Uomini autori di comportamenti violenti. Quattro posizionamenti possibili rispetto al maltrattamento

I lavori clinici sui “maltrattanti” hanno reso evidente come non sia possibile arrivare ad un profilo specifico dell’uomo “violento”. La violenza è un fenomeno trasversale nelle classi sociali e culturali e non possiamo considerarla una malattia, ma una scelta di cui, chi la compie, deve assumersi la responsabilità. Siamo tutti a rischio di agire e di subire dei comportamenti prevaricanti e aggressivi. Operare una classificazione non è mai stato possibile e su questo, dopo tre anni di lavoro al Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze (C.A.M.), primo Centro in Italia che si occupa della presa in carico dell’utenza in questione, concordo pienamente. All’interno dell’ Associazione, mi sono occupato principalmente dell’accoglienza degli uomini, offrendo loro una serie di colloqui individuali per poter valutare la consapevolezza del maltrattamento agito e la motivazione al cambiamento implicante, in primis, una interruzione dell’agito violento stesso. Ho lavorato con avvocati, operai, imprenditori, esponenti delle forze dell’ordine, agricoltori, impiegati, pensionati e con tanti altri delle più disparate fasce lavorative. Non ho riscontrato un “maltrattante tipico”, ma , in base alla consistenza dell’esperienza maturata, ho trovato possibile operare una suddivisione degli uomini rispetto alla modalità con la quale arrivano a formulare la richiesta di aiuto e quindi a presentarsi al C.A.M.

All’interno di questo ciclo di valutazione, viene effettuato il contatto partner che ha lo scopo di informare la donna del percorso intrapreso dal compagno e di ricevere un suo feedback rispetto al maltrattamento subito. Se l’uomo è motivato e disponibile viene introdotto al lavoro di gruppo con altri uomini e due facilitatori di differente sesso. Questo, in breve, il servizio offerto.

Prima di passare alla suddivisione, da me formulata, mi preme fare una considerazione che è sempre stata alla base del mio lavoro e che ho necessità di esporre per rispetto mio e dell’ utenza. In questo articolo non parlerò mai di “maltrattanti” o “violenti”, se non virgolettando le parole e questo ha una motivazione non banale. Considero l’utilizzo del termine “maltrattante” una etichetta che limita ed impoverisce l’aiuto che posso dare ad un uomo. Non mi interessa dare un giudizio sulla persona, quello che condanno è il comportamento violento, non chi lo agisce. La differenza può apparire sottile, ma è sostanziale. Parlo e parlerò sempre di uomini autori comportamenti violenti per porre l’accento sulla differenza tra ciò che si è e come ci si è comportati. Sebbene faccia parte di un Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti, specifico che la questione terminologica è una posizione personale che è rappresentativa solo del mio punto di vista.

Torniamo alla “classificazione”. Essa non vuole essere rigida, ma dare delle indicazioni che ritengo possano essere di qualche utilità. Non necessariamente un uomo appartiene ad una sola delle categorie che vado a presentare o ne possiede tutte le caratteristiche, ma in base all’esperienza, ho individuato delle tendenze abbastanza comuni. L’invito è a prendere la suddivisione proposta comunque in modo flessibile.

Dopo aver ripercorso, tramite le schede cliniche tre anni di lavoro, e quindi con alle spalle una settantina di uomini e circa trecento colloqui, ho individuato quattro categorie di uomini:

 

  • Gli uomini “Io non sono un violento”

  • Gli uomini “Io sono un violento e sto male”

  • Gli uomini “Va tutto bene”

  • Gli uomini “Aiutami a capire”

 

 

Gli uomini “Io non sono un violento” sono coloro che non ammettono di essere considerati dei “violenti” o dei “maltrattanti”. Gli episodi per i quali si sono presentati sono stati occasionali, fraintesi, esagerati e non intenzionali. Si ritengono innocenti rispetto alle accuse che gli sono state mosse e lo chiariscono subito. Durante il colloquio, possono assumere un’aria innocente e sorpresa, se si cerca di concentrarsi sugli agiti violenti, oppure possono mostrarsi arrabbiati e indignati. Sono molto bravi a presentare la loro partner come una donna problematica, affermando o lasciando intendere che è lei il vero elemento violento della coppia, bisogna imputarle il motivo della loro insofferenza e di alcune reazioni aggressive. Mettono in atto una deresponsabilizzazione del maltrattamento agito e innescano facilmente polemiche sulle donne e la violenza femminile non riconosciuta. Immaginano una qualche sorta di macchinazione contro di loro, messa in atto dalla compagna, per screditarli e apparire una povera vittima. Non sono in grado di empatizzare con la donna e non arrivano a comprenderne le paure.

La definizione di violenza che danno e si danno è strumentale ad una “normalizzazione” del loro comportamento e la descrizione degli episodi violenti è vaga e minimale. Parlano poco del passato nella loro famiglia di origine e, se ne parlano, lo fanno come di un passato privo di qualsiasi forma di violenza.

Possono avere l’illusione di controllarsi durante l’espressione della loro rabbia, anche quando agita con aggressività. La loro idea è che, se si sono controllati, non possono essere stati violenti, il “violento” non si controlla.

Sono uomini che, di solito, arrivano al C.A.M. dietro spinte esterne che vivono come obblighi (invio da assistenti sociali, processi in corso, relazione di coppia in crisi, figli allontanati). Tale condizione non porta a una chiara ammissione di responsabilità, di conseguenza molte volte essi non proseguono il percorso. Può accadere che siano loro ad abbandonare il servizio oppure è la valutazione degli operatori che porta a una conclusione dello stesso. Questi uomini non riescono a mettersi in discussione perché, se esiste un problema nella coppia, non sono loro a doversene far carico.

Durante il colloquio, può essere utile affrontare la violenza in modo diretto e centrato, se non in prima battuta, a causa di forti resistenze, sicuramente in una seconda fase. E’ particolarmente importante con loro chiarire verbalmente la distinzione tra il non sentirsi un “violento” (legittimo) ed il comportamento agito (violento e condannabile).

La posizione che essi assumono nei confronti dell’operatore è spesso di sfida, opposizione, polemica o seduttiva manipolazione. Sono colloqui molto impegnativi e carichi di energia, le contraddizioni vengono scavalcate con semplicità disarmante, confrontare l’uomo con l’evidenza è tutt’altro che scontato.

 

Gli uomini “ Io sono un violento e sto male” sono coloro che si presentano consapevoli di aver avuto un comportamento violento e non faticano a considerarlo e chiamarlo tale, la richiesta di aiuto è semplice e diretta. Vivono con malessere il maltrattamento agito e se ne sentono responsabili in modo abbastanza limpido e non manipolativo. Vogliono essere aiutati a prevenire nuove violenze che si sentono a rischio di compiere, hanno paura di non riuscire a controllarsi e che, prima o poi, possa succedere il peggio. Vogliono essere fermati. Possono sentirsi addosso la paura della donna e viverla come un dramma, essendone loro la causa. Riescono a soffermarsi con più facilità nella descrizione degli episodi violenti. L’evidenziare delle criticità della donna è possibile, ma meno centrale, chiedono un aiuto indipendentemente da questo.

Possono aver subito delle violenze nella famiglia di origine, ma, rispetto ad altri uomini che possono avere una storia di violenza alle spalle, loro ne hanno, per qualche motivo, una consapevolezza maggiore.

I colloqui sono molto belli ed intensi. Il lavoro preliminare che l’operatore fa per tentare di ridurre i meccanismi difensivi dell’utente salta, cedendo il posto a maggiori elementi di terapia, riflessione e cura delle proprie ferite. Sono uomini che mostrano una sensibilità ed una emotività che li motiva ad andare avanti nel percorso perché capiscono l’utilità e l’inevitabilità di un lavoro su stessi per poter stare meglio, accedono facilmente al gruppo. Cercano di contrastare un senso di solitudine e di fallimento con il quale si sono dovuti confrontare ogni volta che hanno agito un maltrattamento.

 

 

Gli uomini “Va tutto bene” sono coloro che arrivano ad ammettere un singolo (o poco più) atto violento riferito al passato, ma, in breve tempo, affermano di aver risolto la crisi con la compagna e di essere ormai in grado di controllarsi.

Possono essersi molto spaventati in seguito ad un episodio in cui hanno agito violenza ed è questo che li rende maggiormente disponibili ad un confronto. Attivano velocemente un processo di interpretazione e razionalizzazione dell’episodio il cui scopo è renderlo comprensibile e giustificabile, circostanziandolo e contestualizzandolo. La loro responsabilità è fortemente mitigata da una corresponsabilità della donna. Affermano di aver imparato la lezione e, ad ogni colloquio, esplicitano che la relazione con la partner è migliorata, non ci sono più stati momenti di tensione sfociati in violenza oppure sono stati ben gestiti grazie al time-out* e ricordando la paura provata durante l’episodio in cui hanno corso il rischio di farle del male. Possono affermare di ricorrere ad un atteggiamento di indifferenza ogni volta che si sentono provocati e questa li tutela dalla rabbia esplosiva provata in passato.

La violenza è stata un incidente di percorso, da una parte ne sono responsabili, ma dall’altro, se incidente è stato, come tale va considerato. L’incidente non è premeditato, è casuale e deresponsabilizza. Un episodio circostanziato e quindi giustificabile a causa di eventi eccezionali.

La descrizione dell’episodio è molto vaga.

I “Va tutto bene”possono essere contenti del contatto partner perché questo può dimostrare, alla donna, il loro “cambiamento” ed il loro fare “penitenza” venendo al Centro. Tendono ad interpretare le parole dell’operatore per rafforzare le loro teorie ed è importante che quest’ultimo sia chiaro e mai ambiguo nell’esprimersi. Possono essere molto concentrati sui loro bisogni e poco propensi a mettersi in discussione.

L’aspetto maggiormente critico e problematico riscontrato nel lavorare con questa tipologia di utenza consiste nel provare a soffermarsi sui possibili momenti di tensione perché questi sembrano essere scomparsi o sotto controllo. Il passato familiare è okay e non parlano di criticità particolari. Riportano sempre le stesse argomentazioni e, poiché va tutto bene nelle nuove dinamiche di coppia, possono produrre un senso di noia nell’operatore perché ripetitivi e monotoni. Questi colloqui sono i più noiosi e demotivanti.

Nei confronti della paura della donna, da loro causata, sono ambivalenti, la avvertono e ne dubitano contemporaneamente. La donna è descritta come una provocatrice e quindi, se provoca, può davvero avere paura? Non di rado affermano che la donna è stata vittima di violenze passate e quindi è possibile che ora sia così sensibilizzata in proposito che ingigantisce alcune sue preoccupazioni.

Pur ammettendo di aver avuto un problema, sono convinti che il loro errore è stato negarlo finché non è esploso con la violenza. Il semplice esplicitare, ora, di aver avuto un problema lo risolve automaticamente. Un primo passo viene ad essere considerato come l’intero percorso.

Poiché le criticità sono diminuite o scomparse gli uomini, appena possibile, interrompono il percorso, è inutile continuare se non avvertono di dover cambiare qualcosa. E’ possibile che alcuni di loro stiano realmente attraversando un momento positivo, all’interno della relazione di coppia, e credano che l’emergenza sia passata. I colloqui effettuati li vivono come più che sufficienti per sentirsi al sicuro dal reiterare nuovi comportamenti maltrattanti.

La chiusura del percorso è rischiosa, pochi incontri non risolvono la situazione. L’operatore deve sempre dare una restituzione che tenga conto della reale possibilità che l’uomo si trovi al punto di partenza, cercando di motivarlo al consolidamento del periodo positivo. Non facile, fondamentalmente la motivazione è scarsa.

Paradossalmente i “Va tutto bene” arrivano con una certa motivazione, ma nel ciclo di valutazione, nonostante gli sforzi dell’operatore questa, invece di consolidarsi o aumentare, diminuisce.

 

Gli uomini “Aiutami a capire” sono coloro che si presentano molto confusi, non si considerano violenti, ma constatano che hanno realmente fatto del male alla loro compagna o che comunque lei può avere paura di loro. Dubitano sulla natura del loro comportamento, non sono in grado di decifrare gli agiti. Vivono una dissonanza, la parola violenza è una parola che non hanno mai associato a loro e quindi sono scioccati dal verificarsi di episodi in cui riconoscono un loro maltrattamento attivo. Si sentono responsabili, ma non sanno bene di cosa. Possono descrivere uno o due episodi in cui hanno “esagerato”, normalizzandone altri che sembrano comunque prevaricanti,ma che considerano di scarso rilievo.

Necessitano di un confronto iniziale su cosa sia un maltrattamento e di un feedback sui comportamenti messi in atto. Se questo avviene in modo chiaro ed accogliente, mostrano un maggiore interesse a mettersi in discussione e accettano volentieri di continuare il percorso.

Gli “Aiutami a capire” possono avere subito delle “lievi violenze” in famiglia, ma non le riconoscono come tali. Schiaffi e sculaccioni, se ci sono stati, sono stati inevitabili e con intento educativo.

Riescono a sviluppare facilmente empatia verso la loro compagna ed è proprio questa la chiave per agganciarli e motivarli, vengono gradualmente responsabilizzati.

All’interno di questa classificazione, potrebbero rientrare o avere un posto completamente loro, altre due tipologie di utenza che, per ora, causa necessità di maggiore esperienza in proposito nomino, ma lascio in disparte e sono:

 

  • Gli stalker
  • Gli uomini dietro invio obbligato

 

La presa in carico degli uomini autori di comportamenti violenti, in Italia, è una realtà molto giovane e noi del C.A.M, per primi, ci siamo dovuti confrontare con la mancanza di operatori più esperti sul territorio nazionale. La nostra formazione è avvenuta, principalmente, lavorando a stretto contatto con l’utenza, della teoria iniziale, ma soprattutto tanta pratica. Quello che ho scritto vuole essere un mio personale contributo alla tematica ed un aiuto concreto per i nuovi operatori che si approcciano a questo lavoro e che quindi hanno bisogno di maggiori riferimenti. Forse la lettura può essere utile anche ad alcuni uomini che possono riconoscersi in degli atteggiamenti di cui ho parlato e farne stimolo per ulteriori riflessioni.

Un uomo, durante un primo colloquio mi disse: “Ho un lupo in gabbia e questo lupo ne ha le chiavi”. Fu una frase che mi colpì. Il mio obiettivo è permettere al lupo di uscire dalla gabbia senza che sbrani nessuno o forse dovrei dire più realisticamente che non credo nell’esistenza di lupi o mostri, ma solo di essere umani che hanno bisogno di essere ascoltati e non giudicati per quello che sono. Giudicare una persona è il miglior modo per vincolarla a quel giudizio e non permetterle di cambiare. Se motivato, un uomo può interrompere la violenza. L’operatore può agevolare, in lui, dei processi di presa di consapevolezza, per farlo deve familiarizzare con quello che gli uomini portano con sé. Questa è la mia esperienza.

 

*il time-out consiste nell’allontanarsi dalla situazione di conflitto con la propria compagna, quando si sente il rischio di non riuscire a controllarsi e di agire un comportamento violento. E’ una soluzione solo temporanea, ma che consente, nell’immediato, di non recare un danno fisico alla donna e di solito evita all’uomo i sensi di colpa e il malessere che scaturiscono dopo un episodio di maltrattamento di cui si rende responsabile. E’ necessario che il time-out sia concordato con la partner ossia che la donna sappia che, se l’uomo va via improvvisamente, durante un momento di tensione, non è per mancanza di rispetto, ma per tutelarla da gesti violenti.

 

di Mario De Maglie

Psicologo, Psicoterapeuta, Coordinatore Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti

www.centrouominimaltrattanti.org

www.aiutopsicologicofirenze.it

Per contattarmi direttamente:

madek5@hotmail.com

 

da:

 

http://www.forumlousalome.eu/index.php?option=com_content&view=article&id=208%3Auomini-autori-di-comportamenti-violenti-quattro-posizionamenti-possibili-rispetto-al-maltrattamento&catid=73%3Aviolenza-di-genere&Itemid=95

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