Siamo lontani da una “Economia Centrata sulla Persona”

Una "Economia Centrata sulla Persona" è davvero possibile? Quello di cui mi propongo di parlare in questo post è un'argomento che viene più volte ripreso da una schiera di nicchia di giornalisti che, seppure non sempre conosciuti al grande pubblico, hanno sicuramente colto nel segno i mali del nostro tempo. Ne cito uno su tutti, Massimo Fini alla cui lettura dei saggi rimando per approfondire tematiche che qui, nel mio piccolo, potrò affrontare in modo meno professionale perchè non sono nè un giornalista nè un saggista, ma solo una persona pensante. Per professione invece mi occupo degli aspetti sociali e psicologici delle persone, in modo individuale, attraverso i colloqui clinici, ed in modo collettivo, attraverso riflessioni che proprio dai colloqui nel loro insieme nascono, oltre che dalla pura e semplice osservazione della realtà attuale.

Cosa intendo per una "Economia Centrata sulla Persona"?

Nell'ambito delle scienze sociali l'economia – dal greco οἱκονομία composto da οἶκος (oikos), "casa" inteso anche come "beni di famiglia", e νόμος (nomos), "norma" o "legge" e quindi "regole della casa" ma anche, più estensivamente, "gestione del patrimonio", "amministrazione"– è la scienza che analizza la produzione, lo scambio, la distribuzione ed il consumo di beni e servizi. (tratto da wikipedia)

Rifletto sulla prima definizione "regole della casa" in quanto la casa è il primo luogo dove l'individuo dovrebbe sentirsi più a suo agio, esprimendo al massimo la sua intimità e sarebbe  quindi necessario che queste regole lo permettano sempre e comunque. Allo stato attuale però le regole che gestiscono l'economia non permettono all'individuo di stare comodo in questa casa e spesso, oserei dire, anche quando si ha l'impressione di stare comodi ,questa impressione nasce da un'adeguamento passivo a modelli di vita che sono stati imposti attraverso i media, le campagne pubblicitarie, l'utilizzo distorto e opportunistico della tecnologia. Un lavoro lungo e datato che ha portato i suoi frutti velenosi.

Potrei fare molti esempi su "come si stava meglio, quando si stava peggio", ma ne riporterò due in particolare, entrambi ci toccano da vicino.

Il primo è la casa. Nei tempi passati, prima della rivoluzione industriale tutti, anche i servi possedevano delle mura di loro proprietà o comunque concesse loro per la durata della loro vita. Anche senza andare troppo indietro nei tempi, i nostri genitori hanno quasi tutti una casa di proprietà. Oggi trovare persone al di sotto dei 40 anni che abbiano una casa di proprietà diventa sempre cosa più rara. La casa non è più un diritto, ma un lusso.

Il secondo è il disagio mentale. Il disagio mentale non era cosa sconosciuta nei tempi passati, ma era un qualcosa che si collocava principalmente nell'ambito di una qualche disfunzione biologica, c'era il ritardo mentale o altre forme di malattia che riguardavano un malfunzionamento da ricercare all'interno del cervello della persona. C'era quello che con una espressione colorita, ma poco simpatica era definito "lo scemo del villaggio".  Tutta la sintomatologia ansiosa e depressiva che caratterizza l'epoca in cui viviamo era, prima della rivoluzione industriale, ai più sconosciuta. Questo significa che le difese psicologiche della persona sono state pesantemente attaccate ed il disagio è un qualcosa che può più facilmente colpire dall'esterno, dal modo di vivere la vita, un interno sano ossia un individuo normodotato. Se si sta psicologicamente peggio se ne deduce che la direzione presa ha in sè qualcosa che non funziona. Abbiamo vissuto secoli senza che le persone dovessero ricorrere all'utilizzo di psicofarmaci e si viveva comunque una vita che solitamente viene ritenuta più dura e con meno comfort; oggi l'abuso di psicofarmaci è un dato di fatto.

Viene venduta, come primo prodotto, la certezza che più si ha e meglio si sta e, nonostante potremmo accorgerci noi per primi, sulla nostra pelle, che le cose non stanno in questo modo, la maggiorparte delle persone non lo fa perchè non gli è stato mai insegnato a farlo o peggio ancora gli sono state scientemente tolte le potenzialità per farlo. Il prodotto che ci vendono non è un classico "soddistatti o rimborsati", ma un più subdolo "soddisfatti sempre e comunque", ma è un prodotto appunto, un qualcosa di costruito che in natura non esiste.

La persona "acquista" valore per il sistema semplicemente in virtù del suo potere di acquisto e della sua aderenza al paradigma: "produci, consuma, crepa".

Sia chiaro che di questo sistema io per primo me ne dichiaro vittima e non sempre sono in grado di operare scelte all'altezza delle mie riflessioni, ma è un lavoro che spero di migliorare con il tempo.

Tornando alla domanda iniziale una economia centrata sulla persona è una economia che mira a soddisfare i bisogni reali della persona e non quelli creati ad arte, è una economia dove il denaro viene visto come quello che dovrebbe essere ossia un modo per agevolare gli scambi e quindi non un icentivo all'accumulo di esso per un desiderio fine a se stesso.  Il dono e lo scambio, in epoche passate, si sono rivelati strumenti assai più efficaci del denaro. In una economia centrata sulla persona i beni basilari devono essere garantiti a tutti e per beni basilari intendo anche semplicemente il tempo che va restituito alle persone perchè possano coltivare i loro affetti ed i loro interessi. Se tutto questo sarà possibile, lo sarà solo nella misura in cui ne prenderemo consapevolezza e agiremo di proposito.

Ripeto che tutto questo è spiegato molto meglio di quanto lo possa fare io da molti autori, ma questo post vuole essere solo un personale tributo alla tematica.

"Non capisco perché un quadro di Van Gogh debba valere 77 miliardi e un essere umano due milioni e mezzo al mese, bene che vada" da Il discorso tipico dello schiavo di Silvano Agosti di cui sotto metto il link:

 

http://www.youtube.com/watch?v=5YANjIKfNEo
 

 

 

 

 

3 commenti

  1. Eleonora ha detto:

    Grande ! La penso esattamente come te ….siamo davvero sicuri di aver bisogno di tutti questi beni effimeri per vivere felicemente?
     Istanbul  2010: camminando per strada noto che  le persone , materialmente, hanno molto meno di noi…niente case dotate di confort , niente mobili di desiner famosi, ad occupare i vani dgli appartamenti……ma…..le persone passeggiano con calma scambiandosi sorrisi, chiaccherano amabilmente riscoprendo il piacere di soffermarsi a condividere la vita   con l'altro….
    bambini sorridenti, madri tranquillamente sedute ad osservarli …..bhe noi andiamo molto più di corsa e spesso perdiamo di vista le cose per cui vale (davvero ) la pena vivere….
    Un giorno lessi un post di un amico che mi piacque moltissimo e lo lascio come spunto di riflessione su questo blog:
    Gli uomini perdono la salute per fare soldi, e poi perdono i soldi per tentare di recuperare la salute. Pensano tanto ansiosamente al futuro dimenticando di vivere il presente. Così facendo, non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto" Dalai Lama
     

  2. Luca Cecchi ha detto:

    Ottima argomento. Rifletterei anche sul fatto che ci mancano gli anticorpi per combattere questi "attacchi psicologici massivi". Credo che la scuola, oltre che all'interno della  famiglia, dovrebbero essere i luoghi in cui sviluppare uno spirito critico e di conseguenza dotarci dei famosi anticorpi. Il problema è , dal mio punto di vista, che sia la prima sia la seconda attraversano una crisi profonda proprio a causa delle "leggi economiche " che ci comandano. 

  3. Mario De Maglie ha detto:

    Mi fa piacere l'apprezzamento per l'articolo. Molto azzeccata la frase del Dalai Lama, una volta non si pensava così tanto al futuro e si poteva apprezzare meglio il presente. Oggi non si pensa ad altro che al futuro anche perchè il precariato dilagante lo impone. La scuola non ha mai brillato, a mio parere, in Italia per una attenzione verso politiche più umane eccezion fatta per figure di professori che avevano una marcia in più per conto loro, ma ora diviene sempre più difficile coinvolgere i ragazzi in attività culturali o di riflessioni che vadano al di là del pensiero dominante. Dominante non è purtroppo sinonimo di più funzionale.

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