Archivio per 19 gennaio 2020

Docente al corso di formazione: “Il maschile maltrattante- percorso di formazione sul lavoro con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive” con la relazione magistrale: “La violenza maschile contro le donne- il lavoro dei centri per uomini maltrattanti” organizzato dalla Cooperativa Sociale Una Casa per l’Uomo a Traviso il giorno 12/12/2019

Relatore al Convegno: “La presa in carico degli uomini autori di violenza, sfide limiti e possibilità” organizzato dall’Associazione Impronte di un altro genere a Firenze il giorno 15/11/2019.

Docente al corso di formazione “L’uomo maltrattante- dalla violenza domestica agli interventi per il cambiamento” organizzato dall’ATS di Pavia a Pavia il giorno 18/09/2019 e il giorno 13/11/2019.

Relatore al Convegno “Proteggere i bambini e le bambine dalla violenza assistita” con l’intervento “Il lavoro sulla genitorialità nei percorsi per uomini autori di violenza” organizzato dall’Associazione Artemisia a Firenze il giorno 16/09/2019.

•Relatore al Terzo Convegno Nazionale della Società Italiana di Psicoterapia Forense ” Le psicoterapie forensi- Autori, Vittime e Istituzioni tenutosi a Torino il 14 e il 15/06/2019. Interventi: “Il lavoro con i detenuti sex offender nel carcere di Sollicciano Firenze” e “la presa in carico degli uomini autori di violenza-aspetti sociali e clinici”.

Conoscere l’amore significa conoscere l’odio. E pensare che sia sbagliato è un male per l’altro

Amo se ricevo amore, amo se desidero ricevere amore, amo perché ho bisogno di amare: senza amore non vivrei, di conseguenza amo per poter vivere e già questa è una ineludibile condizione. Senza amore cesso di vivere. Conoscere l’amore significa conoscere l’odio, la rabbia, l’ignoranza, condizioni che mi vincolano al mio essere meravigliosamente umano.

L’amore si può contrapporre all’odio solo se rivendico il diritto di esistere dell’odio stesso: se lo nego, non sarò mai in grado di riconoscerlo e contrastarlo. Diffidate dai mercanti di amore che spacciano l’odio come miserevole: vi rendono schiavi di ideali belli, ma vuoti e pacchiani e vi aprono la strada a quello che – professano – vorrebbero evitarvi.

L’odio non scompare, al massimo si reprime, si accumula e poi esplode. Siamo tutti bravi ad amare l’idea di amore, ma amare l’odio, nel senso di rispettarne l’esistenza, è solo per coloro che hanno fatto diligentemente i compiti per casa (rispettare l’esistenza dell’altro: che stupendo modo di amare).

Guardate senza pregiudizi dentro voi stessi: quante volte avete conosciuto tutto il contrario dell’amare? Lo chiamavate dispetto, vendetta, ingiustizia, interesse; pensavate di dovervi difendere oppure di dover attaccare per non sopperire. Forse vi sentivate scomodi, in colpa, sporchi oppure no, ma il dato non cambia: è legittimo non dover amare, rilassiamoci. Voler bene a qualcuno poi non significa necessariamente fare il suo bene.

Liberiamoci da un altro fardello che i mercanti d’amore ci propinano: odiare non significa trasformare l’odio in azioni nocive per l’altro. È solo una possibilità e non riguarda il sentire, ma il pensare. Il sentire è sempre legittimo, nasce senza un preciso controllo, una precisa volontà; il pensare invece può essere direzionato e può avere un controllo sul nostro sentire tramutato in atteggiamenti e comportamenti. Odiare non significa necessariamente far del male, ma è far del male pensare che odiare sia sbagliato. Ho il diritto di odiare, ma non quello di torcere un solo capello all’altro: distinguiamo e vivremo meglio.

I sentimenti hanno tutti pari dignità, hanno tutti patria dentro di noi: lì sono nati e cresciuti e non se ne andranno finché non avremo esalato l’ultimo respiro. Forse li conosceremo meglio con l’andar del tempo, ma forse vi sto propinando una benevola illusione.

Se lascio spazio all’odio, alla rabbia, al rancore, posso sperare di dare la giusta collocazione al mio amare e renderlo autentico e intenso: non un biglietto da visita con cui presentarsi, ma una conquista ogni volta che lo provo nei confronti di qualcuno o qualcosa.

I sentimenti possono essere battiti d’ali o artigli che non mollano la preda, ma sono da accettare per come vengono: sul farli durare e renderli non lesivi per l’altro si gioca la vera partita e possiamo vincerla o quantomeno sperare in un dignitoso pareggio.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/10/conoscere-lamore-significa-conoscere-lodio-e-pensare-che-sia-sbagliato-e-un-male-per-laltro/5658581/

Possiamo tutti parlare dell’amore. Ma non necessariamente definirlo

Io non (o)so definire l’amore. Apro una parentesi sull’amore, raro caso in cui la parentesi racchiude al proprio interno molto più di quanto lasci all’esterno, in quanto l’amore è argomento vasto, accessibile a tutti e incomprensibile a molti. Materia di affanno e di diletto, amore è argomento da chiacchiere da bar, ma è anche ispirazione dei poeti. Siamo o siamo stati tutti innamorati; questo ci dà il diritto di parlare dell’amore, ma non necessariamente di definirlo, perché definire significa anche limitare.

Quando parlo dell’amare devo essere disposto ad accettare che parlo del mio modo personale di esprimerlo: amare è talmente intimo da non potersi disconnettere dalla soggettività. In parte il mio modo di amare sarà rappresentativo del modo di amare degli altri, in parte sarà rappresentativo di quanto io posso essere diverso dagli altri. L’amore è il figlio non voluto di coerenza e contraddizione.

Si afferma che l’amore non può essere presente laddove c’è violenza e non di rado è drammaticamente vero che ci sono relazioni tenute insieme solo dalla paura, dall’isolamento, dall’abitudine, da condizioni economiche precarie. Però talvolta persiste un legame affettivo che non sta a nessuno giudicare; non il sentimento sicuramente, ma al limite evidenziare al massimo i rischi e le conseguenze di un rapporto in cui si eserciti violenza e prevaricazione.
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Mai sostituire le proprie idee e i propri vissuti a quelli di coloro che vivono una relazione, anche se violenta. Scambiare i propri bisogni per quelli dell’altro è tipico di colui che prevarica di abitudine: non incappiamo in questo errore, non esistono intenzioni che, per quanto nobili, non possano produrre conseguenze nefaste. Non dobbiamo scegliere al posto di chi subisce un torto, un’ingiustizia, un danno, ma dobbiamo aiutarlo a scegliere quello che ritiene più opportuno, rispettando i suoi tempi, perché è l’unico modo che accelera paradossalmente una presa di coscienza. Quando ci si sente accolti, capiti, si sente che l’altro ci ritiene in grado di scegliere, si fida: è proprio allora che si fanno le scelte più giuste per la propria vita e questa “magia” la vediamo realizzarsi in terapia ad esempio.

L’amore, sebbene conosciuto da tutti, sono convinto che si ribelli a ogni forma di definizione che lo voglia delimitare. Prendiamo l’amore dei genitori verso i figli: credo possa considerarsi una delle forme più indiscusse di affetto che un uomo e una donna possano provare. Essere genitori implica voler bene ai propri figli, ma non implica necessariamente fare il loro bene; spesso molte intenzioni tengono conto più dei desideri e dei bisogni degli adulti che dei bambini.

Basti pensare a come schiaffi e botte per educare i figli siano stati metodi largamente usati e legittimati e, purtroppo, lo siano anche oggi (per parlare solo di violenza fisica, tralasciando quella psicologica); eppure sappiamo che quei genitori, magari anche i nostri genitori o proprio noi come genitori vogliamo un bene incondizionato verso i figli. C’è un modo sano di amare che lascia l’altro libero, ma lascia sentire anche la nostra presenza come una sicurezza e c’è un modo disfunzionale di amare che imprigiona l’altro, lo schiaccia della nostra presenza e lo fa sentire insicuro.

Amare non è possesso dell’altro così come aiutare non è pretendere di sapere cosa è meglio per l’altro o dare delle definizioni dei sentimenti che possono non essere quelli che pensiamo una persona debba o possa provare. La violenza non è una forma di amore, ma come si debba amare è solo prerogativa di chi si trova in quel sentimento.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/20/possiamo-tutti-parlare-dellamore-ma-non-necessariamente-definirlo/5571834/

Ognuno conosce la propria sofferenza. Anche se la tentazione di generalizzare c’è

La vita è anche sofferenza? Un po’ per tutti, e per qualcuno più di altri certamente. Ma la vita è la somma di ciò che accade di buono a ciò che accade di male e le proporzioni variano per ognuno. Soffermiamoci su ciò che c’è di male o meglio su quel che siamo abituati a pensare come male; saremo d’accordo che soffrire non piace a nessuno.

Ognuno conosce la sofferenza che contraddistingue il suo vivere come dato di fatto e pensa di conoscere la sofferenza stessa in virtù del proprio rapporto privilegiato con essa. Ma questo è un rapporto unico, lo ha solo chi lo vive direttamente. E sebbene la tentazione di generalizzare sia forte e comprensibile, stiamo attenti.

C’è una sofferenza inevitabile, quella che ognuno di noi conosce perché fa parte del gioco; ma esiste anche una sofferenza che possiamo scegliere di conoscere e riguarda l’altro. Un qualcosa di istintivo avviene comunque con il processo mentale ed emotivo che chiamiamo empatia: non proviamo l’emozione dell’altro, ma possiamo comprendere cosa questi prova sulla base di emozioni ed esperienze comuni e regolare il nostro comportamento di conseguenza, attraverso un processo emotivo interno che ci dice cosa è bene e cosa è male e cosa ci fa stare bene o male in relazione all’altro.
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C’è una sofferenza invece scelta, frutto di una deliberata decisione, intendendola come un’opportunità. Si accede alla sofferenza dell’altro ben sapendo che una parte di essa verrà integrata nel proprio esperire. Scegliere tale ipotesi implica che, se siamo in grado di arrivare liberamente e comprendere il soffrire altrui, questo può cambiarci dentro. Ma non solo: si è in grado di lenire e ridimensionare il proprio malessere. O forse quello che avviene è semplicemente dare un senso al soffrire, non considerandolo più un evento intimo e privato. È come se anche per il soffrire esistesse una sorta di comfort zone a cui si rinuncia con il paradossale risultato di stare meglio e di aumentare le proprie risorse interne vitali per affrontare le brutture della vita.

È il caso delle relazioni di aiuto in ambito socio-pedagogico-umanitario (insegnanti, educatori, psicologi, medici ad esempio). Coloro che intraprendono la via per arrivare al disagio dell’altro cercano talvolta solo una scappatoia per il proprio e fanno dell’energia negativa qualcosa di costruttivo, operano una trasformazione. Il dolore è di chi lo prova, ma anche di chi è in grado di farlo proprio sentendone l’iniquità, l’ingiustizia, l’impotenza. Il dolore è trasformativo, trasforma le persone e non necessariamente in peggio; il dolore è contagioso, contagia le persone, ma non sempre è una malattia.
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Psiche: perché scrivo del dolore? Perché tutto il resto parla bene da sé

Il dolore nasce dall’impossibilità della cura e muore quando diventa esso cura per se stesso. Quando ci si innamora davvero del proprio lavoro è perché rispecchia il proprio essere ed è in grado di potenziare tutto quanto intraprendiamo nel tentativo di colmare i nostri vuoti. E meglio siamo in grado di esercitare la professione, più questi vuoti vengono a essere – se non colmati – quantomeno tenuti sotto controllo. Quello che si cerca in fondo è solo un posto, un luogo, uno spazio, un tempo in cui “so-stare”, ossia saper stare.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/15/ognuno-conosce-la-propria-sofferenza-anche-se-la-tentazione-di-generalizzare-ce/5515389/

Dalla politica alla pubblicità, se qualcuno conia uno slogan per te sotto sotto ti sta fregando?

Il potere comunicativo degli slogan è indubbio almeno quanto la (dubbia) capacità di discernimento degli uomini e delle donne che ne rimangono attratti, talvolta intrappolati.

Capiamoci: lo slogan è sicuramente una semplificazione efficace di un messaggio, ideale perché possa essere diffuso e reiterato il più possibile, senza per questo stancare. Gli ambiti dove lo slogan trova la sua massima espressione sono, a mio avviso, la pubblicità e la politica. Nel primo lo slogan è di casa: la pubblicità deve vendere un prodotto, lo deve rendere appetibile, desiderabile, non opinabile. Possiamo dire che il connubio tra pubblicità e slogan non solo è naturale, ma nasce e si sviluppa in contemporanea.

Nel secondo, lo slogan è entrato con vigore con il passare del tempo: quello che forse poteva essere accettato come un prestito dal campo pubblicitario è diventato in politica il padrone di casa, riducendo troppo spesso il rapporto politica- elettorato al rapporto venditore-acquirente. È frutto di una probabile precisa scelta, in quanto trova nella semplificazione un terreno dove alcuni mostrano di poterla fare da padroni e che hanno quindi tutto l’interesse affinché la gente non approfondisca in virtù del pensiero, ma si scarichi in virtù dell’emotività del momento. Un pensiero, inteso come un’idea o un convincimento, è più radicato e resistente di uno stato emotivo, quest’ultimo lo cambiamo più volte anche nell’arco di una singola giornata.

Alla politica interessa fa arrivare messaggi semplici e chiari: in questo, alla fine, nulla di male, se non quando lo scopo è coprire la mancanza di argomentazioni. Lo slogan colpisce il cuore, ma tramortisce la mente che ragiona ai minimi termini, tutta presa da un’emotività creata o dirottata con furbizia. Una furbizia che sembra avere troppo spesso gioco facile a causa di interlocutori che fanno un uso parsimonioso di capacità intellettive quasi sempre comunque sicuramente presenti.

Lungi da me considerare chiunque uno stupido, anche se di ignoranti, nel senso più pacifico di persone che ignorano, il mondo è pieno. Un ruolo chiave lo riveste l’ideologia; molti votanti (ma ricordiamoci che ci sono tanti che non votano e, tolti coloro che possono essere tacciati di improvvido disinteresse per la cosa pubblica, altri si sottraggono a un meccanismo nel quale o non si riconoscono o non ne riconoscono, dopo tanti anni di adesione, una tangibile utilità nel loro quotidiano) sembrano solo dei tifosi di calcio. La mia squadra del cuore può anche sbagliare, può fare delle scelte che non condivido, ma è la mia squadra del cuore e non la cambio, fa parte della mia storia e della mia identità, non la tradisco.

Purtroppo la politica non è un gioco: vinti e vincitori talvolta si confondono, e i politici non devono crearsi dei seguaci, dei fan, dei fedeli. Questi per definizione non hanno alcun ruolo decisivo nelle scelte operative, mentre un politico dovrebbe agire in base agli interessi di chi lo ha scelto e per farlo deve anche esserne messo costantemente in discussione. È evidente che lo slogan, anche se, soprattutto quando funziona bene, nasce da un apice di pensiero, può diventarne presto il ricovero. La sintesi linguistica, priva di contenuto, è efficace solo per coloro che la utilizzano: l’unica difesa per chi la riceve è la logica. Le parole sono amiche di tutti, i fatti hanno una cerchia di conoscenze molto più selezionata.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/29/dalla-politica-alla-pubblicita-se-qualcuno-conia-uno-slogan-per-te-sotto-sotto-ti-sta-fregando/5404257/

Peggio dell’intolleranza degli intolleranti c’è solo l’intolleranza dei tolleranti

Peggio dell’intolleranza degli intolleranti c’è solo l’intolleranza dei tolleranti. I primi, di solito, si definiscono tali tramite verdetto popolare, mentre i secondi tramite autocelebrazione. Amiamo pensarci buoni, migliori, diversi, ma proprio il nostro rapporto con la diversità è alquanto egoistico e superficiale. La diversità non è solo prerogativa del prossimo, ma la portiamo inevitabilmente in dote anche noi nell’incontro con l’altro. La condizione umana è relazionale: nel dialogo l’essere umano vive al massimo delle potenzialità, si rende fecondo, incontra il contrasto e si dota degli strumenti necessari per farvi fronte, allenando spirito, intelletto e capacità.

Il pensare l’altro diverso e il pensarci diversi sono facce della stessa medaglia, sono l’equilibrio necessario a non cadere in forme di odio, razzismo e livore che annientano le relazioni. Diversità non vuol dire meglio o peggio: crederlo significa partire dal nostro punto di vista, ma rimanervi fermi, perdendo l’altro o meglio negando il suo valore. Il proprio punto di vista è punto di partenza, certamente, ma non punto di arrivo: a esserlo è il punto di vista dell’altro, in un tragitto che fa dell’apprendimento e della crescita i propri compagni di viaggio. All’altro io arrivo se mi muovo verso di lui o se lui muove verso di me, in un processo che entrambi gli attori possono facilitare o ostacolare, altrimenti la distanza non cessa di essere ciò che ci tiene lontani e sconosciuti: si sa che è proprio quel che non si conosce a spaventare. Il buio che tutto nasconde è una delle più antiche paure umane: il fuoco, che non solo riscalda ma illumina, ha permesso all’uomo di evolversi.

Andare incontro non significa aderire, omologarsi, annullarsi, ma rimarcare la propria individualità senza sentirla minacciata. È la diversità che la fa risplendere e la trasforma in un ponte che possiamo attraversare e che risulta in grado di reggere i pesi della vita. Incontrare altri modi di pensare significa far evolvere il proprio: nel momento in cui accetto quanto l’altro mi porta, non devo farlo mio, ma devo fare mia la consapevolezza che quanto pensa e sente ha pari dignità di quanto io penso e sento, a patto che non lo trasformi in azioni lesive verso se stesso o il prossimo.
Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi
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Solo nella relazione con l’altro possiamo conoscere al meglio noi stessi

L’altro è confronto continuo: nell’identicità ritrovo me stesso, ma non cambio; mi rinforzo, ma mi irrigidisco, imparo a bastarmi forse e di conseguenza ad accontentarmi. Nella diversità opera il conflitto, ma gli schieramenti in campo devono avere forze paritarie perché nella diversità non abbiamo un vincitore e un vinto, non è una guerra, ma un riequilibrio di forze, una tendenza ad andare non sopra le cose, ma oltre le cose.

Siamo generatori di significato, non semplici recettori. La sfida continua è riuscire a comprendere quanto di quello che attribuiamo all’altro è solo una proiezione di noi stessi, di quello che siamo noi a sentire. Capire il confine significa rispettare il suo essere estraneo a noi nella sua autenticità. L’altro è mio nemico nella misura in cui mi vede arrivare con intenzioni bellicose e se è vero che lo sono anche io, nella misura in cui lo vedo arrivare a me con altrettante intenzioni, a volte è necessario che uno dei due smetta di attaccare perché l’altro cessi di difendersi.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/08/21/peggio-dellintolleranza-degli-intolleranti-ce-solo-lintolleranza-dei-tolleranti/5394849/