrebbe essere direzionato alla crescita di potenzialità.

La crisi economica è oggi quella maggiormente sbandierata dai media, ma è anche politica ed esistenziale.

La crisi della politica è talmente vasta che ormai ci si indigna, ma non ci si fa più realmente caso, ne siamo assuefatti e quindi molti di noi si accontentano di lamentarsene su facebook e social network vari in modo sterile, ma che dà l’impressione del fare e ci sazia la coscienza.

La politica, secondo un’antica definizione scolastica, sarebbe l’arte di governare la città, ma accostare la parola arte all’operato della nostra classe politica è un’azione quantomeno temeraria. Chi ci ha governato è stato ben lontano dall’agire per il bene comune, visto che quest’ultimo mai sembra essere stato così distante come ora. Sono decenni che la politica italiana è in crisi, mancano veri politici, c’è per lo più gente che ne assume il nome, ma la forma è sterile senza la sostanza.

La crisi è esistenziale perché basta guardarci attorno e dentro per capire che le cose così non vanno. Molti di noi vivono una vita precaria e senza garanzie che non può non minare l’animo e anche qui l’assuefazione e l’abitudine stanno facendo il loro lavoro. Sindromi ansiose,depressive,attacchi di panico e nevrosi varie hanno trovato terreno fertile nella società attuale, prima della rivoluzione industriale erano malesseri che raramente trovavano appiglio nelle persone perché la società era strutturata in modo molto diverso, certo più umano, nonostante i “comfort” ai quali siamo abituati non ci fossero. I suicidi vanno correlati anche a questo aspetto: mancanza di rapporti umani solidi in favore di rapporti sempre più fluidi ( leggi gli interessantissimi libri di Zygmunt Baumann sulla società liquida).

Pensare alla crisi attuale come ad un momento di opportunità è sicuramente dura, in quanto il concetto di transitorietà che è facilmente associato al periodo di crisi sembra qui non trovare luogo. Se la crisi diventa stabile non è più un momento straordinario, ma ordinario ed è in questa direzione che tutto sembra muoversi, familiarizzare con le condizioni di crisi per farle rientrare nella quotidianità. L’opportunità allora deve assume contorni proporzionali alla crisi in atto: cambiare radicalmente il sistema di sviluppo.

La notizia che 106 persone si siano tolte la vita sarebbe dovuta apparire in primo piano nei nostri media, invece è stata relegata, quando è stata data, dopo le solite ed inutili dichiarazioni dei politici. Facce vecchie con slogan nuovi imperversano togliendo spazio a questi “sconosciuti” che, con il loro suicidio, ci danno lo slogan migliore e più efficace per cambiare: il duro confronto con la realtà. Nei primi mesi del 2012 le notizie dei suicidi avevano iniziato ad attirare l’attenzione, ma in seguito, almeno io, non ne ho più ritrovate tanto facilmente, eppure i suicidi non sono cessati. E’ un vero peccato che il suicida non possa essere intervistato,frotte di giornalisti ambirebbero all’esclusiva e magari si troverebbe quello spazio che queste drastiche scelte dovrebbero avere nella società, considerando che è essa stessa ad avere le sue pesanti responsabilità in proposito.

 

di Mario De Maglie

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