Archivio per 20 agosto 2019

Il dovere di protezione dal rischio di abusi- una comparazione tra pubblico e privato, Firenze 28 Maggio 2019

III Congresso Nazionale SIPFo Torino LE PSICOTERAPIE FORENSI Autori, Vittime e Istituzioni TORINO 14–15 GIUGNO 2019

• Simposio SEX OFFENDERS
Chair: Dr. Franco Scarpa
Relazione 1 Dr.ssa Maura Garombo: Condividere esperienze e ricerca nel contrasto all’aggressione sessuale: l’esperienza di un Coordinamento nazionale italiano
Relazione 2 Dr. Marcello Paltrinieri: Interventi nel Carcere di Vercelli
Relazione 3 Dr Mario De Maglie: Il lavoro con detenuti sex offenders nel Carcere di Sollicciano Firenze
Relazione 4 Dr.ssa Stefania Iazzetta, Dr. Franco Scarpa: Caratteristiche di personalità dei sex offenders
Relazione 5 Prof.ssa Georgia Zara, Dr.ssa Sara Veggi: Dipanare il complesso intreccio tra bisogni criminogenici e bisogni di rispondenza nella dinamica sessualmente abusante. Risultati preliminari del progetto SORAT.

• Simposio VIOLENZA INTRAFAMILIARE
Chair: Dr. Antonino Calogero, Dr.ssa Caterina Marchetti
Relazione 1 Prof. Giacomuzzi :Abuso sessuale e testimonianza infantile: metodi internazionali dell`esame della credibilità
Relazione 2 Dr.ssa Velasquez: Condizioni strutturali di protezione al minorenne in casi di conflitti di custodia aggravati
Relazione 3 Dr Mario De Maglie: La presa in carico degli uomini autori di violenza: aspetti sociali e clinici
Relazione 4 Prof. Alfredo Verde: La consulenza tecnica in tema familiare una lettura psicosociologica.

L’obiettivo della vita non è la felicità. Rilassiamoci

L’espressione delle proprie potenzialità non è necessariamente legata alla risoluzione delle proprie problematicità. Siamo portati a pensare che finché non siamo in grado di risolvere i nostri problemi rimaniamo in essi intrappolati senza poterci esprimere al meglio. In realtà, sono convinto che questo sia solo un pensiero distorto che ci porta a rimanere in una situazione di stallo che, per quanto possa procurarci malessere, ci evita la fatica più grande, ossia quella del cambiamento. I nostri problemi li conosciamo, siamo con essi in intimità, ci identifichiamo in loro, fondamentalmente è comodo non operare alcuna distinzione, ci permette di stare a guardare, mentre le cose magari non girano per il verso giusto.

Cambiare significa che siamo noi ad essere diversi, non i nostri problemi e la realtà che ci circonda. Purtroppo determinate situazioni non dipendono o non sono mai dipese da noi, le subiamo, anche se – mi rendo conto – c’è chi potrebbe approfittare di quanto asserisco, deresponsabilizzandosi in merito a ciò che invece potrebbe rendere diverso: nel fare la differenza più di qualcuno potrebbe giocare a fare il furbo, anche se con buone intenzioni. Quindi fate attenzione, riflettete, soppesate.

Alcune criticità rimarranno tali per tutta la vita, non importa quanto ci si possa lavorare e disperare sopra. Prendiamo un caso estremo, ad esempio una persona che abbia subito un abuso sessuale: lo scopo di qualsiasi tipo di terapia o aiuto sensato non è certo la risoluzione di un trauma così grave e pervasivo, ma far sì che l’individuo possa continuare a vivere con un certo equilibrio nonostante l’abuso, non di certo dimenticandolo o facendo finta che non sia mai avvenuto.

Sapere il perché delle sofferenze che ci portiamo dietro è un passo importante per la costruzione di una propria solida identità; nello stesso tempo, sapere e risolvere sono su due piani distinti che possono non incontrarsi mai. Risolvere è un concetto da prendere con le molle o va sostituito con conoscere, gestire, comprendere: niente scompare o si dimentica. Un problema che può essere dimenticato (non intendo ovviamente qui la rimozione o altri meccanismi di difesa psicologici che possono instaurarsi e sono cosa diversa) probabilmente non era tale e non ha avuto influenza significativa nella nostra vita. L’essere umano ha un tremendo bisogno di dare significato alle proprie azioni: il malessere è dato da una ricerca spasmodica di dare significato a quello che ci capita e non siamo in grado di comprendere o accettare.

Esprimere le proprie potenzialità è dare significato al proprio malessere: questo trova posto dentro di noi e nel mondo e ci permette di trasformarci, diventare altro da quello che eravamo il secondo precedente perché così come il nostro corpo cambia, anche se impercettibilmente, in ogni momento, lo stesso vale per la nostra mente, ma mentre il corpo va incontro a un irreversibile deterioramento, non è detto che la mente lo segua passo passo: può avere dei tempi diversi.

L’obiettivo della vita, a mio avviso, non è la felicità, rilassiamoci, non è ricercandola che la troveremo, se non per dei brevi momenti, ma non è neanche la sofferenza, eppure quest’ultima si presenta e sembriamo conoscerla molto meglio della prima. Impariamo a farne qualcosa.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/02/lobiettivo-della-vita-non-e-la-felicita-rilassiamoci/5359307/

Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi

La relazione con l’altro è lo strumento di elezione per imparare a conoscere se stessi. Non c’è introspezione che possa reggere il confronto con quanto esprimiamo di noi, relazionandoci agli altri, se solo possediamo l’allenata capacità di osservarci attentamente e un po’ di onestà nel riconoscerci anche nelle dinamiche più scomode che, per primi, contribuiamo a creare, perché relazionarsi, volenti o nolenti, richiede sempre il nostro imprescindibile contributo. Nell’osservare le relazioni, non siamo giudici imparziali, tifiamo per noi il più delle volte, se possiamo attribuire al prossimo la responsabilità di quello che non funziona e prenderci il merito di quello che funziona, lo facciamo spudoratamente, alcuni vi dedicano la propria esistenza.

La stessa introspezione nasce dal bisogno di mettere sotto esame quello che gli altri ci suscitano. La psicoterapia è avvantaggiata, ha dalla sua tutta la profondità dell’introspezione e tutta l’autenticità della relazione con l’altro, in quanto il terapeuta per prendersi cura non deve nascondere, ma portare alla luce. L’altro darà sempre la sua interpretazione ai nostri atteggiamenti e ai nostri comportamenti e talvolta coglie il segno, ma questo è inutile se non si attiva anche qualcosa in noi, anzi se ci sentiamo in difetto, potremmo reagire malamente.

L’autenticità premia nelle relazioni, ma molti la rifuggono perché essere autentici implica ammettere cose scomode, esiste la possibilità concreta di ferire ed allora è meglio non far sapere, omettere, mentire, fuggire, fare finta di nulla, ma se l’altro se ne accorge la ferita che causeremo sarà superiore e ci aggiungeremo la sensazione di essere stati traditi o non considerati all’altezza ed è allora che le relazioni si guastano e faticano a tornare al loro precedente equilibrio, possono terminare. Per non fare o farci del male, corriamo il rischio di farne ancora di più, solo perché c’è una possibilità che l’altro non se ne accorga o non affronti la cosa, anche qualora se ne accorgesse. Essere autentici è la più alta forma di assunzione di responsabilità, non esiste il male nell’essere autentici, talvolta il dolore, ma mai l’errore. Dove non c’è autenticità regna la deresponsabilizzazione, il non farsi carico di quanto sentiamo, pensiamo e facciamo.

Di fronte a colui che si assume la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni ed è in grado di valutarne le conseguenze ogni attacco, ogni polemica, ogni contrasto diventa sterile ed evidenzia solo i limiti di chi li mette in atto, per lo più uno spettacolo impietoso, quanto diffuso purtroppo.

Conosciamo tutto delle relazioni, tranne forse le reali intenzioni che vi si celano, sentiamo dentro dei bisogni che tramutiamo in azioni ancora prima che si manifestino come pensieri consapevoli e lucidi, ritrovandoci talvolta alla mercè di emozioni scollegate dal nostro io più vero e per questo non riconoscibili. Gli effetti delle nostre azioni si misurano dai rapporti con gli altri, non che questi debbano essere assunti come parametri assoluti, ma qualcosa ci dicono sempre su di noi, lo scambio è continuo, mai intermittente, anche il silenzio e l’assenza hanno significati nascosti solo a chi li scambia per indifferenza. L’indifferenza, nelle relazioni, è solo un metodo, una strategia, non uno stato mentale o emotivo reale, è una scelta razionale quando ormai si riesce a gestire le emozioni o, al contrario, si ha bisogno di incatenarle perché non facciano male. Viviamo nell’illusione di non farci o non fare male, non c’è dose di realtà che possa far tramontare il bisogno di essere nel giusto, giusto e sbagliato ci fanno sentire al sicuro, semplificano una realtà che non siamo in grado di comprendere nel pieno della sua complessità.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/03/solo-nella-relazione-con-laltro-possiamo-conoscere-al-meglio-noi-stessi/5227706/