Archivio per 8 dicembre 2020

Docente alle giornate di formazione “Gli uomini autori di violenza: aspetti sociali e genitoriali e centri per il recupero” organizzato dal Centro Antiviolenza Voci nel Silenzio di Scauri il 7/11/2020 e il 5/12/2020.

Relatore al Convegno ” L’avvocato, la maltrattata e il maltrattante. Dramma all’italiana” organizzato dall’ Ordine degli Avvocati di Arezzo il 25/11/2020

Docenza per la Scuola di Psicoterapia Comparata di Firenze tenutasi il 16/10/2020.

Relatore in audizione presso la Commissione Pari Opportunità del Comune di Firenze sul lavoro in carcere con uomini autori di violenza domestica tenutasi il giorno 14/10/2020.

Relatore in audizione al Senato della Repubblica Italiana presso la Commissione Femminicidio sul lavoro in carcere con gli uomini autori di violenza tenutasi il 22/09/2020.

Parlare di mascolinità ‘tossica’ allontana chi si dovrebbe sensibilizzare. Per questo è sbagliato

La violenza sulle donne è argomento del quale ormai finalmente, da qualche anno, ci si occupa dandogli il legittimo spazio, ma la quantità di tempo dedicato a questo fenomeno non deve prescindere dalla qualità di come lo si fa: il linguaggio che utilizziamo può essere di aiuto o di ostacolo e le parole è indubbio che siamo sempre noi a sceglierle.

Un’espressione, attualmente particolarmente in voga, da cui però voglio prendere le distanze, sebbene ne capisca le motivazioni e le argomentazioni a sostegno e le sincere intenzioni di evidenziare delle criticità di un certo modo di comportarsi da uomini, è quella di “mascolinità tossica“. Associare al maschile la parola “tossicità” riesce solo nell’intento di allontanare gli uomini dal problema, non riconoscerlo o fargli attaccare il femminile – in quanto si sentono marchiati ed etichettati.
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Certo, mi si dirà, non si vuol certo dire che tutto il maschile è tossico, ma se si usa un termine omnicomprensivo di una categoria (e mascolinità lo è) e lo si associa ad un aggettivo, nella mente di molti quell’aggettivo sarà rappresentativo di tutta la categoria, quantomeno a livello simbolico e concettuale. Molte donne credo sappiano bene di cosa parlo perché lo hanno vissuto solo per il fatto di essere nate donne.

La violenza sulle donne è un problema degli uomini, ma considerare il maschile tossico è un problema sia degli uomini che delle donne. Ritengo problematico un certo tipo di maschile all’interno delle relazioni, rigido, intollerante, refrattario al cambiamento, aggressivo, ma voler cambiare quel maschile ed accusarlo di tossicità la vedo una operazione destinata al fallimento, buona sola a tener contento chiunque voglia approcciarsi al fenomeno in modo accusatorio e toccare solo la superficie.

Se vogliamo includere il maschile all’interno del cambiamento dei ruoli e di nuovi equilibri nelle relazioni uomo-donna, dobbiamo sì evidenziarne i limiti imposti da secoli di culturale patriarcale, ma il linguaggio deve essere comune, non creare contrapposizione, altrimenti per ogni uomo che riusciamo a mettere in discussione e a sensibilizzare altri dieci non faranno mai proprio il problema di un maschile diverso.
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Quando lavoro con gli uomini autori di violenza, se da me passasse il messaggio che il loro maschile fosse tossico, sono certo che metà di loro andrebbe via, mentre all’altra metà non so quanto gioverebbero senso di colpa e autoflagellazione linguistica. In conversazioni private con amici uomini non sensibilizzati al fenomeno, otterrei più muro che comprensione: con il risultato che una eventuale partecipazione a sentirlo come un proprio problema rimane un miraggio.

La violenza sulle donne oggi gode di un’attenzione enorme: questo implica responsabilità nei toni e nelle modalità. La giustezza degli argomenti non è un lasciapassare per utilizzare modalità svilenti o riduttive di un maschile che può, sa essere e probabilmente vuole essere migliore.

Nascono, in rete e non solo, sempre maggiori proteste e movimenti di uomini che si ribellano a questa tossicità a loro affibbiata, con la conseguenza che arrivano a negare la violenza sulle donne o addirittura a pensare che i ruoli siano invertiti: oggi sono gli uomini le vere vittime e le donne le vere carnefici. Ed è proprio con loro che dovremmo provare a parlare, non con chi già ci ascolta, ma con chi ha le sue motivazioni per non farlo e abbattere quelle motivazioni solo con la forza del dialogo e del buonsenso. Rabbia genera rabbia e violenza, che è deprecabile in qualsiasi forma si esprima e verso chiunque sia rivolta.
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Parlare di tossicità in un clima che vogliamo sicuramente di serrato confronto, ma non svalutante per nessuno, lo avvelena e fa sì che a parlare di violenza sulle donne siano ancora solo le donne, con qualche uomo in più di ieri; ma non basta, lo sappiamo.

Quante volte si è chiesto agli uomini di prendere posizione contro la violenza sulle donne con qualche campagna di sensibilizzazione in cui si chiedeva loro di prendere le distanze dal fenomeno condannandolo o mostrandosi/sentendosi migliori solo perché loro dichiarano pubblicamente di non agire violenza sulle loro compagne (anche se i numeri e l’esperienza ci dicono che molti di quegli uomini possono benissimo aver avuto dei comportamenti violenti privatamente)?

A mio avviso è come chiedere agli uomini di farsi carico del problema e di non farsene carico allo stesso tempo, un messaggio contraddittorio che serve a creare solo delle fazioni tra la maggior parte degli uomini. Ad essere tossico non è nessun uomo, ma solo la violenza in sé.

La questione della responsabilità maschile in merito alla violenza di genere deve passare attraverso la responsabilizzazione del linguaggio che utilizziamo nei confronti del maschile stesso: non esiste alcuna mascolinità tossica, se non nella misura in cui serva a noi ad allontanare gli stessi uomini per accusarli, subito dopo, di essersene allontanati.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/04/parlare-di-mascolinita-tossica-allontana-chi-si-dovrebbe-sensibilizzare-per-questo-e-sbagliato/6023705/

Giornata contro la violenza sulle donne, gli atteggiamenti discriminatori vanno contrastati. Ma nei modi giusti

Sessismo e violenza non sono fenomeni separati, eppure ancora in tante e in tanti accusano altri di sessismo con toni arroganti, prepotenti, aggressivi. Anche qui vige la regola, imperante ormai sui social come nella vita reale, che se non sei d’accordo con me stai sbagliando e io ti devo cambiare. Invece di far incontrare le idee, si preferisce farle scontrare: nel fare incontrare le idee bisogna avere concetti e bisogna saperli esprimere, nel farle scontrare si butta tutto in caciara e ognuno regna sovrano nei propri convincimenti senza scalfire quelli dell’altro.

Il sessismo indica l’atteggiamento di chi promuove difende o giustifica l’idea dell’inferiorità di un sesso rispetto all’altro, è quindi un atteggiamento discriminatorio e come ogni forma di svalutazione si nutre di una cultura impositiva e violenta. Indubbio che il sessismo, per secoli, è stato utilizzato dagli uomini verso le donne, senza che questo non significhi non condannare anche chi possa, al contrario, ritenere inferiore il sesso maschile. Il sessismo in sé è un’assurdità, indipendentemente da chi lo applica, ma questa assurdità ha creato limiti e danni più alle donne che agli uomini.
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Talmente radicata è l’idea della superiorità maschile (meno di un tempo, non dimentichiamolo, anche se di strada da percorrere ne abbiamo) che il sessismo a volte può essere anche divulgato con una certa ingenua inconsapevolezza.

Quando ci si accorge di atteggiamenti e comportamenti sessisti, si dovrebbe certamente evidenziarli o prenderne le distanze a seconda delle situazioni, ma non si dovrebbe mai reagire con lo stesso atteggiamento aggressivo e svalutativo insito di chi sta assumendo quei tipi di atteggiamenti e comportamenti. Se a violenza reagisco con violenza, se ad arroganza reagisco con arroganza, se a svalutazione reagisco con svalutazione, come ci si può considerare diversi e in grado di mandare messaggi diversi?

Anche la legittimità delle proprie idee non deve presupporre la liceità di scaraventare addosso all’altro la propria rabbia in modo confuso e sconsiderato. Certo, è difficile di fronte a qualcuno che ci etichetta o considera inferiori non perdere la calma, ma è quanto necessario per ottenere il cambiamento, togliere all’altro la possibilità di scontrarsi sul campo con quegli stessi atteggiamenti e comportamenti che lui padroneggia bene, portarlo in un campo di confronto diverso dove i suoi strumenti non funzionano più perché siamo noi a non permettere che funzionino.
Violenza sulle donne, un fenomeno strutturale che necessita di un cambio di marcia
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Chi difende i diritti delle donne difende i diritti degli uomini e dovrebbe volere che nessun uomo e nessuna donna debbano ricevere lo stesso trattamento riservato tante volte e su troppi aspetti alle donne, perché fa muro contro quel modo di fare, non verso le persone che sì lo utilizzano, ma che si vorrebbe lo cambiassero. Lo stato di accusa non produce cambiamento, se non per imposizione e paura o, al contrario, genera maggiore livore.

Questa è una breve riflessione che voglio lasciare per questo 25 novembre diverso, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Gli eventi riguardanti questa data, creati per sensibilizzare l’opinione pubblica, verranno tenuti per lo più online, mentre all’interno delle mura di casa tutto continuerà ad avvenire purtroppo regolarmente dal vivo nelle situazioni di maltrattamento domestico. Anzi, sappiamo bene come questo periodo difficile, dovuto alla situazione sanitaria, possa portare a maggiori tensioni che possono più facilmente sfociare in violenza.

Pari diritti e opportunità sono gli unici obiettivi da raggiungere e per farlo dobbiamo dare l’esempio nei modi oltre che nei contenuti.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/25/giornata-contro-la-violenza-sulle-donne-gli-atteggiamenti-discriminatori-vanno-contrastati-ma-nei-modi-giusti/6014795/

Covid, il film di fantascienza soft in cui viviamo non è altro che il sequel del mondo di prima

“Andrà tutto bene”, “Niente sarà più come prima”, “Il virus ci cambierà”, ”Il virus non ci cambierà” e slogan/hashtag discorrendo, mesi passati a fantasticare, quando non a pontificare, sulle conseguenze del post-Covid, anche quando questo post-Covid si fa attendere e ci dilania, ci intontisce, ci fa perdere lucidità o ci convince che mai in vita nostra abbiamo ne abbiamo avuta così tanta.

Allora ci stringiamo, anche se non fisicamente, o ci allontaniamo ben oltre le distanze da protocollo sanitario. L’altro è il nemico, il possibile portatore del virus oppure il possibile portatore di un pensiero diverso dal mio, allora scattano i protocolli naturali ed istintivi dell’essere umano. Perché è la realtà personale a prevalere sempre e comunque, se ho di che vivere le restrizioni le posso accettare, quando non incoraggiare. Se le restrizioni mi tolgono di che vivere o mi producono comunque perdite importanti, allora non le accetterò.
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Il virus circola e le nostre emozioni fanno altrettanto, solo che sono più veloci e non c’è mascherina o gel disinfettante che possa contenerle e alla nostra tavola possono essere più di sei e non hanno orari, ma non sono letali se non siamo noi a tramutarle in azioni che possono arrecare danno.

Nessuno può imporre alla nostra mente di non pensare e al nostro cuore di non sentire: qualsiasi limitazione in questo senso non fa altro che ottenere l’effetto contrario, si pensa e si sente con più intensità e si è quindi poi portati ad agire in linea con quanto si pensa e si sente con più forza oppure si cede riconoscendosi in una posizione di svantaggio.

Il libero pensiero è però quella cosa che non ci sottometterà ad argomentare o sostenere necessariamente quello che i mass media in ogni forma hanno deciso che oggi argomenteremo o sosterremo, pur non sapendone nulla, né noi, né loro; che quantomeno però sanno consapevolmente di poter deviare l’attenzione e lo scelgono, poche eccezioni a parte. Mentre noi ci crogioliamo nell’ignoranza a suon di like compiacenti o di sterili polemiche gli uni contro gli altri, senza avere la consapevolezza necessaria per una visione di insieme che ci unisca invece che dividerci.

Osservo la gente in strada, metà del volto coperto dalle mascherine, gli slalom per non essere troppo vicini o al contrario la noncuranza per le distanze; osservo la paura di alcuni, la tracotanza di altri, la stanchezza di tutti dopo 8 mesi in questo film di fantascienza soft che stiamo vivendo e banalmente non mi piace per niente la velocità con la quale ci si adegua o la violenza con la quale ci si ribella.
Relazioni: tra il vero e il virtuale quel che sono vale più di quel che faccio
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Ma la nuova normalità non è altro che la prosecuzione della vecchia, dove era utile indebolire il sistema sanitario, creare contrapposizioni politiche e sociali, massimizzare il rapporto con il proprio smartphone, pc o tablet a scapito della persona umana che avevamo di fronte.

Nulla è nuovo, se non l’intensità con la quale ci direzioniamo o forse meglio dire siamo direzionati verso un futuro in cui ci dicono da anni, con i fatti a scapito di ogni parola, che individualismo e precarietà sono gli obiettivi da raggiungere.

Se la speranza, come si dice, è l’ultima a morire, speriamo né di Covid né con il Covid, anche se al momento è in terapia intensiva.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/06/covid-il-film-di-fantascienza-soft-in-cui-viviamo-non-e-altro-che-il-sequel-del-mondo-di-prima/5991259/

Relazioni: tra il vero e il virtuale quel che sono vale più di quel che faccio

Qualcuno, prima o poi, dovrebbe scrivere un trattato per fare un’equiparazione ragionata e articolata tra i social network e l’ignoranza intesa non in senso dispregiativo, ma come semplice mancanza di conoscenza. Ignorante non è una parolaccia o un termine necessariamente negativo, ignoriamo tutti qualcosa, siamo tutti ignoranti. Apprezzo chi ammette la propria ignoranza, sono guardingo verso chi esibisce il proprio sapere invece di sforzarsi di farne stimolo per l’apprendimento. L’ignorare ci accomuna molto più del conoscere, inevitabilmente sono molte più le cose che non conosciamo che quelle che conosciamo, anche se spesso ci atteggiamo e comportiamo come se fosse vero il contrario.

La maggior parte della gente non riesce a trattenersi dall’esporre le sue idee, indipendentemente dalle competenze nel farlo, questo è vero online, ma ormai se ne ammirano risultati anche offline, in quanto vuoi che quello che mi tocca la pancia in rete non possa non farne partecipe anche le mie relazioni non virtuali?
Gli uomini che parlano senza vergogna delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti
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dal blog di Mario De Maglie
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Siamo il popolo delle informazioni non richieste (multinazionali della rete a parte, che sulla rarefazione del privato hanno costruito i loro immensi guadagni), gettate in pasto ai social e nel sociale, che sanno di inutile o semplice sfoggio narcisistico fermo restando che c’è sempre chi avrebbe tutto il diritto e le conoscenze per esprimersi o comunque sarebbe in grado di virgolettare ogni sua espressione, ma parliamo di una minoranza. Conforta sapere che le minoranze, proprio perché tali, si distinguono da una maggioranza omologata, anche se ciò implica per loro un certo grado di caparbietà e solitudine.

La tentazione di non parlare più di livello d’istruzione, ma solo di “livello distruzione” c’è e non è solo un simpatico gioco di spazio e di accenti. Abbiamo appena lanciato le scuole dei banchi mobili e della scolarizzazione immobile d’ altronde. I social hanno reso la vita di molti un palcoscenico, pudore ed intimità da valori sono diventati orpelli di un vecchio modo di fare che non coincide più con il nostro modo di essere.
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Da adulto, tengo particolarmente cari i ricordi della vita pre-internet, tutto quello che oggi sembra impossibile senza uno smartphone, in passato, da ragazzo, non mi mancava, non ne sentivo il bisogno o potevo comunque provvedervi in altro modo senza problemi. Chi è ragazzo oggi non avrà ricordi senza la connettività, potrebbe faticare maggiormente a riflettere su eventuali mancanze nelle connessioni relazionali vere. La parola “connessione” esisteva nella lingua umana ben prima dell’avvento di internet e non aveva nulla di virtuale, bensì oserei dire era un qualcosa che richiamava spesso lo spirituale.

Non è il solito discorso contro la tecnologia e il progresso, o forse anche sì, fate voi, però a me serve e lo scrivo per non dimenticare. Cosa? Che oggi possiamo fare tante cose prima inimmaginabili e molte di queste sono buone, ma che le potenzialità di quel che faccio possono dipendere dai tempi e dallo sviluppo del momento storico che vivo, ma che le potenzialità di quello che sono dipendono solo da me. Posso utilizzare quel che sono ancora meglio di quel che faccio.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/06/relazioni-tra-il-vero-e-il-virtuale-quel-che-sono-vale-piu-di-quel-che-faccio/5953664/

Gli uomini che parlano senza vergogna delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti

Parlare del maschile non significa parlare di violenza sulle donne, sebbene la violenza sulle donne sia certamente collegata al maschile o quantomeno ad un certo tipo di modello maschile e la violenza di per sé non abbia genere: un atteggiamento o comportamento violento può averlo chiunque, uomo o donna.

Abbiamo un problema, però, se mediaticamente e pubblicamente ogni volta che si parla apertamente del maschile si parla di violenza e viceversa. Il maschile può e deve includere molto altro. Certo la rabbia è un’emozione che si collega culturalmente più legittimamente ad un uomo che ad una donna, ma la rabbia è un’emozione che provano tutte le donne, solo che, per gli uomini, la rabbia è un’emozione maschia appunto, “macha”, competitiva, aggressiva ed è spesso questo il modello maschile che è stato dominante in tante culture e in tante epoche.

Ci si aspetta che un uomo sfoghi la rabbia perché il farlo lo qualifica come uomo. La rabbia sfogata da una donna a volte viene collegata ad un atteggiamento più isterico. L’uomo caccia, è predatore, la donna cura ed educa, di conseguenza rabbia e aggressività servono più nel primo che nel secondo caso, ma sappiamo bene che oggi le donne hanno tutto il diritto di “cacciare” e gli uomini di “educare e curare”, lo fanno e piace, si può scegliere molto più che in passato, pur con tutti i limiti ancora attuali.
Conoscere l’amore significa conoscere l’odio. E pensare che sia sbagliato è un male per l’altro
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Oggi incontriamo spesso un maschile arrabbiato e indignato, in quanto stanco di essere identificato con la violenza e, sebbene in alcuni casi si tratti davvero di un maschile violento, che nella sua risposta polemica ed aggressiva evidenzia esattamente quanto vorrebbe negare, in tanti altri casi troviamo uomini che hanno una gestione ed un controllo della propria rabbia che sanno bene come non far sfociare in violenza, ma che talvolta, nel dibattito sociale e mediatico, sembrano essere meno visibili. Si deve a stare attenti quindi a differenziare.

Il messaggio che si dà agli uomini è un qualcosa del tipo “se devi parlare del tuo maschile, devi parlare anche di violenza sulle donne” e in tanti, pur di non sentirsi “dare dei violenti”, non parlano del proprio maschile, anzi si chiudono o polemizzano, rinforzando proprio gli elementi di quel maschile che vorremmo spronare ad aprirsi alle emozioni.

Le accuse non hanno mai voluto mettere in discussione nulla, le accuse si fanno perché ci possa essere una condanna, un giudizio, hanno come fine la punizione, non il cambiamento. Ecco perché la via difficile per il cambiamento maschile non deve passare in un’accusa tout court, ma deve trovare altre strade che possono nascere negli stessi uomini e nelle relazioni con le loro madri, sorelle, compagne, amiche e soprattutto tra di loro, uomini che parlano liberamente e senza vergogna delle loro emozioni e delle loro fragilità sono un esempio potente per tutti.

L’autoconsapevolezza maschile può nascere in solitaria, certo, ma la potenza del gruppo, della condivisione, della solidarietà sono fuori discussione, un maschile che sa parlare agli altri uomini delle sue fragilità senza provare imbarazzo è un maschile che avrà sempre meno bisogno di essere legato alla violenza di genere.

da:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/gli-uomini-che-parlano-senza-vergogna-delle-loro-fragilita-sono-un-esempio-potente-per-tutti/5880666/